lunedì 16 luglio 2018

RECENSIONE | “Un’estate in montagna” di Elizabeth Von Arnim

Cari lettori, tra le innumerevoli novità editoriali vorrei segnalarvi l’uscita di un romanzo che mi ha già conquistata per il titolo e per il nome dell’autrice, una sicurezza di letture piacevoli e riflessive. Si tratta di “Un’estate in montagna” di Elizabeth Von Arnim, collana “Le strade”, Fazi Editore.

La scrittrice Elizabeth Von Arnim, pseudonimo di Mary Annette Beauchamp, nacque a Kiribili Point, in Australia, da una famiglia della borghesia coloniale inglese. Visse a Londra, Berlino, in Polonia e infine negli Stati Uniti. Si sposò due volte – entrambi matrimoni infelici – ed ebbe cinque figli. Fra un matrimonio e l’altro fu l’amante di H.G. Wells. È stata una scrittrice molto prolifica e di grande successo. Fazi Editore ha pubblicato “Un incantevole aprile” (2017), “Il giardino di Elizabeth” (2017, recensione) e “La fattoria dei gelsomini” (2018, recensione).

“Un’estate in montagna” è la storia di Elizabeth, della sua perduta felicità e della cocente infelicità che l’hanno portata sui suoi monti come ultima speranza.

STILE: 7 | STORIA: 7 | COVER: 7
Un'estate in montagna
Elizabeth Von Arnim (traduzione di S. Terziani)

Editore: Fazi
Pagine: 189
Prezzo: € 15,00
Sinossi
Luglio 1919. Dopo una lunga camminata, Elizabeth giunge al suo chalet in montagna e, ancora prima di entrare, si accascia sull'erba fuori dalla porta. È stanca, sfinita, devastata dagli orrori della guerra. Come un animale ferito, cerca sollievo nella solitudine e nella bellezza del luogo: le estati, fra le montagne svizzere, sono calde e fresche insieme, le notti immense e quiete, i pendii profumano di miele. Fino a pochi anni prima, però, la casa, ora così silenziosa, era piena di amici. Ma il giorno del suo compleanno, Elizabeth riceve un regalo inatteso: due donne inglesi giungono per caso allo chalet in cerca di un posto dove riprendere fiato dalla passeggiata e dal sole. La padrona di casa le accoglie, prima per un pranzo, poi per un tè, poi per qualche settimana. E una scintilla di speranza si riaccende. All'allegro terzetto, infine, si aggiunge anche zio Rudolph, un pastore anglicano sessantenne che immancabilmente si innamora della più giovane delle due ospiti, quella con il segreto più vergognoso e il passato più scandaloso...







Luglio 1919. Elizabeth, devastata dagli orrori della guerra, decide di trascorrere l’estate nel suo chalet in montagna cercando sollievo nella solitudine e nella bellezza del luogo. La casa, un tempo piena di amici, ora è silenziosa e quieta. Ma il giorno del suo compleanno, Elizabeth riceve una visita inattesa: due donne inglesi giungono per caso allo chalet in cerca di un posto dove riposare dopo una lunga passeggiata.
Ah, che sollievo e conforto è stato vederle! Due esseri umani chiaramente rispettabili, persone in carne e ossa, non ladri, non fantasmi, e neppure appartenenti al sesso che siamo soliti associare al saccheggio; soltanto due donne oneste, vive e vegete, complete in ogni loro dettaglio, persino dotate di ombrello.
La padrona di casa le accoglie con entusiasmo e le due visitatrici rimarranno allo chalet per qualche settimana. A loro si unirà zio Rudolph, un pastore anglicano sessantenne, che si innamora della più giovane delle due donne. La ragazza, però, custodisce nel suo scandaloso passato un vergognoso segreto.

Dopo aver letto altri libri della Von Arnim, posso dire di apprezzare i suoi racconti lineari senza mirabolanti intrecci e con pochi personaggi sempre ben delineati. La scrittura, elegante con una vena di spietata ironia,  e il ritmo veloce mi permettono di godere appieno di una lettura sempre varia ma con elementi in comune. Nei romanzi della scrittrice sono sempre presenti il suo grande amore per la natura, la descrizione delle piccole felicità quotidiane, il tema della fuga, l’importanza dei rapporti sociali, il desiderio di emancipazione e di indipendenza femminile.

“Un’estate in montagna” è un libro scritto in forma di diario, è una dichiarazione d’amore alla montagna e ai suoi splendidi paesaggi, è un indicatore del potere terapeutico che la Natura, con le sue bellezze, esercita sull’animo sofferente.

Elizabeth è sola, la guerra le ha mostrato la malvagità umana lasciandola infelice e senza un briciolo d’energia. In montagna vuole ritrovare se stessa e la voglia di vivere, vuole ritornare a credere in Dio, la Natura diventa la sua terapia. Tutto è particolarmente difficile.
L’unica cosa da fare con le proprie sofferenze passate è avvolgerle ben bene nel loro sudario, seppellirle e poi voltare le spalle alla tomba per guardare il futuro.
Pian piano la speranza torna a far capolino nel cuore della padrona di casa grazie al provvidenziale arrivo delle gentili ospiti.
Sì, ho una gran paura della solitudine, mi dà i brividi e mi scuote nel profondo. Non parlo della banale solitudine fisica, ma piuttosto della tremenda solitudine dello spirito che rappresenta la tragedia suprema di ogni vita umana. Se ci arrivi veramente, a quella solitudine priva di speranza e di vie di fuga, allora muori; non ce la fai a sopportarla, e muori.
Quanta tristezza e desolazione in queste parole! I sentimenti della protagonista mi hanno coinvolta e ho provato ad immaginare cosa si possa provare ad assistere alla distruzione fisica e spirituale del proprio mondo.
È vero, il peggior dolore è ricordare la felicità di un tempo nel presente infelice.
In questo romanzo il carattere femminile  si mostra in numerose sfumature. Ogni dialogo, ogni situazione, ogni confidenza ci parlano di quanto sia complesso e difficile il ruolo della donna nella società. Il tutto è raccontato in forma di diario che, più che un rifugio privato, è un testimone degli eventi. È  sorprendente la semplicità con cui l’autrice passa da un momento drammatico a una visione leggera della vita. Tra una tazza di tè e un pasticcino si intrecciano i destini di tre donne che l’arrivo di un uomo riporterà ognuna nel suo ruolo sociale ben definito. Almeno fino al prossimo romanzo! Ho appena finito “Un’estate in montagna” ed Elizabeth già mi manca!

giovedì 12 luglio 2018

RECENSIONE | "L'uomo sbagliato" di Salvo Toscano [Review Party]

Cari lettori, se le vostre vacanze vi concedono un po’ di tempo libero da dedicare ai tanto amati libri, vorrei proporvi un giallo in grado di regalarvi qualche ora di sano relax "libroso".

Con “L’uomo sbagliato. Le indagini dei fratelli Corsaro.”, lo scrittore e giornalista Salvo Toscano torna oggi in libreria per Newton Compton Editori.

STILE: 7 | STORIA: 8 | COVER: 6
L'uomo sbagliato
Salvo Toscano

Editore: Newton Compton
Pagine: 286
Prezzo: € 9,90
Sinossi
Palermo. Cosimo Pandolfo è in galera da anni per l'omicidio di Giovanni Cannizzaro. Alla base del delitto, una banale questione di vicinato. Però Pandolfo, uomo violento e dedito all'alcol, si è sempre dichiarato innocente. Solo il figlio Filippo gli crede. E quando una testimone in punto di morte gli racconta una verità rimasta nascosta, che potrebbe scagionare il padre, il ragazzo si rivolge ai fratelli Roberto e Fabrizio Corsaro, noti per la loro abilità nel risolvere i casi più difficili. Avvocato il primo, giornalista il secondo, indagheranno seguendo piste diverse e arriveranno a scoperchiare un calderone di segreti, inganni e brutali violenze, che porta fino all'Iraq e agli orrori della guerra. La vittima, infatti, ha trascorsi da mercenario, sui quali aleggia l'inquietante spettro di un'organizzazione internazionale che dalla Sicilia muove i suoi fili nelle zone di guerra. Roberto e Fabrizio sfideranno un avversario pericoloso e senza scrupoli. Mettendo a rischio la loro stessa vita.

I semi del male germogliano rapidi, mettono radici robuste e profonde con cui infestano e avvelenano tutto ciò che incontrano sulla loro strada, generando altro male e altra ingiustizia. Le cattive scelte degli uomini possono provocare valanghe di dolore.
Palermo. Cosimo Pandolfo è in galera da anni, accusato dell’omicidio di Giovanni Cannizzaro, per futili questioni di vicinato. L’uomo, seppur violento e dedico all’alcol, si è sempre dichiarato innocente. Gli crede solo il figlio Filippo.
Ci sono uomini sbagliati in giro per il mondo. Cosimo Pandolfo era stato uno di questi. Uno di quelli che ti insinuano il sospetto che l’umanità non sia altro che un esperimento andato male.
Quando nuovi elementi sembrano deporre a favore dell’innocenza di suo padre, Filippo si rivolge ai fratelli Corsaro, noti per la loro abilità nel risolvere i casi più difficili. Fabrizio Corsaro, giornalista di cronaca nera, e Roberto Corsaro, avvocato penalista, indagheranno seguendo piste diverse e giungeranno a scoperchiare un calderone di segreti, inganni e brutali violenze che portano fino all’Iraq, ai contractors e agli orrori della guerra. I fratelli Corsaro non si fermeranno davanti a niente, sfideranno un avversario pericoloso mettendo a rischio la loro stessa vita e le persone che amano.

Autore della saga dei fratelli Corsaro, Salvo Toscano è considerato uno degli autori emergenti della “scuola palermitana” del noir. È giornalista e autore dei romanzi “Ultimo appello”, “L’enigma Barabba” e “Sangue del mio sangue”. È stato semifinalista al Premio Scerbanenco e finalista al Premio Zocca Giovani. Con la Newton Compton ha pubblicato “Insoliti sospetti”, “Falsa testimonianza” e “Una famiglia diabolica” (recensione).

“L’uomo sbagliato” è un giallo avvincente caratterizzato da una scrittura essenziale e senza orpelli che consente una lettura senza fatica lasciando al lettore la calma emozione per apprezzare un giallo intrigante.

Lo scrittore sceglie ancora Palermo, splendida città siciliana dal fascino indiscusso, per ambientare le nuove indagini dei fratelli Corsaro. Le loro voci si alternano nella narrazione offrendo due punti di vista diversi della stessa storia. Fabrizio e Roberto Corsaro sono l’uno l’opposto dell’altro ma entrambi sempre pronti ad ascoltare le voci dei deboli.

Fabrizio è istintivo, confusionario e casanova moderno. Roberto è un avvocato riflessivo e preciso, irreprensibile padre e marito. Si completano a vicenda e insieme sono una forza investigativa molto valida.

Il giallo, a firma Salvo Toscano, si compone di tre parti che hanno in comune il tentativo di porre rimedio a un’odiosa ingiustizia. 330 anni fa, Jean de La Bruyèr scrisse :
Un colpevole punito è un esempio per la canaglia. Un innocente condannato è cosa che riguarda tutti gli uomini onesti.
Condivido la necessità di porre rimedio a un errore giudiziario senza alcun pregiudizio. Tra le righe troverete spunti di riflessione che arricchiscono il giallo senza intralciare il tipico costrutto di crimine, indagine e soluzione del caso. Ho trovato interessante il soggetto delle compagnie militari private coinvolte nella storia che richiamerà la vostra attenzione sui traffici internazionali di guerra, sulle prostitute bambine e sulla guerra in Iraq. Tra realtà e finzione, con la presenza di un umorismo fine e ben dosato che alleggerisce il coinvolgimento emotivo di protagonisti e lettori, lo scrittore scrive grandi verità. Tutti noi siamo cattivi a modo nostro e abbiamo seminato, anche se in diversa misura, dolore con le nostre scelte.

“L’uomo sbagliato” è un buon romanzo nato da un mix, sapientemente dosato, di elementi narrativi che danno vita a un intreccio mai banale e con uno sviluppo che cattura l’attenzione del lettore. La trama è il vero giallo condito da un umorismo mai eccessivo che vede i due protagonisti, i fratelli Corsaro, che ci mostrano, senza filtri, la loro vita pubblica e privata. Non sono due eroi ma hanno fragilità che li rendono simpatici e io ho un debole per gli anti-eroi.


martedì 10 luglio 2018

RECENSIONE | "Caterina" di Vincenzo Zonno

Carissimi lettori, ieri ho concluso la lettura di un romanzo che mi ha coinvolta in un turbine di emozioni scaturite da una scrittura incisiva e poetica che da voce al dolore nato dal male.
Il mondo è un posto pericoloso, non a causa di quelli che compiono azioni malvagie, ma a causa di coloro che stanno a guardare senza fare niente. (Albert Einstein)
Il libro, oggetto della mia recensione, è “Caterina” di Vincenzo Zonno per la collana Ombre di Watson edizioni.
STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 8
Caterina
Vincenzo Zonno

Editore: Watson
Pagine: 152
Prezzo: € 14,00
Sinossi
Cat è un'adolescente che, dopo aver perso prematuramente la madre, vive e lavora nel piccolo circo itinerante gestito dal patrigno. Sogna di diventare una funambola, ma la realtà è dura e avara di soddisfazioni. L'uomo che dirige la compagnia e che dovrebbe farle da padre è severo e autoritario, così come il resto degli artisti che provano invidia o indifferenza. Quando il circo si stabilisce in una foresta isolata dal più vicino centro urbano iniziano ad accadere eventi misteriosi. La natura che li circonda sembra nascondere segreti al limite dell'illusione, in un continuo vortice onirico, sempre a metà tra il sogno spettrale e la realtà, tra l'allucinazione e la macabra certezza di essere osservati. Qualcosa di oscuro si muove tra le ombre del tempo.


Attraverso un minuscolo vetro non più giovanissimo e corrotto in tutta la propria circonferenza, l’anima selvaggia della natura entrò giusto un paio di minuti e osservò questo esile e nuovo mondo. E si stupì di ciò che vide.
Con queste parole ricche di promesse inquietanti, lo scrittore ci accoglie in un mondo affascinante e profondamente pervaso da un freddo sentimento di morte. Tra sogno e realtà il romanzo presenta varie chiavi di lettura ma sicuramente seduce il lettore con un abbraccio dall’intensa  emozione affettiva.

Cat era una ragazzina orfana di madre. Viveva e lavorava nel piccolo circo itinerante gestito dal patrigno “Boris il Bulgaro”, un uomo arrogante e violento. Per lei mai una parola gentile, tutti la consideravano pura manovalanza. Eppure Cat sognava un numero da funambola sulla corda elastica. Sognava un rapporto diverso con gli artisti del circo che provavano, per lei, solo invidia o indifferenza. Conosceremo gli acrobati Boris e Ivan, Tania e i suoi barboncini ammaestrati, Tony lanciatore di coltelli e il Bulgaro con i suoi burattini. Saremo spettatori del circo e della sua magia fatta di luci e ombre, sorrisi e tristezza, gioia e dolore.

Quando il circo si stabilisce in una foresta isolata, iniziano ad accadere eventi misteriosi. La natura che li circonda sembra nascondere segreti al limite dell’illusione che innescano un vortice onirico sospeso tra il sogno spettrale e la realtà. Dal passato giungono voci straziate dal dolore e il circo non regalerà più sogni ma “qualcosa” trasformerà l’incanto in un terribile incubo.

Cat è un’adolescente dal passato avvolto nel mistero, custodisce nella sua mente violenze mai narrate camminando in equilibrio sul filo della follia. Nel romanzo il mondo si capovolge, i carnefici diventano prede e la vendetta si maschera da giustizia. In una luccicante metafora ho interpretato il romanzo come una resa dei conti sul territorio della follia. Riflettete un attimo e pensate quante volte, noi tutti, ci siamo comportati da burattini mossi da fila invisibili che plasmano le nostre azioni e sfregiano la nostra anima. Capita di volger lo sguardo altrove davanti all’ingiustizia. Non vedere, non sentire e non parlare! La realtà allora si capovolge e Vincenzo Zonno (se non lo avete già fatto leggete “Non è un vento amico”, romanzo storico prima opera dell’autore) non fa sconti a nessuno e ci presenta le conseguenze delle nostre azioni creando un romanzo dove il confine tra sogno e realtà si confonde fino a naufragare nell’orrore. Tra le pagine del libro respirerete la paura, in un crescendo di tensione emotiva, con forme che appaiono dal nulla e nel nulla svaniscono. In un mondo ostile Cat ha subito particolari attenzioni che le hanno lacerato l’anima. Le molestie di ieri diventano i moventi di oggi!
Quando è il buio a comandare, chiunque può essere il mostro, chiunque la vittima.
Prestate molta attenzione alla cover del libro realizzata da Vincenzo Pratticò. Il potere evocativo di questa immagine mi ha coinvolta subito pensando a viaggi onirici e riflettendo sulla figura del cigno nero.
La mia anima è un battello incantato che come ogni cigno addormentato fluttua sulle onde d’argento del tuo canto. (Percy Bysshe Shelly)
Così come il cigno nero è una nascita rara anche la natura può sfuggire ai modelli che tutti conosciamo. L’uomo ama il tangibile, ciò che può toccare e vedere. Teme, invece, ogni cosa che sfugge al suo controllo. Per me Cat è un cigno nero tra tanti cigni bianchi. Vedete la nostra conoscenza è fragile perché la realtà non è il bianco assoluto, dobbiamo accettare l’eccezione del cigno nero. Cat è un’eccezione! Rappresenta l’incertezza del ruolo, ciò che non si conosce ha sicuramente più fascino di ciò che si sa. Cat è fascino! 

Il finale di questo intenso thriller psicologico è davvero enigmatico. Cat intraprenderà un lungo viaggio verso un’isola misteriosa. La ragazzina appare prigioniera della sua follia ma i confini, si sa, non limitano ma liberano l’anima. Ora lasciate che il cigno nero si rifletta nei vostri occhi. Lasciate che il flusso di profonde emozioni conquisti la vostra razionalità e accomodatevi, al circo della vita lo spettacolo sta per iniziare.

giovedì 5 luglio 2018

RECENSIONE | "La famiglia Aubrey" di Rebecca West

Oggi, 5 luglio 2018, troverete nelle librerie il primo romanzo di una serie profondamente autobiografica a firma Rebecca West. Si tratta di un libro corposo che vi sorprenderà per i suoi personaggi indimenticabili: “La famiglia Aubrey”, traduzione di Francesca Frigerio, Fazi Editore.

Se avete voglia di venire con me, entreremo nelle stanze di casa Aubrey per vivere la loro strana allegria mentre, in circa un decennio, si tratteggiano già i loro destini. Conosceremo  una famiglia di artisti dove niente è semplicemente quello che sembra. In questo romanzo Rebecca West restituisce una visione romanzata della sua infanzia, tra musica, politica e preoccupazioni finanziarie volgendo lo sguardo anche alle tensioni sociali e alle inquietudini di un’Europa alle soglie del Novecento.
STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 8
La famiglia Aubrey
Rebecca West (traduzione di F. Frigerio)

     Trilogia degli Aubrey    
#1 La famiglia Aubrey


Editore: Fazi
Pagine: 570
Prezzo: € 18,00
Sinossi
Gli Aubrey sono una famiglia fuori dal comune, nella Londra di fine Ottocento. Nelle stanze della loro casa coloniale, fra un dialogo impegnato e una discussione accanita su un pentagramma, in sottofondo riecheggiano continuamente le note di un pianoforte; prima dell’ora del tè accanto al fuoco si fanno le scale e gli arpeggi, e a tavola non si legge, a meno che non sia un pezzo di papà appena pubblicato. Le preoccupazioni finanziarie sono all’ordine del giorno e a scuola i bambini sono sempre i più trasandati; d’altronde, anche la madre Clare, talentuosa pianista, non è mai ordinata e ben vestita come le altre mamme, e il padre Piers, quando non sta scrivendo in maniera febbrile nel suo studio, è impegnato a giocarsi il mobilio all’insaputa di tutti. Eppure, in quelle stanze aleggia un grande spirito, una strana allegria, l’umorismo costante di una famiglia unita, di persone capaci di trasformare il lavaggio dei capelli in un rito festoso e di trascorrere «un Natale particolarmente splendido, anche se noi eravamo particolarmente poveri». È una casa quasi tutta di donne, quella degli Aubrey: la figlia maggiore, Cordelia, tragicamente priva di talento quanto colma di velleità, le due gemelle Mary e Rose, due piccoli prodigi del piano, dotate di uno sguardo sagace più maturo della loro età, e il più giovane, Richard Quin, unico maschio coccolatissimo, che ancora non si sa «quale strumento sarà». E poi c’è l’amatissima cugina Rosamund, che in casa Aubrey trova rifugio. Tra musica, politica, sogni realizzati e sogni infranti, in questo primo volume della trilogia degli Aubrey, nell’arco di un decennio ognuno dei figli inizierà a intraprendere la propria strada, e così faranno, a modo loro, anche i genitori. 



Dire che un essere umano assomigli a un cavallo non è considerato un complimento; ma qualche volta negli occhi di un cavallo di razza risplende una stella, che racconta della sua capacità di correre veloce, del suo spirito indomabile, e quella stessa luce era negli occhi di mio padre.
Gli Aubrey sono una famiglia fuori dal comune, nella Londra di fine Ottocento. Vivono nella casa in cui è cresciuto il capofamiglia Piers Aubrey e le giornate trascorrono fra un dialogo impegnato e una discussione su brani di musica classica mentre, in sottofondo, si sentono le note di un pianoforte. L’ora del tè è sacra e a tavola non si legge, fatta eccezione per i pezzi scritti dal padre. Le preoccupazioni finanziarie sono una costante. A scuola i bambini sono trasandati. La madre Clare, talentuosa pianista, non è mai ben vestita.
Oh, sto diventando vecchia e brutta, ma non è questo. Non posso competere con i debiti e con il disonore, che è ciò che lui ama veramente.
Il padre Piers quando non si dedica ai suoi articoli, è impegnato nel dilapidare somme di denaro al gioco e in affari mai proficui.
Il gioco è peggio dei tarli e della ruggine, non si lascia dietro brandelli di stoffa e metallo arrugginito, si mangia tutto senza lasciare nulla.
Nonostante ciò in casa Aubrey c’è uno stato d’animo gioioso che permea la famiglia povera ma unita. Una famiglia composta quasi tutta da donne.

Cordelia, la figlia maggiore, è priva di talento musicale eppur continua a suonare il violino sognando un futuro da professionista.

Le due gemelle Mary e Rose, prodigi del piano, sono più mature della loro età e non mostrano mai paure derivanti dalla loro precaria situazione economica.

Richard Quin, unico figlio maschio coccolatissimo, non sa ancora “quale strumento suonerà” e nell’attesa cerca di essere di sostegno per l’amata madre.
Eravamo esperte in delusioni, avevamo imparato a essere ciniche rispetto ai nuovi inizi ancora prima di fare noi stesse il nostro debutto, ma questa casa ci dava speranza.
Poi c’è l’adorata cugina Rosamund che in casa Aubrey trova rifugio. Con i componenti della famiglia  conosceremo anche gli amici, gli insegnanti e i domestici che ricoprono un ruolo ben determinato nella storia tra sogni realizzati e sogni infranti, tra certezze e timori, tra povertà materiale e ricchezza di spirito.

“La famiglia Aubrey” è una saga familiare senza tempo, narrata con un linguaggio raffinato e con particolare attenzione per i dettagli riguardo ai costumi sociali dell’epoca. A raccontare la storia degli Aubrey è Rose che ripercorre le sorti dei suoi cari nel trasferimento da Edimburgo a Londra inseguendo il padre avventuriero diviso tra l’ambizione di essere uno scrittore e le fallimentari speculazioni economiche.  Mentre il padre si allontana continuamente da casa, mamma Clare si adopera per mantenere unita la famiglia ed è sempre in angoscia per i creditori. Quando Piers abbandona la famiglia sparendo nel nulla, toccherà a lei far fronte ai debiti. Per fortuna c’è un benefattore, il signor Morpurgo, e Clare ha un asso nella manica che concederà loro un po’ di respiro.

Procedendo con la lettura mi sono resa conto della quiete che regna nel romanzo. È una quiete fatta di quotidianità senza grandi sconvolgimenti. La scrittrice crea un filo diretto con il lettore, un filo intriso di empatia verso la famiglia Aubrey sempre in attesa degli eventi in un presente dilatato nel tempo contrassegnato da qualche episodio drammatico come la scomparsa del padre, qualche fenomeno paranormale (Poltergeist) messo a tacere dall’amore e, udite udite, da un omicidio. Questi avvenimenti non riscuotono un’attenzione particolare da parte della scrittrice poichè intreccio di un disegno più grande come può essere la vita in divenire.

Molte, invece, le bellissime descrizioni che arricchiscono un flusso narrativo che pone attenzione alle azioni dei personaggi descritti in modo impeccabile. Nessuno piega il capo davanti alle difficoltà economiche e ai creditori che numerosi bussano alla porta. La povertà non pone un limite ai loro sogni, ai desideri. Vivono il presente rifugiandosi fra le amate note nutrendosi della musica che seduce e affascina.

Una cosa è chiara: la ricchezza non rende felici e nessuno viene amato per la sua perfezione. La musica è il centro della famiglia e non essere musicalmente dotati (vedi la povera Cordelia) è una catastrofe. Tutti in famiglia parlano con sincerità, non mentono nel timore di far male a una persona amata. Nessuno illude Cordelia proprio perché capire i propri limiti è doveroso per non crearsi false illusioni.

Il titolo originario del romanzo è “The fountain overflows” (La fontana trabocca) e ben descrive il flusso incessante e straripante degli avvenimenti che segnano il trascorrere del tempo in casa Aubrey. Una moltitudine di eventi con un pizzico di horror gotico, un inciso thriller e tanta quotidianità sottolineata dal semplice scorrere del tempo vivendo il presente ma guardando al futuro.

Rebecca West è lo pseudonimo di Ceciy Isabel Fairfield (1892-1983) celebre scrittrice inglese considerata una delle più raffinate prosatrici del Ventesimo secolo. Nel corso della sua vita è attrice di teatro, femminista ante-litteram, socialista, suffragetta. L’amica Virginia Wolf la definisce “un incrocio tra una donna di servizio e una zingara, ma più tenace di un terrier” per il suo carattere indomabile e anticonformista. Nel 1956 con “The Fountain Overflows” inizia una saga familiare che ripercorre cent’anni di storia. Il progetto rimane però incompiuto e solo tre dei quattro romanzi previsti sono stampati: “This Real Night” esce postumo nel 1984 e “Cousin Rosamund” nel 1985, ricostruiti dagli appunti autografi.

Il sipario si è appena alzato sulle vicende degli Aubrey e tutti loro sono già nel mio cuore e non vedo l’ora di assistere al secondo atto. Piers tornerà tra le braccia della sua famiglia? Cosa farà Cordelia ora “che sa” di non aver alcun talento musicale? Clare continuerà a proteggere i suoi amati figli? Rose, Mary, Richard Quin e Rosamund, quale sarà il loro futuro? Non mi resta che aspettare ascoltando un po’ di musica classica. Lasciare casa Aubrey è davvero difficile!

lunedì 2 luglio 2018

RECENSIONE | "Delitto nel campo di girasoli" di Marzia Elisabetta Polacco

In quest’estate capricciosa un buon libro giallo è l’ideale per trascorrere un piacevole pomeriggio tra misteri, indagini e un pizzico di pungente ironia.

Vincitore del concorso Il Mio Esordio, “Delitto nel campo di girasoli. Un caso per il vice commissario Vergari” scritto con penna arguta e fantasiosa da Marzia Elisabetta Polacco, edito Newton Compton, è un giallo che travolge per l’energia della sua giovane protagonista e induce alla riflessione su temi attuali ramificati nella nostra società.

Non aspettatevi il solito giallo! Sicuramente c’è un omicidio, un’indagine e un colpevole ma conoscerete anche un’insolita coppia investigativa (madre e figlia) e tanti personaggi poco perfetti ma tanto umani.

STILE: 8 | STORIA: 7 | COVER: 7
Delitto nel campo di girasoli
Marzia Elisabetta Polacco

Editore: Newton Compton
Pagine: 317
Prezzo: € 9,90
Sinossi
Borghereto, sonnolento paesino dell'Umbria, ha poco da offrire a chi è in cerca di avventura. Così Leyla Prasad, una ragazzina con una passione smodata per il mistero e i libri gialli, passa il tempo scorrazzando in bicicletta per le campagne assolate. Finché una mattina, fra i campi di girasoli, trova il corpo senza vita di una bambina. Leyla si sente improvvisamente catapultata in una delle storie dei suoi libri, tanto più che il caso è affidato proprio a sua madre, il vice commissario di polizia Mirella Vergari. In un primo momento i sospetti sembrano convergere su un anziano del posto, un uomo scontroso e solitario, con pesanti precedenti penali. Il superiore della Vergari, il commissario Pantasileo, in cerca di visibilità, spinge per chiudere rapidamente il caso incriminando il vecchio. Ma la Vergari non è convinta della sua colpevolezza e si ostina a indagare, coinvolgendo negli interrogatori anche altre insospettabili figure del paese. Tutti, a quanto pare, hanno segreti da nascondere. Eppure, alla fine, sarà proprio con l'aiuto della figlia che il commissario Vergari arriverà alla verità...






La domenica d’estate in cui fu ritrovato il cadavere di Beatrice Marra non era diversa da tante altre.
Il ritrovamento del cadavere di una bambina sconvolge la vita di Borghereto, sonnolento paesino umbro. A indagare, il vice commissario di polizia Mirella Vergari. È proprio sua figlia Leyla, una miniatura in gonnella del grande Poirot, a trovare, fra i campi di girasoli, il corpo senza vita di Gemma. La drammaticità dell’omicidio, del dolore, della violenza entra prepotentemente nella vita di Leyla. Le sue amate storie di crimini e investigazioni sono diventate concrete abbandonando le pagine dei libri per approdare nella dura realtà.
Quell’insana fascinazione per la morte era cosa recente: fino a pochi mesi prima, di cadaveri ne aveva incontrati solo sulla carta, nei libri gialli che leggeva. Non le procuravano fastidio né la mettevano a disagio: erano il mezzo necessario per il dispiegarsi dell’enigma. Niente cadavere, niente assassino. Ed era quello che la intrigava: scoprire il colpevole prima di arrivare alla fine. Poteva esserci un morto, un rapimento o anche solo un furto: l’importante era il mistero.
Le prime fasi dell’indagine fanno convergere i sospetti su un anziano del luogo, un uomo scontroso e solitario, detto  lo “Strambo”. Tutti, tranne Mirella, sono convinti della sua colpevolezza. Le prove non convincono il vice commissario che allarga il raggio investigativo, coinvolgendo negli interrogatori anche altre insospettabili figure del paese. Anche negli armadi del pseudo tranquillo paesino si nascondono molti scheletri!

Mirella affronterà un’inchiesta per nulla facile. Dovrà cercare la verità tra i tanti depistaggi cercando di tenere a bada la voglia della figlia di intrufolarsi nelle indagini ma sarà proprio il suo fiuto a fornirle la chiave per arrivare alla soluzione del caso.

“Delitto nel campo di girasoli” è un buon giallo che prende spunto da un orribile crimine per narrare la tranquilla vita di paese che poi così tranquilla non è. Tanti i personaggi, tutti ben caratterizzati, che rappresentano una perfetta cornice all’indagine e mostrano la brace che arde sotto la cenere. L’uragano, per dinamismo e simpatia, è lei, Leyla. È una ragazzina di 12 anni dal carattere tenace, disubbidiente per vocazione e ottimista per natura, determinata e con una passione smodata per i libri gialli ( ha chiamato la sua biciclette Miss Marple).

Con amabile e arguta ironia, la scrittrice scompone il romanzo intrecciando tre fili narrativi che compongono una storia ben articolata. Il crimine segue il suo evolversi naturale con indagine e risoluzione innescando la possibilità di descrivere la quotidianità e i problemi della famiglia di Mirella (un marito un po’ distratto e una madre con il bon ton al posto del sangue). Accattivante la vivida narrazione del comportamento di alcuni arzilli vecchietti che, dandosi ogni giorno appuntamento nella piazza del paese, danno vita al “parlamento” con diffusione e chiacchiere sugli ultimi avvenimenti.

Il tutto è visto attraverso gli occhi di Leyla, catapultata, con l’omicidio, nel mondo degli adulti dove la distinzione fra bene e male non è mai così netta.

Con un registro leggero che rappresenta un valore aggiunto al romanzo, Marzia Elisabetta Polacco affronta temi attuali del mondo giovanile mettendo in luce i pregi e i difetti del piccolo paesino della provincia umbra dove il male si presenta in tutta la sua malvagità. Ciò che emerge è il ritratto di una società di provincia dove i giovani appaiono smarriti ed enigmatici. Gli adulti sono persi dietro i loro problemi e dimenticano il ruolo fondamentale del genitore. Ognuno ha un mistero da celare.

“Delitto nel campo di girasoli” è un esordio più che positivo per l’autrice. Questo libro unisce il giallo a riflessioni sul malessere sociale e sulla distrazione degli adulti.

I girasoli sono, per me, il simbolo del sole e del calore dell’estate così come la famiglia dovrebbe essere luogo di luce, amore e protezione. Tuttavia sento il male sussurrare: “Dovrebbe,dovrebbe!”.

mercoledì 27 giugno 2018

RECENSIONE | "Quattro madri" di Shifra Horn

Cari lettori, dal 21 giugno è in libreria l’ultima edizione di “Quattro madri” il primo e più importante romanzo di Shifra Horn. La Fazi Editore ha il merito di aver tradotto e pubblicato in Italia parte della produzione letteraria di Shifra Horn, un’autrice pluripremiata di fama internazionale che racconta il suo Israele. “Quattro madri” è un romanzo sul coraggio delle donne tormentate dalla maledizione di uomini che regalano un sogno, anzi una figlia femmina, e poi spariscono. La storia ha per sfondo le tormentate vicende della Palestina e dello Stato di Israele. In 370 pagine, l’autrice lascia che a parlare siano le voci di ben quattro generazioni di donne. Voci appassionate, spesso fragili mai arrendevoli, che danno vita a una storia ricca di realismo magico, mistero e folclore.
STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
Quattro madri
Shifra Horn (traduzione di S. Kaminski)

Editore: Fazi
Pagine: 370
Prezzo: € 17,50
Sinossi
Quattro madri racconta la storia di quattro generazioni di donne durante l’ultimo secolo a Gerusalemme. Amal, appartenente alla quinta generazione, è disperata poiché il marito, dopo la nascita del primo figlio, se n’è andato senza lasciare traccia. Al contrario sua madre, sua nonna e sua bisnonna si rallegrano dell’evento: la nascita di un maschio sano significa, infatti, che la lunga maledizione che pesava sulla loro stirpe è finita e non ci sarà più nessuna figlia femmina a ereditarla. Per consolarla, le donne raccontano ad Amal la storia di questa maledizione e la rassicurano sul suo destino e su quello di tutta la famiglia. Una famiglia di donne straordinarie: Mazal, l’orfana, dal cui matrimonio segnato dalla sciagura prende il via la maledizione; la bellissima Sarah, sua figlia, dai bei capelli dorati simbolo del suo potere taumaturgico; la figlia di Sarah, Pnina Mazal, la cui capacità di conoscere i pensieri degli altri è fonte insieme di gioia e dolore; e infine Gheula, madre di Amal, un’idealista dall’intelligenza penetrante, pronta a impugnare la causa di ogni diseredato. Epico, commovente e appassionante, Quattro madri, che ha per sfondo le tormentate vicende della Palestina e dello Stato di Israele, è un capolavoro narrativo, misterioso e fantastico, ricco di realismo magico da fiaba e di folclore da leggenda.


È nato un maschio e la catena si è spezzata.
“Quattro madri” narra la storia di quattro generazioni di donne durante l’ultimo secolo a Gerusalemme. La voce narrante, discreta e disposta all’ascolto, è Amal ( il suo nome significa “lavoro” o “fatica” in ebraico, e “speranza” in arabo). La giovane donna, appartenente alla quinta generazione, è disperata perché il marito se n’è andato dopo la nascita del loro primo figlio. Invece  sua madre, sua nonna e la sua bisnonna si rallegrano della nascita di un maschio sano. Così, infatti, finisce la lunga maledizione che pesava sulla loro stirpe poiché non ci sarà più nessuna figlia femmina a ereditarla. La storia di questa maledizione inizia più di cent’anni addietro. Per consolare Amal, le donne della famiglia raccontano le loro vite.

Mazal, l’orfana, dal cui matrimonio ha inizio la maledizione.

Sarah, donna bellissima, sua figlia, dai bei capelli dorati simbolo del suo potere taumaturgico.

La figlia di Sarah, Pnina Mazal, che ha la capacità di conoscere i pensieri degli altri e ciò le procura gioie e dolori. Ha una smoderata passione per i gatti che vivono beatamente nella sua casa e nel giardino.

Infine conosciamo Gheula, madre di Amal, pronta a impugnare la causa di ogni diseredato. Ferma sostenitrice dell’educazione rigida e severa, non crede nell’istituzione del matrimonio.

Non conoscevo questa scrittrice e devo, ancora una volta, ringraziare la Fazi per avermi dato l’opportunità di leggere “Quattro madri”. Ogni pagina reca con sé emozioni e trasmette la forza delle protagoniste: donne ferite dalla vita che non si spezzano ma nascondono la loro vulnerabilità dietro il coraggio di vivere per costruire un futuro migliore. Donne prigioniere della solitudine, travolte da passioni e sogni infranti, donne capaci di ricostruire la propria vita dinanzi alle difficoltà senza perdere mai la loro umanità. Donne dagli occhi velati di tristezza che combattono e, come un seme sepolto, rinascono a nuova vita.

Shifra Horn, con una scrittura nitida a volte poeticamente velata di malinconia, ci regala il ricordo di una società complessa in cui le tradizioni sono importanti e scandiscono la quotidianità. Il ricordo diventa il luogo in cui perdersi e ritrovarsi conoscendo donne e uomini che hanno fatto ciò che ritenevano giusto, senza clamore. Donne intraprendenti pronte a lottare nel loro cammino di vita.

Procedendo con la lettura ho scoperto, attraverso i sensi, un mondo lontano e misterioso.

Sarah prepara un’acqua di rose, profumata e miracolosa, in grado di produrre effetti incredibili. Lei stessa coltiva le sue rose e vi sembrerà di percepire il loro profumo carico di promesse, sogni e desideri.

Vedrete, con viva realtà, i luoghi in cui la storia si svolge. Solcherete mari e conoscerete le case della città vecchia di Gerusalemme. Il loro fascino vi conquisterà.

Ascolterete l’intreccio di molte lingue straniere e ascolterete il silenzio di Yitzhak.

Gusterete la cucina semplice delle protagoniste che confidano nel potere emotivo del cibo, nell’unione che il semplice gesto del mangiare evoca in noi.

Sentirete sulla vostra pelle le coccole tra madri e figli. I baci e gli abbracci sono regali per il cuore e diventano un luogo in cui rifugiarsi lasciando fuori i mali del mondo.

Nel romanzo “Quattro madri”, l’autrice affronta grandi temi attraverso i drammi e gli affetti privati. In ogni pagina si respira un dolore indefinito che, di madre in figlia, coinvolge le donne della famiglia. Donne imprevedibili segnate dalla tragedia della Storia e da un destino personale tumultuoso. Donne che meritano tutto il nostro rispetto.

lunedì 25 giugno 2018

RECENSIONE | "Strani Eroi" di Alessandro Bongiorni

16 marzo 1978 – 9 maggio 1978
         
Cari lettori, quarant’anni fa avveniva uno degli episodi più tragici nella storia della Repubblica: il rapimento e l’uccisione di Moro. Nonostante i numerosi processi, le interviste dei protagonisti, una serie infinita di libri e numerose sedute delle Commissioni Parlamentari, non è mai stata fatta piena luce sull’evento che sconvolse la classe politica italiana.

Alessandro Bongiorni in “Strani Eroi”, edito Frassinelli, prende spunto dalla stagione del terrorismo italiano per raccontare i suoi anni Settanta. Egli, all’epoca del rapimento Moro, non era ancora nato. Racconta quindi intrecciando realtà e finzione.  I luoghi, le persone e i fatti si mescolano diventando “materiale narrativo” senza alcun fine di spiegare, svelare o giudicare.
STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 7
Strani eroi
Alessandro Bongiorni

Editore: frassinelli
Pagine: 398
Prezzo: € 18,90
Sinossi
L'Italia è ormai da molti anni dilaniata dalla violenza terrorista, che il 16 marzo 1978 raggiunge il suo culmine in una strada secondaria di Roma, via Fani, dove un commando delle Brigate Rosse rapisce il presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, e massacra i cinque uomini della sua scorta. È l'episodio più drammatico della storia dell'Italia repubblicana. Sono momenti terribili. Passa perciò in secondo piano quello che accade due giorni dopo, il 18 marzo, a Milano, ossia l'assassinio di due ragazzi, Fausto Tinelli e Lorenzo «Iaio» Iannucci, uccisi a colpi di pistola vicino al centro sociale Leoncavallo. I due ragazzi stavano andando a casa di Tinelli, lì vicino, al numero 9 di via Monte Nevoso. Nessuno sa che dall'altra parte di via Monte Nevoso, a sette metri di distanza dalla camera di Fausto, al civico 8, c'è un covo delle Brigate Rosse. Forse, però, sarebbe meglio dire quasi nessuno. Uno scenario drammatico e oscuro, in cui si muovono i protagonisti di questo noir serrato, spietato, a tratti travolgente. Il colonnello dei carabinieri Antonio Ruiu è un sardo silenzioso, efficiente e cattivo, caratteristiche che lo hanno fatto diventare persona di fiducia del ministro dell'Interno Cossiga. Cinzia è la protetta di un potente faccendiere, un maniaco del controllo che ha costruito la sua carriera spiando dalla serratura. E per ottenere informazioni riservate non c'è niente di meglio di una donna bellissima, sensuale e senza scrupoli. Carlo Peres, invece, le informazioni le cerca perché fa il giornalista a Milano, e si trova coinvolto nell'inchiesta sull'omicidio di Fausto e Iaio. E Peres è un bastardo vero, uno che le verità di comodo le sente puzzare da molto lontano. Ma questo, in quegli anni, non è detto che sia un vantaggio. Eccoli, gli «strani eroi» protagonisti di questo romanzo, tre personaggi pieni di passione e desiderio, di contraddizioni e paure, i cui destini finiranno per intrecciarsi nel grande, tragico imbroglio che è l'Italia degli anni Settanta, dove niente è mai quello che sembra.

Questo è un romanzo in cui si narra di fatti realmente accaduti, di altri che non sono accaduti e di altri ancora che sarebbero potuti accadere; in cui si incontrano persone che c’erano, persone che non c’erano e persone che avrebbero potuto esserci.
Ricordati: puoi morire da uomo libero o vivere da persona intelligente. A te la scelta.
Alle 9.02 del mattino del 16 aprile 1978, in via Fani all’incrocio con via Stresa, a Roma, un commando delle Brigate Rosse rapisce Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, e uccide i cinque componenti della scorta. Moro si stava recando in Parlamento per votare la fiducia al nuovo governo, presieduto da Andreotti, e appoggiato dai comunisti. Lo statista italiano rimase prigioniero dei brigatisti per ben 55 giorni. L’Italia visse con angoscia quel periodo mentre gran parte del mondo politico non volle negoziare con i terroristi, nessuna concessione per liberare Aldo Moro. Il 9 maggio una telefonata del brigatista Valerio Morucci, avvertì che il cadavere dello statista pugliese si trovava nel Bagagliaio di una Renault 4 parcheggiata in via Caetani.

“Strani Eroi” prende spunto da questo drammatico episodio per sondare le molte zone oscure di quei terribili giorni:  errori, bugie, omissioni e verità nascoste. Nelle stanze del potere si decide della vita di un uomo, del destino di una Nazione.

In questi terribili momenti passa in secondo piano l’assassinio, a Milano, di due ragazzi, Fausto Tinelli e Lorenzo  Iannucci, uccisi a colpi di pistola vicino al centro sociale Leoncavallo, due giorni dopo il rapimento del professore. Nessuno sa che a pochissima distanza da casa di Tinelli, c’è un covo delle Brigate Rosse. Forse, però, sarebbe meglio dire quasi nessuno sapeva.

In questo scenario drammatico, con poche luci e tante ombre, si muovono i personaggi di questo noir spietato e travolgente in cui si respira un’aria di tensione, complotto e poteri forti. Strani eroi pieni di passioni e di contraddizioni, i cui destini s’intrecciano nel tragico imbroglio che è l’Italia degli anni Settanta.

Conosciamoli questi strani eroi tra finzione e realtà.

Il colonnello dei carabinieri Antonio Ruiu, uomo efficiente e duro, persona di fiducia del ministro dell’Interno Cossiga. Anima nera dell’UCIGOS, non si fida di nessuno. Nella sua cassaforte conserva documenti compromettenti. “Non si sa mai” è il suo credo, la sua polizza sulla vita.

Cinzia, protetta da un potente faccendiere, è una donna bellissima, sensuale e senza scrupoli. Un passato di studio dalle suore e un presente da cacciatrice di uomini per conto dell’Uomo Potente. Tra le lenzuola è più facile carpire informazioni riservate.

Carlo Peres, invece, fa il giornalista a Milano e indaga sull’omicidio  di Fausto e Iaio. Sguscia tra le verità di comodo, è un vero bastardo, un segugio che quando fiutava una notizia non la molla mai.

Mauro Brutto, giornalista veramente esistito, indaga anche lui sull’omicidio dei due ragazzi. Verrà travolto e ucciso, pochi mesi dopo l’inizio dell’indagine, da una macchina in una strada buia poco distante dalla sede dell’Unità dove lavorava.

Con un ritmo serrato e un linguaggio attuale, “Strani eroi” racconta la Storia senza voler spiegare i fatti. Lo scrittore non ha risposte per le tante domande inevase. Un gran groviglio di inganni per nascondere la verità! Il romanzo si legge con vivo interesse ed è avvincente entrare in un mondo dove si proteggono i cattivi e si condannano i giudici, dove l’ingiustizia vince la virtù della giustizia, il prepotente sconfigge il rispettoso.

La lettura di questo noir è l’occasione per riprendere contatto con quei drammatici 55 giorni e per scoprire, nei personaggi descritti, un groviglio di antichi segreti e di ambigue presenze. La cronaca passata rivive con il suo bagaglio di vicenda complessa e noi, ricordando il nostro passato guardiamo non solo “al domani, ma al dopo domani.”

In questi 40 anni di verità mancante restano le parole ricche d’emozioni che Moro, consapevole della propria fine, scrisse nella sua ultima lettera all’amata moglie Noretta:
Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con te e tienimi stretto.

lunedì 18 giugno 2018

RECENSIONE | "Doppio Stradivari" di Antonella Iuliano

Buongiorno, cari lettori :) Iniziamo la settimana con un indovinello letterario. 
Si è presentata ai lettori con “Come petali sulla neve” (recensione), ha sedotto il pubblico con “Charlotte”(recensione) e si riconferma scrittrice dalle grandi potenzialità con “Doppio Stradivari”. Di chi sto parlando? Sono sicura che leggendo questi titoli il suo nome vi è venuto in mente. Sì, è proprio lei: Antonella Iuliano, una scrittrice sensibile e bravissima che crede fortemente nel potere della scrittura.
STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
Doppio Stradivari 
Antonella Iuliano

Editore: Genesis Publishing
Pagine: 184
Prezzo: € 10,60 cartaceo / € 3,99 ebook  
Sinossi
«Trova il violino nero e portamelo. Lascia che lo veda un’ultima volta.» Il doppio Stradivari suona e le sue note conducono le fila di una storia lontana, di una melodia prigioniera del silenzio. Quando, però, il vento si leva dal bosco e sferza le fredde pietre della torre dov’è rinchiusa, a Larissa sembra ancora di udire l’eco del suo violino nero. Lena Reiter è cresciuta nel villaggio ai piedi del castello, alle porte di Vienna, e da bambina ha trascorso infinite ore con il naso rivolto al maniero fantasticando di principi e principesse. Quando viene assunta come domestica dalla temuta contessa Zsofia Von Grath, riceve un compito inatteso: recarsi ogni notte in cima alla torre, lasciare qualche vivanda e uscire in fretta senza rivolgere parola ad alcuno, pena la propria vita. Grande è il suo stupore quando nella tetra torre, rannicchiata in un angolo, scorge una ragazza della sua età, dai capelli corvini e dagli occhi neri, con un lungo e lacero abito da lutto addosso. Da quanto tempo è lì? E perché? Notte dopo notte, Lena si attarda rapita dal suono dei ricordi di Larissa. Scopre che il passato e il presente si fondono nella storia di due strumenti unici e preziosi, due Stradivari provenienti dall’Italia, da Cremona: un violino nero e un violoncello bianco. Lena deve ritrovarli ad ogni costo perché soltanto la loro musica potrà salvare Larissa dal suo terribile destino.


Il doppio Stradivari suona e le sue note conducono le fila di una storia lontana, di una melodia prigioniera del silenzio. Quando, però, il vento si leva dal bosco e sferza le fredde pietre della torre dov’è rinchiusa, a Larissa sembra ancora di udire l’eco del suo violino nero.
Adoro il modo in cui la scrittrice mescola poesia e realtà attirando il lettore in una storia dal romanticismo delicato che si trasformerà in mani grondanti di sangue. Bene e Male si sfideranno sulle fantastiche note di un violoncello bianco e di un violino nero. Lasciatevi trasportare dalla musica e siate pronti a perdervi in una fitta nebbia di coriandoli d’emozioni. Ora attenzione, la storia ha inizio.

Lina Reiter è cresciuta nel villaggio ai piedi del castello, alle porte di Vienna.  Quando viene assunta come domestica dalla temuta contessa Zsofia Von Grath, riceve un compito inatteso. Ogni notte, mentre tutti dormono, deve recarsi in cima alla torre, lasciare qualche vivanda e allontanarsi subito senza parlare ad alcuno. Se trasgredirà agli ordini, verrà severamente punita.  Lena si avvicina con timore e curiosità alla torre. Grande sarà il suo stupore quando in una stanzetta nella torre, rannicchiata in un angolo scorge una ragazza, dai lunghi capelli corvini e dagli occhi neri, con un lungo e lacero abito da lutto addosso.

Tra le due fanciulle, notte dopo notte, nasce una tenera amicizia. La prigioniera è Larissa, figlia del conte. Un atroce destino l’ha strappata alla sua famiglia. Una crudele matrigna la tiene nascosta agli occhi del mondo assaporando ogni suo dolore. Passato e presente si fondono nella musica di due strumenti unici e preziosi: due Stradivari proveniente dall’Italia, da Cremona.
Trova il violino nero e portamelo. Lascia che lo veda un’ultima volta.
Ho letto “Doppio Stradivari” lasciandomi conquistare dalla piacevolezza del racconto che mostra, pagina dopo pagina, il suo essere camaleontico. L’autrice si nutre d’immaginazione trasformandola in una realtà che emoziona e avvince.

Un amore puro e sincero s’infrange sugli scogli della vita, dove prima c’era felicità e serenità giunge l’imprevedibilità della cattiveria e dell’odio. Il male vince le prime battaglie, l’atmosfera diventa sempre più cupa e nera. Trascorrono gli anni, il Bene è piegato ma non sconfitto fino a quando, una piccola flebile luce, squarcerà il velo delle tenebre. Sulle note strazianti di un violino nero la verità trionferà e il lieto fine vi delizierà.

In questo breve romanzo ogni aspetto della narrazione è curato nei minimi particolari. Grazie a una scrittura raffinata e a una narrazione che appassiona, assistiamo a un gioco perverso in cui la verità viene emarginata. I personaggi sono ben delineati. Alcuni hanno un’anima cattiva, altri son fatti di sogni e bontà. L’interazione tra persone così diverse crea una storia di luci e ombre. La vita dona a ognuno di noi uno scrigno. Alcuni lo riempiono di cose belle come l’amore, i sogni, i desideri, la musica, la felicità e i sorrisi. Altri lo colmano con il rancore, con l’amore per le cose futili, la vanità e tanti errori.

“Doppio Stradivari” è un racconto elegante, ben costruito e coinvolgente. Mostra la bravura indiscussa della scrittrice che riesce a dar voce a un’umanità variegata e complessa. In un numero concentrato di pagine, Antonella Iuliano da vita a  un racconto che oserei paragonare a una composizione poetica e musicale i cui strumenti di accompagnamento non sono solo le corde di un violino nero e di un violoncello bianco. L’autrice manipola le stesse parole per creare immagini e situazioni, rivelando sentimenti, sogni e delusioni. Ogni elemento è calibrato alla perfezione: passato e presente si fronteggiano ma non si oscurano a vicenda. Il lieto fine non è così scontato, durante la lettura ho temuto il peggio (l’anima nera presente nel romanzo aveva grandi potenzialità) e il finale ridona la luce della speranza spazzando via il buio di un cuore senza amore.

Con questa terza prova, superata brillantemente, Antonella Iuliano si riconferma una scrittrice di talento che invito a perseverare nella scrittura. Ora, cara Antonella, devi spiccare il volo verso orizzonti sempre più vasti. Il talento sarà il tuo paracadute e l’affetto dei tuoi lettori ti donerà l’energia per continuare. Noi tutti abbiamo bisogno di un luogo dove curare le nostre anime. I libri sono la mia panacea per tutti i mali e se sono firmati da Antonella Iuliano sono sicura di ricevere anche una carezza sul cuore.