martedì 2 agosto 2022

RECENSIONE | "Il Duca" di Matteo Melchiorre

“Il Duca” (Einaudi) di Matteo Melchiorre, è un romanzo epico, classico eppur nuovo che invita a riflettere sulla libertà individuale, sulla forza magnetica del passato, sulle leggi della natura e sulla furia del potere. Narra la storia dei Cimamonte, conti dal Quattrocento, ma da mezzo secolo per i montanari di Vallorgàna sono diventati i “duchi”. L’ultimo dei Cimamonte è, dunque, “il Duca”: un uomo che non possiede nulla se non quello che hanno posseduto i suoi avi, un uomo la cui storia è principalmente la storia di chi ha vissuto nella grande villa addossata alla Montagna che incombe sulla Val Fonda.

STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 7
Il Duca
Matteo Melchiorre

Editore: Einaudi
Pagine: 464
Prezzo: € 21,00
Sinossi

Un paese di montagna, un'antica villa con troppe stanze, l'ultimo erede di un casato ormai estinto, lo scontro al calor bianco tra due uomini che non sembrano avere nulla in comune... Quanto siamo fedeli all'idea di noi stessi che abbiamo ricevuto in sorte? Matteo Melchiorre ha costruito una storia tesissima ed epica sulla furia del potere, le leggi della natura e la libertà individuale. Un romanzo che ci interroga a ogni riga sulla forza necessaria a prendere in mano il proprio destino: «il modo giusto per liberarsi del passato non è dimenticarlo, ma conoscerlo». L'ultimo erede di una dinastia decaduta, i Cimamonte, si è ritirato a vivere nella villa da sempre appartenuta alla sua famiglia. La tenuta giganteggia su Vallorgàna, un piccolo e isolato paese di montagna. Il mondo intorno, il mondo di oggi, nel quale le nobili dinastie non importano più a nessuno, sembra distante. L'ultimo dei Cimamonte è un giovane uomo solitario che in paese chiamano scherzosamente «il Duca». Sospeso tra l'incredibile potere del luogo, il carico dei lavori manuali e le vecchie carte di famiglia si ritrova via via in una quiete paradossale, dorata, fuori dal tempo. Finché un giorno bussa alla sua porta Nelso, appena sceso dalla montagna. È lui a portargli la notizia: nei boschi della Val Fonda gli stanno rubando seicento quintali di legname. Inaspettatamente, risvegliato dalla smania del possesso, il sangue dei Cimamonte prende a ribollire.



Chiamandomi il Duca i paesani o sottointendevano che ero strambo al pari di mio nonno, benché di una stramberia per forza di cose assai diversa, o deridevano il declino del mio casato

L’ultimo erede di una dinastia decaduta, i Cimamonte, si è ritirato a vivere nella villa da sempre appartenuta alla sua famiglia. La tenuta giganteggia su Vallorgàna, un piccolo e isolato paese di montagna. Il mondo di oggi, nel quale le nobili dinastie non importano più a nessuno, sembra distante. L’ultimo dei Cimamonte è un giovane solitario che in paese chiamano scherzosamente “il Duca”. Sospeso tra l’incredibile potere del luogo, il carico dei lavori manuali e le vecchie carte di famiglia si ritrova a vivere in una quiete paradossale, dorata, fuori dal tempo. Finchè un giorno bussa alla sua porta Nelso, appena sceso dalla montagna, per portagli la notizia: nei boschi della Val Fonda gli stanno rubando seicento quintali di legname. Il taglio fuori confine è un affronto.

Ti hanno fregato Duca. Su in Montagna, nei tuoi boschi. Ti hanno fregato.

 Il Duca, risvegliato dalla smania di possesso, sente ribollire in lui il sangue dei suoi avi. All’orizzonte appare il cattivo, il suo nome è Mario Fastréda.

Un paese di montagna, un’antica villa, l’ultimo erede di un casato estinto e lo scontro tra due uomini che non sembrano avere nulla in comune. Inizia così “Il Duca”, la storia di una casata che, con un ultimo guizzo di energia, annulla il suo lento annientamento. A Vallorgàna il Duca conduceva una vita solitaria, studiava le carte di famiglia convinto che la storia dei suoi avi sia l’artefice del suo presente. Egli si sentiva “frutto” dell’antico ordine e finiva per assomigliare a un fantasma. Le sue giornate scorrevano tra passeggiate in montagna, osservando i suoi boschi, e la gestione dei terreni. La quiete della sua esistenza va in frantumi grazie a Mario Fastréda, un allevatore tignoso e prepotente, temuto da tutti. Egli ha sconfinato di proposito nelle terre dei Cimamonte, ha tagliato numerosi alberi e ha dato inizia a una vera e propria guerra dei confini. Il paese, che aveva accolto bene il Duca perché non spadroneggiava, si divide. In molti si schierano con Mario, in pochi con il giovane Cimamonte. La discordia, l’odio, l’avidità confondono le carte, seminano inganni e mostrano la malvagità degli esseri umani.

Mai avrei creduto di incontrare la discordia proprio qui, a Vallorgàna, dove il peso del mondo si immaginerebbe che sia lieve, e il vivere essenziale e senza scorie, e le leggi umane, antichissime, sempre giuste e ottimamente operanti. Infida. Sleale. Subdola. Meschina. Così sarebbe stata la discordia destinata a imperversare, per mesi e mesi, nelle mie giornate, disseminandole di insensatezze, consumando il tempo, infettando e viziando ogni cosa.

Il duello tra il Duca e Fastréda si fa sempre più aspro. Il nobile non cede, anzi in lui avviene un cambiamento. Il Duca depone la sua remissività per manifestare l’istinto da padrone. “La morale intossicante delle carte degli avi” inizia a scorrere nelle sue vene, una irrequietezza nuova lo pervade, un astio, un’antipatia che hanno un unico nome, Mario Fastréda. Perché l’anziano allevatore odiasse tanto il Duca non è dato di sapere, un mistero che verrà svelato pian piano.

Nelle case, al di là delle porte, stanno racchiuse molte storie, delle quali si conoscono, se va bene, pochi brandelli appena; e diviene perciò impossibile capire pienamente il perché delle cose e delle persone. Secondo Nelso, a questo proposito, i paesani di una volta sapevano tacere, e nascondere i fatti propri.

In molti, primo tra tutti Nelso Tabiona, portatore di valori e furbizie contadine, mettono in guardia il Duca dai pericoli che corre mettendosi contro Fastréda, ma ormai il dado è tratto e la saggezza popolare non viene ascoltata. Il Duca rinasce a nuova vita, lui che trascorreva le sue giornate studiando, riordinando e conservando i tanti documenti storici della sua famiglia, ora alza la testa “dalle sudate carte”. Il passato è il suo mondo, i luoghi che hanno visto il dominio dei suoi avi sono le sue radici. Nella boiserie della villa  si custodiva il mondo dei suoi antenati: distese di terreni, torme di fittavoli, braccianti, servitori e fantesche. Il Duca è “ l’archeologo di se stesso”.

Cos’altro facevo, infatti  se non scavare senza sosta? La villa, le carte dell’archivio, i dipinti e gli altri oggetti dei miei avi, la Chronica Cimamontium, Vallorgàna, la Montagna.

In questo mondo antico ci conduce Matteo Melchiorre e il lettore si ritrova conquistato da una storia senza tempo. Il passato appare come un eterno presente in cui il Duca è il cavaliere senza macchia e Fastréda è l’eroe negativo, un antagonista che scopriremo pian piano. Un ruolo cardine è svolto dalla Natura: i boschi, considerati entità vive, gli eventi atmosferici che scandiscono la vita degli uomini, il ciclo delle stagioni. Su tutto incombe l’ombra minacciosa di eventi estremi. Una natura che si ribella al volere dell’uomo.

Il bosco è così. Dà l’illusione di essere fermo e invece si muove. Cammina, ma così lentamente e astutamente da lasciarci per lungo tempo inconsapevoli di quel suo immenso e incontrastato avanzare.

“Il Duca” è un microcosmo di racconti, di persone, di memorie che guardano a un passato segnato da una disuguaglianza incolmabile tra coloni e padroni. Una distanza intrisa di riverenze e disprezzo. Il diabolico Fastréda non teme di rimettere in moto il pendolo della discordia che oscilla tra lui e il Duca. Nel mezzo persone che indossano delle maschere per schierarsi da una parte o dall’altra. I personaggi hanno a disposizione una vasta gamma di maschere: l’Estraneità, l’Iroso, lo Stolto, l’Impassibile, il Consigliere, il Disperato. Fastréda manifesta il suo disprezzo verso coloro che si sono arricchiti senza far nulla, grazie ai privilegi dei loro avi, ma in lui l’odio è così profondo da far sospettare un motivo ancor più rilevante. Il Duca difende con orgoglio i suoi privilegi. La comunità di Vallorgàna assiste a questa disputa e a ogni mossa segue una contromossa. L’iniziale contrasto sui confini violati, si moltiplica all’insegna delle maldicenze di paese che affondano le lame nel retaggio del valore, dell’onore e del passato lustro. Andando avanti con la lettura scopriremo i piedi d’argilla della formazione individuale del Duca. Egli ha modellato la sua vita sulla vita dei suoi avi, non si è mai allontanato dal solco che la casata dei Cimamonte ha segnato. Il Duca, i suoi genitori sono deceuti a causa di un incidente, si è limitato a gestire l’ingente patrimonio ma non ha mai fatto nulla per realizzare se stesso. A distinguerlo dagli altri è il sangue nobile che scorre nelle sue vene. Basta questo per identificarlo?

Il sangue è in fondo una semplice metafora. Si dice sangue per dare un nome alle infinite e imprecisabili cose che scorrono dentro una persona: generazioni di storie, gomitoli di educazioni, alveari di convincimenti, ragnatele di relazioni, sterpaglie di consuetudini, antologie di disgrazie.

Maria, una fanciulla del paese, cerca di smuovere il Duca dalla sua apatia esistenziale, cerca di allontanarlo da quell’ossessione per il passato che lo condiziona in ogni momento.

Sei prigioniero di te stesso. Ti sei costruito una gabbia? Bene. Vuoi restarci dentro? Restaci.

E ancora:

Rumini sempre. Pensi. Ripensi. Pensi ancora. Ripensi di nuovo. Ma non vedi che notte, invece? Non la senti?

Il Duca appare come prigioniero del glorioso passato della sua famiglia. La Villa, Vallorgàna in particolare, è la sua prigione con tutta la sedimentazione storica di cose e genealogia. Proprio tra quelle carte il Duca ritroverà un manoscritto “La Chronica Cimamontium Anno 1495”. Raccontata dagli stessi avi la storia dei Cimamonte, dal secolo XV all’inizio del Settecento, assume le sfumature di un giallo storico.

“Il Duca” è un romanzo che narra l’anamnesi della trasformazione di una coscienza, ha in sé la forza per provocare, svegliare chi dorme e non dovrebbe dormire, per frantumare certezze e far confusione tra la nobiltà sedimentata nel tempo e il modo di pensare e di fare propri di chi è succube di un potere. Ogni trasformazione parte da una presa di coscienza, da un’assunzione di responsabilità per poter cambiare. “Il Duca” ci racconta che non siamo soli, che ci sono gli altri con le loro storie, le loro idee, i loro problemi. Per guardare al mondo di domani occorre far luce su come siamo stati nel passato.

 Il modo giusto per liberarsi del passato non è dimenticarlo, ma conoscerlo.

Conoscere il passato serve a cicatrizzare le ferite che il tempo ha inciso sulla nostra pelle. Tutto si tramanda anche quelle maschere che gli uomini indossano per mettere in scena le ricchezze e le povertà, i vizi e le virtù, le infelicità e le passioni.

Il romanzo di Matteo Melchiorre racchiude la forza evocativa delle parole e rivela l’amore dello scrittore per la storia medioevale. Leggendo mi è sembrato di camminare tra le strade di Vallorgàna, salire per i sentieri di montagna, studiare le carte con il Duca, condividere i suoi pensieri e guardare, attraverso i suoi occhi, a quel passato che ci regala un futuro migliore. Un futuro fatto di libertà.

lunedì 25 luglio 2022

RECENSIONE | "Il delitto della vedova Ruzzolo" di Alessandra Carnevali [Review Party]

“Il delitto della vedova Ruzzolo” (Newton Compton Editori) segna il ritorno in libreria e negli store online di Alessandra Carnevali. Settimo libro della saga poliziesca che vede come protagonista il commissario Adalgisa Calligaris alle prese con una nuova indagine. Una serie di omicidi, indagini complesse, un killer nascosto nell’ombra, un rosario lasciato accanto ai cadaveri e un sacerdote “bello come ‘l sole” sono gli elementi che costituiscono l’architrave che regge la complicata indagine.  



STILE: 8 | STORIA: 7 | COVER: 6
Il delitto della vedova Ruzzolo
Alessandra Carnevali

Editore: Newton Compton
Pagine: 288
Prezzo: € 12,00
Sinossi
Non c'è pace per il commissario Adalgisa Calligaris. Pensava di poter staccare la spina, trasferendosi a Rivorosso, e invece, risolto un caso, in meno di ventiquattr'ore se ne presenta un altro. Il corpo senza vita di Silvia Ravelli è stato trovato dalla sorella, Antonia, nel salotto della sua villa. È un colpo d'arma da fuoco ad averla uccisa, ma non c'è traccia della pistola. Con l'aiuto del magistrato Gualtiero Fontanella, il commissario Calligaris scopre che tra le due sorelle ci sono stati in passato gravi dissapori, per via dell'eredità di uno zio. Ma Adalgisa capisce ben presto che se vuole arrivare alla verità deve allargare il suo raggio d'indagine. Soprattutto quando le vittime aumentano e la lista dei sospettati si allunga: l'imprenditore agricolo Giorgio Moretti, l'ex di Silvia Ravelli; il notaio Paride Calzone; il giovane rumeno Vladimir Mutu; il ricco compagno di Antonia Ravelli, Luigi Corbellini, vecchia conoscenza del commissario, oltre a una serie di figure losche, come quelle di Gigi Zolla detto "Olio" e di Adelmo Patacchini, legate al mondo della malavita e al gioco d'azzardo, di cui Silvia Ravelli era stata assidua frequentatrice..


Era calata da poco la notte su Ponterullo, minuscola frazione a metà strada tra Passonero e Rivorosso Umbro, quando qualcuno bussò al portoncino della casa di Ercolina Ruzzolo.

A Rivorosso Umbro il commissario Adalgisa Calligaris e i suoi fidati collaboratori devono fare i conti con un nuovo omicidio. Ercolina Ruzzolo, un’anziana vedova che viveva da sola, è stata uccisa. Al centro della scena del crimine, il suo corpo giace accanto a un rosario. Dai primi rilievi tutto induce a sospettare che la donna conoscesse il suo assassino. Ma le indagini rischiano di rivelarsi molto più complicate del previsto, perché un’altra donna viene uccisa e anche questa volta accanto al cadavere è stato lasciato un rosario. Un messaggio? Quel che è sicuro è che c’è qualcuno, complice il buio della sera, pronto a colpire di nuovo e Adalgisa dovrà tirar fuori il suo proverbiale fiuto investigativo per assicurare alla giustizia il “Killer del rosario”.

“Il delitto della vedova Ruzzolo” è un giallo italiano che si legge con piacere perché la trama è ben scritta con la giusta dose di misteri e intrighi. I personaggi sono simpatici così come è brillante l’amalgama di termini dialettali con un italiano forbito. I colpi di scena non mancano e rendono la storia intrigante. A strapparmi un sorriso è sempre il personaggio di Tamara Picchio, detta Paris. Lei è una blogger-influencer che veste in modo estroso e attira sempre l’attenzione. In un modo o nell’altro è sempre coinvolta nelle indagini del commissario e riesce a dare spesso una mano nella soluzione del crimine.  Adoro anche la “banda della Maglina”, un gruppo di donne che predilige i mercatini dell’usato, grande passione di Adalgisa.

Ad Orvieto è invece ispirato Rivorosso Umbro, cittadina immaginario della provincia umbra. Rispecchia lo stereotipo del piccolo paese di provincia dove tutti si conoscono, circolano pettegolezzi e calunnie, tutti sono a conoscenza dei fatti altrui e scambiano volentieri quattro chiacchiere nel bar del paese.

Con una narrazione vivace e ironica, Alessandra Carnevali da vita a un giallo in cui il lettore partecipa emotivamente ai drammatici eventi. La trama non è macchiavellica ma riesce a intrigare il lettore.

A porre fino al caos e a restaurare l’ordine ci pensa lei Adalgisa Calligaris, un personaggio simpaticissimo. Adalgisa è una donna dura, a volte brusca nei modi, molto intelligente, mostra un’intuito infallibile ed è coraggiosa e decisa. Non si ferma mai alle apparenze ed è disposta a tutto per risolvere i casi che le vengono assegnati. Spesso adotta scorciatoie e segue metodi investigativi non convenzionali. È sicuramente un personaggio umanissimo con le sue insicurezze e proprio per questo riesce a farsi amare dai lettori. Adalgisa riesce a camuffare, “sotto un carattere da porcospino menefreghista”, la sua fragilità. Incantevole è il personaggio di Gualtiero Fontanella, ex magistrato in pensione e marito di Adalgisa. La sua passione per la cucina è senza limiti ma è un marito attento e premuroso, sempre pronto a schierarsi al fianco della moglie. A far compagnia ai coniugi Fontanella c’è il loro amatissimo cane, Bromuro. Casa Fontanella sembra la succursale di MasterChef e l’ex magistrato un cuoco stellato in miniatura, che Adalgisa ormai chiama affettuosamente “Cracchetto mio”.

I libri della serie Calligaris divertono, intrigano, stupiscono, pongono interrogativi e non annoiano mai. Consiglio, a chi non l’avesse già fatto, di leggere i gialli di Alessandra Carnevali. Se vi piacciono i polizieschi fatevi un bel regalo, anzi, sette bei regali. Buona lettura!



mercoledì 20 luglio 2022

BLOGTOUR | “L'uno dall'altro" di Philip Kerr | I 5 motivi per leggere il romanzo

Bernie Gunther, anticonformista detective privato della serie di thriller storici conosciuta come “Trilogia Berlinese”, torna nelle librerie con “L’uno dall’altro” di Philip Kerr, Fazi Editore nella collana Darkside. Gunther dovrà fare i conti con la sua vita di prima della guerra solo per trovarsi nuovamente braccato ingiustamente come criminale nazista. L’intrico lo aspetta, come vittima sacrificale, in questa oscura vicenda di sporchi patteggiamenti tra vincitori e vinti. Alla fine rimane un’unica certezza: nell’ipocrisia e nella falsità generale è impossibile distinguere i buoni dai cattivi. Nemici e amici si confondono in un’unica nera figura ma ciò non fermerà il cammino del nostro amato detective sempre deciso a scoprire la verità.

Eccovi dunque i cinque motivi per inserire “L’uno dall’altro” tra le vostre prossime letture.





L'uno dall'altro
Philip Kerr 

Editore: Fazi
Pagine: 442
Prezzo: € 15,00
Sinossi
È il 1949, Gunther vive a Dachau e gestisce l’hotel della moglie, dove però nessuno mette mai piede. La donna è da tempo ricoverata in una clinica e lui è sempre più convinto di vendere la struttura e riprendere l’attività di investigatore. L’occasione perfetta gli si presenta a Monaco di Baviera: sommersa dal caos della sconfitta, la città pullula di affari sporchi, avidità dilagante, criminali di guerra in fuga e colpi bassi di ogni genere. Un luogo dove un investigatore privato può trovare tante opportunità di lavoro non del tutto rispettabili: ripulire il passato nazista della gente del posto, favorire i latitanti nella fuga all’estero, risolvere le rivalità tra malviventi… Finché una donna non si presenta nel suo ufficio: suo marito è scomparso. Trattandosi di un ricercato che dirigeva uno dei lager più feroci della Polonia, non vuole ricongiungersi con lui, ma solo assicurarsi che sia morto. Un lavoro abbastanza semplice. Ma nella Germania del dopoguerra nulla è semplice: accettando il caso, Bernie affronta molto più di quanto si aspettasse, e presto si ritrova in pericolo, circondato da sciacalli, in un paese sconfitto e diviso, dove è difficile distinguere gli amici dai nemici, gli uni dagli altri.



I 5 motivi per leggere il romanzo

1. Perché la trama è ingegnosa. È il 1949. Gunther vive a Dachau e gestisce l’hotel della moglie, dove però nessuno mette mai piede. La donna è da tempo ricoverata in una clinica e lui è sempre più convinto di vendere la struttura e riprendere l’attività di investigatore. L’occasione perfetta gli si presenta a Monaco di Baviera: sommersa dal caos della sconfitta, la città pullula di affari sporchi, avidità dilagante, criminali di guerra in fuga e colpi bassi di ogni genere. Un luogo dove un investigatore privato può trovare tante opportunità di lavoro non del tutto rispettabili: ripulire il passato nazista della gente del posto, favorire i latitanti nella fuga all’estero, risolvere le rivalità tra malviventi. Finché una donna non si presenta nel suo ufficio: suo marito è scomparso. Trattandosi di un ricercato che dirigeva uno dei lager più feroci della Polonia, non vuole ricongiungersi con lui, ma solo assicurarsi che sia morto. Un lavoro abbastanza semplice. Ma, come temeva fin dall’inizio, niente in Germania è come sembra, e Gunther si ritrova presto a navigare in acque agitate: la sua ricerca sarà coinvolta nella guerra segreta condotta da organizzazioni dedite a nascondere ex nazisti e agenzie di intelligence specializzate in assassinarli. Tutti, ovviamente, con potenti alleati internazionali. In un paese sconfitto e diviso, dove è difficile distinguere gli amici dai nemici, gli uni dagli altri, Bernie si ritroverà in pericolo, circondato da sciacalli.

2. Perché è il momento di riscoprire l’iconico Bernie Gunther, detective privato antinazista più scorretto di sempre, beffardo e donnaiolo, che si trova quotidianamente ad affrontare il male assoluto. Anche se la guerra è finita, non sono certo terminate i conflitti politici, sociali ed economici del dopoguerra. Attraverso gli occhi di Gunther vedremo una Germania smembrata dai vincitori e di riflesso scopriremo autorità con interessi spesso contrastanti. In molti vogliono nascondere l’oscuro passato, sono uomini senza scrupoli con una coscienza nera e mani sporche di sangue. Anche questa volta Gunther verrà coinvolto in una storia disseminata di bugie, inganni e fughe da spy story. I romanzi che lo vedono protagonista, se non erro sono ben quattordici, sono caratterizzati da una trama di prim’ordine arricchita da riflessioni sulla natura della lealtà, dell’ambizione e dell’identità. Gunther è il narratore perfetto per queste storie cupe rivelando le sporche alleanze tra vincitori e vinti. È impossibile, secondo il nostro investigatore, distinguere l’uno dall’altro perché tutti sono ipocriti e falsi.  In un’intervista Kerr ha spiegato che la sua idea per Bernie è nata nel momento in cui si è ritrovato a chiedersi cosa sarebbe venuto in mente a Raymond Chandler se invece di lasciare Londra per Los Angeles, fosse andato a est, a Berlino. Possiamo dire che Gunther è per la Germania di Hitler ciò che l’eroe di Chandler, Philip Marlowe, è per la California degli anni Quaranta.

Bernie Gunther, ex agente di polizia di Kripo e investigatore privato, nasce nel 1989 con “Violette di marzo” primo volume della trilogia cult Berlino noir (Vi fanno parte anche “Il Criminale Pallido” e “Un Requiem Tedesco” tutti editi da Fazi).

3. Perché tutti i romanzi che vedono protagonista Bernie Gunther sono ritratti accurati e suggestivi del periodo storico in cui le storie si svolgono. Con un linguaggio esplicito, a volte duro, l’autore riesce a trasmettere tutta la violenza e la brutalità che caratterizzavano la Germania hitleriana e il dopoguerra non meno crudele. Leggendo “L’uno dall’altro” potrete riflettere su molte spinose verità che animano il romanzo. Kerr, con la sua scrittura intelligente e il suo stile pulito, con tocchi di umorismo in una narrazione oscura, tratta temi delicati. Con mano ferma l’autore ci mostra gli abissi dell’etica. Non si può ripulire la propria coscienza, come facevano e ancor oggi fanno i criminali nazisti, affermando di aver eseguito solo degli ordini. La colpa è solo dei capi. Kerr approfondisce il senso del male politico e disegna un quadro inquietante dei nuovi poteri. L’arroganza degli uomini non ha limite e L’autore non ha bisogno di scomodare la sua fervida immaginazione per creare mostri che purtroppo hanno davvero inciso le carni dell’umanità. Il mondo riuscirà a ritrovare una morale salvifica?

4. Perché tutti i conflitti hanno più facce e nel romanzo viene affrontato il tema della denazificazione e si cita la Legge Fondamentale promulgata nella Repubblica Federale. Gli ex aguzzini tornano a essere cittadini esemplari. I nazisti sicuramente non sono svaniti anzi sono dappertutto, ad ogni livello, hanno dimenticato in fretta e fatto dimenticare gli orrori che avevano compiuto. Le autorità decidono, nel 1948, che l’ulteriore denazificazione sistematica è un ostacolo alla ricostruzione economica e politica. Con un colpo di spugna viene cancellato il passato del Paese, una coltre di silenzio copre il retaggio nazista. La Germania Ovest e la NATO, vinti e vincitori, riciclarono e riabilitarono uomini dell’apparato nazista nelle trame della Guerra Fredda. Di amnistia in amnistia, molti nazisti, anche di grado elevato, sfuggirono alle accuse. Gli ex funzionari militari nazisti offrirono agli Stati Uniti la loro rete di agenti e il materiale raccolto sui sovietici in cambio della libertà. “L’uno dall’altro” vede i suoi personaggi muoversi su questo territorio minato permettendoci di conoscere la dura realtà del passato. Ricordare gli errori del passato dovrebbe aiutarci ad evitarli nel futuro anche se il presente è la completa negazione di tale auspicio.

5. Perché è una brillante narrativa noir storica, è suggestiva, non mostra assoluzione. Tutti sono in cerca di vendetta ed è interessante notare che la storia, è il 1949, inizia con un prologo che ci porta indietro nel tempo di ben dieci anni. Bernie deve tener d’occhio due agenti inviati in Medio Oriente, Palestina. Bernie ha come compagno di viaggio un giovane Adolph Eichmann che sarà uno dei responsabili dell’esecuzione del piano di sterminio degli Ebrei. I legami tra Germania e Medio Oriente rappresentano una delle vicende a sfondo politico-religioso più interessanti e meno note. La condivisione dei programmi antisemiti e la comune avversione verso i sistemi democratici, cementarono le basi di un’intesa politica e militare tra i due Paesi. Gunther ci narra la sua visione di quell’intesa per molti anni poco conosciuta offrendoci un quadro ancor più vasto in cui prese forma lo sterminio di un popolo.

“L’uno dall’altro” è una storia crudele e avvincente che guarda nell’abisso in cui tutto il mondo è sprofondato. Kerr semina nei suoi romanzi politica e inganni, crudeltà e odio, vendetta e orgoglio. Lo fa con vivide immagini e leggere i suoi libri è sempre un piacere.

Purtroppo lo scrittore Philip Kerr è morto il 23 marzo del 2018, all’età di 62 anni. Poco prima di morire, Philip Kerr ha terminato il quattordicesimo romanzo di Bernie Gunther, “Metropolis”, che è stato pubblicato postumo, nel 2019. Il libro racconta gli inizi di Bernie Gunther e la sua prima inchiesta che si svolge a Berlino nel 1928. Questo è il quattordicesimo romanzo della serie. Il nostro lungo viaggio insieme è terminato. La fine nell’inizio.