lunedì 27 maggio 2019

RECENSIONE | "Hanover House" di Brenda Novak

Dopo l’incredibile successo di “Alaska”, torna Evelyn Talbot, la psichiatra dei serial killer. Con “Hanover House” di Brenda Novak, Giunti Editori, abbiamo la possibilità di entrare nella clinica psichiatrica di massima sicurezza dove vengono internati i serial killer più efferati. Ad accoglierci ci saranno Evelyn e il tenace commissario Amarok. Conosceremo subito il nuovo crudele ospite giunto nella spettrale clinica. Si tratta di Lyman Bishop, il “Fabbricante di Zombi”. Niente sarà più come prima.

STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
Hanover House
Brenda Novak (traduzione di S. Bortolussi)

     Serie di Evelyn Talbot     
#1 Alaska (recensione)
#2 Hanover House

Editore: Giunti
Pagine: 428
Prezzo: € 19,00 
Sinossi
È trascorso ormai un anno da quando Evelyn Talbot si è trasferita in Alaska, ad Hanover House, la clinica psichiatrica di massima sicurezza dove vengono internati i serial killer più efferati. Solo pochi di loro hanno una mente così brillante da riuscire a spiegare il complesso modus operandi che si cela dietro ai propri crimini, e uno di questi è appena arrivato. Si tratta di Lyman Bishop, il "Fabbricante di Zombi", un genetista accusato di lobotomizzare le sue vittime con un rompighiaccio. L' unico il cui raffinato intelletto regge il confronto con il famigerato Hannibal Lecter. Appena Evelyn lo incontra sente il sangue gelarsi nelle vene, e non è certo per la tempesta di ghiaccio che sta per abbattersi sulla zona... Ha la netta sensazione che qualcosa nella sua vita stia per cambiare, irreparabilmente. Quando viene ritrovato il corpo di una nuova vittima uccisa con un rompighiaccio, il dubbio che Bishop sia l'uomo sbagliato emerge con violenza. Ma le sfide non sono finite per Evelyn, perché la minaccia di Jasper, il ragazzo che a sedici anni l'ha segregata e seviziata, sembra più vicina che mai. Esiste un legame tra questi eventi? È solo un caso che la donna massacrata assomigli terribilmente alla bella psichiatra? Per Evelyn e l'uomo che ama, il tenace commissario Amarok, la caccia è di nuovo aperta. Perché nessuno è al sicuro nel grande freddo.




Siamo tutti malvagi, in un modo o nell’altro.
La dottoressa Evelyn Talbot continua a studiare la mente dei serial killer più efferati. Solo pochi di loro hanno una mente così brillante da riuscire a spiegare il complesso modus operandi che si cela dietro ai propri crimini. L’ultimo arrivato è uno di questi. Si tratta di Lyman Bishop, un genetista accusato di lobotomizzare le sue vittime con un rompighiaccio. L’unico il cui raffinato intelletto regge il confronto con il famigerato Hannibal Lecter. Tuttavia, mentre Bishop è rinchiuso nella clinica psichiatrica, viene ritrovato il corpo di una nuova vittima uccisa con un punteruolo da ghiaccio. Il “Fabbricante di Zombi” è davvero Bishop? Per Evelyn le sfide si fanno sempre più ardue anche perché Jasper, il ragazzo che a sedici anni l’ha segregata e seviziata, sembra voler pareggiare i conti con lei.

In questo secondo volume della serie ho ritrovato, con vero piacere, Evelyn e Amarok, l’uomo che la dottoressa ama. È stato facile schierarmi con loro per partecipare a una nuova caccia. Perché nessuno è al sicuro nel grande freddo.

La storia coinvolge fin dalle prime pagine grazie alla presenza del “Fabbricante di Zombi” dalla personalità complessa e inquietante. Con la lobotomia il killer riesce a sottomettere al suo volere le povere vittime, le usa per i suoi scopi e poi le uccide. Brividi assicurati.

Mi piace il personaggio di Evelyn perché è una donna coraggiosa che trasforma la paura in forza lottando contro la consapevolezza di essere una preda. Vive giorno per giorno, si sente in colpa per mettere in pericolo le persone che ama, soprattutto Amarok che è riuscito a conquistare il cuore della bella psichiatra. L’esperienza sconvolgente vissuta in giovane età l’ha segnata togliendole la fiducia negli uomini e impedendole di vivere relazioni normali. Per questo il loro non è un rapporto facile anzi le insicurezze di lei minano la storia d’amore ma lui è determinato a non lasciarla andare. È disposto a tutto pur di proteggerla. Mi piace quest’oasi d’amore nel deserto ghiacciato del male.

“Hanover House” è un romanzo inquietante e cupo, dal ritmo incalzante che scandisce il susseguirsi degli avvenimenti. L’incubo di Evelyn diventa realtà e Jasper le si avvicina sempre di più. Accadranno fatti macabri, i fantasmi del passato incontreranno i mostri del presente e ne leggeremo delle belle. La trama è ricca di colpi di scena che rendono ipnotica la lettura. Morte, follia e solitudine s’intrecciano in questo thriller solido e avvincente. Vi consiglio di leggere questo romanzo e di recuperare il primo libro della serie.

giovedì 16 maggio 2019

RECENSIONE | "Evelina" di Fanny Burney

Cari lettori, grazie alla Fazi Editore esce oggi nelle librerie italiane “Evelina” di Fanny Burney, una delle madri del romanzo inglese, che con la sua opera ha ispirato autori come Jane Austen e William Makepeace Thackeray. Pubblicato anonimamente per la prima volta nel 1778, il romanzo ottenne un notevole successo e portò all’autrice una fama immediata grazie al suo stile unico e alla sua vis comica. 

STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 8
Evelina
Fanny Burney (traduzione di C. Vatteroni)

Editore: Fazi
Pagine: 535
Prezzo: € 20,00 
Sinossi
Figlia non riconosciuta di Lord Edmon, Evelina viene allevata in campagna sotto le amorevoli cure del reverendo Villars. A diciassette anni, invitata da alcuni amici a Londra, viene introdotta alla vita mondana e ai divertimenti dell'epoca. Ed è proprio durante una festa da ballo che la giovane conosce Lord Orville, uomo nobile e saggio. Il rapporto tra i due, condito da inevitabili incomprensioni ed equivoci, attraversa tutte le tappe dell'interesse, dell'amicizia e, infine, dell'amore. In parallelo, scorre la travagliata vicenda del riconoscimento legale di Evelina da parte di Lord Belmont. Esortata dal suo benefattore, Mr Villars, alla prudenza e al giudizio, ma anche alla forza d'animo e alla fermezza, Evelina matura una visione del mondo più consapevole e si avvia alla scoperta di se stessa e, finalmente, alla felicità.



In realtà penso che ci dovrebbe essere un libro delle regole e delle usanze à la mode, regalato a tutte le fanciulle al momento della presentazione in società.
Evelina è la figlia naturale di un nobile inglese dissipato. La sua nascita in circostanze dubbie l’ha costretta a crescere in una situazione di isolamento rurale. A prendersi cura di lei è il reverendo Villars. All’età di diciassette anni, la ragazza, dal cuore sensibile e dalla mente virtuosa, è invitata da alcuni amici a Londra e viene introdotta alla vita mondana e ai divertimenti dell’epoca. Dall’ignoranza delle formalità e dall’inesperienza dei costumi del mondo, nascono tutti i piccoli malintesi che la storia narra. La giovinetta, di gran bellezza, avrà molti corteggiatori che si mostrano galanti ma non si fanno scrupolo di  danneggiare la reputazione della ragazza.
Finisco sempre coinvolta in qualche situazione imbarazzante o problematica a causa della mia sventatezza.
Durante una festa da ballo la giovane conosce Lord Orville, uomo nobile e saggio. Il rapporto tra i due sarà inizialmente difficile a causa di inevitabili incomprensioni ed equivoci, poi giungerà l’amore ad appianare ogni divergenza.
Sono nuova al mondo e non avvezza ad agire autonomamente: le mie intenzioni non sono mai volontariamente colpevoli e tuttavia sbaglio sempre.
Evelina, prima insicura e ansiosa, imparerà a districarsi nelle pieghe della società del diciottesimo secolo e verrà esortata, dal suo benefattore, alla prudenza e al giudizio. A lei verranno inflitte cocenti umiliazioni ma con l’esperienza la ragazza conoscerà meglio il mondo che la circonda e riuscirà ad avere più fiducia in se stessa conquistando, finalmente, la felicità.

Con questo romanzo epistolare l’autrice descrive con ironia e lucidità i pregiudizi e le convenzioni che dominano la società dell’epoca, affidando il compito allo sguardo ingenuo e alla sensibilità della protagonista.

“Evelina”, romanzo piacevole e divertente, è la storia dell’ingresso di una giovane donna nel mondo. All’inizio la forma epistolare mi ha un po’ destabilizzata creando un po’ di confusione ma alimentando la mia curiosità. Poi mi è piaciuto il connubio tra realtà e finzione che trova nella lettera un mezzo immediato per esprimere i punti di vista e le emozioni di chi scrive. È immediata, infatti, la conoscenza degli eventi e degli stati d’animo nel momento in cui si verificano. Si crea così un vero e proprio dialogo, ricco di particolari, tra i vari personaggi del romanzo. Ciò mi ha coinvolta nella lettura permettendomi d’immedesimarmi con le varie voci del carteggio e mi ha dato la possibilità d’osservare da vicino la crescita interiore di Evelina.

La protagonista deve imparare a difendersi da una società pronta a rovinare la sua reputazione. I suoi pensieri, le sue riflessioni scaturite da eventi negativi, i suoi errori creano un tessuto narrativo solido e dai molteplici aspetti. La prosa è curata ed elegante, i personaggi sono molti e alcuni molto divertenti. La trama è veloce. La lettura si arricchisce di un’analisi spietata della società del diciottesimo secolo. Con gentiluomini, alcuni privi di eleganza interiore, e intrighi che si rubano vicendevolmente la scena, “Evelina” è un romanzo sincero e sorprendente in cui i destini si incrociano in una “selva oscura” che tutti chiamiamo “società”.

lunedì 13 maggio 2019

RECENSIONE | "Il mistero del cadavere sul treno” di Franco Matteucci

Carissimi lettori, inizio una nuova settimana proponendovi la lettura di un giallo caratterizzato da una narrazione appassionante tra intrighi di paese, abitanti votati al silenzio e personaggi bizzarri. Si tratta dell’ennesima indagine dell’ispettore Marzio Santoni nato dalla fantasiosa penna di Franco Matteucci. Il nuovo romanzo “ Il mistero del cadavere sul treno” è nelle librerie dal 2 maggio 2019, Newton Compton Editore.

STILE: 8 | STORIA: 7 | COVER: 6
Il mistero del cadavere sul treno
Franco Matteucci

Editore: Newton Compton
Pagine: 252
Prezzo: € 9,90
Sinossi
La neve fiocca su Valdiluce e sui tanti segreti che non danno pace all'ispettore Marzio Santoni e al suo fedele assistente Kristal Beretta. La morte della diciassettenne Franca Berti, sensitiva capace di parlare con gli alberi, è stata davvero provocata dalla malattia? L'eccentrico marito, Alain Bonnet, insegnante di Forest Therapy, ovvero l'arte di connettersi con la natura attraverso i cinque sensi, è un santone, un ciarlatano o un assassino? Da giorni, poi, le anziane spione del paese spettegolano di quell'uomo strano, un ingegnere venuto da fuori, che non dà confidenza a nessuno ma che sembra avere un solo scopo: seguire come un'ombra la povera e ignara Olimpia Carlini, impiegata delle poste... Intanto, in occasione della coppa del mondo di sci, la vecchia locomotiva a vapore è stata rimessa in funzione e, dopo cinquant'anni, tornerà a percorrere la ferrovia panoramica per un viaggio mozzafiato. Ma la festa per la corsa inaugurale sarà funestata da un orribile delitto. Le indagini non saranno facili, per Lupo Bianco, perché ogni indizio mostra solo una piccola porzione della verità e il quadro d'insieme appare sfuggente come lo sbuffo del treno che si disperde in lontananza tra i monti innevati.






Nascoste dalle tendine di pizzo delle finestre, le anziane spione del paese si erano subito concentrate su quell’uomo stravagante che aveva trascorso più di un’ora immobile di fronte all’ufficio postale. Ciò che più le aveva insospettite era il fatto che lo sconosciuto avesse atteso e poi pedinato Olimpia Carlini, una delle donne meno appariscenti di Valdiluce, dalla vita scialba e appartata.
L’ispettore Marzio Santoni, detto Lupo Bianco, e il suo fedele assistente Kristal Beretta, cioccolatino dipendente, dovranno indagare su crimini orribili che sconvolgono la quiete gelida di Valdiluce. La morte della giovanissima Franca Berti, sensitiva capace di parlare con gli alberi, è stata davvero provocata dalla malattia? L’eccentrico marito, Alan Bonnet, insegnante di Forest Therapy, ovvero l’arte di connettersi con la natura attraverso i cinque sensi, è un santone, un ciarlatano o un assassino? Chi è quell’uomo strano, venuto da fuori, che non dà confidenza a nessuno ma che segue come un’ombra la povera e ignara Olimpia Carlini? Intanto, in occasione della coppa del mondo di sci, la vecchia locomotiva tornerà a percorrere la ferrovia panoramica per un viaggio mozzafiato. Purtroppo un orribile delitto sconvolgerà la quiete del paesino di montagna e Lupo Bianco  dovrà ricomporre il puzzle della verità frantumato in tanti piccoli tasselli.

“Il mistero del cadavere sul treno” è una storia densa, increspata da brividi, non solo per le basse temperature dei luoghi palcoscenico della vicenda ma anche per la violenza che porta all’omicidio. Valdiluce non è più un luogo dove splende il sole, ma un luogo buio e cupo che la Morte rende ancora più intrigante.

L’ispettore Santoni è affascinante ma riservato. Ama la natura e preferisce passare il tempo in mezzo ai boschi piuttosto che al caldo dei rifugi. La sua casa è un focolare spartano, bandite le comodità, convertito a zoo casalingo visto che con l’ispettore vivono il dispettoso pipistrello Puppy, il diffidente topo Mignolino, il gattino Lampo, il riccio Arturo, il cane Romeo e una colonia di formiche metereologiche. Sarebbe una vita idilliaca, sempre a contatto con la natura se a Valdiluce non si verificassero misteriosi e violenti decessi. Tutto il paese è in allerta a iniziare dalle simpaticissime ma omertose “vedette clandestine”, sono le pettegole di Valdiluce, le anziane spione del paese con lo sguardo sempre vigile. Ventiquattr’ore su ventiquattro. A loro nulla sfugge ma non vogliono avere alcun contatto con l’autorità giudiziaria anche se alcune lettere anonime giungono sempre al momento opportuno per indicare una nuova pista da seguire. Santoni non ha vita facile e un misterioso personaggio, nascosto nell’ombra, confonde ancor di più le carte.
Due uomini su una locomotiva ferma in mezzo a una tempesta di neve, in piena notte. Un presunto assassino rifugiato sotto una panca di un vecchio treno storico. Un fuoco che riscalda un bel gruzzolo di denaro. Sembra quasi un incontro organizzato dal destino, un gioco buffo della vita per intrecciare tre persone sull’unico binario di una ferrovia che va a morire nella fosca e inospitale Val di Pozze.
L’ispettore, per giungere alla verità, dovrà muoversi tra segreti e bugie. Intorno a lui, sulla giostra degli eventi, ruotano molti personaggi ben caratterizzati. Il gelido clima di montagna con bufere di neve e temperature rigide, crea impedimenti che ostacolano le indagini. La selvaggia e potente natura dei luoghi diventa protagonista di un giallo dai mille volti che contrappone la neve soffice e puro al cuore duro di alcuni uomini. Ci sono più demoni che angeli in questo romanzo dove aleggia l’ombra inquietante “del grande fratello”. L’era della sorveglianza arriva anche in montagna e lo scrittore introduce un tema importante come il controllo di massa effettuato anche con metodi illeciti. A Valdiluce progresso tecnologico e morte percorrono lo stesso sentiero, si confondono, si fronteggiano, si ritrovano davanti al fuoco che accende e brucia i sogni.

“Il mistero del cadavere sul treno” è un romanzo intrigante, misterioso  e sorprendente fino all’ultima pagina. Alla prossima ispettore Marzio Santoni!

giovedì 9 maggio 2019

RECENSIONE | "Come diventai monaca" di César Aira

Oggi, 9 maggio, arriva nelle librerie un romanzo molto particolare: “Come diventai monaca” di César Aira, traduzione dallo spagnolo di Raul Schenardi, Collana Le strade,  Fazi Editore. Vi troverete tra le mani un piccolo libro, circa 110 pagine, che racchiude uno dei romanzi più famosi e apprezzati di Aira: una storia sempre in equilibrio fra l’innaturale e il reale, la fantasia e l’autobiografia, la crudeltà e la meraviglia, il riso e le lacrime. Fazi Editore ha pubblicato a firma Aira “Il pittore fulminato”, (recensione), un omaggio  narrativo al pittore tedesco Johann Moritz Rugendas e ai suoi viaggi nell’America Latina dell’Ottocento.

STILE: 8 | STORIA: 7 | COVER: 7
Come diventai monaca
César Aira (traduzione di R. Schenardi)

Editore: Fazi
Pagine: 110
Prezzo: € 16,00
Sinossi
Madre, padre e figlia si sono appena trasferiti in città. Il padre prende per mano la bambina e la porta a mangiare il gelato, una delizia mai provata prima. Fra tutti i gusti e colori, la bambina, emozionata, sceglie la fragola. Il gelato però è disgustoso. Il padre insiste, sempre più arrabbiato, ma alla fine lo assaggia anche lui: effettivamente, è avariato. I due tornano sul luogo del misfatto e, preso da un raptus, il padre uccide il gelataio affogandolo nel gelato alla fragola.

Dopo un periodo in ospedale a causa dell’intossicazione, la bambina comincia la scuola in ritardo rispetto ai compagni. Non sa leggere né scrivere e trova rifugio nella sua prodigiosa fantasia, popolata di radio che prendono vita, nane che fanno miracoli, dentiere rubate per il carnevale, cieli che si tingono di rosa. Mescolando il ricordo all’immaginazione crea mondi sensibili e delicati, poetici e meravigliosi. A partire dalla narrazione di sé: una narrazione tutta sua.

Finché, così come è cominciato, il racconto si chiude col gelato alla fragola, protagonista di un’atroce vendetta.






La mia storia, la storia di “come diventai monaca”, è cominciata molto presto nella mia vita; avevo appena compiuto sei anni. L’inizio è segnato da un vivido ricordo che posso ricostruire fin nei minimi particolari. Prima di quello non c’è niente; poi, tutto è proseguito formando un ricordo unico, vivido, continuo e ininterrotto, compresi i periodi di sonno, finchè non presi l’abito.
Questo romanzo, devo confessarlo, mi ha mandata in confusione. Succede raramente, ma accade. Iniziamo dal titolo: mi aspettavo tutt’altro e di monache, nel romanzo, nemmeno l’ombra. Sulla cover compare un bel gelato. Monache e gelato, come si rapportano tra loro? Poi leggendo le prime pagine ho assistito al balletto delle desinenze, -a e -o. Solo dopo ho capito che il protagonista era un bambino che parlava di sé al femminile. Allora sapete cosa ho fatto? Ho ricominciato a leggere il romanzo con la mente libera da ogni preconcetto e la lettura è stata gratificante anche se non facile. Andiamo con ordine.

Madre, padre e figlia si sono appena trasferiti in città. Il padre prende per mano la bambina e la porta a mangiare il gelato, una delizia mai provata prima.
Ci eravamo trasferiti a Rosario. […] La grande città ci impressionò moltissimo. Mio padre non attese nemmeno un paio di giorni per mantenere una promessa che mi aveva fatto: portarmi a mangiare un gelato. Sarebbe stato il primo per me.
Fra tutti i gusti e i colori, la bambina, emozionata, sceglie la fragola.
A piedi raggiungemmo una gelateria. Lui ne chiese uno al pistacchio, crema americana e chinotto al whisky, e per me uno da dieci centesimi alla fragola. Il colore rosa mi affascinò. Ci sedemmo su una panchina sul marciapiede… Osservai come faceva papà, che in pochi secondi aveva finito la pallina di crema verde. Riempii il cucchiaino con la massima cautela e me lo portai alla bocca. Non appena le prime particelle mi si sciolsero sulla lingua mi sentii male dal disgusto. Non avevo mai assaggiato niente di così ripugnante.
E sì,il gelato è disgustoso! Il padre si arrabbia e infine assaggia anche lui la gelida crema rosa: effettivamente il gelato è avariato. Torna dal gelataio e, preso da un folle raptus, uccide il gelataio affogandolo nel gelato alla fragola. Finisce in carcere e la bambina viene ricoverata in ospedale per l’intossicazione. Trascorrono settimane in cui la piccola paziente è tra la vita e la morte, nelle mani di una terrificante infermiera. Molti sono i bambini con intossicazione da cianidi e la Morte ha un gran da fare. Poi avviene il miracolo, la bimba guarisce ma iniziano, per lei, una serie di esperienze traumatiche e allucinanti. Causa ricovero, la piccola inizia la scuola in ritardo. Tutti la prendono in giro perché non sa leggere né scrivere e la maestra l’accusa di essere un mostro. Segue la visita in carcere al padre e anche qui la realtà gioca con immagini e suggestioni fantastiche.
Tutti gli uomini incarcerati erano il mio papà. E io lo amavo. Se prima, stando fra le sue braccia, tenendolo per mano, avevo creduto di amarlo, adesso sapevo che l’amore era di più, molto di più. Bisognava essere l’angelo custode di tutti gli uomini disperati per sapere cos’era l’amore.
Come può la piccola superare questi eventi traumatici? Lei trova rifugio nella sua prodigiosa fantasia. Costruisce mondi poetici e meravigliosi tanto da arrivare a parlare di sé al femminile. La realtà si capovolge pur rimanendo realtà. Così leggiamo di drammi radiofonici che prendono vita, nane che fanno miracoli, dentiere sottratte durante il carnevale. Ricordo e immaginazione si mescolano, le carte si confondono, i confini si dilatano fino a svanire e nascono mondi incantevoli ma non incantati. Pian piano ogni tassello occupa il suo posto, la storia assume una sua identità fino all’epilogo davvero sorprendente. È un cerchio che si chiude. Tutto ha avuto inizio per colpa di un gelato alla fragola e tutto si chiude in presenza della dolce crema.

Il gelato! Il fanciullino che è in noi,  Pascoli mi perdonerà, adora sicuramente questa delizia. Il gelato è una delle chiavi che ci permette di accedere alla parte bella della nostra infanzia, è un condensato di felicità. Il romanzo capovolge questo comune sentire e assegna al gelato l’infrangersi di ogni positività.

“Come diventai monaca” è un cammino di ricerca, un viaggio fuori e dentro di sé. In circa 110 pagine l’autore tratteggia la sua biografia parziale che copre solo un anno, dai sei ai sette anni. È una storia surreale, narrata in modo surreale. È una favola crudele sulla scoperta del mondo proiettato sul palcoscenico della vita. Il protagonista fugge dalle difficoltà e si rifugia nella fantasia dove la realtà, alla fine, lo raggiunge mostrandogli il dolce e il salato della vita. Il tesoro più importante dell’infanzia, intesa come un continuo divenire, non è sicuramente “il gelato” ma l’immaginazione senza limiti ricordando che tutto ciò che si può immaginare è reale. Pablo Picasso diceva: “Dipingo gli oggetti come li penso, non come li vedo.”

Giusto per incuriosirvi un po’ di più vi rivelo che il titolo originale, “Cómo me hice monja”, nasconde un gioco di parole tipico del vesre, la parlata popolare del Rio de la Plata. Lascio a voi il piacere di scoprirlo e  ringrazio il traduttore per questa piccola curiosità.

Cèsar Aira, nato in Argentina nel 1949, è uno dei più importanti autori latinoamericani contemporanei. Ha pubblicato più di 120 libri e tradotto autori come Franz Kafka, Jane Austen, Stephen King. È stato paragonato a Calvino e Nobokov per il suo allegro gioco letterario, tradotto in 28 paesi e apparso negli ultimi anni in cima alle liste dei favoriti al Nobel.

Ora che ci penso, e se il protagonista percepisse la realtà come una cella di un convento? E se, visto che parla di sé al femminile, si sentisse una monaca? Forse il mondo pazzesco di Aira mi ha travolta. E dire che il gelato alla fragola non piace neanche a me!

lunedì 6 maggio 2019

RECENSIONE | "Il guardiano della collina dei ciliegi" di Franco Faggiani

L’anno scorso ho letto e apprezzato “La manutenzione dei sensi” di Franco Faggiani (recensione), pubblicato da Fazi Editore. Con “Il guardiano della collina dei ciliegi”, l’autore ci propone una storia davvero originale in cui realtà e fantasia si fondono. Tutto ha inizio quando casualmente lo scrittore legge un trafiletto su un giornale sportivo. La notizia riportata diventa materia per questa storia ambientata in paesi lontani e con tradizioni differenti. 

STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 8
Il guardiano della collina dei ciliegi
Franco Faggiani

Editore: Fazi
Pagine: 232
Prezzo: € 16,00 
Sinossi
Il guardiano della collina dei ciliegi, ispirato a una storia vera, ripercorre le vicende di Shizo Kanakuri, il maratoneta olimpico che, dopo una serie di vicissitudini e incredibili avventure, ottenne il tempo eccezionale di gara di 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti e 20 secondi.

Nato a Tamana, nel Sud del Giappone, Shizo venne notato giovanissimo per l’estrema abilità nella corsa. Grazie al sostegno dell’Università di Tokyo e agli allenamenti con Jigoro Kano, futuro fondatore del judo, Shizo ebbe modo di partecipare alle Olimpiadi svedesi del 1912 dove l’imperatore alla guida del paese, desideroso di rinforzare i rapporti diplomatici con l’Occidente, inviò per la prima volta una delegazione di atleti. Dopo un movimentato e quasi interminabile viaggio per raggiungere Stoccolma, Shizo, già dato come favorito e in buona posizione nella maratona, a meno di sette chilometri dal traguardo, mancò il suo obiettivo e, per ragioni misteriose anche a se stesso, sparì nel nulla dandosi alla fuga. Da qui ha inizio la storia travagliata di espiazione e conoscenza che porterà il protagonista di questo libro dapprima a nascondersi per la vergogna e il disonore dopo aver deluso le aspettative dell’imperatore, poi a trovare la pace come guardiano di una collina di ciliegi. 


Solo chi chiude i conti con il passato può riuscire a guardare oltre l’orizzonte e perdonare se stesso.
Ripercorre le vicende di Shizo Kanakuri, il maratoneta olimpico che, dopo una serie di incredibili avventure, ottenne il tempo eccezionale di gara di 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti e 20 secondi.

Nato a Tamana il 20 agosto del 1891, nel Sud del Giappone, Shizo ama la natura e ha una passione per la corsa.  Per lui correre in libertà, da solo, senza alcuna regola, tra i boschi e i monti della sua isola, lo faceva sentire in sintonia con il creato. La sua regola personale era una frase di un’opera di Lewis Carroll: “Comincia dall’inizio e vai avanti fino alla fine.”

Semplice a dirsi, difficile a farsi.

Venne notato giovanissimo e, grazie al sostegno dell’Università di Tokio e agli allenamenti con Jigoro Kano, Shizo ebbe modo di partecipare alle Olimpiadi svedesi del 1912. Questa scelta fu soprattutto per l’imperatore giapponese un modo per rinforzare i rapporti diplomatici con l’Occidente, soprattutto con l’America, e le Olimpiadi erano un’occasione imperdibile. Fu lo stesso imperatore Mutsuhito a chiedere a Shizo di partecipare ai Giochi Olimpici.
Mi hanno detto che la sua falcata ormai assomiglia a quella di una cicogna quando sta per spiccare il volo, che i suoi piedi sussurrano all’erba e che le sue braccia si alternano come gli stantuffi di una locomotiva che viaggia veloce.
Shizo dovette affrontare un quasi interminabile viaggio per raggiungere Stoccolma. Shizo avrebbe partecipato alla maratona, era tra i favoriti per la vittoria, ma a sette chilometri dal traguardo succede qualcosa che stravolge ogni previsione. Il maratoneta mancò il suo obiettivo, tutto era perduto: il rispetto l’onore, la famiglia, l’amicizia. Il grande maratoneta del Sol Levante, l’allievo prediletto della magnifica università di Tokyo, la speranza dell’imperatore e di tutto il Giappone, aveva fallito. Così Shizo sparì nel nulla dandosi alla fuga. Seguirono anni di espiazione e sensi di colpa che porteranno il protagonista di questo romanzo a nascondersi per la vergogna e il disonore. Shizo aveva tradito la fiducia dell’imperatore, per il disonore lui voleva sparire, diventare invisibile. Dopo varie traversie giungerà a Rausu, nel Nord del Giappone, un luogo adatto per espiare le proprie colpe e vivere in solitudine fino a lasciarsi annullare dal tempo. A Rausu, terre estreme protese sull’oceano buio e profondo in cui navigano i ghiacciai e i grandi capidogli, Shizo troverà la pace come guardiano di una collina su cui sorge un bosco di yamazakura.
È un ciliegio selvatico delle montagne, il più resistente al freddo e alla siccità. E anche il più longevo. Il suo tronco può diventare maestoso e salire nel cielo fino a trenta metri; anche lassù in primavera sbocciano i suoi fiori bianchi dai petali di neve. Lo yamazakura è il gran sacerdote degli alberi.
Shizo si prende cura di questi alberi custodendoli con competenza e amore. Prendersi cura dei ciliegi è un po’ come prendersi cura della propria anima.
Se si eliminano i rami improduttivi, quindi inutili, quelli che rimangono crescono più rigogliosi. Questo principio vale per ogni cosa, anche per le persone: eliminare i pensieri negativi per far sì che quelli positivi abbiano più spazio e vigore per svilupparsi.
“Il guardiano della collina dei ciliegi” è la storia di un uomo che dopo esser caduto nell’abisso del disonore, ha la possibilità e il coraggio di rialzare la testa e trovare, finalmente, la pace. È un romanzo dolce e malinconico che si legge volentieri e desta molta curiosita perché, fin dal primo capitolo, si sale su un treno immaginario per iniziare un viaggio straordinario alla scoperta di un Paese lontano e sconosciuto tra abitudini, situazioni sociali, politiche e religiose, aspetti culturali e stili di vita che non ci appartengono. Mi sono lasciata avvolgere dal fascino della filosofia orientale e mi hanno emozionata i pensieri, le riflessioni del protagonista. La resa non è mai contemplata nella vita dei giapponesi ma chi non ha mai sbagliato? Chi non ha tradito un’amicizia, una persona cara? Nessuno lo farebbe di proposito ma accade. Allora cerchiamo di relegare tutto in un angolo del nostro cuore, il passato nasconde il nostro dolore. Le radici della vita si nutrono di quel dolore e non c’è luogo sulla terra dove nascondersi. I rimorsi, i nostri errori, ritornano e a noi non resta che fermarci e guardarli in faccia. Ci fermiamo giusto un attimo e poi riprendiamo a correre, un passo dopo l’altro, senza dover sottostare alle leggi del tempo. Il fluire della vita diventa inevitabilmente il fluire della corsa, senza limiti, senza costrizioni, senza interruzioni. Mai cedere, con coraggio e determinazione occorre andare avanti perchè il rimpianto è pronto a trafiggerti il cuore. Shizo ha ascoltato le voci che lo spronavano a fermarsi solo per un attimo ed è stata la fine. Così il maratoneta è uscito dalle pagine della storia delle Olimpiadi, è scomparso, svanito nel suo disonore. Ha vissuto con un gran peso sul cuore. Tuttavia la vita è imprevedibile e Shizo ha avuto l’opportunità di riprendere e concludere la sua meravigliosa maratona stabilendo un record che nessuno potrà mai infrangere.

giovedì 2 maggio 2019

RECENSIONE | "Canta, spirito, canta" di Jesmyn Ward

Ho amato “Salvare le ossa” e ho atteso con trepidazione il secondo volume della serie della trilogia di Bois Sauvage. Oggi l’attesa è finita, Jesmyn Ward torna nelle librerie con “Canta, spirito, canta”, traduzione di Monica Pareschi, per NN Editore. Così mi son comodamente seduta sul mio divano, pronta a rimettermi in viaggio verso Bois Sauvage, Mississippi. Ho portato con me il ricordo struggente del primo romanzo che dava voce a un gruppo di ragazzini nei giorni precedenti l’arrivo dell’uragano Katrina. Ho ripreso in mano il primo libro e ho ritrovato la frase citata nel finale:
Legherò i pezzi di vetro e mattone con lo spago e appenderò i frammenti sopra il letto, in modo che brillino nel buio e raccontino la storia di Katrina.
È in questo momento, come scrive la traduttrice Monica Pareschi, che i protagonisti di “Salvare le ossa” passano il testimone ai protagonisti di “Canta, spirito, canta. La furia della natura, infatti, cede il posto alla furia dell’uomo e in un canto di preghiera si erge la voce degli emarginati in un Paese segnato dalla ferita della schiavitù. Una ferita ancora sanguinante che lacera la carne con le catene del dolore che vola via sulle ali del tempo.

Scriveva Khalil Gibran: “La vita senza libertà, è come un corpo senza lo spirito.” Spiriti che fluttuano tra di noi, che trasformano il loro dolore in canto. Un canto dolce e disperato, un canto triste e pieno di speranza, un canto che è quasi un lamento e diventa un grido e poi un urlo. Un canto per poter tornare a casa. Finalmente a casa.

STILE: 9 | STORIA: 9 | COVER: 9
Canta, spirito, canta
Jesmyn Ward (Traduzione di M. Pareschi)

    Trilogia di Bois Sauvage     
#1 Salvare le ossa (recensione)
#2 Canta, spirito, canta

Editore: NN Editore
Pagine: 320
Prezzo: € 18,00
Sinossi
Jojo ha tredici anni, e cerca di capire cosa vuol dire diventare un uomo. Vive con la madre Leonie, la sorellina Kayla e il nonno Pop, che si prende cura di loro e della nonna Mam, in fin di vita. Leonie è una presenza incostante nella vita della sua famiglia. È una donna in perenne conflitto con gli altri e con se stessa, vorrebbe essere una madre migliore ma non riesce a mettere i figli al di sopra dei suoi bisogni. Quando Michael, il padre di Jojo e Kayla, esce di prigione, Leonie parte con i figli per andarlo a prendere. E così Jojo deve staccarsi dai nonni, dalla loro presenza sicura e dai loro racconti, che parlano di una natura animata di spiriti e di un passato di sangue. E mentre Mam si spegne, gli spiriti attendono, aggrappati alla promessa di una pace che solo la famiglia riunita può dare.


Quando racconta, la sua voce è come una mano tesa che mi accarezza la schiena, e posso schivare la paura di non riuscire mai a stare a testa alta come lui, a essere sicuro di me come Pop è di se stesso. Allora rimango lì a sudare, incollato alla sedia della cucina, che adesso è così calda per la capra che bolle, così calda che le finestre sono appannate, e il mondo intero sta tutto in questa stanza dove siamo io e Pop.
Jojo è un ragazzino di 13 anni, e cerca di capire cosa vuol dire diventare uomo. Vive con la madre Leonie, la sorellina Kayla e il nonno Pop, che si prende cura di loro e della nonna Mam, in fin di vita. Leonie è una madre spesso assente, non riesce a mettere i figli al di sopra dei suoi bisogni. Quando Michael, il padre di Jojo e Kayla, esce di prigione, Leonie decide di andarlo a prendere portando con sé i bambini. Per Jojo, lasciare i nonni vuol dire staccarsi dalla loro presenza rassicurante e dai loro racconti che parlano di una natura animata di spiriti e di un passato di sangue. Mentre Mam dice addio alla vita, gli spiriti attendono sperando in una promessa di pace, in un ritorno a casa che solo la famiglia riunita può dare.

“Canta, spirito, canta” è un romanzo che sussurra alle ombre, che guarda nelle profondità dell’animo umano e coglie l’essenza dei legami,  dei vincoli di sangue, delle verità taciute, dei racconti iniziati e mai finiti. È una storia che si scaglia sulla coscienza del lettore e ne imprigiona il cuore cullandolo con nenie dolci e crudeli. Sì, il mondo si prende gioco dei vivi e li tormenta dal principio alla fine.

È così che il mondo ripaga Mam. Lei ha fatto sempre del bene, la vita le ha regalato il cancro, “un serpente che le strisciava lungo le ossa.” Al suo fianco c’è Pop, colonna della famiglia, un nonno che si occupa dei nipoti e cerca di guidarli lungo il sentiero dell’esistenza. Il cammino però è tutto in salita, ogni passo è reso difficoltoso dal peso delle catene che imprigionano l’animo dell’uomo e lo trascinano giù verso un passato di morte che canta il suo nome. La sua rabbia è chiusa nel suo cuore e attende l’arrivo della tempesta da cui sgorgherà la verità. Verità anelata da spiriti che si palesano al fianco dei più giovani componenti della famiglia e che “vivono” quando le strisce di meth vengono sniffate da Leonie regalandole la visione di Given, il giovane fratello morto in circostanze poco chiare. Leonie, tre sillabe piene di delusione. Leonie che ha in sé tanta rabbia e permette alla droga di aprirle le porte del baratro.

Jojo e Kayla sono “ciascuno la luce dell’altro”, il loro rapporto è unico e speciale. Jojo è il tronco che dà riparo a Kayla, è la sua forza, la sua speranza. Intorno a loro la vita non è facile, hanno una mamma incapace di liberare l’amore che ha in sé e hanno un papà Bianco allontanato dai suoi genitori Bianchi perché ama la Nera Leonie. Bianchi e Neri. Così, mentre i Neri ricordano le terribili catene, i Bianchi sono schiavi dei loro pregiudizi. Sicuramente non si può fuggire da ciò che è nella nostra testa e in loro non ci sarà pentimento, non ci sarà cambiamento. L’odio scorre nelle vene dei Bianchi e non c’è pace. La schiavitù ha però tanti aspetti: si è schiavi della fame, dell’amore, del desiderio, dei sogni. Si è schiavi dei ricordi, si è schiavi di una morte brutale e orribile, tanto che nemmeno Dio ce la fa a guardare. Allora il rumore delle catene si trasforma in canto, lo spirito cerca la pace come un assetato cerca l’acqua. È un canto di parole al contrario, un vento che scompiglia le acque, è una buca nella nuda terra, è una mano che stritola il cuore.

“Canta, spirito, canta” è un romanzo che ipnotizza e conquista con una storia struggente in cui la rabbia e l’odio per questo mondo lottano con l’amore per la vita. La Morte striscia silenziosa, lascia che gli uomini la guardino in faccia e sorride perché la vita, a volte, ferisce più della stessa morte. Non privatevi del piacere di leggere questo libro. Potrete rifugiarvi sotto una coperta di sogni, dissetarvi alla fonte della vita, accarezzare chi non c’è più e volare seguendo “l’Uccello a squame, che con tutti gli spiriti ha spiccato il volo su un’onda di vento, così da tornare, finalmente, a casa.”