giovedì 14 novembre 2019

RECENSIONE | "Delitto a Villa Fedora" di Letizia Triches

È ambientato nella Città Eterna il nuovo giallo di Letizia Triches, “Delitto a Villa Fedora”, pubblicato da Newton Compton Editori. In questa nuova indagine del commisario Chantal Chiusano, “ribollono passioni e tempeste del cuore”, menzogne e verità s’intrecciano ambiguamente e danno voce a oggetti del passato che hanno tante storie da raccontare. Letizia Triches narra sentimenti e lacerazioni di esistenze sospese tra due mondi: l’arte e il nebuloso “nido” familiare.

STILE: 8 | STORIA: 7 | COVER: 7
Delitto a Villa Fedora
Letizia Triches

Editore: Newton Compton
Pagine: 348
Prezzo: € 9,90
Sinossi
Roma, ottobre 1992. A Villa Fedora, nel quartiere Coppedè, viene allestito il set cinematografico per un film sulla vita di Alberto Fusco, famoso scenografo e proprietario dello stabile, morto da diciotto anni. Tutti i componenti della famiglia sono coinvolti nella produzione. Nel pomeriggio di un'umida giornata autunnale, Liliana Fusco, che sin da giovane fu l'assistente di Alberto e poi ne sposò il figlio, è sola nella villa. Sono all'incirca le otto e trenta di sera quando il suo corpo viene ritrovato, massacrato con una ferocia inaudita. Alcune stanze della villa sono state messe a soqquadro, ma mancano segni di effrazione. Cosa cercava l'assassino? La casa contiene soltanto oggetti appartenuti ad Alberto Fusco. Cosa può avere spinto l'omicida ad agire a quasi vent'anni dalla sua morte? Il commissario Chantal Chiusano e l'ispettore Ettore Ferri sono chiamati a fare luce su una vicenda che si rivela ben presto oscura. Perché gli intrighi familiari sono strettamente intrecciati al destino della splendida villa nel cuore di Roma...


In un pomeriggio nuvoloso ma stranamente lucente l’autunno si accorse del giardino di Villa Fedora. Le piante rabbrividirono e la prima foglia dell’acero accanto alla casa si staccò. Dalla finestra dello studio Liliana Fusco avrebbe potuto vederla cadere, ma era concentrata sulla schedatura di alcuni oggetti e aveva la testa abbassata.
Roma, ottobre 1992. A Villa Fedora, dimora del famoso scenografo Alberto Fusco, viene allestito il set cinematografico per il film sulla vita del famoso proprietario morto da diciotto anni. Tutti i componenti della famiglia sono coinvolti nella produzione. La Villa, però, diventa la scena di un violento omicidio. Il corpo di Liliana Fusco, moglie di uno dei figli di Alberto, viene ritrovato massacrato da una ferocia inaudita. Alcune stanze della villa sono state messe a soqquadro, cosa cercava l’assassino? Il commissario Chantal Chiusano e l’ispettore Ettore Fermi sono chiamati a far luce su questa oscura vicenda. Una cosa appare evidente fin da subito: la violenza con cui è stato compiuto il delitto denota un movente d’odio che punta il dito verso gli intrighi della famiglia Fusco che inevitabilmente si intrecciano al destino di Villa Fedora nel cuore di Roma.
Un’abitazione che è un labirinto, riempito all’inverosimile di oggetti. Un labirinto che invita il visitatore a una speciale caccia al tesoro. Arrivare al tesoro significa scoprire la vera natura del suo proprietario.
I gialli firmati da Letizia Triches sono sempre una garanzia. L’eleganza e la fluidità della scrittura coinvolgono e appassionano. Io ho conosciuto il personaggio di Chantal Chiusano in “I delitti della Laguna” (recensione) e con piacere lo ritrovo in questo nuovo romanzo la cui storia si snoda tra arte e morte. Durante lo sviluppo delle indagini ho potuto conoscere e apprezzare ancor di più la protagonista che ha un approccio del tutto particolare quando deve svolgere il suo lavoro. All’intuizione affianca pensieri, sentimenti, sensazioni, esperienza. Non si limita a osservare la realtà evidente dei fatti, và oltre seguendo il suo istinto e grattando quella patina di normalità che gli indagati mostrano celandosi ognuno dietro a una maschera. Per alcuni la vita è una recita, la maschera una seconda pelle ma se si osserva con attenzione si può arrivare a scorgere il vero volto delle persone. Chantal osserva, guarda oltre e sà perfettamente che in ogni persona c’è un lato oscuro, nascosto ma vigile.

“Delitto a Villa Fedora” è un giallo che procede su due piani narrativi separati da un lungo lasso di tempo. Da una parte ci sono le indagini per l’omicidio di Liliana, dall’altra si retrocede nel passato con un lungo inquietante flashback che crea suspence e ci permette di conoscere meglio la figura di Alberto Fusco. Così i capitoli del presente si alternano con frammenti del passato creando una crescente curiosità nel lettore che potrà raccogliere gli indizi seminati dalla scrittrice e provare a risolvere il caso.

“Delitto a Villa Fedora” è un giallo caratterizzato da una trama accattivante, colpi di scena e personaggi ambigui. L’autrice dedica molta attenzione alla descrizione della psicologia dei personaggi e ciò rende più intrigante la lettura. Ad affiancare il commissario nelle indagini, ci sono il medico legale Giovanni Pozzi e l’ispettore Ferri. Insieme formano una squadra vincente. Tenerissima è la figura dell’anziana vicina di casa di Chantal, la signora Maria. Tra le due donne nasce una sincera amicizia e la solitudine è meno dura quando si può contare sulla presenza di un’altra persona.

Il giallo è ambientato a Roma ma non faremo alcun giro turistico della città accompagnando il commissario nelle sue indagini che si svolgeranno in ambienti chiusi. Faremo una specie di pellegrinaggio spostandoci da una casa all’altra dei sospettati e assisteremo ad interrogatori che, pian piano, faranno luce sull’accaduto. I componenti della famiglia Fusco si mostreranno al meglio, recitando la loro parte con abilità come se si trovassero su un gran palcoscenico. Purtroppo la famiglia, come spesso accade, perde il ruolo di “nido”. Non è “un porto sicuro” dove trovare rifugio e mostra il suo lato buio dando vita a litigi e incomprensioni. Tutto ciò rende fragili i giovani componenti del nucleo famigliare e infligge ferite profonde che segnano l’animo.

Leggere questo romanzo è una bella, intensa avventura che coinvolge immediatamente e ti conduce per vie impervie prima di giungere allo scioglimento del caso. Interessante l’intreccio tra il ruolo professionale del commissario e le sue vicende personali che la portano a porsi mille domande sulla natura dell’uomo, su quella normalità che nasconde l’istinto della violenza.

mercoledì 13 novembre 2019

BLOGTOUR | “Il caso Léon Sadorski" di Romain Slocombe | I 5 motivi per leggere il romanzo

Cari lettori, oggi vorrei invitarvi a un breve viaggio alla scoperta di un libro coinvolgente, finalista al premio Goncourt, dai temi attualissimi che vi condurrà in un mondo devastato dalla seconda Guerra Mondiale.

Da domani, 14 novembre, sarà disponibile in libreria “Il caso Léon Sadorski” di Romain Slocombe, nella collana Darkside, edito da Fazi. Per presentarvi questo libro partecipo con vivo interesse al Blogtour organizzato dalla Fazi e il mio compito sarà quello di mostrarvi 5 motivi per cui dovreste leggere questo romanzo in cui l’autore racconta di uomini e donne che hanno vissuto a Parigi sotto l’incubo dell’occupazione nazista.

La vita mi ha insegnato due o tre cosette, un giorno del giugno 1940 a sud di Parigi. E la Gestapo di Alexanderplatz si è incaricata di rifinire la mia educazione. Crepiamo tutti un giorno o l’altro; ma l’astuzia è evitare, per quanto possibile, i momenti più sgradevoli.




Il caso Léon Sadorski
Romain Slocombe (traduzione di M. Ferrara)

Editore: Fazi
Pagine: 438
Prezzo: € 18,00
Sinossi
Parigi, aprile 1942. La capitale francese è in piena Occupazione tedesca. La paura dei bombardamenti inglesi, i traffici illeciti, gli arresti arbitrari, la caccia serrata al terrorista e all’ebreo di turno sono all’ordine del giorno e la popolazione deve decidere se stare o meno dalla parte dei nazisti. Per Léon Sadorski, ispettore di polizia antisemita e anticomunista, la scelta è scontata: il collaborazionismo rappresenta l’occasione perfetta per ottenere privilegi e autorità. Personaggio dall’indole egoista e meschina, per lui l’Occupazione sarà anche l’alibi ideale per lasciare libero corso a tutte le sue bassezze e perversioni: si getterà quindi a capofitto nel suo lavoro di poliziotto, arrestando gli ebrei per spedirli al campo di lavoro più vicino, dando una mano alle Brigate speciali incaricate di intervenire contro i presunti terroristi e approfittandosi di chiunque. Ma, come tutti gli approfittatori, Sadorski è avido e codardo; e quando verrà arrestato inspiegabilmente dalla Gestapo e portato in una prigione di Berlino, dovrà giocare d’astuzia e affinare le sue armi per poter continuare indisturbato a fare i propri interessi nella Parigi collaborazionista.



I 5 motivi per leggere il romanzo

1. Per conoscere Léon Sadorski, un antieroe senza cuore.

Il protagonista di questo romanzo è l’ispettore di polizia antisemita e anticomunista, Léon Sadorski. Uomo dall’indole egoista e meschina, vede nell’Occupazione l’alibi per dar libero sfogo alle sue bassezze e perversioni. Arresterà gli ebrei francesi per spedirli nei campi di lavoro. Approfitterà della sua posizione per un profitto personale, è avido e codardo. Il collaborazionismo è una scelta di comodo per ottenere privilegi e autorità.

2. Per ripercorrere i giorni bui di Parigi

14 giugno 1940, la Francia si arrende senza condizioni al nemico. I tedeschi entrano a Parigi dalla Porta de la Villette. In molti, anche la polizia, iniziarono a collaborare con il nemico facendo propria l’ideologia nazista. La polizia dà il via ai rastrellamenti e alla deportazione di ebrei francesi nei campi di sterminio. Il romanzo racconta le reazioni della popolazione che vive nella paura e deve decidere se stare o meno dalla parte dei nazisti. La quotidianità è scandita dai bombardamenti, dai traffici illeciti, dagli arresti arbitrari, dalla caccia agli ebrei e al terrorismo. Il romanzo è a tratti feroce, duro, crudele ma sempre attentamente documentato sul piano della ricostruzione storica. Senza alcuna difficoltà vedrete affiorare delle immagini nella vostra mente e il coinvolgimento sarà totale.

3. Per riscoprire la funzione sociale del noir

Gli ingredienti più classici del noir sono al gran completo: ambientazione parigina nel 1940, poliziotti e personaggi dalla personalità non edificante, corruzione, violenza e omicidi. Il tutto è ben amalgamato con temi sociali sempre attuali trattati con una meticolosa e profonda ricostruzione della Storia del secolo scorso. Lo scrittore coniuga realtà e fantasia. Fatti realmente accaduti si amalgamano a fatti inventati in un gioco crudele. L’intolleranza, l’odio, l’antisemitismo sono il lato oscuro della società del tempo. Tuttavia ancor oggi sono presenti tra noi. Non sono astratti ma concreti perché anche se il mondo cambia l’uomo continua a covare in sé sentimenti come il razzismo in generale e l’antisemitismo non è un ricordo lontano, è ancora tra noi più vivo che mai.

4. Perché è un romanzo coinvolgente

“Il caso Léon Sadorski” è una finzione letteraria iscritta in una realtà drammatica, quella delle attività di un’ampia parte della polizia francese e del suo coinvolgimento attivo nel genocidio tra il 1940 e il 1944. Il romanzo è scritto in modo accattivante e lo scrittore crea, con stile ed efficacia, scene così reali e avvincenti che ti sembra di essere lì, accanto ai protagonisti, per vedere ciò che succede. La storia è una sorgente continua di emozioni. Le descrizioni della Gestapo di Berlino, del suo personale e della prigione di Plaetzensee sono altamente drammatiche così come lo sono gli interrogatori negli uffici delle Brigate speciali. I personaggi non sono amabili e il racconto è davvero credibile perché, durante la guerra, uomini crudeli come Sadorski si sono sporcati le mani del sangue d’innocenti. Questo romanzo è intricato, ricco di storie, mai noioso. Brutali omicidi, spie e uomini pronti a perdere il controllo per assecondare i loro istinti peggiori, sfileranno davanti ai vostri occhi. Conoscerete un mondo brutale e disumanizzante che travolge i destini di milioni di persone. Gli orrori e gli errori della Storia vanno sempre condannati. Occorre fermare il vento del razzismo che ancora mina la nostra società.

5. Per non dover più ascoltare frasi come “Dovevo obbedire agli ordini.”

Quante volte nei processi agli aguzzini nazisti abbiamo ascoltato questa frase. Ricevere ordini che bisogna eseguire non è una scusante. Si diventa soltanto “buoni esecutori” e la responsabilità deve ricadere soltanto su chi quegli ordini li ha impartiti. Questa filosofia è il pane quotidiano di molte guerre ma credo che occorra  onorare le leggi quando sono giuste, quando diventano la forza del debole e non il sopruso del forte. Pensare di essere nel giusto solo perché si obbedisce agli ordini è spaventoso. Così molti autori di atrocità hanno spiegato di essere solo degli ingranaggi nella mostruosa macchina di distruzione tedesca. Fa rabbrividire pensare a questi mostri come uomini incapaci di ragionare con la propria testa ma capaci solo di eseguire ordini crudeli e inumani.

Nel romanzo appare evidente come uomini comuni non più giovanissimi, con lavoro e famiglia, parteciparono allo sterminio con particolare brutalità. In pochi voltarono le spalle ai tedeschi, in molti diventarono bravi carnefici partecipando allo sterminio anche con iniziative personali. È più facile uccidere che disobbedire!

“Il caso Léon Sadorski” ricostruisce le atmosfere vissute dai protagonisti, le emozioni, i pensieri di coloro che hanno vissuto in prima persona momenti importanti del secolo scorso. Ripercorrendo esperienze dolorose della guerra dobbiamo ancor di più apprezzare ciò che di positivo viviamo quotidianamente e che a volte non sappiamo riconoscere.

venerdì 8 novembre 2019

RECENSIONE | "Cuorebomba" di Dario Levantino

Dopo “Di niente e di nessuno”, opera d’esordio pluripremiata e pubblicata nel 2018 da Fazi, Dario Levantino torna nelle librerie con il suo secondo romanzo “Cuorebomba”, edito nuovamente dalla Fazi Editore.

Il protagonista è sempre il giovane Rosario, conosciuto nel precedente romanzo. Egli, con voce dolce e allo stesso tempo intrisa di crudeltà, ci narra della sua infelice famiglia e del suo grande dolore. È la storia di vite complicate in cui l’esperienza personale si fonde con una società che non brilla per solidarietà verso i più deboli. Su tutto aleggia la volontà di riscatto affrontando situazioni drammatiche e avendo in mente l’unico obiettivo di allontanarsi dalla violenza e dalla miseria. Lo sport, i libri, l’amore, offriranno a Rosario quella possibilità di riscatto che tanto desidera.

STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 8
Cuorebomba
Dario Levantino

Editore: Fazi
Pagine: 266
Prezzo: € 16,00
Sinossi
A Brancaccio, periferia degradata, l’unico modo per difendersi dalla ferocia del quartiere è la famiglia. Ma le famiglie, si sa, sono infelici per definizione e così quella di Rosario. Il padre ha un’altra donna, un altro figlio, e ora è in carcere per spaccio di sostanze dopanti. La madre Maria, invece, scoperta la doppia vita del marito, si ammala di anoressia. Su questo equilibrio precario piomba la scure dei servizi sociali: Maria finisce in una clinica per disturbi alimentari, Rosario in una casa-famiglia. Ispirato dalle sue letture clandestine, il ragazzo diventa così una sorta di Oliver Twist, in lotta contro una legge folle che, nel nome dei diritti dei minori, recide i legami e separa le persone dagli affetti più cari. Nella sua guerra al malaffare che gira intorno ai servizi sociali e nel tentativo di ricongiungersi alla madre, il protagonista però nulla potrà contro le estreme conseguenze di una sentenza definitiva. Fortuna che c’è Anna, ragazza di poche parole, misteriosa e magnetica, a donare a Rosario la luce di una rivelazione: esiste un solo veleno contro la morte ed è l’amore.


C’ho sedici anni, una mamma malata e tutta una vita davanti. C’ho sedici anni e ho capito una cosa: i padri, i figli, li hanno sempre odiati. Lo dicono tutti: pure i telegiornali, pure gli psicologi, pure la mitologia!
“Cuorebomba” è una storia che parla dell’amore di un figlio verso la propria madre, del potere del perdono, del degrado che tutto travolge come un mare in tempesta, di violenza e di riscatto, di cosa vuol dire crescere tra mille difficoltà per diventare grande. È la storia di una periferia feroce e di un ragazzino dal cuore gentile che dovrà affrontare tante disavventure  e in primis la malattia della mamma.
Mi chiamo Rosario, come mio nonno.

C’ho un cane, una collezione incompleta di calciatori Panini e una felpa col cappuccio. La metto quando le cose vanno male, quando sono deluso da tutto e da tutti, quando non voglio essere riconosciuto da nessuno.
Rosario ha 16 anni, abita a Brancaccio, quartiere malfamato di Palermo, e detesta le regole. È un ragazzo solitario con la passione per la mitologia classica e il mare. Il padre, uomo cinico e bugiardo, è in carcere. Ha da tempo abbandonato sua moglie Maria e suo figlio per un’altra donna e un altro figlio. Maria non riesce a superare il tradimento e l’abbandono e si ammala di anoressia. A occuparsi di lei è Rosario, ma un brutto giorno bussano alla loro porta i servizi sociali. Il ragazzino viene mandato, dal tribunale, in una casa famiglia mentre la madre viene ricoverata in una clinica per disturbi alimentari. Per Rosario inizia un calvario nella casa famiglia con soprusi, violenze psicologiche, ritorsioni. L’unica oasi felice è la lettura. Nascosto Rosario ha il libro di Oliver Twist e dal suo contenuto trae il coraggio per combattere contro una legge che, nel nome dei diritti dei minori, recide i legami e separa le persone dagli affetti più cari. Il ragazzo dovrà portare avanti una guerra privata contro il lato oscuro dei servizi sociali nel tentativo di ricongiungersi con la madre. A curare le ferite dell’animo del giovane c’è Anna, ragazza misteriosa e di poche parole, che gli regalerà una speranza chiamata “amore”.

Ho letto “Cuorebomba” con molta emozione ipnotizzata dal dolore e dalla bellezza che sgorgavano dalle pagine del libro. La quotidianità del quartiere Brancaccio si trasforma in un’angosciante agonia di morte che nel dolore riscopre la bellezza dei sentimenti che legano una madre al proprio figlio e fa dire a Rosario:
Brancaccio è un’escrescenza di cemento armato e spazzatura. A Palermo, rione più brutto di questo non c’è. Tuttavia è il mio rione e quartiere più bello non c’è.
Rosaria sfida ogni giorno il destino. A scuola, tra professori e compagni che non lo comprendono. A casa, cercando di nascondere la madre alla morte. Tra le vie del suo quartiere dove cerca di racimolare qualche euro per non morir di fame. Spesso si ritrova ad aver paura. Tra giganti violenti e disumani lui cammina a testa alta affrontando mille problemi.
Mamma, da quando ha scoperto che mio padre c’ha un’altra famiglia, è diventata stramba. Ha i capelli da vecchia, gli occhi stropicciati come uno scontrino dentro un pugno, e da un po’ di tempo non mangia più.
I giorni trascorrono lenti per Rosario, spesso si rattrista perché non riesce a strappare la madre dalle sabbie mobili dell’anoressia ed escogita mille modi per far riaffiorare un sorriso su quelle labbra ormai serrate. Maria da’ cenni d’interesse solo quando Rosario le racconta dei bei voti, immaginari, che prende a scuola e delle partite di calcio dove lui ha il ruolo di portiere. Non le racconta delle ingiustizie e dell’emarginazione, dell’incapacità dei suoi compagni di relazionarsi con lui, della sua esclusione perenne da qualsiasi evento sociale, dei giovani del quartiere che non conoscono l’amore per il prossimo.
A Brancaccio diventi grande quando diventi cattivo.
Più sei spietato, più sei grande.
Più sei feroce, più sei uomo.
Quando i servizi sociali recidono il suo rapporto con la madre, mandando il ragazzo in affido in una famiglia della Palermo bene, per lui inizia l’ennesimo girone infernale.
Chi era la legge per stabilire cosa fosse “armonia” e cosa fosse “inferno”? Per me armonia era stare a Brancaccio accanto ai binari, giocare con il mio cane randagio e prendermi cura di mia madre.
Rosario è deluso, amareggiato, si sente perso in una società che non abbandona mai gli orfani ma si disinteressa di come essi vivono. Il ragazzo è accolto in una finta casa-famiglia dove regnano solo disprezzo e umiliazioni, con finti genitori e con la finta solidarietà pagata ogni mese. Non si può vivere in questo modo, non si può essere burattini nelle mani del destino.
Non permetterò più a nessuno di insultarmi né di emarginarmi. Questo mondo di adulti, che toglie a me mia madre e a lei l’unica persona in grado di guarirla; questo mondo di adulti che mi dà in pasto ai faccendieri degli affidi, che mi intorbidisce la mente con finte sedute di psicanalisi; questo mondo di adulti che non ha il coraggio di ammazzarmi, ma che vuole che io viva da morto, non lo tollero più.
Nel cuore Rosario nasconde i suoi eroi. Sono tre e ognuno è speciale a modo suo: Gesù che non aveva mai ingannato nessuno e predicava l’amore per il prossimo, Pagliuca per le parate esplosive, Giordano Bruno per la disobbedienza. Accanto a loro c’è anche la figura di un prete, Padre Giovanni, schierato con i deboli e sempre pronto a porgere una mano a tutti.
Mentre faccio la strada verso casa, capisco cos’è la religione. È quando ti senti disperato ma non vuoi morire ancora. È quando stai affogando, e uno, che manco lo vedi, ti dà la mano: gli altri ridono perché tu l’hai afferrata, tu no.
“Cuorebomba” è un’immagine spietata del senso della vita, è la forza di combattere che pian piano vien meno, è un correre verso una famiglia che non c’è, è un’apparizione di fantasmi che t’inseguono l’anima, è la storia di un’adolescenza strappata.

Tante le riflessioni da fare leggendo questo intenso romanzo. Tra le righe si sviluppa un altro racconto che ha le radici radicate nella nostra società. Naturalmente nulla è totalmente positivo o del tutto negativo, la zona grigia fa da ponte tra il buono e il cattivo. In questa zona si muove Rosario tra i “cuorisecchi” che traggono sicurezza e successo da chi è debole e i “cuoribomba” deboli ma gentili che vivono al massimo ogni emozione.

L’autore certamente non si risparmia nell’analizzare una società dai mille problemi e mi piace vedere come la scuola e lo sport siano considerati, da Maria, come mezzi per un riscatto sociale tanto agognato. Nella scuola, come sempre, ci sono luci e ombre. Accanto a professori incapaci di instaurare un legame positivo con i loro studenti, ci sono insegnanti che sanno cogliere i talenti nascosti nei loro allievi. L’istruzione apre le porte del futuro per poter realizzare se stessi e cambiare il male in bene. La società deve capire che la scuola è fondamentale per lo sviluppo sociale ed economico del Paese. Anche lo sport, quando diventa uno stile di vita, ha un‘importantissima funzione sociale sia come mezzo educativo e di aggregazione sia come opportunità professionale per cambiare in meglio la propria vita. Tutti sbagliamo, l’importante è capire gli errori per non commetterli più e diventare adulti consapevoli. Nel romanzo vengono messi in luce gli aspetti più bui della scuola e dello sport ma la porta della speranza viene sempre lasciata socchiusa. Speranza riposta anche nella figura immaginaria di Padre Giovanni che mi ha ricordato Padre Pino Puglisi, sacerdote della parrocchia di Brancaccio, deciso a restituire dignità e speranza alla sua gente. Tutti venivano accolti anche chi non condivideva un percorso di fede. È l’amore per i più deboli, per gli emarginati, per chi dalla vita riceve solo pugni in faccia.

Infine, ma non per importanza, vorrei affrontare il tema dei servizi sociali che nel romanzo vengono descritti in modo negativo. Non c’è dubbio che per alcuni operatori l’affido sia soltanto un modo per far soldi, basti pensare al’inchiesta “Angeli e demoni” che ha scoperchiato il vaso di Pandora dei servizi sociali con la creazione nei bambini di falsi ricordi per poterli dare in affido a conoscenti generando un famigerato business. Purtroppo ci sono persone che lucrano sulla pelle di bambini e adolescenti che provengono da situazioni difficili. Naturalmente questa non è la regola ma un’eccezione. Il mondo dell’affido è complicato, ha luci e ombre, ma è importante offrire ai minori una seconda famiglia disposta ad aiutarli.

Come avrete ben compreso, “Cuorebomba” è un libro complesso e vi invito a leggere tra le righe. Scoprirete l’esistenza di persone incapaci di cogliere sia i piaceri che i dispiaceri della vita. Non sono mai veramente felici perché non sanno cosa sia la sensibilità. Attenzione però perché incontrerete anche persone indifese, fragili, dei “deboli gentili” che provano mille emozioni e le vivono fino in fondo. Possono essere emozioni belle o brutte, si può volare nella felicità o precipitare nel baratro. Mettono il cuore in ogni loro azione, conoscono il perdono e hanno un’anima che risplende anche se le lacrime rigano i loro volti.