martedì 10 luglio 2018

RECENSIONE | "Caterina" di Vincenzo Zonno

Carissimi lettori, ieri ho concluso la lettura di un romanzo che mi ha coinvolta in un turbine di emozioni scaturite da una scrittura incisiva e poetica che da voce al dolore nato dal male.
Il mondo è un posto pericoloso, non a causa di quelli che compiono azioni malvagie, ma a causa di coloro che stanno a guardare senza fare niente. (Albert Einstein)
Il libro, oggetto della mia recensione, è “Caterina” di Vincenzo Zonno per la collana Ombre di Watson edizioni.
STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 8
Caterina
Vincenzo Zonno

Editore: Watson
Pagine: 152
Prezzo: € 14,00
Sinossi
Cat è un'adolescente che, dopo aver perso prematuramente la madre, vive e lavora nel piccolo circo itinerante gestito dal patrigno. Sogna di diventare una funambola, ma la realtà è dura e avara di soddisfazioni. L'uomo che dirige la compagnia e che dovrebbe farle da padre è severo e autoritario, così come il resto degli artisti che provano invidia o indifferenza. Quando il circo si stabilisce in una foresta isolata dal più vicino centro urbano iniziano ad accadere eventi misteriosi. La natura che li circonda sembra nascondere segreti al limite dell'illusione, in un continuo vortice onirico, sempre a metà tra il sogno spettrale e la realtà, tra l'allucinazione e la macabra certezza di essere osservati. Qualcosa di oscuro si muove tra le ombre del tempo.


Attraverso un minuscolo vetro non più giovanissimo e corrotto in tutta la propria circonferenza, l’anima selvaggia della natura entrò giusto un paio di minuti e osservò questo esile e nuovo mondo. E si stupì di ciò che vide.
Con queste parole ricche di promesse inquietanti, lo scrittore ci accoglie in un mondo affascinante e profondamente pervaso da un freddo sentimento di morte. Tra sogno e realtà il romanzo presenta varie chiavi di lettura ma sicuramente seduce il lettore con un abbraccio dall’intensa  emozione affettiva.

Cat era una ragazzina orfana di madre. Viveva e lavorava nel piccolo circo itinerante gestito dal patrigno “Boris il Bulgaro”, un uomo arrogante e violento. Per lei mai una parola gentile, tutti la consideravano pura manovalanza. Eppure Cat sognava un numero da funambola sulla corda elastica. Sognava un rapporto diverso con gli artisti del circo che provavano, per lei, solo invidia o indifferenza. Conosceremo gli acrobati Boris e Ivan, Tania e i suoi barboncini ammaestrati, Tony lanciatore di coltelli e il Bulgaro con i suoi burattini. Saremo spettatori del circo e della sua magia fatta di luci e ombre, sorrisi e tristezza, gioia e dolore.

Quando il circo si stabilisce in una foresta isolata, iniziano ad accadere eventi misteriosi. La natura che li circonda sembra nascondere segreti al limite dell’illusione che innescano un vortice onirico sospeso tra il sogno spettrale e la realtà. Dal passato giungono voci straziate dal dolore e il circo non regalerà più sogni ma “qualcosa” trasformerà l’incanto in un terribile incubo.

Cat è un’adolescente dal passato avvolto nel mistero, custodisce nella sua mente violenze mai narrate camminando in equilibrio sul filo della follia. Nel romanzo il mondo si capovolge, i carnefici diventano prede e la vendetta si maschera da giustizia. In una luccicante metafora ho interpretato il romanzo come una resa dei conti sul territorio della follia. Riflettete un attimo e pensate quante volte, noi tutti, ci siamo comportati da burattini mossi da fila invisibili che plasmano le nostre azioni e sfregiano la nostra anima. Capita di volger lo sguardo altrove davanti all’ingiustizia. Non vedere, non sentire e non parlare! La realtà allora si capovolge e Vincenzo Zonno (se non lo avete già fatto leggete “Non è un vento amico”, romanzo storico prima opera dell’autore) non fa sconti a nessuno e ci presenta le conseguenze delle nostre azioni creando un romanzo dove il confine tra sogno e realtà si confonde fino a naufragare nell’orrore. Tra le pagine del libro respirerete la paura, in un crescendo di tensione emotiva, con forme che appaiono dal nulla e nel nulla svaniscono. In un mondo ostile Cat ha subito particolari attenzioni che le hanno lacerato l’anima. Le molestie di ieri diventano i moventi di oggi!
Quando è il buio a comandare, chiunque può essere il mostro, chiunque la vittima.
Prestate molta attenzione alla cover del libro realizzata da Vincenzo Pratticò. Il potere evocativo di questa immagine mi ha coinvolta subito pensando a viaggi onirici e riflettendo sulla figura del cigno nero.
La mia anima è un battello incantato che come ogni cigno addormentato fluttua sulle onde d’argento del tuo canto. (Percy Bysshe Shelly)
Così come il cigno nero è una nascita rara anche la natura può sfuggire ai modelli che tutti conosciamo. L’uomo ama il tangibile, ciò che può toccare e vedere. Teme, invece, ogni cosa che sfugge al suo controllo. Per me Cat è un cigno nero tra tanti cigni bianchi. Vedete la nostra conoscenza è fragile perché la realtà non è il bianco assoluto, dobbiamo accettare l’eccezione del cigno nero. Cat è un’eccezione! Rappresenta l’incertezza del ruolo, ciò che non si conosce ha sicuramente più fascino di ciò che si sa. Cat è fascino! 

Il finale di questo intenso thriller psicologico è davvero enigmatico. Cat intraprenderà un lungo viaggio verso un’isola misteriosa. La ragazzina appare prigioniera della sua follia ma i confini, si sa, non limitano ma liberano l’anima. Ora lasciate che il cigno nero si rifletta nei vostri occhi. Lasciate che il flusso di profonde emozioni conquisti la vostra razionalità e accomodatevi, al circo della vita lo spettacolo sta per iniziare.

giovedì 5 luglio 2018

RECENSIONE | "La famiglia Aubrey" di Rebecca West

Oggi, 5 luglio 2018, troverete nelle librerie il primo romanzo di una serie profondamente autobiografica a firma Rebecca West. Si tratta di un libro corposo che vi sorprenderà per i suoi personaggi indimenticabili: “La famiglia Aubrey”, traduzione di Francesca Frigerio, Fazi Editore.

Se avete voglia di venire con me, entreremo nelle stanze di casa Aubrey per vivere la loro strana allegria mentre, in circa un decennio, si tratteggiano già i loro destini. Conosceremo  una famiglia di artisti dove niente è semplicemente quello che sembra. In questo romanzo Rebecca West restituisce una visione romanzata della sua infanzia, tra musica, politica e preoccupazioni finanziarie volgendo lo sguardo anche alle tensioni sociali e alle inquietudini di un’Europa alle soglie del Novecento.
STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 8
La famiglia Aubrey
Rebecca West (traduzione di F. Frigerio)

     Trilogia degli Aubrey    
#1 La famiglia Aubrey

#2 Nel cuore della notte (recensione)
#3 Rosamund (recensione)

Editore: Fazi
Pagine: 570
Prezzo: € 18,00
Sinossi
Gli Aubrey sono una famiglia fuori dal comune, nella Londra di fine Ottocento. Nelle stanze della loro casa coloniale, fra un dialogo impegnato e una discussione accanita su un pentagramma, in sottofondo riecheggiano continuamente le note di un pianoforte; prima dell’ora del tè accanto al fuoco si fanno le scale e gli arpeggi, e a tavola non si legge, a meno che non sia un pezzo di papà appena pubblicato. Le preoccupazioni finanziarie sono all’ordine del giorno e a scuola i bambini sono sempre i più trasandati; d’altronde, anche la madre Clare, talentuosa pianista, non è mai ordinata e ben vestita come le altre mamme, e il padre Piers, quando non sta scrivendo in maniera febbrile nel suo studio, è impegnato a giocarsi il mobilio all’insaputa di tutti. Eppure, in quelle stanze aleggia un grande spirito, una strana allegria, l’umorismo costante di una famiglia unita, di persone capaci di trasformare il lavaggio dei capelli in un rito festoso e di trascorrere «un Natale particolarmente splendido, anche se noi eravamo particolarmente poveri». È una casa quasi tutta di donne, quella degli Aubrey: la figlia maggiore, Cordelia, tragicamente priva di talento quanto colma di velleità, le due gemelle Mary e Rose, due piccoli prodigi del piano, dotate di uno sguardo sagace più maturo della loro età, e il più giovane, Richard Quin, unico maschio coccolatissimo, che ancora non si sa «quale strumento sarà». E poi c’è l’amatissima cugina Rosamund, che in casa Aubrey trova rifugio. Tra musica, politica, sogni realizzati e sogni infranti, in questo primo volume della trilogia degli Aubrey, nell’arco di un decennio ognuno dei figli inizierà a intraprendere la propria strada, e così faranno, a modo loro, anche i genitori. 



Dire che un essere umano assomigli a un cavallo non è considerato un complimento; ma qualche volta negli occhi di un cavallo di razza risplende una stella, che racconta della sua capacità di correre veloce, del suo spirito indomabile, e quella stessa luce era negli occhi di mio padre.
Gli Aubrey sono una famiglia fuori dal comune, nella Londra di fine Ottocento. Vivono nella casa in cui è cresciuto il capofamiglia Piers Aubrey e le giornate trascorrono fra un dialogo impegnato e una discussione su brani di musica classica mentre, in sottofondo, si sentono le note di un pianoforte. L’ora del tè è sacra e a tavola non si legge, fatta eccezione per i pezzi scritti dal padre. Le preoccupazioni finanziarie sono una costante. A scuola i bambini sono trasandati. La madre Clare, talentuosa pianista, non è mai ben vestita.
Oh, sto diventando vecchia e brutta, ma non è questo. Non posso competere con i debiti e con il disonore, che è ciò che lui ama veramente.
Il padre Piers quando non si dedica ai suoi articoli, è impegnato nel dilapidare somme di denaro al gioco e in affari mai proficui.
Il gioco è peggio dei tarli e della ruggine, non si lascia dietro brandelli di stoffa e metallo arrugginito, si mangia tutto senza lasciare nulla.
Nonostante ciò in casa Aubrey c’è uno stato d’animo gioioso che permea la famiglia povera ma unita. Una famiglia composta quasi tutta da donne.

Cordelia, la figlia maggiore, è priva di talento musicale eppur continua a suonare il violino sognando un futuro da professionista.

Le due gemelle Mary e Rose, prodigi del piano, sono più mature della loro età e non mostrano mai paure derivanti dalla loro precaria situazione economica.

Richard Quin, unico figlio maschio coccolatissimo, non sa ancora “quale strumento suonerà” e nell’attesa cerca di essere di sostegno per l’amata madre.
Eravamo esperte in delusioni, avevamo imparato a essere ciniche rispetto ai nuovi inizi ancora prima di fare noi stesse il nostro debutto, ma questa casa ci dava speranza.
Poi c’è l’adorata cugina Rosamund che in casa Aubrey trova rifugio. Con i componenti della famiglia  conosceremo anche gli amici, gli insegnanti e i domestici che ricoprono un ruolo ben determinato nella storia tra sogni realizzati e sogni infranti, tra certezze e timori, tra povertà materiale e ricchezza di spirito.

“La famiglia Aubrey” è una saga familiare senza tempo, narrata con un linguaggio raffinato e con particolare attenzione per i dettagli riguardo ai costumi sociali dell’epoca. A raccontare la storia degli Aubrey è Rose che ripercorre le sorti dei suoi cari nel trasferimento da Edimburgo a Londra inseguendo il padre avventuriero diviso tra l’ambizione di essere uno scrittore e le fallimentari speculazioni economiche.  Mentre il padre si allontana continuamente da casa, mamma Clare si adopera per mantenere unita la famiglia ed è sempre in angoscia per i creditori. Quando Piers abbandona la famiglia sparendo nel nulla, toccherà a lei far fronte ai debiti. Per fortuna c’è un benefattore, il signor Morpurgo, e Clare ha un asso nella manica che concederà loro un po’ di respiro.

Procedendo con la lettura mi sono resa conto della quiete che regna nel romanzo. È una quiete fatta di quotidianità senza grandi sconvolgimenti. La scrittrice crea un filo diretto con il lettore, un filo intriso di empatia verso la famiglia Aubrey sempre in attesa degli eventi in un presente dilatato nel tempo contrassegnato da qualche episodio drammatico come la scomparsa del padre, qualche fenomeno paranormale (Poltergeist) messo a tacere dall’amore e, udite udite, da un omicidio. Questi avvenimenti non riscuotono un’attenzione particolare da parte della scrittrice poichè intreccio di un disegno più grande come può essere la vita in divenire.

Molte, invece, le bellissime descrizioni che arricchiscono un flusso narrativo che pone attenzione alle azioni dei personaggi descritti in modo impeccabile. Nessuno piega il capo davanti alle difficoltà economiche e ai creditori che numerosi bussano alla porta. La povertà non pone un limite ai loro sogni, ai desideri. Vivono il presente rifugiandosi fra le amate note nutrendosi della musica che seduce e affascina.

Una cosa è chiara: la ricchezza non rende felici e nessuno viene amato per la sua perfezione. La musica è il centro della famiglia e non essere musicalmente dotati (vedi la povera Cordelia) è una catastrofe. Tutti in famiglia parlano con sincerità, non mentono nel timore di far male a una persona amata. Nessuno illude Cordelia proprio perché capire i propri limiti è doveroso per non crearsi false illusioni.

Il titolo originario del romanzo è “The fountain overflows” (La fontana trabocca) e ben descrive il flusso incessante e straripante degli avvenimenti che segnano il trascorrere del tempo in casa Aubrey. Una moltitudine di eventi con un pizzico di horror gotico, un inciso thriller e tanta quotidianità sottolineata dal semplice scorrere del tempo vivendo il presente ma guardando al futuro.

Rebecca West è lo pseudonimo di Ceciy Isabel Fairfield (1892-1983) celebre scrittrice inglese considerata una delle più raffinate prosatrici del Ventesimo secolo. Nel corso della sua vita è attrice di teatro, femminista ante-litteram, socialista, suffragetta. L’amica Virginia Wolf la definisce “un incrocio tra una donna di servizio e una zingara, ma più tenace di un terrier” per il suo carattere indomabile e anticonformista. Nel 1956 con “The Fountain Overflows” inizia una saga familiare che ripercorre cent’anni di storia. Il progetto rimane però incompiuto e solo tre dei quattro romanzi previsti sono stampati: “This Real Night” esce postumo nel 1984 e “Cousin Rosamund” nel 1985, ricostruiti dagli appunti autografi.

Il sipario si è appena alzato sulle vicende degli Aubrey e tutti loro sono già nel mio cuore e non vedo l’ora di assistere al secondo atto. Piers tornerà tra le braccia della sua famiglia? Cosa farà Cordelia ora “che sa” di non aver alcun talento musicale? Clare continuerà a proteggere i suoi amati figli? Rose, Mary, Richard Quin e Rosamund, quale sarà il loro futuro? Non mi resta che aspettare ascoltando un po’ di musica classica. Lasciare casa Aubrey è davvero difficile!

lunedì 2 luglio 2018

RECENSIONE | "Delitto nel campo di girasoli" di Marzia Elisabetta Polacco

In quest’estate capricciosa un buon libro giallo è l’ideale per trascorrere un piacevole pomeriggio tra misteri, indagini e un pizzico di pungente ironia.

Vincitore del concorso Il Mio Esordio, “Delitto nel campo di girasoli. Un caso per il vice commissario Vergari” scritto con penna arguta e fantasiosa da Marzia Elisabetta Polacco, edito Newton Compton, è un giallo che travolge per l’energia della sua giovane protagonista e induce alla riflessione su temi attuali ramificati nella nostra società.

Non aspettatevi il solito giallo! Sicuramente c’è un omicidio, un’indagine e un colpevole ma conoscerete anche un’insolita coppia investigativa (madre e figlia) e tanti personaggi poco perfetti ma tanto umani.

STILE: 8 | STORIA: 7 | COVER: 7
Delitto nel campo di girasoli
Marzia Elisabetta Polacco

Editore: Newton Compton
Pagine: 317
Prezzo: € 9,90
Sinossi
Borghereto, sonnolento paesino dell'Umbria, ha poco da offrire a chi è in cerca di avventura. Così Leyla Prasad, una ragazzina con una passione smodata per il mistero e i libri gialli, passa il tempo scorrazzando in bicicletta per le campagne assolate. Finché una mattina, fra i campi di girasoli, trova il corpo senza vita di una bambina. Leyla si sente improvvisamente catapultata in una delle storie dei suoi libri, tanto più che il caso è affidato proprio a sua madre, il vice commissario di polizia Mirella Vergari. In un primo momento i sospetti sembrano convergere su un anziano del posto, un uomo scontroso e solitario, con pesanti precedenti penali. Il superiore della Vergari, il commissario Pantasileo, in cerca di visibilità, spinge per chiudere rapidamente il caso incriminando il vecchio. Ma la Vergari non è convinta della sua colpevolezza e si ostina a indagare, coinvolgendo negli interrogatori anche altre insospettabili figure del paese. Tutti, a quanto pare, hanno segreti da nascondere. Eppure, alla fine, sarà proprio con l'aiuto della figlia che il commissario Vergari arriverà alla verità...






La domenica d’estate in cui fu ritrovato il cadavere di Beatrice Marra non era diversa da tante altre.
Il ritrovamento del cadavere di una bambina sconvolge la vita di Borghereto, sonnolento paesino umbro. A indagare, il vice commissario di polizia Mirella Vergari. È proprio sua figlia Leyla, una miniatura in gonnella del grande Poirot, a trovare, fra i campi di girasoli, il corpo senza vita di Gemma. La drammaticità dell’omicidio, del dolore, della violenza entra prepotentemente nella vita di Leyla. Le sue amate storie di crimini e investigazioni sono diventate concrete abbandonando le pagine dei libri per approdare nella dura realtà.
Quell’insana fascinazione per la morte era cosa recente: fino a pochi mesi prima, di cadaveri ne aveva incontrati solo sulla carta, nei libri gialli che leggeva. Non le procuravano fastidio né la mettevano a disagio: erano il mezzo necessario per il dispiegarsi dell’enigma. Niente cadavere, niente assassino. Ed era quello che la intrigava: scoprire il colpevole prima di arrivare alla fine. Poteva esserci un morto, un rapimento o anche solo un furto: l’importante era il mistero.
Le prime fasi dell’indagine fanno convergere i sospetti su un anziano del luogo, un uomo scontroso e solitario, detto  lo “Strambo”. Tutti, tranne Mirella, sono convinti della sua colpevolezza. Le prove non convincono il vice commissario che allarga il raggio investigativo, coinvolgendo negli interrogatori anche altre insospettabili figure del paese. Anche negli armadi del pseudo tranquillo paesino si nascondono molti scheletri!

Mirella affronterà un’inchiesta per nulla facile. Dovrà cercare la verità tra i tanti depistaggi cercando di tenere a bada la voglia della figlia di intrufolarsi nelle indagini ma sarà proprio il suo fiuto a fornirle la chiave per arrivare alla soluzione del caso.

“Delitto nel campo di girasoli” è un buon giallo che prende spunto da un orribile crimine per narrare la tranquilla vita di paese che poi così tranquilla non è. Tanti i personaggi, tutti ben caratterizzati, che rappresentano una perfetta cornice all’indagine e mostrano la brace che arde sotto la cenere. L’uragano, per dinamismo e simpatia, è lei, Leyla. È una ragazzina di 12 anni dal carattere tenace, disubbidiente per vocazione e ottimista per natura, determinata e con una passione smodata per i libri gialli ( ha chiamato la sua biciclette Miss Marple).

Con amabile e arguta ironia, la scrittrice scompone il romanzo intrecciando tre fili narrativi che compongono una storia ben articolata. Il crimine segue il suo evolversi naturale con indagine e risoluzione innescando la possibilità di descrivere la quotidianità e i problemi della famiglia di Mirella (un marito un po’ distratto e una madre con il bon ton al posto del sangue). Accattivante la vivida narrazione del comportamento di alcuni arzilli vecchietti che, dandosi ogni giorno appuntamento nella piazza del paese, danno vita al “parlamento” con diffusione e chiacchiere sugli ultimi avvenimenti.

Il tutto è visto attraverso gli occhi di Leyla, catapultata, con l’omicidio, nel mondo degli adulti dove la distinzione fra bene e male non è mai così netta.

Con un registro leggero che rappresenta un valore aggiunto al romanzo, Marzia Elisabetta Polacco affronta temi attuali del mondo giovanile mettendo in luce i pregi e i difetti del piccolo paesino della provincia umbra dove il male si presenta in tutta la sua malvagità. Ciò che emerge è il ritratto di una società di provincia dove i giovani appaiono smarriti ed enigmatici. Gli adulti sono persi dietro i loro problemi e dimenticano il ruolo fondamentale del genitore. Ognuno ha un mistero da celare.

“Delitto nel campo di girasoli” è un esordio più che positivo per l’autrice. Questo libro unisce il giallo a riflessioni sul malessere sociale e sulla distrazione degli adulti.

I girasoli sono, per me, il simbolo del sole e del calore dell’estate così come la famiglia dovrebbe essere luogo di luce, amore e protezione. Tuttavia sento il male sussurrare: “Dovrebbe,dovrebbe!”.