martedì 10 dicembre 2019

RECENSIONE | "I lupi di Venezia" di Alex Connor

È ambientato nella Venezia del XVI secolo “I lupi di Venezia”, il nuovo thriller storico di Alex Connor. Una moltitudine di personaggi si muovono fra le calli veneziane e il ghetto ebraico: mercanti di varie nazionalità, un medico ebreo e uno speziale olandese, famosi pittori, ricattatori e spie, cortigiane e umili fanciulle. Nell’acqua si riflettono meravigliosi palazzi e lugubri prigioni, vita e morte si rincorrono. Il buio nasconde le brutte verità, la luce mostra il viso di una città seducente che attrae e affascina. Un sogno, una fiaba, una trappola in cui uomini corrotti vendono l’anima al diavolo per il potere e il denaro.

STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
I lupi di Venezia
Alex Connor (traduzione di T. Bernardi)

Editore: Newton Compton
Pagine: 382
Prezzo: € 9,90
Sinossi
Venezia, XVI secolo. La dura vita di bottegai, prostitute, schiavi ed ebrei del ghetto contrasta con l'abbagliante ricchezza della città lagunare, meta di mercanti provenienti da ogni parte del mondo per fare fortuna. Ma alla prosperità, si sa, si accompagna spesso la corruzione. In un'epoca in cui l'inganno, la malizia e la perversione prosperano al pari dell'arte e della filosofia, i lupi hanno vita facile. Sono individui spregiudicati, che si muovono famelici, fiutando le migliori opportunità per acquisire sempre più potere, coinvolgendo ignare pedine nelle loro oscure trame. Marco Gianetti è un assistente del Tintoretto; Ira Tabat un mercante ebreo; Giorgio Gabal lavora come apprendista di bottega; Giovanni Spoletto è un condannato senza appello. I loro destini stanno per piegarsi al volere di individui molto in vista, come il poeta Pietro Aretino, la cortigiana Tita Boldini e la spia Adamo Baptista. Il ruggito del leone di Venezia sembra essersi placato, ora che i lupi sono a caccia.


Venezia, 1549. La dura vita di bottegai e prostitute, schiavi ed ebrei del ghetto contrasta con l’immensa ricchezza della città lagunare. Mercanti, provenienti da ogni parte del mondo, si prodigano negli affari senza disdegnare corruzioni e ricatti. In quest’epoca così ricca, i lupi hanno vita facile. Uomini spregiudicati e famelici, fiutano le loro prede e le catturano per trarne illeciti guadagni. Marco Gianetti è un assistente del Tintoretto, Ira Tabat un medico ebreo. I loro destini stanno per incontrarsi e piegarsi al volere di uomini potenti come il poeta Pietro Aretino, la cortigiana Tita Boldini e la spia Adamo Baptista. Sotto il leone di Venezia i lupi sono a caccia.

La città dei vizi ha i suoi segreti custoditi nell’ombra dei fastosi palazzi che si specchiano nella laguna. La Serenissima trabocca di spezie, seta e musica. Inganno, malizia e perversioni prosperano al pari dell’arte e della filosofia. Dove però risplende la luce dell’ingegno c’è sempre il buio di anime malvagie che sono pronte alla caccia con ricatti e orrori. La Venezia che si riflette tra le pagine di questo libro non è una città romantica e indossa una maschera per ingannare e nascondersi. Uomini malvagi, personificazione del male, seminano morte nel nome del denaro e del potere.
Venezia era una magnifica aberrazione, di una bellezza accecante, vergognosamente prospera, popolata dalle sgualdrine più succose e lascive e dagli opportunisti più scellerati. Essendo una Repubblica e sentendoci già perfetti, accoglievamo ambiziosi e avventurieri scurrili; accettavamo mercanti e commercianti di ogni nazionalità e colore della pelle, approfittando delle loro capacità e delle loro tasche per vendere e comprare.
La voce narrante del romanzo appartiene al personaggio di Marco Gianetti, apprendista del maestro Tintoretto il “Furioso”. All’ombra della bottega del grande pittore, si gioca una partita molto pericolosa che vede un susseguirsi di personaggi destinati a cadere, ad uno ad uno, sotto le fauci di spietati assassini. Purtroppo i lupi cattivi hanno un fascino a cui alcuni uomini non sanno resistere firmando così la loro condanna. Uomini che si travestono da lupi, ingannano con l’ambiguità delle parole, offrono piaceri e notorietà, bella vita e un posto sul palcoscenico “di chi conta” e poi mostrano i denti aguzzi per riscuotere il loro compenso.
Attenta ai Lupi di Venezia.
Sono in quattro… non meno. Non permettere che ti dicano il contrario.
Avidità e ambizione strisciano come pericolosi serpenti tra le pagine del romanzo. Il tradimento si erge contro la lealtà. L’innocenza china il capo davanti alla corruzione. Un ritratto sconvolgente della città emerge da questa storia affascinante che cattura come un’onda gigante per condurti sulla spiaggia di un finale che rimanda a un secondo libro spero di prossima pubblicazione. Tanti i personaggi, tante le storie che intrecciano destini e spengono vite. Conosceremo Pietro Aretino, un’aquila in mezzo ai passerotti, poeta e ricattatore che si muoveva per gli ambienti veneziani ed era intoccabile. Ammireremo il Tintoretto osservando il suo modo di lavorare, i suoi dipinti, le sue modelle, e scopriremo l’origine di quel “Furioso” che accompagna il suo nome emblema del suo carattere forte e dell’uso drammatico della prospettiva. Con Ira e Rosella Tabat scopriremo il ghetto ebraico dal quale non si poteva uscire né di notte né durante le festività cristiane. A mezzanotte i ponti venivano chiusi con dei cancelli e riaperti al mattino. Seguiremo, inizialmente con fiducia poi con riprovazione, le scelte del ricco Marco Gianetti. Un lupo travestito d’agnello?

Alex Connor sa come creare la suspense nei lettori e tenerli incollati al libro dalla prima all’ultima pagina con un romanzo coinvolgente che mostra la società del tempo descritta con intrighi, arte, paure e passioni. Nessun segreto è al sicuro e abili burattinai giocano con la vita delle persone. Come sempre, nei libri dell’autrice, anche in questo suo thriller non manca il mondo dell’arte con le sue invidie, le gelosie e i pettegolezzi.

“I lupi di Venezia” è un thriller dall’atmosfera cupa e avvincente, intrigante e affascinante. I venti del narrare soffiano impetuosi su questa storia ed è bello fare incontri interessanti conoscendo tanti personaggi che entrano in scena cammin facendo. Cortigiane e mercanti, spie e assassini, ci conducono in un’epoca in cui sfarzi e orrori vanno a braccetto. Il tutto ha inizio quando viene ritrovato il cadavere di una donna con gli arti mozzati. A dare un nome al corpo martoriato è Tintoretto, pittore dal gran talento. Intorno al mistero si muovono personaggi ambigui capitanati da Pietro Aretino, il flagello dei principi, e dalla spia Adamo Battista sempre di nero vestito. Tra false amicizie e illusorie nobiltà, gli eventi ci mostrano uomini che tramano nell’ombra. Ne percepiamo la presenza ma non ne conosciamo il nome, sono i lupi di Venezia. “Sono in quattro…non meno.”

Non vi svelo più nulla della trama ricca e solida che caratterizza questo romanzo storico in cui una molteplicità di voci narrano la loro verità, tessono oscure congiure, manipolando i destini di persone innocenti. Non vi sarà difficile percepire la presenza di uno spiritello che, senza neanche nascondersi troppo, vi sussurrerà di non fidarvi di nessuno. I “lupi” attaccano sempre l’agnello più debole, quello che resta in fondo al gregge. Nella città del doge il pericolo è in agguato e crea una continua tensione con numerosi colpi di scena. Gli omicidi irrisolti ci danno appuntamento al prossimo volume di questa serie appassionante. All’appello io non mancherò!
Venezia è una città che non tace mai. Senti come spettegolano, come si accapigliano come corvi davanti a un brandello di carne per ogni frammento di notizia. La gente ama gli scandali, gli omicidi, le pene.
I lupi, vestiti di seta, ci aspettano nella città dei sogni.

mercoledì 4 dicembre 2019

RECENSIONE | "Nell'antro dell'alchimista" di Angela Carter

“Nell’antro dell’alchimista” di Angela Carter, Fazi Editore, è il primo volume della raccolta di racconti che contiene la produzione migliore di quest’autrice britannica scomparsa al culmine della sua carriera. Questo primo volume contiene i suoi primi racconti e due delle sue opere più famose, “La camera di sangue” e “Fuochi d’artificio”. Le protagoniste di queste favole nere, inquietanti e misteriose, sono le donne. L’autrice si ispira alla tradizione del racconto orale e riscrive molte fiabe, tra cui Barbablù e La Bella e la Bestia. Attenti però, questa non è una nuova versione di fiabe e favole che conosciamo. L’autrice opera con precisione chirurgica per estrarne il contenuto latente e soprattutto vuol mettere in discussione il modo in cui le donne vengono rappresentate nelle fiabe.

STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 7
Nell'antro dell'alchimista
Angela Carter (traduzione S. Basso e R. Bernascone)

Editore: Fazi
Pagine: 380
Prezzo: € 17,50
Sinossi
Nell'antro dell'alchimista - diviso in due volumi di cui questo è il primo - raccoglie la produzione migliore di un'autrice fondamentale. La camera di sangue , secondo Salman Rushdie il capolavoro per cui verrà sempre ricordata, è una serie di bellissime fiabe in chiave moderna, libere riscritture di quelle classiche, in cui l'autrice sbeffeggia gli stereotipi di genere affidando alla figura femminile le redini della storia, donandole un erotismo inedito e conducendola verso un finale vincente rimaneggiato in chiave ironica. Fuochi d'artificio nasce invece dall'esperienza dell'autrice in Giappone ed è il punto di svolta nella sua produzione, nonché il momento in cui il tema del femminismo diventa centrale: «In Giappone ho imparato cosa significa essere donna e mi sono radicalizzata». Ai tesori custoditi all'interno di questa magistrale raccolta Angela Carter ha affidato il proprio testamento stilistico, servendosi di una scrittura raffinata, barocca, a tratti ermetica e costruendo una nuova mitologia femminista con cui condurre un'acuta analisi della società che supera le barriere del tangibile e penetra i meandri dell'immaginazione. Introduzione di Salman Rushdie.


Angela Carter, talentuosa e fantasiosa scrittrice, ci guida attraverso racconti paurosi e fantastici sempre caratterizzati da mistero e da un senso di attesa per scoprire cosa si nasconde dietro ciò che appare normale ma che normale non è. In un mondo buio, dove le emozioni positive non entrano, si procede su un terreno minato tra aggressioni reali e inganni. Le donne protagoniste affrontano numerose sfide eppur sognano anche se i loro desideri vengono fagocitati dalla dura realtà. A volte, inaspettato e gradito, giunge l’aiuto di una persona amata. Più spesso giunge solo la Morte a porre la parola “fine” alle loro avventure che si svolgono in mondi invertiti, tetri e abominevoli. I desideri perversi si moltiplicano senza alcun freno e vengono ampiamente soddisfatti. L’intera gamma dei sentimenti umana risplende in questi racconti in cui l’umorismo nero fa spesso capolino.

Con una scrittura raffinata, a volte bizzarra e crudele, l’autrice esprime l’amore per il gotico, per le narrazioni crudeli e meravigliose, con una vena di terrore e uno sguardo all’inconscio. Foreste stregate, castelli incantati, specchi misteriosi, popolano questi originali racconti.

All’interno di questa raccolta troviamo “La camera di sangue” e “Fuochi d’artificio”.
“Ricordo come passai quella notte nel vagone letto sveglia, incantata nel piacere tenero che l’eccitazione mi dava, la guancia in fiamme contro il lino immacolato del cuscino, il cuore che mi batteva forte, all’unisono con i massicci pistoni che con violenza spingevano senza sosta il treno: nella notte quel treno mi portava lontano da Parigi, lontano dall’infanzia, lontano dalla quiete bianca e raccolta dell’appartamento di mia madre, verso i territori imperscrutabili del matrimonio.”
“La camera di sangue” è un’antologia di racconti pubblicata nel Regno Unito nel 1979. La raccolta comprende 10 racconti di lunghezza variabile e con facilità potrete riconoscere le storie di Charles Perrault, a cui l’autrice fa espliciti riferimento. I racconti ci propongono il ruolo delle donne nella società. Il matrimonio, le relazioni sociali, l’invecchiamento, la sessualità mostrano i loro aspetti più bui e terrificanti. Tutti i racconti sono ambientati in tempi piuttosto moderni. Ho letto con curiosità “La camera di sangue”, ispirata a Barbablù,  sorridendo per il finale in cui l’autrice gioca con le convenzioni delle fiabe tradizionali. Le donne mostrano la loro vera personalità che si nasconde sotto maschere sociali. Più allegra è invece la storia de “Il gatto con gli stivali”che comunque racchiude una vena di cinismo. Alcune storie sono invece atroci  e inquietanti. Si rifanno alla tradizione nordica con una girandola di lupi e vampiri, foreste e nevi, castelli e misteri. Il tutto è reso affascinante dalla vena maliziosa con cui l’autrice perfora la superficie delle favole. I personaggi presentano spesso identità incerte, nulla è certo in questo mondo che si estende oltre il visibile e ci conduce in zone oscure da cui può emergere ogni cosa: occhi che possono divorarti, silenzi malati, paesaggi senza contorni e senza sole, cuori leggeri come carta velina.

“Fuochi d’artificio” è un’antologia di racconti che si basa sull’esperienza della Carter in Giappone, dove visse dal 1969 al 1971. Il tema centrale di questi scritti è il femminismo: “In Giappone ho imparato cosa significa essere donna e mi sono radicalizzata.”
La sua contagiosa convinzione che il nostro amore fosse unico e disperato mi infettò di una malattia ansiosa; presto avremmo imparato a trattarci vicendevolmente con la circospetta gentilezza di camerati a cui sia stato amputato un arto, perché eravamo circondati dalle più commoventi immagini di evanescenza, fuochi d’artificio, vecchi, bambini. Ma le immagini più toccanti erano gli intangibili riflessi di noi stessi che vedevamo l’uno negli occhi dell’altro, riflessi di niente se non di apparenze…
In questa raccolta i racconti hanno un ritmo lento. Si alternano storie ambientate in Giappone e storie fantastiche colme di emozioni, di lacrime e sangue. Tra i racconti ho molto apprezzato “Un souvenir dal Giappone” e “La bella figlia del boia”.

Nel primo lavoro, forse semi-autobiografico, l’autrice narra di una donna inglese che vive in Giappone. Racconta i dettagli della relazione della donna con un uomo giapponese più giovane di lei. La donna, oltre a considerare la bellezza del loro rapporto, analizza il ruolo della donna nella società giapponese.
In una società dominata dagli uomini, le donne sono apprezzate solo in quanto oggetto delle passioni degli uomini.
“Nell’antro dell’alchimista” è un libro splendido che si inabissa nel baratro del Male e risale in superficie per rivolgersi alla nostra ragione. Ci mostra un mosaico di personaggi, avventure, panorami psicologici e anime nere. Narra di donne che decidono del proprio futuro, fragili ma pronte a trasformarsi in tigri e a uccidere. Racconta dell’ingenuità che nasconde la depravazione, di donne impermeabili al rimorso, della ricerca di sé. Ogni racconto crea un mondo sospeso tra realtà e fantasia, dove,un susseguirsi di eventi impressionanti, bandisce il vivere felici e contenti. Tante storie crudeli narrate con arte e arguzia. Per tutti, colpevoli o innocenti, non c’è una via di fuga. Il buio che gli uomini si portano dentro non si nasconde più e trova, nell’antro dell’alchimista, la sua naturale casa.

lunedì 25 novembre 2019

RECENSIONE | "Le verità sepolte" di Angela Marsons

Se avete dato un’occhiata alle nuove pubblicazioni della Newton Compton Editori, avrete certamente notato il nuovo thriller di Angela Marsons. “Le verità sepolte” è il sesto volume della serie che vede come protagonista la detective Kim Stone sempre alle prese con casi inquietanti che non smettono mai di stupire. In questa nuova storia c’è un elemento nuovo che innescherà dinamiche pericolose: Kim non lavorerà con la sua squadra ma indagherà con il suo ex collega Tom Travis. La collaborazione non sarà facile, tra i due c’è una vecchia ruggine che ha trasformato l’amicizia in profonda incomprensione.

STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 6
Le verità sepolte (Serie di Kim Stone #6)
Angela Marsons (traduzione di N. Giugliano)

Editore: Newton Compton
Pagine: 384
Prezzo: € 9,90
Sinossi
Quando, durante uno scavo archeologico, vengono rinvenute alcune ossa umane, uno sperduto campo della black country si trasforma improvvisamente nella complessa scena di un crimine per la detective Kim Stone. Non appena le ossa vengono esaminate diventa chiaro che i resti appartengono a più di una vittima. E testimoniano un orrore inimmaginabile: ci sono tracce di fori di proiettile e persino di tagliole da caccia. Costretta a lavorare fianco a fianco con il detective Travis, con il quale condivide un passato che preferirebbe dimenticare, Kim comincia a investigare sulle famiglie proprietarie e affittuarie dei terreni del ritrovamento. E così, mentre si immerge in una delle indagini più complicate mai condotte, la sua squadra deve fare i conti con un’ondata di odio e violenza improvvisa. Kim intende scoprire la verità, ma quando la vita di una sua agente viene messa a rischio, dovrà capire come chiudere al più presto il caso, prima che sia troppo tardi.


L’oscurità della sua stessa anima gli aveva tolto il respiro. Si era trasformato in un mostro e non sarebbe finita con lui. In realtà, era solo l’inizio. Sarebbero arrivati l’odio e la morte, e Justin era troppo vigliacco per fermarli. Mise il messaggio per la madre sul cuscino e riprese il coltello. Con impugnatura ferrea e mano salda, si concentrò sulla vena del polso. Squarciò la pelle con la lama. Questa volta, faceva sul serio.
Con un prologo accattivante, Angela Marsons cattura l’attenzione del lettore e lo proietta in una storia ricca di emozioni forti. I personaggi sono molti e vari, si presentano in una girandola di eventi che creano un clima di crescente tensione. Non aspettatevi serial killer e scie di sangue nel consueto modo d’intendere un thriller. Questa volta il Male si nasconde nel grande oceano dei social.

Durante uno scavo archeologico, vengono rinvenute alcune ossa umane. Durante le prime rilevazioni, appare evidente che le ossa appartengono a ben tre vittime. Il loro attento studio rivela un orrore inimmaginabile: ci sono tracce di fori di proiettile e persino di tagliole da caccia. Kim dovrà lavorare fianco a fianco con il detective Travis, con il quale condivide un passato che preferirebbe dimenticare. L’indagine appare subito complessa e lei sarà costretta ad allontanarsi dalla sua squadra che dovrà fare i conti con un’ondata di odio e violenza improvvisa.

È un romanzo profondo e con personaggi ben caratterizzati. La trama non è sibillina nell’intreccio ma confonde per l’intensità della cattiveria umana che trascina verso abissi oscuri che tolgono il respiro perché, amici miei, sono reali più che mai. Una fitta nebbia di omertà circonda inizialmente il ritrovamento delle ossa. Non sarà facile scoprire a chi appartengono. Dopo aver scoperchiato il vaso di pandora del male vi renderete conto che l’oscurità dell’anima si mostra anche in pieno giorno. Il male è in agguato, nelle idee e nelle azioni, e far luce sulle verità sepolte può essere molto pericoloso. Così come pericolosa è l’escalation di violenza d’odio che sta attraversando la nostra società e che spesso si finge di non vedere. Nel romanzo, come nella vita, troverete situazioni apertamente razziste e xenofobe.  Il rispetto della dignità di ogni persona si perde nell’odio nei confronti di individui giudicati diversi e si inorridisce leggendo ciò che accade nel libro. Non mi meraviglierei se ciò si verificasse anche nella realtà grazie a uomini senza scrupoli che urlano ai quattro venti di essere razzisti e uomini subdoli, forse i più pericolosi, che continuano a negarlo ma che ufficiosamente condividono questa marea d’odio. Kim dovrà affrontare una sfida irta di pericoli, seguire il suo istinto sarà un’arma vincente ma il costo emotivo da pagare sarà altissimo. Entreremo con lei nel mondo virtuale. Facebook, Snapchat ci accoglieranno mostrandoci il lato oscuro della rete dove rigogliosa cresce l’erbaccia dei crimini d’odio. Entreremo nel mondo del Knock out game (filmati di aggressioni casuali, violente e gratuite). Assisteremo alla moda del momento con il gioco dei pugni in faccia o degli schiaffi agli sconosciuti. Tutto ciò sarà la cornice in cui Kim si muoverà, dovrà attraversare un territorio minato da un’assurda follia e da una profonda repulsione verso la diversità per razza, nazionalità, orientamento sessuale e disabilità.

“Le verità sepolte” è un thriller in cui il Male si guarda allo specchio e moltiplica la sua faccia deforme. Un concentrato d’odio innesca crimini d’odio e un’entità malvagia, che si pensava ormai sepolta nel passato, risorge e inizia “la caccia”.

Devo confessare che leggere questo thriller non è stato facile proprio per i temi trattati. Quando leggo di omicidi e serial Killer mi piace pensarli racchiusi tra le pagine di un libro. I crimini d’odio sono, oggi più che mai, reali. È il passato che ritorna, è la dimostrazione di come l’uomo non abbia imparato nulla dagli errori fatti.
Nessuno nasce fanatico. Ci si diventa…
Tutto ciò genera una nuova paura perché il crimine d’odio assume un significato diverso da quello di una comune aggressione. Kim scoprirà orrori degni dei lager nazisti. Annientare l’identità di persone discriminate per vari motivi diventa un orribile gioco ma la nostra amata detective non getta mai la spugna e lotterà per difendere i più deboli.

“Le verità sepolte” è un thriller che non delude, è una lettura in compagnia di emozioni forti che vi travolgeranno fino al movimentato finale. L’autrice affronta temi duri ma attuali creando una tensione che corre ininterrotta attraverso tutte le pagine del libro. È impossibile smettere di leggere e anche se non è difficile scoprire i colpevoli, la storia riesce a intrappolarti in una ragnatela dove umiliazioni, odio, morte e assenza di pietà ti travolgono. Brava Kim e brava Angela! Alla prossima lettura con un’altra intrigante storia tutta da scoprire.

giovedì 14 novembre 2019

RECENSIONE | "Delitto a Villa Fedora" di Letizia Triches

È ambientato nella Città Eterna il nuovo giallo di Letizia Triches, “Delitto a Villa Fedora”, pubblicato da Newton Compton Editori. In questa nuova indagine del commisario Chantal Chiusano, “ribollono passioni e tempeste del cuore”, menzogne e verità s’intrecciano ambiguamente e danno voce a oggetti del passato che hanno tante storie da raccontare. Letizia Triches narra sentimenti e lacerazioni di esistenze sospese tra due mondi: l’arte e il nebuloso “nido” familiare.

STILE: 8 | STORIA: 7 | COVER: 7
Delitto a Villa Fedora
Letizia Triches

Editore: Newton Compton
Pagine: 348
Prezzo: € 9,90
Sinossi
Roma, ottobre 1992. A Villa Fedora, nel quartiere Coppedè, viene allestito il set cinematografico per un film sulla vita di Alberto Fusco, famoso scenografo e proprietario dello stabile, morto da diciotto anni. Tutti i componenti della famiglia sono coinvolti nella produzione. Nel pomeriggio di un'umida giornata autunnale, Liliana Fusco, che sin da giovane fu l'assistente di Alberto e poi ne sposò il figlio, è sola nella villa. Sono all'incirca le otto e trenta di sera quando il suo corpo viene ritrovato, massacrato con una ferocia inaudita. Alcune stanze della villa sono state messe a soqquadro, ma mancano segni di effrazione. Cosa cercava l'assassino? La casa contiene soltanto oggetti appartenuti ad Alberto Fusco. Cosa può avere spinto l'omicida ad agire a quasi vent'anni dalla sua morte? Il commissario Chantal Chiusano e l'ispettore Ettore Ferri sono chiamati a fare luce su una vicenda che si rivela ben presto oscura. Perché gli intrighi familiari sono strettamente intrecciati al destino della splendida villa nel cuore di Roma...


In un pomeriggio nuvoloso ma stranamente lucente l’autunno si accorse del giardino di Villa Fedora. Le piante rabbrividirono e la prima foglia dell’acero accanto alla casa si staccò. Dalla finestra dello studio Liliana Fusco avrebbe potuto vederla cadere, ma era concentrata sulla schedatura di alcuni oggetti e aveva la testa abbassata.
Roma, ottobre 1992. A Villa Fedora, dimora del famoso scenografo Alberto Fusco, viene allestito il set cinematografico per il film sulla vita del famoso proprietario morto da diciotto anni. Tutti i componenti della famiglia sono coinvolti nella produzione. La Villa, però, diventa la scena di un violento omicidio. Il corpo di Liliana Fusco, moglie di uno dei figli di Alberto, viene ritrovato massacrato da una ferocia inaudita. Alcune stanze della villa sono state messe a soqquadro, cosa cercava l’assassino? Il commissario Chantal Chiusano e l’ispettore Ettore Fermi sono chiamati a far luce su questa oscura vicenda. Una cosa appare evidente fin da subito: la violenza con cui è stato compiuto il delitto denota un movente d’odio che punta il dito verso gli intrighi della famiglia Fusco che inevitabilmente si intrecciano al destino di Villa Fedora nel cuore di Roma.
Un’abitazione che è un labirinto, riempito all’inverosimile di oggetti. Un labirinto che invita il visitatore a una speciale caccia al tesoro. Arrivare al tesoro significa scoprire la vera natura del suo proprietario.
I gialli firmati da Letizia Triches sono sempre una garanzia. L’eleganza e la fluidità della scrittura coinvolgono e appassionano. Io ho conosciuto il personaggio di Chantal Chiusano in “I delitti della Laguna” (recensione) e con piacere lo ritrovo in questo nuovo romanzo la cui storia si snoda tra arte e morte. Durante lo sviluppo delle indagini ho potuto conoscere e apprezzare ancor di più la protagonista che ha un approccio del tutto particolare quando deve svolgere il suo lavoro. All’intuizione affianca pensieri, sentimenti, sensazioni, esperienza. Non si limita a osservare la realtà evidente dei fatti, và oltre seguendo il suo istinto e grattando quella patina di normalità che gli indagati mostrano celandosi ognuno dietro a una maschera. Per alcuni la vita è una recita, la maschera una seconda pelle ma se si osserva con attenzione si può arrivare a scorgere il vero volto delle persone. Chantal osserva, guarda oltre e sà perfettamente che in ogni persona c’è un lato oscuro, nascosto ma vigile.

“Delitto a Villa Fedora” è un giallo che procede su due piani narrativi separati da un lungo lasso di tempo. Da una parte ci sono le indagini per l’omicidio di Liliana, dall’altra si retrocede nel passato con un lungo inquietante flashback che crea suspence e ci permette di conoscere meglio la figura di Alberto Fusco. Così i capitoli del presente si alternano con frammenti del passato creando una crescente curiosità nel lettore che potrà raccogliere gli indizi seminati dalla scrittrice e provare a risolvere il caso.

“Delitto a Villa Fedora” è un giallo caratterizzato da una trama accattivante, colpi di scena e personaggi ambigui. L’autrice dedica molta attenzione alla descrizione della psicologia dei personaggi e ciò rende più intrigante la lettura. Ad affiancare il commissario nelle indagini, ci sono il medico legale Giovanni Pozzi e l’ispettore Ferri. Insieme formano una squadra vincente. Tenerissima è la figura dell’anziana vicina di casa di Chantal, la signora Maria. Tra le due donne nasce una sincera amicizia e la solitudine è meno dura quando si può contare sulla presenza di un’altra persona.

Il giallo è ambientato a Roma ma non faremo alcun giro turistico della città accompagnando il commissario nelle sue indagini che si svolgeranno in ambienti chiusi. Faremo una specie di pellegrinaggio spostandoci da una casa all’altra dei sospettati e assisteremo ad interrogatori che, pian piano, faranno luce sull’accaduto. I componenti della famiglia Fusco si mostreranno al meglio, recitando la loro parte con abilità come se si trovassero su un gran palcoscenico. Purtroppo la famiglia, come spesso accade, perde il ruolo di “nido”. Non è “un porto sicuro” dove trovare rifugio e mostra il suo lato buio dando vita a litigi e incomprensioni. Tutto ciò rende fragili i giovani componenti del nucleo famigliare e infligge ferite profonde che segnano l’animo.

Leggere questo romanzo è una bella, intensa avventura che coinvolge immediatamente e ti conduce per vie impervie prima di giungere allo scioglimento del caso. Interessante l’intreccio tra il ruolo professionale del commissario e le sue vicende personali che la portano a porsi mille domande sulla natura dell’uomo, su quella normalità che nasconde l’istinto della violenza.

mercoledì 13 novembre 2019

BLOGTOUR | “Il caso Léon Sadorski" di Romain Slocombe | I 5 motivi per leggere il romanzo

Cari lettori, oggi vorrei invitarvi a un breve viaggio alla scoperta di un libro coinvolgente, finalista al premio Goncourt, dai temi attualissimi che vi condurrà in un mondo devastato dalla seconda Guerra Mondiale.

Da domani, 14 novembre, sarà disponibile in libreria “Il caso Léon Sadorski” di Romain Slocombe, nella collana Darkside, edito da Fazi. Per presentarvi questo libro partecipo con vivo interesse al Blogtour organizzato dalla Fazi e il mio compito sarà quello di mostrarvi 5 motivi per cui dovreste leggere questo romanzo in cui l’autore racconta di uomini e donne che hanno vissuto a Parigi sotto l’incubo dell’occupazione nazista.

La vita mi ha insegnato due o tre cosette, un giorno del giugno 1940 a sud di Parigi. E la Gestapo di Alexanderplatz si è incaricata di rifinire la mia educazione. Crepiamo tutti un giorno o l’altro; ma l’astuzia è evitare, per quanto possibile, i momenti più sgradevoli.




Il caso Léon Sadorski
Romain Slocombe (traduzione di M. Ferrara)

Editore: Fazi
Pagine: 438
Prezzo: € 18,00
Sinossi
Parigi, aprile 1942. La capitale francese è in piena Occupazione tedesca. La paura dei bombardamenti inglesi, i traffici illeciti, gli arresti arbitrari, la caccia serrata al terrorista e all’ebreo di turno sono all’ordine del giorno e la popolazione deve decidere se stare o meno dalla parte dei nazisti. Per Léon Sadorski, ispettore di polizia antisemita e anticomunista, la scelta è scontata: il collaborazionismo rappresenta l’occasione perfetta per ottenere privilegi e autorità. Personaggio dall’indole egoista e meschina, per lui l’Occupazione sarà anche l’alibi ideale per lasciare libero corso a tutte le sue bassezze e perversioni: si getterà quindi a capofitto nel suo lavoro di poliziotto, arrestando gli ebrei per spedirli al campo di lavoro più vicino, dando una mano alle Brigate speciali incaricate di intervenire contro i presunti terroristi e approfittandosi di chiunque. Ma, come tutti gli approfittatori, Sadorski è avido e codardo; e quando verrà arrestato inspiegabilmente dalla Gestapo e portato in una prigione di Berlino, dovrà giocare d’astuzia e affinare le sue armi per poter continuare indisturbato a fare i propri interessi nella Parigi collaborazionista.



I 5 motivi per leggere il romanzo

1. Per conoscere Léon Sadorski, un antieroe senza cuore.

Il protagonista di questo romanzo è l’ispettore di polizia antisemita e anticomunista, Léon Sadorski. Uomo dall’indole egoista e meschina, vede nell’Occupazione l’alibi per dar libero sfogo alle sue bassezze e perversioni. Arresterà gli ebrei francesi per spedirli nei campi di lavoro. Approfitterà della sua posizione per un profitto personale, è avido e codardo. Il collaborazionismo è una scelta di comodo per ottenere privilegi e autorità.

2. Per ripercorrere i giorni bui di Parigi

14 giugno 1940, la Francia si arrende senza condizioni al nemico. I tedeschi entrano a Parigi dalla Porta de la Villette. In molti, anche la polizia, iniziarono a collaborare con il nemico facendo propria l’ideologia nazista. La polizia dà il via ai rastrellamenti e alla deportazione di ebrei francesi nei campi di sterminio. Il romanzo racconta le reazioni della popolazione che vive nella paura e deve decidere se stare o meno dalla parte dei nazisti. La quotidianità è scandita dai bombardamenti, dai traffici illeciti, dagli arresti arbitrari, dalla caccia agli ebrei e al terrorismo. Il romanzo è a tratti feroce, duro, crudele ma sempre attentamente documentato sul piano della ricostruzione storica. Senza alcuna difficoltà vedrete affiorare delle immagini nella vostra mente e il coinvolgimento sarà totale.

3. Per riscoprire la funzione sociale del noir

Gli ingredienti più classici del noir sono al gran completo: ambientazione parigina nel 1940, poliziotti e personaggi dalla personalità non edificante, corruzione, violenza e omicidi. Il tutto è ben amalgamato con temi sociali sempre attuali trattati con una meticolosa e profonda ricostruzione della Storia del secolo scorso. Lo scrittore coniuga realtà e fantasia. Fatti realmente accaduti si amalgamano a fatti inventati in un gioco crudele. L’intolleranza, l’odio, l’antisemitismo sono il lato oscuro della società del tempo. Tuttavia ancor oggi sono presenti tra noi. Non sono astratti ma concreti perché anche se il mondo cambia l’uomo continua a covare in sé sentimenti come il razzismo in generale e l’antisemitismo non è un ricordo lontano, è ancora tra noi più vivo che mai.

4. Perché è un romanzo coinvolgente

“Il caso Léon Sadorski” è una finzione letteraria iscritta in una realtà drammatica, quella delle attività di un’ampia parte della polizia francese e del suo coinvolgimento attivo nel genocidio tra il 1940 e il 1944. Il romanzo è scritto in modo accattivante e lo scrittore crea, con stile ed efficacia, scene così reali e avvincenti che ti sembra di essere lì, accanto ai protagonisti, per vedere ciò che succede. La storia è una sorgente continua di emozioni. Le descrizioni della Gestapo di Berlino, del suo personale e della prigione di Plaetzensee sono altamente drammatiche così come lo sono gli interrogatori negli uffici delle Brigate speciali. I personaggi non sono amabili e il racconto è davvero credibile perché, durante la guerra, uomini crudeli come Sadorski si sono sporcati le mani del sangue d’innocenti. Questo romanzo è intricato, ricco di storie, mai noioso. Brutali omicidi, spie e uomini pronti a perdere il controllo per assecondare i loro istinti peggiori, sfileranno davanti ai vostri occhi. Conoscerete un mondo brutale e disumanizzante che travolge i destini di milioni di persone. Gli orrori e gli errori della Storia vanno sempre condannati. Occorre fermare il vento del razzismo che ancora mina la nostra società.

5. Per non dover più ascoltare frasi come “Dovevo obbedire agli ordini.”

Quante volte nei processi agli aguzzini nazisti abbiamo ascoltato questa frase. Ricevere ordini che bisogna eseguire non è una scusante. Si diventa soltanto “buoni esecutori” e la responsabilità deve ricadere soltanto su chi quegli ordini li ha impartiti. Questa filosofia è il pane quotidiano di molte guerre ma credo che occorra  onorare le leggi quando sono giuste, quando diventano la forza del debole e non il sopruso del forte. Pensare di essere nel giusto solo perché si obbedisce agli ordini è spaventoso. Così molti autori di atrocità hanno spiegato di essere solo degli ingranaggi nella mostruosa macchina di distruzione tedesca. Fa rabbrividire pensare a questi mostri come uomini incapaci di ragionare con la propria testa ma capaci solo di eseguire ordini crudeli e inumani.

Nel romanzo appare evidente come uomini comuni non più giovanissimi, con lavoro e famiglia, parteciparono allo sterminio con particolare brutalità. In pochi voltarono le spalle ai tedeschi, in molti diventarono bravi carnefici partecipando allo sterminio anche con iniziative personali. È più facile uccidere che disobbedire!

“Il caso Léon Sadorski” ricostruisce le atmosfere vissute dai protagonisti, le emozioni, i pensieri di coloro che hanno vissuto in prima persona momenti importanti del secolo scorso. Ripercorrendo esperienze dolorose della guerra dobbiamo ancor di più apprezzare ciò che di positivo viviamo quotidianamente e che a volte non sappiamo riconoscere.

venerdì 8 novembre 2019

RECENSIONE | "Cuorebomba" di Dario Levantino

Dopo “Di niente e di nessuno”, opera d’esordio pluripremiata e pubblicata nel 2018 da Fazi, Dario Levantino torna nelle librerie con il suo secondo romanzo “Cuorebomba”, edito nuovamente dalla Fazi Editore.

Il protagonista è sempre il giovane Rosario, conosciuto nel precedente romanzo. Egli, con voce dolce e allo stesso tempo intrisa di crudeltà, ci narra della sua infelice famiglia e del suo grande dolore. È la storia di vite complicate in cui l’esperienza personale si fonde con una società che non brilla per solidarietà verso i più deboli. Su tutto aleggia la volontà di riscatto affrontando situazioni drammatiche e avendo in mente l’unico obiettivo di allontanarsi dalla violenza e dalla miseria. Lo sport, i libri, l’amore, offriranno a Rosario quella possibilità di riscatto che tanto desidera.

STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 8
Cuorebomba
Dario Levantino

Editore: Fazi
Pagine: 266
Prezzo: € 16,00
Sinossi
A Brancaccio, periferia degradata, l’unico modo per difendersi dalla ferocia del quartiere è la famiglia. Ma le famiglie, si sa, sono infelici per definizione e così quella di Rosario. Il padre ha un’altra donna, un altro figlio, e ora è in carcere per spaccio di sostanze dopanti. La madre Maria, invece, scoperta la doppia vita del marito, si ammala di anoressia. Su questo equilibrio precario piomba la scure dei servizi sociali: Maria finisce in una clinica per disturbi alimentari, Rosario in una casa-famiglia. Ispirato dalle sue letture clandestine, il ragazzo diventa così una sorta di Oliver Twist, in lotta contro una legge folle che, nel nome dei diritti dei minori, recide i legami e separa le persone dagli affetti più cari. Nella sua guerra al malaffare che gira intorno ai servizi sociali e nel tentativo di ricongiungersi alla madre, il protagonista però nulla potrà contro le estreme conseguenze di una sentenza definitiva. Fortuna che c’è Anna, ragazza di poche parole, misteriosa e magnetica, a donare a Rosario la luce di una rivelazione: esiste un solo veleno contro la morte ed è l’amore.


C’ho sedici anni, una mamma malata e tutta una vita davanti. C’ho sedici anni e ho capito una cosa: i padri, i figli, li hanno sempre odiati. Lo dicono tutti: pure i telegiornali, pure gli psicologi, pure la mitologia!
“Cuorebomba” è una storia che parla dell’amore di un figlio verso la propria madre, del potere del perdono, del degrado che tutto travolge come un mare in tempesta, di violenza e di riscatto, di cosa vuol dire crescere tra mille difficoltà per diventare grande. È la storia di una periferia feroce e di un ragazzino dal cuore gentile che dovrà affrontare tante disavventure  e in primis la malattia della mamma.
Mi chiamo Rosario, come mio nonno.

C’ho un cane, una collezione incompleta di calciatori Panini e una felpa col cappuccio. La metto quando le cose vanno male, quando sono deluso da tutto e da tutti, quando non voglio essere riconosciuto da nessuno.
Rosario ha 16 anni, abita a Brancaccio, quartiere malfamato di Palermo, e detesta le regole. È un ragazzo solitario con la passione per la mitologia classica e il mare. Il padre, uomo cinico e bugiardo, è in carcere. Ha da tempo abbandonato sua moglie Maria e suo figlio per un’altra donna e un altro figlio. Maria non riesce a superare il tradimento e l’abbandono e si ammala di anoressia. A occuparsi di lei è Rosario, ma un brutto giorno bussano alla loro porta i servizi sociali. Il ragazzino viene mandato, dal tribunale, in una casa famiglia mentre la madre viene ricoverata in una clinica per disturbi alimentari. Per Rosario inizia un calvario nella casa famiglia con soprusi, violenze psicologiche, ritorsioni. L’unica oasi felice è la lettura. Nascosto Rosario ha il libro di Oliver Twist e dal suo contenuto trae il coraggio per combattere contro una legge che, nel nome dei diritti dei minori, recide i legami e separa le persone dagli affetti più cari. Il ragazzo dovrà portare avanti una guerra privata contro il lato oscuro dei servizi sociali nel tentativo di ricongiungersi con la madre. A curare le ferite dell’animo del giovane c’è Anna, ragazza misteriosa e di poche parole, che gli regalerà una speranza chiamata “amore”.

Ho letto “Cuorebomba” con molta emozione ipnotizzata dal dolore e dalla bellezza che sgorgavano dalle pagine del libro. La quotidianità del quartiere Brancaccio si trasforma in un’angosciante agonia di morte che nel dolore riscopre la bellezza dei sentimenti che legano una madre al proprio figlio e fa dire a Rosario:
Brancaccio è un’escrescenza di cemento armato e spazzatura. A Palermo, rione più brutto di questo non c’è. Tuttavia è il mio rione e quartiere più bello non c’è.
Rosaria sfida ogni giorno il destino. A scuola, tra professori e compagni che non lo comprendono. A casa, cercando di nascondere la madre alla morte. Tra le vie del suo quartiere dove cerca di racimolare qualche euro per non morir di fame. Spesso si ritrova ad aver paura. Tra giganti violenti e disumani lui cammina a testa alta affrontando mille problemi.
Mamma, da quando ha scoperto che mio padre c’ha un’altra famiglia, è diventata stramba. Ha i capelli da vecchia, gli occhi stropicciati come uno scontrino dentro un pugno, e da un po’ di tempo non mangia più.
I giorni trascorrono lenti per Rosario, spesso si rattrista perché non riesce a strappare la madre dalle sabbie mobili dell’anoressia ed escogita mille modi per far riaffiorare un sorriso su quelle labbra ormai serrate. Maria da’ cenni d’interesse solo quando Rosario le racconta dei bei voti, immaginari, che prende a scuola e delle partite di calcio dove lui ha il ruolo di portiere. Non le racconta delle ingiustizie e dell’emarginazione, dell’incapacità dei suoi compagni di relazionarsi con lui, della sua esclusione perenne da qualsiasi evento sociale, dei giovani del quartiere che non conoscono l’amore per il prossimo.
A Brancaccio diventi grande quando diventi cattivo.
Più sei spietato, più sei grande.
Più sei feroce, più sei uomo.
Quando i servizi sociali recidono il suo rapporto con la madre, mandando il ragazzo in affido in una famiglia della Palermo bene, per lui inizia l’ennesimo girone infernale.
Chi era la legge per stabilire cosa fosse “armonia” e cosa fosse “inferno”? Per me armonia era stare a Brancaccio accanto ai binari, giocare con il mio cane randagio e prendermi cura di mia madre.
Rosario è deluso, amareggiato, si sente perso in una società che non abbandona mai gli orfani ma si disinteressa di come essi vivono. Il ragazzo è accolto in una finta casa-famiglia dove regnano solo disprezzo e umiliazioni, con finti genitori e con la finta solidarietà pagata ogni mese. Non si può vivere in questo modo, non si può essere burattini nelle mani del destino.
Non permetterò più a nessuno di insultarmi né di emarginarmi. Questo mondo di adulti, che toglie a me mia madre e a lei l’unica persona in grado di guarirla; questo mondo di adulti che mi dà in pasto ai faccendieri degli affidi, che mi intorbidisce la mente con finte sedute di psicanalisi; questo mondo di adulti che non ha il coraggio di ammazzarmi, ma che vuole che io viva da morto, non lo tollero più.
Nel cuore Rosario nasconde i suoi eroi. Sono tre e ognuno è speciale a modo suo: Gesù che non aveva mai ingannato nessuno e predicava l’amore per il prossimo, Pagliuca per le parate esplosive, Giordano Bruno per la disobbedienza. Accanto a loro c’è anche la figura di un prete, Padre Giovanni, schierato con i deboli e sempre pronto a porgere una mano a tutti.
Mentre faccio la strada verso casa, capisco cos’è la religione. È quando ti senti disperato ma non vuoi morire ancora. È quando stai affogando, e uno, che manco lo vedi, ti dà la mano: gli altri ridono perché tu l’hai afferrata, tu no.
“Cuorebomba” è un’immagine spietata del senso della vita, è la forza di combattere che pian piano vien meno, è un correre verso una famiglia che non c’è, è un’apparizione di fantasmi che t’inseguono l’anima, è la storia di un’adolescenza strappata.

Tante le riflessioni da fare leggendo questo intenso romanzo. Tra le righe si sviluppa un altro racconto che ha le radici radicate nella nostra società. Naturalmente nulla è totalmente positivo o del tutto negativo, la zona grigia fa da ponte tra il buono e il cattivo. In questa zona si muove Rosario tra i “cuorisecchi” che traggono sicurezza e successo da chi è debole e i “cuoribomba” deboli ma gentili che vivono al massimo ogni emozione.

L’autore certamente non si risparmia nell’analizzare una società dai mille problemi e mi piace vedere come la scuola e lo sport siano considerati, da Maria, come mezzi per un riscatto sociale tanto agognato. Nella scuola, come sempre, ci sono luci e ombre. Accanto a professori incapaci di instaurare un legame positivo con i loro studenti, ci sono insegnanti che sanno cogliere i talenti nascosti nei loro allievi. L’istruzione apre le porte del futuro per poter realizzare se stessi e cambiare il male in bene. La società deve capire che la scuola è fondamentale per lo sviluppo sociale ed economico del Paese. Anche lo sport, quando diventa uno stile di vita, ha un‘importantissima funzione sociale sia come mezzo educativo e di aggregazione sia come opportunità professionale per cambiare in meglio la propria vita. Tutti sbagliamo, l’importante è capire gli errori per non commetterli più e diventare adulti consapevoli. Nel romanzo vengono messi in luce gli aspetti più bui della scuola e dello sport ma la porta della speranza viene sempre lasciata socchiusa. Speranza riposta anche nella figura immaginaria di Padre Giovanni che mi ha ricordato Padre Pino Puglisi, sacerdote della parrocchia di Brancaccio, deciso a restituire dignità e speranza alla sua gente. Tutti venivano accolti anche chi non condivideva un percorso di fede. È l’amore per i più deboli, per gli emarginati, per chi dalla vita riceve solo pugni in faccia.

Infine, ma non per importanza, vorrei affrontare il tema dei servizi sociali che nel romanzo vengono descritti in modo negativo. Non c’è dubbio che per alcuni operatori l’affido sia soltanto un modo per far soldi, basti pensare al’inchiesta “Angeli e demoni” che ha scoperchiato il vaso di Pandora dei servizi sociali con la creazione nei bambini di falsi ricordi per poterli dare in affido a conoscenti generando un famigerato business. Purtroppo ci sono persone che lucrano sulla pelle di bambini e adolescenti che provengono da situazioni difficili. Naturalmente questa non è la regola ma un’eccezione. Il mondo dell’affido è complicato, ha luci e ombre, ma è importante offrire ai minori una seconda famiglia disposta ad aiutarli.

Come avrete ben compreso, “Cuorebomba” è un libro complesso e vi invito a leggere tra le righe. Scoprirete l’esistenza di persone incapaci di cogliere sia i piaceri che i dispiaceri della vita. Non sono mai veramente felici perché non sanno cosa sia la sensibilità. Attenzione però perché incontrerete anche persone indifese, fragili, dei “deboli gentili” che provano mille emozioni e le vivono fino in fondo. Possono essere emozioni belle o brutte, si può volare nella felicità o precipitare nel baratro. Mettono il cuore in ogni loro azione, conoscono il perdono e hanno un’anima che risplende anche se le lacrime rigano i loro volti.

lunedì 4 novembre 2019

RECENSIONE | "L'uomo del labirinto" di Donato Carrisi

“L’uomo del labirinto”, Longanesi, è l’ultimo romanzo partorito dalla fervida mente di Donato Carrisi che torna alla regia, dopo “La ragazza nella nebbia” con cui ha vinto il David Di Donatello per la miglior opera prima, adattando il suo nuovo romanzo per il cinema. Carrisi ci propone un viaggio allucinante nell’inconscio, nelle paure più ancestrali del nostro essere e ci conduce in mondi irraggiungibili dalla luce del sole. Nel labirinto si muove il mostro lasciando, al suo passaggio, una scia di sangue e violenza. Carrisi gioca con il destino, cerca di farsi beffa del male, inganna e confonde. Lo scrittore infrange certezze, mescola le carte, racconta false verità. Noi, suoi fedeli lettori, lo sappiamo. Le storie matrioska ci affascinano, il male si nasconde ma non sparisce. Nessuno è al sicuro e se siete pronti è il momento di conoscere il temibile Bunny.

STILE: 9 | STORIA: 9 | COVER: 8
L'uomo del labirinto
Donato Carrisi

Editore: Longanesi
Pagine: 390
Prezzo: € 14,90
Sinossi
L'ondata di caldo anomala travolge ogni cosa, costringendo tutti a invertire i ritmi di vita: soltanto durante le ore di buio è possibile lavorare, muoversi, sopravvivere. Ed è proprio nel cuore della notte che Samantha riemerge dalle tenebre che l'avevano inghiottita. Tredicenne rapita e a lungo tenuta prigioniera, Sam ora è improvvisamente libera e, traumatizzata e ferita, è ricoverata in una stanza d'ospedale. Accanto a lei, il dottor Green, un profiler fuori dal comune. Green infatti non va a caccia di mostri nel mondo esterno, bensì nella mente delle vittime. Perché è dentro i ricordi di Sam che si celano gli indizi in grado di condurre alla cattura del suo carceriere: l'Uomo del Labirinto. Ma il dottor Green non è l'unico a inseguire il mostro. Là fuori c'è anche Bruno Genko, un investigatore privato con un insospettabile talento. Quello di Samantha potrebbe essere l'ultimo caso di cui Bruno si occupa, perché non gli resta molto da vivere. Anzi: il suo tempo è già scaduto, e ogni giorno che passa Bruno si domanda quale sia il senso di quella sua vita regalata, o forse soltanto presa a prestito. Ma uno scopo c'è: risolvere un ultimo mistero. La scomparsa di Samantha Andretti è un suo vecchio caso, un incarico che Bruno non ha mai portato a termine... E questa è l'occasione di rimediare. Nonostante sia trascorso tanto tempo. Perché quello che Samantha non sa è che il suo rapimento non è avvenuto pochi mesi prima, come lei crede. L'Uomo del Labirinto l'ha tenuta prigioniera per quindici lunghi anni. E ora è scomparso.


Se avesse potuto rivivere un solo giorno della sua precedente esistenza, non avrebbe scelto il più bello, ma il più normale.
C’è un grande coinvolgimento emotivo in questo romanzo che mette in moto l’immaginazione grazie a personaggi davvero particolari che affrontano il mistero in modo diverso. Ognuno si muove nel proprio personale labirinto combattendo il male con armi differenti e il lettore si ritroverà a vivere un incubo a occhi aperti,una discesa nell’inferno senza paracadute. “Lasciate ogni speranza, o voi che entrate” è la scritta, scura e misteriosa, che Dante legge sulla porta dell’Inferno. Io vi dico che se volete, grazie al romanzo, entrare nel labirinto dolente, nell’eterna paura, tra la perduta gente, allora dovrete lasciare ogni tranquilità iniziando la lettura di questa storia. Un labirinto  claustrofobico e senza luce attende tutti noi. Le paure sono lì, pronte a materializzarsi davanti a noi. Solo la vicinanza della morte dona la possibilità di abbandonare ogni paura.

Il male in “L’uomo del labirinto” ha il nome di Bunny, un uomo che indossa una testa di coniglio. In un intervista Carrisi spiega questa sua scelta raccontando che, durante la sua infanzia, è rimasto terrorizzato da due conigli. Il Bianconiglio di “Alice nel Paese delle Meraviglie” e Harvey dell’omonimo film con James Stewart. A Bunny, amici miei, piace giocare e nel suo sadico gioco si moltiplica creando infiniti frammenti che daranno vita ad altrettanti mostri che abuseranno delle vittime e cercheranno adepti tra i figli del buio.
La natura umana era capace di genio e bellezza, ma anche di generare abissi oscuri e nauseabondi.
Bene ora basta guardare il labirinto rimanendo sulla porta, entriamo e che la caccia abbia inizio!

Samantha Andretti è un’adolescente di 13 anni che viene rapita da un uomo che indossa una maschera da coniglio. La ragazza viene rinchiusa in un luogo buio, isolato e privo di specchi. Senza luce, Samantha dovrà imparare a vivere utilizzando al meglio i suoi sensi. Anni dopo riesce a scappare.

Quindici anni dopo il rapimento, Samantha si risveglia in un letto d’ospedale. Non ricorda nulla del suo passato e dello psicopatico che l’ha tenuta prigioniera. La ragazza è stata ritrovata in un bosco, in stato di shock e con una gamba rotta. Le domande sono tante ma le risposte si nascondono nella sua mente. Giornali e televisioni dedicano molta attenzione al ritrovamento della ragazza e chi l’ha rapita viene battezzato “l’uomo del labirinto”. Per aiutarla viene coinvolto il dottor Green, un profiler fuori dal comune, che dovrebbe guidarla nel recupero della memoria per individuare colui che l’ha rapita. Green, uomo pacato e metodico, non va a caccia di mostri nel mondo esterno, bensì nella mente delle vittime. Infatti nei ricordi si possono celare indizi in grado di portare alla cattura del suo carceriere. Purtroppo Samantha non ricorda nulla del rapimento ma è sicura di esser stata presa da un coniglio gigante con gli occhi a forma di cuore. A cercare questo criminale, oltre alla polizia, è anche il detective privato Bruno Genko, persona solitaria e riservata, che porta sempre con sé un talismano  davvero particolare: un certificato medico che gli dà due mesi di vita e decreta la sua condanna a morte. Ora che la sua vita volge al termine, per una rara patologia cardiaca, il detective vorrebbe portare a compimento l’incarico ricevuto anni prima dai genitori della ragazza. In quell’occasione aveva commesso un tragico errore e oggi ha la possibilità di risolvere il mistero. L’ultimo che lo vedrà protagonista. Anzi il suo tempo è già scaduto, i due mesi di vita previsti dai medici sono terminati proprio il giorno in cui la ragazza ricompare, e i giorni “in più” sono un regalo di cui deve far buon uso.

Samantha, nonostante siano trascorsi 15 anni dal suo rapimento, crede di esser stata prigioniera per pochi mesi. La sua mente è offuscata dalle droghe che il suo carceriere le somministrava, tuttavia ricorda i giochi che era obbligata a fare. Se lei riusciva a vincere allora riceveva dei premi: del cibo, dell’acqua, un letto. Bunny è infatti un “sadico virtuoso”, una categoria di psicopatici che i profiler chiamano “consolatori”.

Green, Genko, la polizia. Chi riuscirà a trovare l’uomo dalla testa di coniglio? Cosa nasconde la labirintica mente di Samantha? Tra misteri, enigmi e bugie, la verità, mai unica, ritroverà la retta via? Riusciremo a lasciar l’inferno “per riveder le stelle”? Questo non è dato sapere anche perché Bunny è scomparso.

Uscito all’inizio di dicembre 2018, il romanzo “L’uomo del labirinto” è un overdose di adrenalina con un finale spiazzante all’altezza del miglior Carrisi. Il labirinto è fatto di corridoi e porte, ognuna delle quali nasconde un mistero o un inganno e conduce in un universo inquietante. Due mondi a confronto si fronteggiano. Il presente buio in cui si muove Genko e la stanza d’ospedale linda e illuminata in cui si trova la vittima in compagnia del dottor Green.

Genko offre al mondo l’immagine dimessa di sé, nessuno deve conoscere il vero Bruno Genko. Professionista scrupoloso, perfezionista, vuol nascondere i metodi usati per risolvere i casi di cui si è occupato. Spesso è sceso a patti col demonio, il deep-web. L’internet oscuro dove nessuno è al sicuro.

Il suo opposto prende corpo nel dottor Green, uomo affidabile, con il compito di ottenere da Samantha indizi che possano portare all’identità del mostro. Per far ciò il dottore deve entrare nel labirinto della    mente di Samantha, riportare alla luce ricordi, suoni, odori. Stanare il mostro non è cosa facile!

“L’uomo del labirinto” è un viaggio, dannatamente inquietante, dentro un incubo che, come una ragnatela, imprigiona personaggi e lettori. L’inizio del romanzo è pacato, placido e qualche dubbio mi è sorto spontaneo. Un romanzo lineare, dove tutto ha un naturale e logico svolgimento, a firma Carrisi? No, miei cari. Cadere nell’inganno è come ricevere un abbraccio misterioso, non puoi liberarti. Il capovolgimento giunge puntuale, l’autore mescola le carte e il gran colpo di scena è servito. Nulla è come appare. Giochi e ombre vi confonderanno, leggete con attenzione e non lasciatevi forviare. Oltrepassate il confine della ragione, inoltratevi in terre oscure in cui la ragione si sfalda e l’inferno prevale, fatevi coinvolgere nei giochi ma siate pronti a subire punizioni, privazioni e allora la morte non vi sembrerà così terribile. Il finale vi disorienterà ma giusto il tempo per sorridere e pensare che Carrisi mai delude.
 Questo è un gioco?
È con questa domanda che Samantha si presenta a noi lettori ed è con la stessa frase che io voglio incuriosirvi per condurvi in un mare in tempesta dove dalla spuma delle onde nascono inquietudini, angosce, paure. Non c’è mai la sicurezza del domani, i personaggi camminano al fianco della morte e la vita è appesa a un filo sempre più sottile. Ricordate, nulla è come appare. Buon gioco a tutti!