martedì 2 aprile 2019

RECENSIONE | "La scomparsa di Josef Mengele" di Olivier Guez

In “La scomparsa di Josef Mengele”, tradotto da Margherita Botto per Neri Pozza, Olivier Guez narra la storia della fuga di uno dei più efferati criminali nazisti: l’angelo della morte. Il libro ha vinto il prestigioso Prix Renaudot 2017. Per coinvolgervi nella lettura di questo romanzo vi riporto il parere di Susanna Nirestein, pubblicato da Repubblica:

“Mengele non è finito mai nelle mani dei cacciatori nazisti e da questo libro capiamo tappa per tappa come ha fatto. La sua inafferrabilità divenne un mito ammantato di una definizione epica, l’Angelo della morte. Per Guez occorreva destrutturare la leggenda e calarsi nella sua miseria. […] Se può essere di consolazione, la sua esistenza non sarà sempre dorata. La mente malefica di Mengele è messa a nudo. Il risultato è compatto, disturbante. Non c’è, come non ci poteva essere, redenzione.” 

STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 8
La scomparsa di Josef Mengele
Olivier Guez (traduzione di M. Botto)

Editore: Neri Pozza
Pagine: 202
Prezzo: € 16,50
Sinossi
Buenos Aires, giugno 1949. Nella gigantesca sala della dogana argentina una discreta fetta di Europa in esilio attende di passare il controllo. Sono emigranti, trasandati o vestiti con eleganza, appena sbarcati dai bastimenti dopo una traversata di tre settimane. Tra loro, un uomo che tiene ben strette due valigie e squadra con cura la lunga fila di espatriati. Al doganiere l'uomo mostra un documento di viaggio della Croce Rossa internazionale: Helmut Gregor, altezza 1,74, occhi castano verdi, nato il 6 agosto 1911 a Termeno, o Tramin in tedesco, comune altoatesino, cittadino di nazionalità italiana, cattolico, professione meccanico. Il doganiere ispeziona i bagagli, poi si acciglia di fronte al contenuto della valigia più piccola: siringhe, quaderni di appunti e di schizzi anatomici, campioni di sangue, vetrini di cellule. Strano, per un meccanico. Chiama il medico di porto, che accorre prontamente. Il meccanico dice di essere un biologo dilettante e il medico, che ha voglia di andare a pranzo, fa cenno al doganiere che può lasciarlo passare. Così l'uomo raggiunge il suo santuario argentino, dove lo attendono anni lontanissimi dalla sua vita passata. L'uomo era, infatti, un ingegnere della razza. In una città proibita dall'acre odore di carni e capelli bruciati, circolava un tempo agghindato come un dandy: stivali, guanti, uniforme impeccabili, berretto leggermente inclinato. Con un cenno del frustino sanciva la sorte delle sue vittime, a sinistra la morte immediata, le camere a gas, a destra la morte lenta, i lavori forzati o il suo laboratorio, dove disponeva di uno zoo di bambini cavie per indagare i segreti della gemellarità, produrre superuomini e difendere la razza ariana. Scrupoloso alchimista dell'uomo nuovo, si aspettava dopo la guerra di avere una formidabile carriera e la riconoscenza del Reich vittorioso, poiché era... l'angelo della morte, il dottor Josef Mengele.


Buenos Aires, giugno 1949. Nella gigantesca sala della dogana argentina tra i tanti emigranti, che aspettano di passare il controllo, c’è un uomo che tiene ben strette due valige. Al doganiere mostra un documento di viaggio su cui è riportato il suo nome: Helmut Gregor, cittadino di nazionalità italiana, cattolico, professione meccanico. Il doganiere ispeziona i bagagli e rimane stupito di fronte al contenuto della valigia più piccola: siringhe, quaderni di appunti e di schizzi di anatomia, campioni di sangue, vetrini di cellule. È tutto molto strano ma il medico di porto non ci trova nulla di strano e fa cenno al doganiere che può lasciarlo passare. Così l’uomo raggiunge il suo santuario argentino, dove lo attende una seconda vita lontanissima dal suo nero passato. Quell’uomo era un ingegnere della razza, un angelo bianco. Il suo nome era Josef Mengele.

Un tempo il “dottor” Mengele circolava vestito come un dandy: stivali, guanti, uniforme impeccabile, berretto leggermente inclinato. Portava sempre con sé un frustino con cui sanciva la sorte delle sue vittime: a sinistra la morte immediata, le camere a gas, a destra la morte lenta, i lavori forzati o il suo laboratorio. In Mengele c’era la totale mancanza di empatia verso le sue stesse vittime. I suoi esperimenti avevano lo scopo di creare, in laboratorio, bambini di razza ariana. Le cavie “del dottor Morte” venivano recluse nel blocco 10 e sottoposte a terribili esperimenti. Sulle coppie di bambini gemelli, Mengele conduceva gli esperimenti più atroci per ricostruire in laboratorio il codice genetico della razza ariana. Torturò e uccise 400 mila persone fischiettando arie liriche e seviziando bambini, nani, rom e soprattutto gemelli, la vera folle ossessione. Le sue molteplici atrocità appartengono a una tra le pagine più buie della Storia.
Mengele è il principe delle tenebre europee. Il medico orgoglioso ha dissezionato, torturato, bruciato bambini. A lungo ha creduto di cavarsela facilmente, lui, “il parto deforme di fango e di fuoco” che si considerava un semidio, lui che aveva calpestato le leggi, i comandamenti e causato, imperturbabile, tante sofferenze e tanta tristezza agli uomini, suoi fratelli.
Atrocità per cui non ha mai pagato, infatti non è mai stato catturato. Alla caduta di Hitler, Mengele scompare facendo perdere le sue tracce. Trovò rifugio in Sud America spostandosi poi  in diversi paesi tra cui Paraguai e Brasile. Inizialmente l’esilio era  una specie di “dolce vita” per il famigerato scienziato del Terzo Reich. Poi, con la caduta del regime di Juan ed Evita Peròn, i nazisti che vivevano in Argentina furono costretti a fuggire per non dover affrontare il tribunale degli uomini. Per Mengele, la descrive bene Olivier Guez, inizia una vita governata dalla paura che ogni giorno possa essere l’ultimo. L’arrivo del Mossad diventa il suo incubo. Camaleontico nell’assumere tante diverse identità, “l’angelo della morte”, non proverà mai l’ombra di un pentimento per gli orrori perpetrati. Guez ricostruisce il vagabondare maledetto di Mengele costretto a strisciare da una tana all’altra, forte dell’appoggio della sua ricca famiglia. È granitica il lui la convinzione di  non aver mai fatto nulla di riprorevole. Ogni suo esperimento era stato eseguito solo per il bene della scienza tedesca. Nessuno sa esattamente come si sia evoluta la fuga di Mengele. La latitanza termina nel 1979  con la sua morte avvenuta per cause naturali.

Olivier Guez con “La scomparsa di Josef Mengele” racconta la storia di Josef Mengele in Sudamerica. Non tutto corrisponde al reale verificarsi di eventi, probabilmente alcune zone d’ombra non saranno mai chiarite. Tuttavia ciò che mi ha coinvolta è stato il ridimensionamento  di Mengele. L’autore lo descrive come un uomo abbandonato da tutti, braccato e terrorizzato dalla possibile cattura, moderno Caino che vaga in Brasile. Il suo nome incuteva terrore ma dietro alla sua “bestialità” si nascondeva un piccolo uomo. Il ritratto psicologico che ne emerge ci mostra un uomo mediocre e crudele. Scrive Guez:
Nel marzo 2016 le ossa di Mengele sono state lasciate alla medicina brasiliana. I suoi resti in mano agli apprendisti medici dell’Università di San Paolo: così si conclude la fuga di Josef Mengele, più di settant’anni dopo la fine della guerra che annientò un continente colto e cosmopolita, l’Europa. Mengele, ovvero la storia di un uomo senza scrupoli, dall’anima blindata, che ha risposto alle sollecitazioni di un’ideologia velenosa e mortifera in una società sconvolta dall’irrompere della modernità. Quell’ideologia non stenta a sedurre il giovane medico ambizioso, a sfruttare colpevolmente le sue mediocri propensioni, la vanità, la gelosia, il denaro, fino a spingerlo a commettere crimini abietti e a giustificarli.
“La scomparsa di Josef Mengele” è un romanzo ben documentato, duro e sconvolgente, che non esprime giudizi perchè basta il semplice racconto dei fatti per farsi un’idea di chi era Mengele e della sua psicologia. È un cammino fatto di terrore e sofferenza, di fedeltà all’ideologia nazista. Mengele ha la profonda convinzione di essere nel giusto, ha solo obbedito al volere della Patria. Man mano che proseguivo con la lettura ho provato l’agghiacciante sensazione di trovarmi davanti a mostri, Mengele non è l’unico nazista reo di indicibili torture, dal volto umano.

Primo Levi ha scritto che se comprendere è impossibile, conoscere è necessario. Io concordo, con il grande scrittore, sulla necessità non solo di conoscere ma anche sull’importanza della memoria. Un monito per le generazioni future che, speriamo, non vengano mai colte d’amnesia. Se ciò dovesse nuovamente accadere sarà  impossibile mettersi in salvo. L’odio, il razzismo, il dovere all’obbedienza, il pensare tutti allo stesso modo, generano un cancro che divora la società annientandola con l’assuefazione al male che diventa “normale” e quindi temibile. Oggi siamo tutti veramente liberi nel pensare in completa autonomia o siamo condizionati? L’uomo è stato, è e sarà sempre davanti all’abisso. A impedirci di cadere sarà la nostra coscienza, luce nelle tenebre.
Ogni due o tre generazioni, quando la memoria si affievolisce e gli ultimi testimoni dei massacri precedenti scompaiono, la ragione si eclissa e alcuni uomini tornano a propagare il male.
C’è di che riflettere.

4 commenti:

  1. Risposte
    1. Mai pensare al male come "normalità" nella vità dell'uomo! Tutti dovrebbero leggere e conoscere queste atrocità affinchè non si ripetano più.

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  2. Molto interessante, voglio leggerlo, nonostante pensare a certi soggetti crudeli faccia male, perché si sono macchiati di azioni riprovevoli :/

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    1. Pensare che l'autore di queste atroci crudeltà è stato un uomo è davvero agghiacciante!

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