martedì 27 marzo 2018

RECENSIONE | "Fai piano quando torni" di Silvia Truzzi

Cari lettori, in questo periodo ho deciso di dedicarmi alla lettura di libri che si discostano notevolmente dai miei adorati thriller. È un modo per saggiare i temi proposti dalle nuove pubblicazioni lasciando a riposo, per un breve periodo, serial killer e atroci delitti. La sofferenza, il dolore e la violenza sono elementi che non caratterizzano in esclusiva il genere thriller ma, come tutti sappiamo, fanno parte della nostra esistenza e lasciano cicatrici sul nostro cuore. Proprio di cuori spezzati, distacchi improvvisi, amori traditi e rinascita, tratta “Fai piano quando torni”, edito Longanesi, primo romanzo della giornalista Silvia Truzzi, firma di punta de Il Fatto Quotidiano.
STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 7
Fai piano quando torni
Silvia Truzzi

Editore: Longanesi
Pagine: 272
Prezzo: € 16,40
Sinossi
Margherita ha trentaquattro anni e un lavoro che ama. È bella, ricca ma disperatamente incapace di superare sia la scomparsa dell'adorato papà, morto all'improvviso otto anni prima, sia l'abbandono del fidanzato che l'ha lasciata senza troppe spiegazioni. Dopo un grave incidente d'auto si risveglia in ospedale. Qui incontra una signora anziana che da poco è stata operata al femore. Anna, oggi settantaseienne - nata poverissima, «venduta» come sguattera da bambina - ha trascorso la vita in compagnia di un marito gretto e di una figlia meschina, eppure ha conservato una gioia di vivere straordinaria. Merito delle misteriose lettere che, da più di mezzo secolo, scrive e riceve ogni settimana. I mondi di queste due donne sono lontanissimi: non fossero state costrette a condividere la stessa stanza, non si sarebbero mai rivolte la parola. Dopo i primi tempestosi scontri, però, fuori dall'ospedale il cortocircuito scatenato dalla loro improbabile amicizia cambierà in meglio la vita di entrambe.


La signora Anna è una di quelle persone indistruttibili. Ma non perché ha scelto solo se stessa, o perché non sente. Perché è, naturalmente, viva. Dice sì, mai no. Si avvicina e non si allontana. Non cerca una giustificazione della sua esistenza, se non nei minuti della sua vita. Non guarda gli altri per vedere nelle loro mancanze le sue vittorie. È. Solo questo. Le piace vivere. Mangia, ama, fuma.
Come si sopravvive al dolore? Se lo chiede la giovane Margherita, inquieta e infelice donna, nemica del pensare positivo e chiusa nel suo piangersi addosso. È arrabbiata con la vita, Margherita. Vita che le ha tolto il padre, morto d’infarto otto anni prima, e di cui lei ha un disperato bisogno.
Prima di dormire pensavo: ma se papà mi telefonasse da lassù, una chiamata interplanetaria, quanto costerà?
Per sentirlo ancora vicino Margherita annusa il suo profumo e parla con lui davanti alla sua tomba. Intanto la vita le ha regalato una parentesi di falsa serenità con Francesco ma anche lui, un giorno, se ne va dicendole:«Non so se ti amo più»

Abbandoni, questi, a cui Margherita non sa reagire e raccoglie in grandi scatole tutti i suoi ricordi conservati con ordine maniacale, con cura e dedizione.
A volte soffrire è più facile che non affrontare il dolore.
Un giorno, in compagnia della sua disperazione, Margherita ha un incidente d’auto. Un grave incidente. Dopo esser stata per mesi tra la vita e la morte, Margherita riapre gli occhi in una stanza d’ospedale. La sua vicina di letto, una signora anziana operata al femore, è Anna. I loro mondi sono in rotta di collisione e le scintille iniziali lasciano ben presto il posto a un rapporto in cui il dare e il ricevere diventano fonte di benessere per le due donne. L’inizio della loro conoscenza sottolinea le profonde diversità che caratterizzano le loro vite. Margherita è giovane, bella, ricca e istruita. Anna è una signora anziana, nata poverissima, ha lavorato come sguattera fin da bambina, ha sposato un uomo violento e messo al mondo una figlia meschina. Eppure Anna ha una gran gioia di vivere, sprizza vitalità da tutti i pori, guarda al futuro con ottimismo. Tutto merito delle misteriose lettere che, da più di 50 anni, scrive e riceve ogni settimana. A scriverle è Nicola, l’amore di una vita.
La vita è lunga e bisogna dividerla con qualcuno che sta dalla tua parte, che ti aiuta, che vuole tutto il bene per te.
Nicola vive a Napoli, si è sposato, ha dei figli ma nel suo cuore c’è posto anche per Anna, che abita a Bologna, il suo unico vero amore di gioventù. Perché non hanno coronato il loro sogno d’amore? A voi scoprirlo. Anna e Nicola non si sono mai più visti in questi lunghi anni di rapporti epistolari. Condividono frammenti della loro vita, un amore lontano che fa tenerezza.

A non fare tenerezza è Margherita. Inizialmente non ho condiviso il suo modo di rapportarsi alla vita. Comprendo il dolore per la perdita del genitore ma il suo lasciarsi andare è un errore madornale. Il dolore si subisce, gli eventi della vita lo elargiscono spesso a piene mani. È naturale soffrire ma reagire è un dovere. Margherita si sente una sfigata, guarda ciò che non ha senza alcuna attenzione per ciò che ha. Non si piace Margherita e si considera una perdente soprattutto nel rapporto con la madre, che lei chiama “Signora Madre”, una donna sempre bella, altera, elegante, sempre a suo agio con la sua femminilità.

E Francesco, l’uomo che lei considerava l’amore della sua vita? Anche lui, più difetti che pregi, appare come una meteora nell’esistenza della nostra protagonista. Uomo pronto a sminuire il lavoro della compagna, Margherita è avvocato, rivela tutta la sua superficialità nei comportamenti sibillini privi di veri sentimenti.
Agata dice che i maschi sono antropologicamente stronzi, incapaci di fare delle scelte, di dare un taglio alle cose anche in situazioni estreme. È la strategia della porta sempre aperta.
“Fai piano quando torni” è un intenso romanzo che offre due visioni opposte della vita. Con leggera ironia la scrittrice ci descrive i caratteri e le personalità dei personaggi sottolineando la difficoltà del cambiamento. Se il personaggio di Margherita fa arrabbiare, quello di Anna conquista e apre alla speranza di chi, nella vita, non si è mai arresa. Mi è piaciuta la metamorfosi compiuta da Margherita, complice la forza vitale della signora Anna. Il finale è perfetto, tenero e amaro, a testimonianza di come, nella vita, i momenti tristi si intrecciamo alla felicità. A noi saper cogliere il bello della vita. Davanti al dolore si china il capo ma la sofferenza diventa maestra di vita se noi riusciamo a trasformarla in conoscenza di se stessi, in un momento di maturazione.
Non sprecare lacrime nuove per vecchi dolori. (Euripide)
Margherita si sente schiacciata dal suo vissuto e riesce, per sua fortuna, a stringere la mano che Anna le porge. Le due donne diventano l’una la chiave del futuro dell’altra. Nessun uomo è un’isola, parola di John Donne, siamo parte del tutto e abbiamo sempre bisogno degli altri. L’incontro tra due persone profondamente diverse si rivela un toccasana per entrambe così come l’amore tra Anna e Nicola, espresso nelle brevi e sgrammaticate lettere, esprime un modo per allontanare un mondo fatto di routine e umiliazioni. È un mezzo per difendersi e per creare momenti da non condividere con nessuno se non con la persona amata. Anna ci ricorda che bisogna far fronte in maniera positiva a eventi drammatici. Ci mostra come riorganizzare in modo positivo la nostra vita per trovare un nuovo slancio che ci proietti in un futuro migliore. Margherita accoglierà in sé tale energia e rinascerà a nuova vita.
Vivere non significa attendere che passi la tempesta, ma impara a danzare nella pioggia. (Gandhi)
Vi consiglio vivamente di leggere “Fai piano quando torni”. Nel frattempo impariamo a danzare nella pioggia per ritrovare un sorriso e non mollare mai.

giovedì 22 marzo 2018

RECENSIONE | "Giallo di mezzanotte" di Franco Matteucci [Review Party]

Cari lettori sicuramente in molti conoscerete l’autore e regista televisivo Franco Matteucci finalista al premio Strega con “Il profumo della neve”. È autore di una serie di gialli di grande successo che hanno per protagonista l’ispettore Marzio Santoni. Di questa serie ho letto vari romanzi: “La mossa del cartomante” e “Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco”. Ora continuo la conoscenza dell’ispettore Santoni con “Giallo di mezzanotte”, Newton Compton Editori.
STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 6
Giallo di mezzanotte
Franco Matteucci

Editore: Newton Compton
Pagine: 250
Prezzo: € 9,90
Sinossi
Diana Caselli, notissima star TV, conduttrice di un programma quotidiano sulla cucina, ha accettato di essere l'ospite d'onore della «Caccia al Daù». È la rievocazione di un rito arcaico ed è la festa più importante dell'estate a Valdiluce: centinaia di persone si radunano infatti ogni anno nel bosco di abeti della Verginetta per catturare il leggendario animale muniti di un sacco e di un campanaccio. Nell'oscurità della notte di luna nera, accresciuta dalle fitte fronde degli abeti, a mezzanotte in punto si riuniscono in realtà molte coppie in cerca di nuove fantasie, e, dietro il pretesto di imprigionare un animale immaginario, nascono nuovi amori. Ma questa volta l'alba è tragica: la scomparsa di Diana Caselli e del maestro di sci Franz Suitter, noto latin lover, apre il sipario su un terribile mistero. L'ispettore Marzio Santoni detto Lupo Bianco, con il suo fedele assistente Kristal Beretta, dovrà indagare su due crimini orribili, commessi da uno spietato assassino. Sarà un'inchiesta complicata soprattutto perché costringerà Santoni, suo malgrado, sotto la luce violenta dei riflettori. Per scoprire quanto c'è di torbido nel fantastico mondo della televisione...


Nella suite 28 dell’Hotel Bristol di Valdiluce, Diana Caselli stava per recitare la parte più ambiziosa della sua carriera di star televisiva. Il suo compagno, Furio Angelini, il direttore di FlyTV, era un osso duro, attento a ogni dettaglio, e bisognava disorientarlo con qualcosa di stupefacente.
Diana Caselli, notissima star TV, è l’ospite d’onore della “Caccia al Dau”. È la rievocazione di un rito arcaico ed è la festa più importante dell’estate a Valdiluce. Centinaia di persone, ogni anno, si radunano nel bosco della Verginetta per catturare il leggendario animale, muniti di un sacco e di un campanaccio. In realtà, nell’oscurità della notte di luna nera, a mezzanotte si riuniscono molte coppie in cerca di nuovi amori e nuove fantasie. La caccia al Dau è un pretesto per consumare piaceri sfrenati. Ma questa volta la notte di luna nera apre a un mistero: la scomparsa di Diana Caselli e del maestro di sci Franz Suitter. L’ispettore Marzio Santoni e il suo fedele assistente Kristal Beretta, indagano.
L’orologio al polso di Franz è stato intaccato dalla punta della fiocina e si è fermato esattamente con le lancette sulla mezzanotte. Ormai a medicina legale il caso è diventato per tutti: “Il giallo di mezzanotte”.
È stato un vero piacere immergermi nella lettura di questo giallo che cattura e apre uno spiraglio per scoprire quanto c’è di torbido nel fantastico mondo della televisione. A far da apripista è lui, l’ispettore Santoni, detto Lupo Bianco per la sua conoscenza della montagna e per il suo olfatto molto sviluppato. Lupo è di una bellezza possente, alto, muscoloso con lunghi capelli biondi. È il tutore della legge a Valdiluce, si fa guidare dal suo istinto e non crede mai alle coincidenze. Ha una lucida mente investigativa e riesce a superare la naturale ritrosia degli abitanti a collaborare con la polizia. Ama la natura, gli animali e la vita all’aria aperta. Ha una famiglia strepitosa formata dal riccio Arturo, dal topo Mignolino, dal pipistrello Puppy e dalle formiche capaci di prevedere il tempo che farà. In questo capitolo della serie ci sarà una new entry in famiglia: il cagnolino Romeo.

Personaggio fuori dall’ordinario quello dell’ispettore Santoni che si muove in straordinari scenari naturali: le montagne fantastiche e altere con luoghi selvaggi e potenti.

Più omicidi segnano la notte di luna nera a Valdiluce. Senza perdere tempo il lettore viene catapultato sulle montagne e sembra di partecipare attivamente alle indagini. La natura diventa protagonista e scenario perfetto per i delitti che travolgono la quiete del paesino. Mi piace il modo in cui le indagini vengono descritte, è una narrazione veloce, concisa con molte occasioni di suspence. Trovare il colpevole sarà una corsa a ostacoli con molti sospettati e indizi disseminati lungo il cammino narrativo. Simpaticissimo il personaggio di Kristal Beretta, collaboratore di Lupo Bianco e gran divoratore di cioccolatini. Il suo coinvolgimento nell’indagine è direttamente proporzionale al suo cosumo di Mon Cheri, Rocher, Smarties. Intrigante il gruppo delle vedette clandestine di Valdiluce, un gruppo di donne anziane che sanno tutto di tutti e, attraverso Internet, si scambiano informazioni. Nulla sfugge ai loro occhi.

“Giallo di mezzanotte” è un romanzo intrigante e ben scritto. Si legge tutto d’un fiato esplorando remoti luoghi di montagna dal fascino unico. I delitti diventano quasi secondari davanti alla bellezza della natura deturpata dai crimini commessi. L’ispettore Santoni dovrà mettere insieme i pezzi di un puzzle macchiato di sangue muovendosi in un labirinto di misteri. Beretta svolgerà un ruolo sempre più attivo nell’indagine consumando quantità industriali di cioccolata: piccoli piaceri per addolcire i mali del mondo.

Consiglio agli amanti dei gialli la lettura non solo di questo romanzo ma di tutta la serie delle indagini dell’ispettore Santoni. Franco Matteucci non delude mai i suoi lettori. Alla prossima Lupo Bianco!

lunedì 19 marzo 2018

RECENSIONE | "Uomini che restano" di Sara Rattaro

Carissimi lettori, oggi vorrei condividere con voi i miei pensieri e le mie emozioni frutto di una lettura particolarmente toccante che mi ha portato a riflettere sul modo in cui le donne reagiscono quando la vita trasforma i colori dell’arcobaleno in nubi nere di tempesta. Tutte noi ci impegniamo ogni giorno nel costruire la nostra esistenza. Ci dedichiamo alla famiglia, al lavoro, ci occupiamo del benessere dei nostri uomini. Poi all’improvviso tutto cambia, il vento gelido dell’abbandono ci travolge e il dolore spezza il nostro cuore. Tuttavia anche nella sofferenza più profonda arde la fiammella della speranza che alimenta il coraggio di lottare nei momenti più duri per continuare a vivere. È questo, secondo me, il messaggio che la bravissima Sara Rattaro vuol condividere con i suoi lettori dalle pagine del suo ultimo romanzo “Uomini che restano”, edito Sperling & Kupfer.

STILE: 9 | STORIA: 9 | COVER: 8
Uomini che restano
Sara Rattaro

Editore: Sperling & Kupfer
Pagine: 250
Prezzo: € 16,90
Sinossi
All'inizio non si accorgono nemmeno l'una dell'altra, ognuna rapita dal panorama di Genova, ognuna intenta a scrivere sul cielo limpido pensieri che dentro fanno troppo male. Fosca e Valeria si incontrano per caso nella loro città, sul tetto di un palazzo dove entrambe si sono rifugiate nel tentativo di sfuggire al senso di abbandono che a volte la vita ti consegna a sorpresa, senza chiederti se ti senti pronta. Fosca è scappata da Milano e dalla confessione scioccante con cui suo marito ha messo fine in un istante alla loro lunga storia, una verità che per anni ha taciuto a lei, a tutti, persino a se stesso. Valeria nasconde sotto un caschetto perfetto e un sorriso solare i segni di una malattia che sta affrontando senza il conforto dell'uomo che amava, perché lui non è disposto a condividere con lei anche la cattiva sorte. Quel vuoto le avvicina, ma a unirle più profondamente sarà ben presto un'amicizia vera, di quelle che ti fanno sentire a casa. Perché la stessa vita che senza preavviso ti strappa ciò a cui tieni, non esita a stupirti con tutto il buono che può nascondersi dietro una fine. Ti porta a perderti, per ritrovarti. Ti costringe a dire addio, per concederti una seconda possibilità. Ti libera da chi sa soltanto fuggire, per farti scoprire chi è disposto a tutto pur di restare al tuo fianco: affetti tenaci, nuovi amici e amici di sempre, amori che non fanno promesse a metà.


Amare vuol dire restare, restare vuol dire proteggere anche quando la vita diventa una tempesta.
A volte la vita ti sorprende con cose liete, più spesso ti strappa ciò a cui tieni lasciandoti naufragare in un oceano di dolore. Fosca e Valeria si incontrano per caso nella loro città, sul tetto di un palazzo dove entrambe si sono rifugiate nel tentativo di sfuggire al senso di abbandono che ha invaso le loro vite.
Il primo sentore di tradimento è qualcosa che può risultare impercettibile a un occhio poco attento. Un gesto confidenziale come aggiustare il colletto della camicia, uno sguardo complice dopo una battuta o due mani che si allontanano di scatto. Si chiama confidenza. Invisibile, certo, ma, se sappiamo ascoltare, può fare molto rumore.
Fosca è scappata da Milano e dalla confessione con cui suo marito ha messo fine alla loro lunga storia svelandole una verità che per anni aveva taciuto persino a se stesso.
La vita è ricca di cose improvvise. Rivelazioni, confidenze, scoperte. La vita è il tuo personale modo di stare in viaggio mentre altri decidono per te.
Valeria nasconde sotto un sorriso solare i segni di una malattia che sta affrontando da sola. L’uomo che le aveva promesso amore è andato via incapace di affrontare la cattiva sorte.
Si scappa per paura, per viltà o per punizione. Si ritorna per coraggio, malinconia o per restituire qualcosa che si era portato con sé.
L’abbandono, il senso di vuoto, uniscono le due donne che non si conoscono ma scoprono di avere molto in comune. Le loro vite quasi si sovrappongono nel momento più difficile della loro esistenza stravolta per motivi diversi ma che lasciano ugualmente il dolore dell’abbandono, della solitudine del tradimento, della malattia.

Fosca reagisce all’abbandono mostrando la sua fragilità. Inizialmente in lei esplode una gran rabbia, escogita piani diabolici di rivalsa per poi scappar via da Milano per rifugiarsi a Genova, sua città natia.

Valeria è abbandonata dal marito proprio quando scopre di avere un tumore. Man mano che il suo corpo si trasforma, sotto le pugnalate della malattia, anche il suo essere si trasforma allontanandosi da chi sa soltanto fuggire.

Due donne, Fosca e Valeria, che restano sole con le loro paure, le difficoltà, i sentimenti sepolti sotto il silenzio. Purtroppo ci sono cose che non si possono ricomprare. L’amore, la fiducia, il rispetto hanno il brutto vizio di essere unici. Scegliere l’uomo con cui condividere tutto è sempre un’ardua decisione. Nel bene e nel male. In salute e in malattia. Ci si può fidare di un giuramento? Forse sarebbe più veritiero dire: 
“Ti starò accanto solo se starai bene e se ne avrò ancora voglia.”

C’è un inferno emotivo in questo libro, sentimenti difficili che fanno soffrire, poiché amare non è mai facile e ci porta a commettere errori a cui bisogna porre un limite.

Tuttavia penso che ci sia una profonda verità nell’affermare che per ritrovarti devi perderti. Dire addio può sembrare la fine di tutto ma può rivelarsi il momento per concederci una seconda possibilità. Non tutti fuggono, non tutti tradiscono, c’è anche chi è disposto a tutto pur di restare accanto alla persona amata.
È la promessa più importante: io ti proteggerò, qualsiasi cosa accada.
“Uomini che restano” è un titolo rivolto agli uomini anche se la storia è raccontata da donne. Ciò che mi ha conquistata di Sara Rattaro è la semplicità e la naturalezza della sua scrittura che trasforma il momento del dolore in una proiezione verso il futuro, l’inizio di una nuova vita. La guarigione del corpo è ugualmente importante quanto la guarigione interiore che sprigiona un’energia positiva. È vero, però, che non sempre tutto si risolve per il meglio ma la speranza, il vaso di Pandora insegna, è l’ultima a morire. Ed è proprio nella speranza che troviamo il coraggio per andare avanti un po’ stordite dalle mille variabili dell’amore. Mi piace la capacità dell’autrice di creare subito una connessione diretta con noi lettori perché parla di sentimenti, dolori comuni a tutte noi. Naturalmente ciò vale anche per gli uomini ma noi donne abbiamo una sensibilità diversa. Noi soffriamo, loro si impauriscono. Noi lottiamo, loro scappano. Non sempre ma spesso è così.

Quando si soffre ci si mette al centro dell’universo, il dolore ascolta solo se stesso, esistiamo solo noi e le nostre lacrime. Fosca si sente stritolata dalla sofferenza, si isola e si rifugia tra le braccia della sua città. Si chiede: «Perché a me?»

Valeria si sente in colpa anche per essersi ammalata.
Gli esperti definiscono il senso di colpa come un’emozione che ci aiuta a mantenere buoni rapporti sociali, è un monito che ci spinge a fare determinate scelte. In questo mondo, invece, sentirsi in colpa è la prima regola per essere una vera donna.
Un altro aspetto del romanzo che mi è piaciuto molto è la coralità delle voci, ogni personaggio ha la possibilità di togliersi la maschera e mettersi a nudo. Con mia sorpresa mi sono imbattuta in una voce molto particolare. Tra un capitolo e l’altro si leva, infatti, la voce narrante di Genova che narra di sé e dei suoi abitanti. Passionale e austera ci regala un inedito autoritratto.
Ho visto la mia gente aver paura. L’ho vista inginocchiata a spalare fango per evitare di pensare. L’ho vista piangere senza che nessuno la vedesse, gridare a chi non voleva sentire, l’ho vista nuda sotto gli occhi di tutti come una vittima. L’ho vista rialzarsi con dignità e coraggio difficili da spiegare quando hai perso tutto, quando i pezzi della tua vita hanno galleggiato in un mare anomalo, codardo e pericoloso.
“Uomini che restano” dà voce anche ai personaggi maschili, sottolinea la povertà morale di alcuni e il coraggio di essere se stessi di altri. Indubbiamente ogni scelta si ripercuote su chi ci è vicino, inutile cercare la verità.
Non esiste una sola verità, ne esistono tante versioni. Dipende da cosa sappiamo, da quello che riusciamo a vedere e da quello che abbiamo voglia di ascoltare.
Di una cosa sono certa, amo il modo in cui la scrittrice descrive lo stato emotivo dei personaggi oppressi dagli eventi della vita. Nell’animo ferito c’è posto per il perdono? Essere se stessi è un atto doveroso anche se ciò significa affrontare un mare in tempesta. La vita non è facile. Sbagliare è facile, correggere gli errori è possibile, reagire e guardare avanti è doveroso.

sabato 17 marzo 2018

BLOGTOUR "La foresta assassina" di Sara Blaedel | I 5 motivi per leggere il romanzo.

Carissimi lettori, benvenuti alla quinta tappa del blogtour dedicato al nuovo romanzo di Sara Blaedel. Gli amanti dei thriller avranno già conosciuto la scrittrice danese autrice del thriller “Le bambine dimenticate” in cui compare la figura della detective Louise Rick. Questo è il primo capitolo di una nuova emozionante serie pluripremiata. Il secondo capitolo, ancora più coinvolgente del primo, ha un titolo che invita alla lettura facendo leva sulla curiosità del lettore. Si tratta de “La foresta assassina” edito Fazi.



La foresta assassina
Sara Blaedel

     Serie di Louise Rick      
#1 Le bambine dimenticate
#2 La foresta assassina

Editore: Fazi | Pagine: 301 | Prezzo: € 10,00
Sinossi
È una notte importante, per il quindicenne Sune. Cresciuto in una comunità neopagana scandinava, è finalmente giunto il momento del suo rito di iniziazione: insieme al padre uscirà di casa bambino, per farvi ritorno da uomo. È il suo rito. Un falò è stato acceso in mezzo alla foresta; le lingue di fuoco vibrano nell'oscurità e le ombre nere oscillano fra gli alberi; gli uomini sono tutti lì per lui, per accoglierlo nel loro cerchio.. E poi, ecco una donna. Una prova difficile... Quella notte Sune sparirà nel nulla. Le indagini sono affidate alla detective Louise Rick, che è tornata al dipartimento di polizia dopo una lunga assenza forzata. Hvalso, teatro della scomparsa del ragazzo, è il suo paesino d'origine, e per Louise questo caso si rivela un vero e proprio viaggio a ritroso nel tempo, che la costringerà a fare i conti con i misteri del suo passato: il suo fidanzato potrebbe non essersi suicidato, come credeva. Correndo gravi pericoli, riscoprirà poco alla volta una cittadina dove il manto invernale del Nord ha coperto ogni cosa ma dove, dietro paesaggi gelidi e immacolati, si nascondono terribili segreti e legami mortali.



5 motivi per leggere il romanzo

Ho letto il romanzo con curiosità e interesse. L’autrice non perde tempo e tesse la sua ragnatela narrativa fin dalle prime pagine, il lettore non ha scampo se vuole ricostruire il puzzle investigativo dovrà seguire Louise Rick senza mai perderla di vista, la vita di un giovane ragazzo è in pericolo.

Per stuzzicare la vostra curiosità vi elencherò ben cinque motivi 
a favore di questo thriller molto particolare.

1. La trama è da brivido per le sue tinte forti che sottolineano avvenimenti e crimini che si susseguono mettendo a rischio anche la vita dell’investigatrice. Ciò ha causato in me un’alta partecipazione emotiva, uno stato di suspence, di ansia. Tutto ha inizio con la scomparsa di Sune, un quindicenne cresciuto in una comunità neopagana scandinava. Per lui è giunto il momento del suo rito di iniziazione. Il padre lo conduce nella foresta dove, attorno a un falò, gli uomini del gruppo sono tutti lì per lui, per accoglierlo nel loro cerchio. Ma qualcosa non va per il verso giusto e Sune sparirà nel nulla.

2. L’ambientazione gioca un ruolo fondamentale nella storia. La foresta di Hvalso, la Quercia sacra, il cimitero delle orfanelle vi accoglieranno con le loro inquiete ombre e io mi sono spesso chiesta se questi luoghi fossero reali o inventati. In seguito ho scoperto che i luoghi esistono realmente anche se collocati geograficamente in modo diverso rispetto alla collocazione nella storia. Mi piace conoscere località lontane e ricche di fascino che ben si prestano a diventare il palcoscenico in cui si muovono i personaggi della nostra storia.

3. I personaggi sono molteplici protagonisti di storie diverse sempre impercettibilmente unite tra loro. La scrittrice è riuscita a coinvolgermi nelle peripezie  degli eventi che rappresentano la fase di mutamento dei personaggi che passano da una situazione all’altra attraverso processi di miglioramento (pochi) o di peggioramento (molti). L’evoluzione della vicenda segue l’evoluzione delle figure che si muovono al suo interno creando momenti di alta tensione intervallati da momenti più quieti. L’inserimento di una riflessione, di un dialogo, di una descrizione, spezzano l’azione e danno respiro alla narrazione preparando il lettore al prossimo colpo di scena. Interessante la caratterizzazione sociale dell’ambiente nel quale i personaggi vivono poiché il loro agire è condizionato dai codici di comportamento propri della piccola società di Hvalso. Terribili segreti e legami mortali rendono il ritratto di una cittadina solo apparentemente tranquilla.

4. Ho trovato interessante il lato mistico della storia. Dovete prepararvi a un tuffo fra antichi riti e maledizioni. Ricche di fascino le sequenze in cui l’autrice descrive ciò che avviene nei boschi di Hvalso. Gruppi di neopagani celebrano i loro riti per onorare le forze della natura e fare sacrifici agli dèi. La fede diventa una scusa per pratiche primitive e bestiali. Il giuramento di protezione reciproca, il rito di passaggio all’età adulta, le antiche leggende sono elementi che conferiscono originalità a una storia in cui compare il recupero della tradizione mitologica e del culto norreno. Troveremo riferimenti al saggio Odino, al possente Thor, al misterioso Loki. Anche le Rune faranno la loro comparsa insieme a un’antica magia rituale molto potente: il Nidatang, maledizione malvagia in grado di liberare forze distruttrici.

5. Ho letto il primo libro dell’autrice “Le bambine dimenticate” e devo dire che questa seconda prova di Sara Blaedel è la testimonianza della crescita della sua scrittura diventata più incisiva che non teme di mostrare personaggi forti eppur fragili e sensibili. C’è un latente, ma non troppo, desiderio d’amore nel romanzo. Amore declinato nelle sue molteplici voci. Anche la trama ha fatto un salto di qualità: intrecci ben delineati, colpi di scena che si accompagnano con la comparsa di nuovi personaggi. Ha tutto sotto controllo la scrittrice, tutti i fili verranno riannodati in un finale che conserva, per il lettore, ancora un evento dal fascino malevolo. Anche la distribuzione della storia su più piani temporali è gestita molto bene dall’autrice. Le voci dei fantasmi del passato troveranno ascolto e Louise Rick potrà guardare al futuro. Diventerà padrona del suo destino? A mescolare le carte per Louise Rick ci penserà Sara Blaedel. Sarà sicuramente un bel gioco a cui la nostra detective dovrà partecipare.



Vi invito a leggere il romanzo e a seguire il blogtour ad esso dedicato :) 
Ecco il calendario:


Buona lettura.

giovedì 15 marzo 2018

RECENSIONE | “La fortezza del castigo” di Brunoldi e Santoro [Review Party]

Se amate il thriller storico non potete perdervi, in libreria dal 15 marzo, il romanzo “La fortezza del castigo” scritto da Pierpaolo Brunoldi e Antonio Santoro, edito Newton Compton. Una storia complessa di destini che si intrecciano instaurando, con il lettore, un contatto emotivo molto forte. Intraprenderete un viaggio, nell’Italia del Medioevo, che vi condurrà nel lato più oscuro della Chiesa crudele e spietata. Mani grondanti sangue, cavalieri del Tau, frati sorretti da una fede che qualche volta vacilla, una fanciulla che tutti cercano e un medaglione dal cupo potere, sono gli ingredienti di questa avventurosa ricerca per ritrovare l’Alterus Christus, una potente reliquia.
STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
La fortezza del castigo
Pierpaolo Brunoldi e Antonio Santoro

Editore: Newton Compton
Pagine: 380
Prezzo: € 9,90
Sinossi
1266. Francia, convento di Mantes. L'inquisitore Marcus attende nell'ombra l'arrivo di un frate. È deciso a strappargli a ogni costo la verità su un libro segreto che minaccia di scuotere le fondamenta della Chiesa... 1214. Italia, Altopascio, dimora dei cavalieri del Tau. Il francescano Bonaventura da Iseo, maestro nelle arti alchemiche, apprende con sgomento la notizia della scomparsa del suo mentore Francesco d'Assisi e riceve, dalle mani grondanti sangue di un confratello, un misterioso manoscritto che dovrà custodire a prezzo della vita. Determinato a trovare e liberare Francesco, Bonaventura decide di mettersi in viaggio: tra bui conventi e infidi manieri, scoprirà che il maestro aveva con sé l'Alterus Christus, l'unica reliquia in grado di sconfiggere le forze del male e impedire l'avvento dell'Anticristo. La ricerca di Bonaventura lo condurrà fino alla rocca maledetta di Montségur, fortezza inespugnabile degli eretici catari...



Trova il fiore che porta l’aquila con la croce tra gli artigli.
1266. Francia, convento di Mantes. L’inquisitore Marcus è deciso a ritrovare un libro segreto capace di scuotere le fondamenta della Chiesa. Un frate potrebbe esser decisivo nel ritrovamento del testo.

1214. Italia, Altopascio, dimora dei cavalieri del Tau. Il francescano Bonaventura da Iseo, maestro nelle arti alchemiche, parte per un lungo e difficile viaggio per trovare e liberare il suo mentore, Francesco d’Assisi. Prima della partenza Bonaventura riceve un misterioso manoscritto che dovrà custodire a costo della vita. La ricerca non sarà per nulla facile e condurrà il frate fino alla rocca maledetta di Montségur, fortezza inespugnabile degli eretici. Tutti vogliono impossessarsi dell’Alterus Christus, l’unica reliquia in grado di sconfiggere le forze del male e impedire l’avvento dell’Anticristo.

In questa ricerca il francescano Bonaventura non sarà solo, con lui ci sono alcuni cavalieri del Tau tra cui Rolando che cela il suo viso dietro una maschera d’oro e Fleur, una ragazza accusata ingiustamente di essere una ladra e una strega. Insieme correranno innumerevoli pericoli, sfuggiranno alla lama di molti nemici, affronteranno intrighi e tradimenti. Non sono eroi ma uomini e donne con le loro fragilità, pronti per lottare in ciò che credono anche se il conto da pagare può rivelarsi molto alto.

“La Fortezza Del Castigo” è una storia di finzione letteraria all’interno di uno sfondo storico realistico del quale, gli autori, ricostruiscono fedelmente la situazione politico-sociale, i costumi, le condizioni di vita. La storia si mostra come un continuo sviluppo di eventi concatenati che affondano le radici in un passato non molto lontano. Mi è piaciuto il modo in cui le vicende personali si intrecciano con le grandi vicende della Storia. Leggeremo di Papa Innocenzo III e la Crociata contro i catari, toccheremo con mano la corruzione della Chiesa romana e le violenze perpetuate in nome della fede cristiana.

Nel libro personaggi storici si affiancano a personaggi di fantasia, tutti hanno un ruolo ben preciso rappresentando classi sociali ben diverse. Le loro vite sono influenzate dagli eventi storici del tempo e il loro comportamento rispecchia l’impeto dell’azione e la pacatezza della riflessione. I protagonisti, resto affascinata dal mistero che circonda Rolando il cavaliere dalla maschera d’oro, passano attraverso una serie di peripezie e nel loro viaggio incontrano qualche benefattore ma molti oppositori. Interessante l’indagine psicologica dei personaggi, Bonaventura trova nella fede il coraggio per andare avanti anche se rifugge da un passato con qualche ombra, a sostegno di una struttura narrativa complessa che affida alla Storia un ruolo difficile. Gli eventi narrati, al centro sempre la figura della Chiesa, evolvono lasciando dietro una scia di sangue e di violenza.
Il libero arbitrio che Dio ci ha donato è anche fonte delle nostre incertezze, dono e condanna.
Questa frase detta da Francesco d’Assisi ci pone davanti alle debolezze che affliggono l’uomo. Nel romanzo la figura di Francesco, è vista come una guida carismatica anche se, ancor oggi, la sua esistenza è avvolta da numerosi misteri.

La vicenda narrata rispecchia l’inquietudine di un’epoca in cui grandi sconvolgimenti hanno rivoluzionato non solo il tessuto sociale ma anche la Chiesa. Nascono, infatti, gli ordini mendicanti che non ripudiano la fede ma condannano gli uomini di chiesa assetati di potere che hanno dimenticato la Parola di Dio. Anche la reliquia, al centro della storia, si identifica con la sindone in cui fu avvolto il corpo di Gesù. Gli autori ricostruiscono con fantasia la scomparsa e il ritrovamento di tale reliquia.

“La Fortezza Del Castigo” è un bel romanzo da leggere con la curiosità con cui volgiamo lo sguardo ad epoche lontane ma non per questo prive di fascino. Lo stile fluido assicura una lettura veloce, le tante avventure tengono desta l’attenzione e svelano un mondo in cui la violenza impera sovrana. Tuttavia qualcosa è in procinto di cambiare. Non sarà facile ma il cammino, verso una Chiesa vera e fedele al vangelo di Dio, è iniziato.

Buona lettura a tutti.

lunedì 12 marzo 2018

RECENSIONE | "La forma del buio" di Mirko Zilahy

Dopo aver letto e apprezzato “È così che si uccide” (recensione), ho avuto il piacere di leggere il secondo romanzo di Mirko Zilahy. Con “La forma del buio”, edito Longanesi, ho ritrovato gli amati personaggi di Enrico Mancini e la sua squadra e ho conosciuto, provando una miriade di emozioni,“ il Cacciatore”. La storia è ambientata tra le ville e i parchi della città eterna, “luoghi antichi e moderni in cui dimorano i fantasmi del tempo… e le forme fiabesche dei mostri dei nostri incubi.”

STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 8
La forma del buio
Mirko Zilahy

   Trilogia del commissario Mancini   
#1 È così che si uccide [recensione]
# 2 La forma del buio 
# 3 Così crudele è la fine [recensione]

Editore: Longanesi
Pagine: 414
Prezzo: € 18,60
Sinossi
Roma è nelle mani di un killer capace di dare forma al buio. Le sue folli tenebre prendono vita nel rito dell'uccisione, le sue terribili visioni si trasformano in realtà tramite le sue vittime. Perché il mostro non si limita a uccidere: lui plasma, mette in posa, trasfigura ognuna delle sue prede in una creatura mitologica. Lasciando soltanto indizi senza un senso apparente, se non si è in grado di interpretarli. Di analizzare la scena del crimine. E tracciare un profilo. Ma il miglior profiler di Roma, il commissario Enrico Mancini, non è più l'uomo brillante e deciso di un tempo. E la squadra che lo ha sempre affiancato non sa come aiutarlo a riemergere dall'abisso. Mentre nuove opere di quello che la stampa ha già ribattezzato «lo Scultore» compaiono nell'oscura, incantata Casina delle Civette a Villa Torlonia, nel vecchio giardino zoologico e nell'intrico della rete fognaria romana, Mancini viene richiamato in servizio e messo di fronte a quella che si dimostrerà come la sfida più angosciante e letale della sua carriera. O addirittura della sua vita.

Giace per sempre, la strega marina. I capelli dappertutto. Il cacciatore ha faticato a domare l’orrida bestia. Quelle due sottili membrane non vibrano più. Non ammalieranno più nessuno. Si sente soddisfatto. Toglie la cera dalle orecchie. Si sente meglio, lui. Sta tornando in sé… Il suo compito è quasi finito. La Sirena non canta più.
Il Cacciatore è un killer spietato che trasforma le sue terribili visioni in realtà tramite le sue vittime. Oltre a uccidere, il mostro mette in posa le sue prede creando figure mitologiche. Il gruppo del Laoconte, la Sirena, Scilla, sono solo alcuni esempi di “trasformazione”. A risolvere il caso è chiamato il miglior profiler di Roma il commissario Enrico Mancini alle prese con una grave crisi personale. Dopo la morte di sua moglie Marisa, Enrico si è lasciato andare , ha smesso di credere in sé, ha paura di fallire e annega nei sensi di colpa. Indossa sempre i guanti della moglie per creare una barriera fra sé e il mondo. Ora, però, non può sottrarsi ai suoi doveri di commissario. Non ha scelta, dovrà rialzarsi o affondare con i suoi terribili incubi. “Lo Scultore” deve essere fermato. Mancini dovrà lottare contro il proprio inferno cercando di placare le fiamme che divorano l’anima del serial killer. È giunto, per il commissario, il tempo di togliersi i guanti e affrontare la vita. Non c’è tempo da perdere, nuove opere dello Scultore compaiono nell’oscura, incantata Casina delle Civette a Villa Torlonia, nel vecchio Giardino zoologico e nell’intrico della rete fognaria romana.

La sfida angosciante tra Mancini e il Cacciatore ha inizio.

“La forma del buio” è un thriller in cui tutti gli ingredienti della suspense psicologica vengono dosati con cura e in modo originale dando vita a una storia avvincente in cui il nero, si dice sia il colore degli incubi, prevale. Realtà e visioni si confondono e ipnotizzano il lettore fino all’ultima pagina. Non si può non lasciarsi coinvolgere dall’indagine che non è solo la ricerca di indizi per catturare il colpevole, ma è anche la possibilità di far luce sulla natura dell’essere umano. Tra i primi omicidi e il finale sorprendente c’è un mondo fatto di forti emozioni in cui la mitologia ha un ruolo predominante e i personaggi si muovono tra pericoli, crudeltà, paure e solitudine. Gli omicidi sono solo la punta di un gigantesco iceberg dell’orrore, tra il killer e i suoi antagonisti si svolge più un duello mentale ed emotivo che fisico. Alcuni capitoli mettono in luce il passato del killer e ci svelano la sua storia nascosta dietro i macabri attuali avvenimenti. Questo mi ha permesso di comprendere meglio le dinamiche che conducono agli omicidi. Anche gli altri protagonisti del thriller, pur svolgendo ruoli ben definiti, mostrano una continua evoluzione del loro essere svelando il filo che unisce il passato al presente. La mente diventa un luogo di conflitto in cui si erge una incrollabile convinzione: per dominare il caos e riportare la giustizia nel mondo bisogna eliminare i mostri. Come? Il male oscuro diventa un’arma potentissima, lo “Scultore” è anche lui una vittima. Notti spaventose e solitudine sono stati il suo calvario, un manuale di morte la sua unica compagnia. Ora lo Scultore, il cacciatore di mostri, terrorizza la città eterna. Il suo delirio visionario è l’unico modo per rapportarsi a un mondo che non conosce in cui la realtà è formata da immagini che nascono nella sua mente. La mitologia diventa il mezzo per narrare queste immagini simboliche, per raccontare la sua verità, per dare corpo alle sue paure che oltrepassano il limite della coscienza e assumono il carattere del mito, per dar forma al buio.

Lo sconvolgimento emotivo è assicurato, leggendo il romanzo tutto vi apparirà chiaro. I mostri che vivono negli incubi del killer rappresentano ciò che sfugge alla realtà attraverso molteplici trasformazioni. Sta a noi trasformare le paure generate dai mostri in qualcosa di positivo. A voi scoprire cosa vi riserva “La forma del buio” un thriller senza cali di tensione, dal ritmo serrato e dall’intreccio laborioso ma sicuro. Mi piace l’abilità narrativa da cui i personaggi prendono vita, mai statici ma in continua evoluzione. Mirko Zilahy è un abile narratore che, son convinta, ci stupirà ancora con i suoi prossimi lavori. Mancini e la sua squadra hanno un posto particolare nel mio cuore insieme ai due serial killer: Ombra, la parte oscura di sé, e al Cacciatore, simbolo della trasformazione. Chi sarà il prossimo?

“Conoscere le nostre paure è il miglior modo 
per occuparsi delle paure degli altri.”
Carl Gustav Jung

mercoledì 7 marzo 2018

RECENSIONE | "Il pittore fulminato" di César Aira

Grazie a Fazi Editore ho letto un breve ma suggestivo romanzo di uno scrittore che non conoscevo. Si tratta di César Aira con “Il pittore fulminato”nelle librerie dal primo marzo 2018. Il romanzo, traduzione di Raul Schenardi, è preceduto da un’eccellente introduzione di Roberto Bolano che mi ha permesso di conoscere un po’ lo scrittore e le sue opere. Aira è nato a Coronel Pringles, Buenos Aires, nel 1949. Annoverato tra i più influenti autori latinoamericani, ha all’attivo più di sessanta pubblicazioni. Aira, scrive Bolano, è un eccentrico ma è anche uno dei tre o quattro migliori scrittori in lingua spagnola di oggi.

STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 8
Il pittore fulminato
César Aira (traduzione di R. Schenardi)

Editore: Fazi
Pagine: 93
Prezzo: € 16,00
Sinossi
Johann Moritz Rugendas, noto pittore tedesco dell'Ottocento, compie un viaggio tra la regione andina e l'Argentina insieme a un altro pittore più giovane, il fidato amico Krause. I due paesaggisti cercano il volto nascosto della loro arte e sono catturati dall'ignota immensità, che palpita di mistero; si immergono nella ricchezza della natura, nella sua specificità, nella vivida diversità rispetto ai climi e agli ambienti del Vecchio Mondo. Sono entrambi alla mercé di un mondo tanto fiorente quanto violento: da un lato ci sono gli indios, con la loro ferocia primitiva e le loro scorribande imprevedibili, veri e propri tifoni umani che i due europei sognano di immortalare; dall'altro c'è un tempo atmosferico mutevole e spietato. Sarà proprio quest'ultimo, con uno scherzo crudele, a cambiare le sorti del viaggio e della vita stessa del protagonista: un giorno, Rugendas viene colpito da un fulmine insieme al suo cavallo...

In Occidente si sono avuti pochi pittori viaggiatori davvero bravi. Il migliore di cui abbiamo notizia e una corposa documentazione fu il grande Rugendas, che si recò due volte in Argentina; la seconda nel 1847, gli offrì l’opportunità di catalogare i paesaggi e i tipi umani del Rio de la Plata e servì a smentire il suo amico e ammiratore Humboldt secondo il quale il talento del pittore doveva esercitarsi soltanto sull’esuberanza orografica e botanica del Nuovo Mondo.
In questo breve ma intenso romanzo viene narrato un momento importante della vita di Johann Moritz Rugendas, noto pittore tedesco dell’Ottocento. I fatti narrati riguardano un viaggio compiuto da Rugendas  tra la regione andina e l’Argentina. Con lui c’è un altro pittore, il fidato amico Krause. I due paesaggisti ritraggono la ricchezza della natura con le sue diversità, immergendosi in un ambiente completamente diverso dal Vecchio Mondo. Il viaggio svela aspetti ignoti di questi luoghi tanto fiorenti quanto selvaggi. Da un lato ci sono gli Indios, veri e propri tifoni umani con le loro scorribande imprevedibili, dall’altro c’è un tempo atmosferico mutevole e spietato. Un giorno Rugendas viene colpito da un fulmine insieme al suo cavallo.

Ho letto questo libro con molto interesse e curiosità. Mi sono sentita partecipe di questo viaggio scandito da eventi che non pongono limiti invalicabili. Un viaggio suggestivo attraverso la bellezza, l’arte e il lato grottesco della natura. Affascinante e terribile la scena in cui il pittore è colpito, per ben due volte, da un fulmine.
Il temporale si manifestò all’improvviso con un grandioso lampo che riempì il cielo intero, tracciando un ferro di cavallo zigzagante. Scese così in basso che il viso sollevato del pittore, irrigidito in un’espressione di stupore idiota, si illuminò tutto di bianco. Credette di avvertirne il sinistro calore sulla pelle, e le pupille gli si contrassero fin quasi a scomparire. Il crollo impassibile del tuono lo avviluppò in milioni di onde. Il cavallo cominciò a girare su se stesso. Non aveva ancora smesso quando un fulmine lo colpì in testa. Come una statua di nichel, l’uomo e l’animale si accesero di elettricità.
Con uno stile elegante, energico e preciso, Aira narra il viaggio di Rugendas svelando non solo il lato conoscitivo dei luoghi e dei suoi abitanti, ma anche la riflessione che porta a una conoscenza interiore. Le vicende narrate dallo scrittore appaiono come frammenti di un insieme sezionato con umorismo. Il lettore si sentirà partecipe di questo viaggio attraverso montagne e pianure del Nuovo Mondo. Il desiderio, oserei dire “ossessione”, del pittore è quello di ritrarre il Malòn, un attacco di indigeni.

Sicuramente non sarà un fulmine a fermare Rugendas anche se il suo corpo ha riportato notevoli danni. Lacerazioni al viso, nervi facciali devastati che causano movimenti incontrollati del viso e forti dolori alleviati solo dalla morfina. Il pittore continuerà a riprodurre la realtà attraverso la sua percezione deformata da un rimescolamento tra sogno e verità. Il mondo quotidiano si colora di allucinazioni e la verità si ingigantisce nella sua immaginazione. Per affrontare il mondo esterno, Rugendas indossa una mantiglia di pizzo nero, un velo per coprire il viso ma che gli permette di filtrare i raggi solari. Nella parte finale del romanzo il pittore riuscirà nel suo intento di riprodurre su tela il Màlon disegnando ogni dettaglio e ritraendo gli indios selvaggi. Anche lui però è deforme nel corpo e nei gesti incontrollati. Due realtà a confronto, due diversità che cambiano il tradizionale pensare: il selvaggio indios e il civilizzato bianco. Su tutti prevale l’arte, immortale e sublime.

lunedì 5 marzo 2018

RECENSIONE | "L'uomo di gesso" di C.J. Tudor

Dal 30 gennaio 2018 è in libreria il thriller “L’Uomo Di Gesso” di C.J. Tudor (Rizzoli). Un mix ben calibrato di suspense, colpi di scena e zone d’ombra che, tassello dopo tassello, conducono il lettore in una spirale progressiva dove non ci sono certezze.
STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 8
L'uomo di gesso
C.J. Tudor (traduzione di S. Ristori)

Editore: Rizzoli
Pagine: 347
Prezzo: € 20,00
Sinossi
Sono trascorsi trent'anni. Ed Munster adesso è un uomo, è rimasto a vivere nella stessa cittadina e insegna nella scuola locale. Abita nella bella casa che gli ha lasciato la madre e affitta una stanza a una studentessa vivace da cui è attratto, suo malgrado. Ed sembra essersi lasciato il passato alle spalle, quell'estate del 1986 in cui era un ragazzino e trascorreva giorni interi con i suoi amici. Tra infinite corse in bicicletta, spedizioni nei boschi che circondano la pittoresca e decadente Anderbury e i pomeriggi a scuola, il loro era un tempo sereno: erano una banda, amici per la pelle. E avevano un codice segreto: piccole figure tracciate col gesso colorato, per poter comunicare con messaggi comprensibili solo a loro. Poi, un giorno, quei segni li avevano condotti fino al bosco. Fino al corpo smembrato di una ragazza. Chi sia stato l'artefice di un simile delitto, in questi trent'anni, non si è mai saputo. Sono state percorse innumerevoli piste, tutte finite in vicoli ciechi, tutte rimaste fredde. La verità di cosa sia successo quel giorno nel bosco non è mai emersa. Ma adesso Ed ha ricevuto una lettera: un unico foglio, un uomo stilizzato, disegnato col gesso. Anche gli altri hanno ricevuto lo stesso messaggio. L'uomo di gesso è tornato. 



La testa della ragazza giaceva su un piccolo cumulo di foglie arancioni e marroni. Gli occhi a mandorla fissavano la volta frondosa del sicomoro, del faggio e della quercia, ma non vedevano le incerte dita del sole che si facevano largo tra i rami e tingevano d’oro il terreno del sottobosco. Le palpebre non sbattevano mentre lucenti scarafaggi neri scorrazzavano sulle pupille. Occhi che non vedevano più nulla, solo oscurità.
Con questo prologo agghiacciante,Tudor ci apre le porte del suo romanzo presentandoci la Ragazza del Valzer. Un corpo straziato su cui qualcuno ha infierito mostrando tutta la sua crudeltà. Ma dove si nasconde il Male? Ovunque e in chiunque, oserei dire! Tuttavia in un gioco di specchi non sarà facile scoprire la verità, solo il finale renderà giustizia a eventi violenti che, da un passato sopito, reclamano attenzione.

Sono trascorsi trent’anni da quell’estate del 1986 in cui Ed Munster era un ragazzino e trascorreva le sue giornate con i fidati amici. Tra corse in bicicletta, spedizioni nei boschi e pomeriggi a scuola, nella cittadina di Anderbury, Ed e la sua banda vivevano serenamente. Avevano anche un codice segreto: piccole figure disegnate col gesso colorato, un colore per ogni ragazzo, per comunicare con messaggi comprensibili solo a loro. Poi,un giorno, quei segni li avevano condotti fino al bosco dove avevano trovato il corpo smembrato di una ragazza. Il colpevole non era mai stata arrestato. Oggi, 2016, Ed è un uomo. Vive ancora nella medesima cittadina, insegna nella scuola locale e abita nella stessa casa in cui è nato. La sua quotidianità viene stravolta dall’arrivo di una lettera: un unico foglio, un uomo stilizzato, disegnato col gesso. Anche gli altri amici hanno ricevuto lo stesso messaggio. L’uomo di gesso è tornato e il gioco ricomincia.

“L’uomo di gesso” è un romanzo che ha subito catturato la mia attenzione. La cover è semplicemente inquietante e promette una storia ricca di forti emozioni. Il prologo, poi, mi ha dato una bella scossa, ha messo in allerta i miei sensi e ha risvegliato la mia curiosità. Chi è la Ragazza Del Valzer? Chi l’ha uccisa? Perché la sua testa non è stata mai ritrovata?

Eddie Munster, Gav la Palla, Mickey Metallo, Hoppo e Nicky. Una banda di amici, un gruppo di ragazzini, un presente su cui si allungano le ombre del male.

Nella scacchiera degli eventi ci sono molte mosse imprevedibili a iniziare dalla comparsa di un omino stilizzato con un cappio al collo. Capitolo dopo capitolo, il 1986 e il 2016 si cedono il passo con perfetto sincronismo, ho fatto la conoscenza con strani personaggi, inquietanti disegni, incidenti non proprio chiari e un omicidio sanguinario. Le vicende del passato rivivono nel presente illuminate da una luce diversa, quasi abbellite dal tempo.
Ma anche la Storia con al s maiuscola in fondo è solo una storia, narrata da coloro che sono riusciti a sopravvivere.
Leggere questo thriller è stato un vero piacere. La scrittrice ha creato personaggi ben definiti dai loro caratteri, dai loro sentimenti e idee. Nella storia, dalla trama complessa ma ben scritta, amicizia, amore, paura, coraggio, rassegnazione, speranza e rabbia si intrecciano. Un romanzo pieno di sfumature e con false piste seminate lungo una narrazione mai noiosa. Nel labirinto del male ci si può perdere.
Bisogna iniziare dal principio, certo. Il problema è che non siamo mai riusciti a metterci d’accordo su quale fosse, questo principio. Quando abbiamo iniziato a disegnare gli ometti di gesso, o quando cominciarono a comparire da soli? È stato il terribile incidente, forse? O quando trovarono il primo corpo?
Per trovare una risposta a queste domande dovrete affrontare un percorso tortuoso con atmosfere mozzafiato. Fate attenzione alla natura della verità e alla consistenza dei sogni. Tra realtà e sogni horror c’è un ponte da percorrere che vi condurrà in un Luna- Park, poi sarà la volta di un folto bosco e dovrete chinare il capo prima di entrare in chiesa. Se tutto ciò non vi basta ecco comparire una clinica molto particolare in cui consiglio di soffermarsi il meno possibile.

Il Male ha mille volti e assume la consistenza dei tanti “avrei dovuto”, “avrei potuto”, “se solo”, che accompagnano l’intera esistenza di Ed. Così scopriremo una verità dai due volti, sacre convinzioni che perdono forza quando in ballo c’è il tuo futuro. I rimpianti non danno tregua, ti scavano dentro e ti logorano l’anima. Quando si decide cosa fare, come comportarsi in determinate occasioni, si pensa sempre di essere nel giusto. Se il tempo ci darà torto dovremo sopportarne le conseguenze. Il passato sbiadisce come una vecchia foto ma rimane in noi a testimonianza delle nostre azioni che hanno sempre delle conseguenze. Anche fare supposizioni può impedirci di vedere la gente per quella che è realmente. Se volete cimentarvi con tutto ciò, “L’uomo di gesso” è il thriller che fa per voi. Naturalmente prestate attenzione agli omini stilizzati, il gioco dell’impiccato potrebbe non essere un gioco. Gli omini di gesso potrebbero rivelare la loro vera natura.
Non dare mai nulla per scontato. Dubita di tutto. E guarda sempre cosa c’è dietro quello che ti sembra ovvio.