mercoledì 18 maggio 2022

RECENSIONE | "L'eroe di Atene. La saga di Teseo" di Andrea Frediani [Review Party]

“L’eroe di Atene. La saga di Teseo” è il nuovo romanzo di Andrea Frediani pubblicato da Newton Compton Editori. Presente nelle librerie a partire dal 12 maggio 2022, il romanzo è ambientato in una lontanissima epoca, appena prima della guerra di Troia, e narra le vicende di uno dei più grandi eroi di tutti i tempi che sono destinate a diventare leggenda.

STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
L'eroe di Atene. La saga di Teseo
Andrea Frediani

Editore: Newton Compton
Pagine: 384
Prezzo: € 9,90
Sinossi

Convinto di essere il figlio di Poseidone e destinato a grandi imprese, Teseo cresce con l’ambizione di emulare Eracle, il leggendario eroe celebrato da tutti. Quando apprende la verità, rifiuta di condurre un’esistenza ordinaria, per intraprenderne una piena di insidie ma in grado di condurlo comunque alla gloria. E così si mette in viaggio verso Atene, dove intende reclamare il trono. Ma la città attraversa una profonda crisi: è falcidiata dalle guerre civili, e prostrata da un re troppo debole per opporsi a Minosse, il potente sovrano di Creta, che esige tributi impossibili dall’alto del suo scranno nel magnifico palazzo di Cnosso. Le imprese di Teseo lo porteranno ad affrontare terribili mostri, attraversare luoghi pericolosi, a contatto con i centauri, le amazzoni e lo stesso Eracle, a sventare inganni e tradimenti e amare donne splendide e spietate, che faciliteranno o intralceranno il suo cammino. In una lontanissima epoca, appena prima della guerra di Troia, le vicende di uno dei più grandi eroi di tutti i tempi sono destinate a diventare leggenda.


Teseo non era il figlio di un dio, e quando l’aveva saputo la delusione era stata immensa; il solo modo per compensarla e per costruirsi un destino degno dell’illusione che aveva vissuto fino ad allora, era diventare un re temuto e invidiato da tutti per la prosperità e la potenza del suo regno.

Convinto di essere il figlio di Poseidone e destinato a grandi imprese, Teseo cresce con l’ambizione di emulare Eracle, il leggendario eroe celebrato da tutti. Quando apprende la verità, rifiuta di condurre un’esistenza ordinaria, per intraprenderne una piena di insidie ma in grado di condurlo comunque alla gloria. E così si mette in viaggio verso Atene, dove intende reclamare il trono. Ma la città attraversa una profonda crisi: è falcidiata dalle guerre civili e prostrata da un re troppo debole per opporsi a Minosse, il potente sovrano di Creta, che esige tributi impossibili dall’alto del suo scranno nel magnifico palazzo di Cnosso. Le imprese di Teseo lo porteranno ad affrontare terribili mostri, attraversare luoghi pericolosi, a contatto con i centauri, le amazzoni e lo stesso Eracle, a sventare inganni e tradimenti e amare donne splendide e spietate, che faciliteranno o intralceranno il suo cammino. 

Tenendo fede alla ricostruzione storica, Andrea Frediani guida il lettore a fare la conoscenza di Teseo, figlio di Egeo, re di Atene, e di Etra, figlia del re Pitteo. Le prime pagine del romanzo ci mostrano il mitico eroe dell’Attica, giovanissimo ma già fermamente deciso a realizzare le sue grandi ambizioni. Quando Etra rimase incinta, Egeo decise di tornare ad Atene ma, prima di partire, seppellì un suo sandalo e la sua spada sotto un’enorme roccia dicendole che, quando il loro figlio fosse cresciuto, avrebbe dovuto spostare la roccia con le sue forze e prendere le armi per dimostrare la sua discendenza reale. Ad Atene Egeo sposò Medea che lo rese padre del maschio Medo. 

Teseo, crebbe così a Trezene con la madre. Una volta cresciuto e diventato un giovane forte e coraggioso, spostò la roccia e recuperò le armi del padre. Con la sicurezza e l’ambizione della gioventù, Teseo si reca ad Atene. Lungo il cammino il giovane, deciso a compiere delle prodezze per guadagnarsi una fama come quella di Eracle, affronta e uccide il brigante Perifete che con la clava ricoperta di bronzo, bastonava a morte le sue vittime prima di derubarle. Inizia così una serie di avventure che si susseguono l’una dopo l’altra. Dopo Perifete,Teseo ucciderà il brigante Sinide che legava i piedi della sue vittime alle cime di due alberi di pino che aveva piegato e fissato a terra. Poi lasciava tornare gli alberi alla loro posizione originale e i poveretti finivano squartati. Poi è la volta della scrofa di Crommione, del brigante Scirone e di Cercione. Tutti vengono uccisi da Teseo che riservava loro le stesse torture impartite alle loro vittime. Capitolo dopo capitolo è interessante leggere di queste prove che Teseo affronta durante il suo viaggio verso Atene. Arrivato al palazzo reale del padre, Medea lo riconosce subito come figlio di Egeo e tenta di eliminarlo chiedendogli di catturare il Toro di Maratona. Teseo riesce nell’impresa e la regina Medea tenta di avvelenarlo ma Egeo lo riconosce dal sandalo e dalla spada, lo salva e lo accoglie come figlio suo ed erede al trono di Atene. Che storia avvincente! Tuttavia la pace e la tranquillità non fanno per Teseo che dovrà affrontare il Minotauro entrando nel Labirinto per uccidere il mostro con l’aiuto di Arianna, la figlia di Minosse re di Creta.

Tra le clausole del trattato di dipendenza da Minosse, ce n’è una che prevede che ogni anno, per nove anni, Atene mandi a Creta sette giovinetti e sette giovinette dell’aristocrazia. Si dice che diventino cibo per il Minotauro.

Uscito vincitore dal Labirinto, seguendo il filo di Arianna, Teseo torna ad Atene, diventa re e sposa la sorella della regina delle Amazzoni, Antiope. Hanno un figlio, Ippolito, noto per il tragico amore concepito per lui dalla seconda moglie di Teseo, Fedra. Se ciò che avete letto vi sembra già tanto, sappiate che le avventure di Teseo, personaggio della mitologia greca, continuano. Egli, diventato re di Atene, getta le basi per il futuro potere della celebre polis democratica. 

Teseo è un modello di coraggio, rappresenta l’eroe intrepido ma anche il re saggio e democratico ma ha, a volte, dei comportamenti che mettono in ombra le sue doti di moralità. Rapisce Elena bambina, abbandona l’ingenua Arianna a Nasso, maledice il figlio Ippolito. Mi piace mettere in discussione la perfezione degli eroi perché, in realtà, sono solo uomini imperfetti. Teseo affronta il pericolo per il puro gusto di farlo, vuole eguagliare le imprese di Eracle, non si arrende davanti ai mostri ma appare in fuga dalle emozioni. Instancabile seduttore di donne da cui sempre fuggiva dopo aver fatto loro delle promesse che si rivelavano inganni. Teseo non mostra rispetto per il dolore e le emozioni umane. La forza diventa un mezzo per aiutare gli altri ma dietro alla volontà di potenza si nasconde sempre il timore della morte. 

Teseo si mostra nel triplice ruolo di condottiero eroe e re ma, infondo, anche la sua esistenza è un labirinto ed egli cerca in vano il varco d’uscita e la salvezza. Nel frattempo le sue identità si moltiplicano e ha sempre bisogno di qualcuno che lo faccia sentire meno solo ma non conosce la felicità.

Lui, alla fine, era un essere umano, con le stesse ambizioni di un dio ma con le pulsioni di un uomo comune.

Teseo è sempre a caccia di una nuova impresa da realizzare per superare la fama di Eracle. Vuol essere un eroe adorato da tutti e invece riesce a farsi odiare da tutti. Dalle mogli, dal figlio, dai suoi collaboratori, dagli ateniesi stessi che sembrano non apprezzare il suo operato per rendere prospero il regno. Teseo deve affrontare i suoi demoni e le sue responsabilità. È solo un uomo e gli uomini, si sa, sono imperfetti. 

 “L’eroe di Atene” è un’avventura dal fascino millenario, una storia frammento di un mito che racchiude imprese pericolose e affascinanti, intriganti e inquietanti, e tiene il lettore col fiato sospeso. Leggere questo romanzo è come vivere in prima persone “le fatiche” di Teseo sommando il dinamismo degli eventi all’approfondimento della psicologia di Teseo che ha pulsioni umane come invidia, passione, vendetta, senso di giustizia. La fine del romanzo giunge improvvisa ed è una conferma di una grande verità. 

C’era una volta Teseo intrappolato, come tutti noi, nel labirinto della propria esistenza. Procedeva a tentoni cercando la via d’uscita. Non c’erano regole, i bivi si moltiplicavano, gli ostacoli erano ovunque. Purtroppo l’uscita era forse peggiore del labirinto stesso, ma questo Teseo lo sapeva già.



venerdì 13 maggio 2022

RECENSIONE | "Paese infinito" di Patricia Engel

Arriva in libreria “Paese infinito”, pubblicato da Fazi nella collana Le strade, di Patricia Engel, una delle voci emergenti più interessanti dell’America contemporanea, che racconta la storia di una famiglia disposta a pagare un prezzo molto alto per una vita migliore. Vincitore del New american Voices Award 2021, finalista per l’Andrew Carnegie Medal 2022 e al primo posto nella classifica dei dieci libri dell’anno di Entertainment Weekly, questo romanzo è un grido di dolore di una famiglia colombiana intrappolata tra l’amore per la propria patria e la ricerca di un futuro migliore.

STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 7
Paese Infinito
Patricia Engel

Editore: Fazi
Pagine: 222
Prezzo: € 18,50
Sinossi

Dopo aver impulsivamente commesso un atto violento, Talia viene mandata in un riformatorio per adolescenti sulle montagne del dipartimento di Santander. Deve riuscire a tutti i costi a scappare da lì, per tornare a casa, a Bogotá, dove l’aspettano suo padre e un biglietto aereo per gli Stati Uniti. Se perde il volo, potrebbe anche perdere l’occasione di riunirsi finalmente con i suoi familiari. Come è arrivata la famiglia di Talia a dividersi in due? Vent’anni prima, gli adolescenti Mauro ed Elena si sono innamorati davanti a una bancarella del mercato in una Bogotá sull’orlo della guerra civile. Nella speranza di costruire una vita migliore, insieme alla loro primogenita Karina hanno lasciato il paese alla volta degli Stati Uniti, dove sono nati anche gli altri due figli, Nando e Talia, e dove hanno vissuto anni nell’ombra dell’irregolarità, da eterni esuli, rimpiangendo casa: «una nazione di amnesici, dove i narcotrafficanti diventano senatori e i senatori narcotrafficanti, gli assassini diventano presidenti e i presidenti assassini», ma pur sempre casa. Quando però Mauro, in seguito a una rissa, è stato deportato, tutto è andato in pezzi…



Mi chiedo spesso se stiamo vivendo la vita sbagliata nel paese sbagliato.

Dopo aver impulsivamente commesso un atto violento, Talia è detenuta in una struttura correttiva per adolescenti sulle montagne boscose del dipartimento di Santander, in Colombia. Deve riuscire a tutti i costi a scappare da lì, per tornare a casa, a Bogotà, dove l’aspettano suo padre e un biglietto aereo per gli Stati Uniti. Se perde il volo, potrebbe anche perdere l’occasione di riunirsi finalmente con i suoi familiari. Come è giunta la famiglia di Talia a dividersi tra due Paesi diversi? Vent’anni prima, gli adolescenti Mauro ed Elena si sono innamorati davanti a una bancarella del mercato in una Bogotà sull’orlo di una guerra civile. Nella speranza di costruire una vita migliore, insieme alla loro primogenita Karina hanno deciso di lasciare il paese alla volta degli Stati Uniti, dove nasceranno altri due figli, Nando e Talia, e dove vivranno anni nell’ombra dell’irregolarità, da eterni esuli, rimpiangendo la Colombia: “una nazione di amnesici, dove i narcotrafficanti, gli assassini diventano presidenti e i presidenti assassini”, ma pur sempre casa. 

Quando però Mauro, in seguito a una rissa, è stato deportato, tutto è andato in pezzi. 

L’idealismo dei sogni e delle aspirazioni che si infrangono grazie alla ferocia di un mondo imperfetto è la traccia vitale di questo intenso romanzo. Attraverso la molteplicità delle voci scopriamo i pensieri più intimi dei protagonisti: il paese che accoglie non è perfetto, ha tanto da offrire ma ha anche dei difetti. Così può succedere che una famiglia venga divisa senza alcuna pietà. Mauro viene rimpatriato e tocca ad Elena occuparsi della famiglia. Nel panorama della diaspora della migrazione emerge il ruolo delle donne, la loro resilienza. 

Solo le donne sapevano quanta forza ci vuole per amare gli uomini durante la loro evoluzione verso la persona che pensano di dover essere.

L’intero romanzo è quasi un colloquio intimo tra i vari personaggi e il lettore che scopre il microcosmo di una famiglia di emigranti. Nell’ombra sopravvive la nostalgia per la loro terra e si scopre come si possono mantenere forti i legami senza liberarsi della propria identità a favore dell’assimilazione. Quindi sono tanti i problemi da affrontare quando si giunge in un nuovo paese. Da non sottovalutare è anche il danno psicologico che si verifica quando le famiglie vengono divise per ragioni politiche o economiche. È un dolore profondo che Mauro definisce “dolore particolare” e avvolge chiunque lasci un paese per sognarne un altro. 

Quando l’entusiasmo iniziale della vita in un nuovo paese inizia a scemare, subentra un dolore peculiare. Emigrare era come staccarsi di dosso la pelle. Come disfarsi. Ti svegli ogni mattina e ti dimentichi dove sei, chi sei, e quando il mondo di fuori ti mostra il tuo riflesso, è brutto e distorto; sei diventato una creatura disprezzata, indesiderata.

L’amore sembra l’unica panacea a tutti i mali. La separazione e le distanze vengono annullate dall’amore di Elena per i figli anche se una famiglia non dovrebbe mai essere costretta a separarsi. Invece le norme sull’immigrazione negli Stati Uniti hanno distrutto tanti nuclei famigliari con la politica di “tolleranza zero”. Nel romanzo, specchio di una realtà ancor oggi preoccupante, i pericoli di essere privi di documenti di residenza affliggono Elena, Mauro e Karina. Diventano vulnerabili a molte forme di abuso. Così il tempo erode il sogno americano da cui tanti immigrati sono attratti. Non esiste un paese più sicuro di un altro. Elena dovrà fare una scelta terribile non potendo garantire la sopravvivenza ai suoi tre figli, deciderà di rimandare in Colombia la figlia Talia, lei è nata negli Stati Uniti quindi è cittadina americana e potrà ritornare senza problemi. Tra la partenza e il rientro un oceano di dolore, solitudine, rimpianti e sensi di colpa. Mauro sarà in grado di occuparsi della piccola Talia? 

Scritto con uno stile asciutto ed elegante, “Paese infinito” è un romanzo doloroso e spietato che mette in luce le contraddizioni, le ipocrisie e le assurdità della nostra società. È un racconto duro sull’emigrazione, sulle leggi americane, sulla precarietà che gli immigrati, senza documenti, devono affrontare. La trama intessuta con i miti andini, la narrazione e l’immaginazione sono per Mauro una forza vitale, rende bene la determinazione dei suoi protagonisti in un vortice narrativo tra passato e presente che riflette la frammentazione della famiglia. 

È una lettura che squarcia il velo su come sia davvero essere immigrati al cospetto del grande sogno americano. Nel libro si rincorrono desideri, sogni, rimpianti, piccole vittorie e tante sfide in un paese come gli Stati Uniti da sempre luogo di sospirati trionfi che spesso si rivelano catastrofici bluff. Decidere di lasciare la propria terra non è facile, spesso chi si allontana dalle proprie radici prova sensi di colpa e numerosi dubbi sul fatto che sia stata la scelta giusta. Si rimane legati al dolore fantasma di una patria perduta. 

“Paese infinito” è un libro sorprendente perché racchiude cinque personaggi principali, due continenti e due decenni di storie, in poco più di duecento pagine. Noi lettori incontreremo tutti i componenti della famiglia ma conosceremo soprattutto le loro idee e le domande che nascono dal loro vivere quotidiano. Si assiste a una stratificazione di riflessioni e si comprende come la migrazione può essere uno stato emotivo quanto geografico, un viaggio esistenziale che intreccia tanti fili in una narrazione compatta e intima. Pagina dopo pagina la Engel crea un mondo ricco di atmosfere in cui le delusioni sono parte di un percorso illuminato dalla speranza alla ricerca di un futuro che non sia un eterno presente. 

Forse non esistono nazioni o cittadinanze; sono solo territori disegnati su una mappa, lì dove dovrebbe esserci la famiglia, dove dovrebbe esserci l’amore, il paese infinito.

giovedì 28 aprile 2022

RECENSIONE | "Per sempre, altrove" di Barbara Cagni

“Per sempre, altrove” è il nuovo romanzo di Barbara Cagni, per Fazi Editore nella collana Le strade. È una storia struggente che parla di una vicenda individuale e collettiva, frammenti di eventi che coinvolgono fin dalle prime righe come uno tsunami emotivo, una confidenza intima tra voce narrante e lettore, un racconto umano e sociale che riflette sull’emigrazione intesa in senso lato, da un paese, da se stessi, dagli altri, e sui danni provocati dal senso di sradicamento e dalla solitudine che partire spesso comporta.


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
Per sempre, altrove
Barbara Cagni

Editore: Fazi
Pagine: 200
Prezzo: € 17,00
Sinossi

A volte, l’unica scelta possibile è quella di partire. Un libro sull’emigrazione intesa in senso lato, da un paese, da se stessi, dagli altri, e sui danni provocati dal senso di sradicamento e dalla solitudine che la scelta di partire spesso comporta. È una domenica d’autunno del 1955 quando una telefonata raggiunge la famiglia della piccola narratrice della storia per avvisare che Berta, la sorella maggiore a cui è più legata e che è da poco emigrata in Svizzera, ha iniziato a dare segni di squilibrio. Il padre parte immediatamente per riportare la figlia a casa, nel piccolo paese di montagna dove il tempo trascorre lento come il Piave giù a valle e dove la comunità affronta la vita con la stessa naturalezza degli alberi del bosco, anche se con radici assai più fragili: sono sempre di più, infatti, i giovani costretti a emigrare per trovare lavoro, così come aveva fatto anche Berta, spinta da una sofferenza profonda e tutta personale. La protagonista del libro, così, ripercorre la dolorosa vicenda della sorella ma anche tutto il prezioso mosaico di vite del paese in cui ha trascorso l’infanzia, tra gli abbracci della migliore amica Clarissa, le chiacchiere delle comari, i discorsi impegnati del padre, i balli in piazza d’estate e gli addii, purtroppo sempre più numerosi, di coloro che provano a cercare fortuna altrove.


Il nostro paese era in Veneto, più precisamente in provincia di Belluno, più precisamente in Cadore, più precisamente nel Comelico.

È una domenica d’autunno del 1955 quando una telefonata raggiunge la famiglia della piccola narratrice della storia per avvisare che Berta, la sorella maggiore a cui è più legata e che da poco è emigrata in Svizzera, come operaia presso il Lanificio Schoeller, ha iniziato a dare segni di squilibrio. Il padre parte subito per riportare la figlia a casa, nel piccolo paese di montagna dove il tempo trascorre lento come il Piave giù a valle e dove la comunità è costretta a fare i conti con l’emigrazione: i giovani vanno via per trovare lavoro, così come aveva fatto Berta, spinta da una sofferenza profonda e tutta personale. La giovanissima voce narrante ripercorre, così, la dolorosa vicenda della sorella e ci mostra una fotografia in cui è racchiusa la vita del paese in cui ha trascorso l’infanzia, tra gli abbracci della migliore amica Clarissa, le chiacchiere delle comari, i discorsi impegnati del padre, i balli in piazza d’estate e gli addii di coloro che provano a cercare fortuna altrove

 “Per sempre, altrove” è una storia di migrazioni, solitudini e comunità, uomini e donne chiamati ad affrontare la realtà del vivere quotidiano.

Barbara Cagni, autrice talentuosa, affronta temi importanti e lo fa con semplicità e dolcezza, ma con una intensa forza narrativa. Dietro le parole si percepisce un mondo fatto di emozioni e sentimenti, di desideri e fragili speranze, di partenze e di distacchi. Dare un taglio netto alle proprie radici non è cosa facile e indolore, la nostalgia corrode l’anima ma non sempre è possibile tornare indietro. Viene spontaneo, leggendo “Per sempre, altrove”, riflettere sul ruolo delle donne, sul loro coraggio e solidarietà, sul loro lavoro e sull’amore, trovando conferma, ma questo si sa, di quanto siano importanti le donne in ogni comunità. Sono il cuore pulsante della vita del paese, vita dura e difficile. Su in montagna, nel paese in cui è ambientato il romanzo, le donne avevano un’energia che gli uomini avevano perso. Erano vite difficili quelle delle donne di allora. Si spaccavano la schiena da mattina a sera, avevano la responsabilità dei figli, si occupavano delle bestie nelle stalle, coltivavano l’orto e pulivano il pollaio.                                                     

Così, per noi femmine era naturale pensare che la nostra esistenza fosse a disposizione di tutti quelli a cui servisse: il padre, il marito, i figli. Era scontato che avremmo dovuto lavorare tutta la vita senza domandarci se ci facesse piacere farlo.

Tuttavia le donne riuscivano a ritagliarsi dei momenti in cui non erano madri e mogli, non ricoprivano alcun ruolo scelto per loro da una società patriarcale. In determinate occasioni si incontravano a casa della protagonista e davano vita a una complicità in quanto donne senza alcun archetipo a marchiarle. Le donne tessevano una rete di sostegno per chi aveva dei problemi. Gli uomini, invece, non si rendevano neanche conto di tutta la fatica fatta dalle loro mogli ogni giorno e pretendevano sempre di più perché per loro era legittimo pretendere.

Le donne spesso attendevano, ed era un’attesa struggente colma di promesse e sogni, il ritorno degli uomini costretti ad emigrare. Alcune volte però, come nel caso della protagonista, l’attesa diventava vana e il tempo che passava trafiggeva cuore e mente. Allora per sfuggire alla crudele realtà, ci si creava un mondo dove rifugiarsi, un altrove da cui il dolore era bandito, un luogo in cui la mente rendeva reali i sogni, perde il contatto con la realtà e si viveva tra false percezioni e falsi convincimenti. A indurre tutto ciò, Berta è un classico esempio, concorrono una combinazione di fattori genetici e ambientali come le avversità sociali dovute all’immigrazione, la fine di una relazione sentimentale, l’isolamento sociale. La migrazione diventa, quindi, un fattore di rischio per l’insorgenza di psicosi perché rappresenta una fase caratterizzata da molteplici avversità e spesso anche da esperienze di tipo traumatico. Si lascia un contesto familiare e sociale noto in cui si è vissuto per anni,  per approdare in un ambiente completamente nuovo che pone molte sfide: diversità linguistiche, religiose, diversi usi e costumi, la necessità di ricostruire una rete di relazioni sociali attraverso un processo di integrazione. Tutto ciò crea stress e le difficoltà favoriscono disturbi latenti che aumentano il rischio di psicosi. Illuminante a tal proposito l’esergo del romanzo:

“Al centro immigrazione ebbi la prima sorpresa. Gli emigranti venivano smistati come tanti animali. Non una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello di dolori che pesa così tanto su chi è appena arrivato in America.”   Bartolomeo Vanzetti.

Berta, nel suo emigrare in Svizzera, aveva trovato un ambiente ostile. Gli italiani non erano ben visti e fuori da un locale aveva visto la scritta: “Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani.” Lontana dal nucleo famigliare, Berta si era rifugiata in un mondo a parte, prigioniera della malattia mentale che non l’avrebbe mai più abbandonata.

L’emigrazione fisica e l’emigrazione mentale diventano due strade parallele: ci si può allontanare con il corpo e se si vuole si può far ritorno, ma si può anche emigrare lontano con la mente in un posto accessibile solo a noi e da cui non c’è ritorno.

“Per sempre, altrove” è un romanzo narrato in prima persona, la voce narrante racconta in modo semplice la comunità e gli eventi personali dei protagonisti. Con una scrittura fluida, l’autrice, dipinge una realtà a sé, lenta e ordinata dove sopravvivono le tradizioni. Accanto alla descrizione di un mondo esteriore, c’è anche l’incursione nel mondo interiore dei protagonisti segnato a volte da momenti felici, a volte da vicende tragiche. Mondo esteriore e mondo interiore procedono fianco a fianco, si osservano a vicenda, si raccontano sogni e desideri, speranze e disperazione. Si danno la mano, si sostengono ma quando arriva la tempesta della vita allora si allontanano e un limbo accoglie chi è fragile, chi ha il seme della psicosi in sé. Un altrove accoglie queste menti, dà voce alle loro fantasie e nutre la loro disperazione.

Berta era rimasta in balia di quegli enormi sentimenti che l’avevano travolta come il vento fa con le piccole margherite, su nei prati per andare alla malga.

A volte, però, partire è l’unica scelta possibile. Si va per costruire un futuro migliore. Alcune  volte si vince, altre volte si giunge in un altrove che rassomiglia al destino, un labirinto che si moltiplica in cui perdersi per guardare il mondo dalla propria prigione.