lunedì 26 gennaio 2026

RECENSIONE | "L'ultimo segreto" di Dan Brown

Dopo otto anni da "Origin", Dan Brown torna in libreria con "L'ultimo segreto" pubblicato in Italia da Rizzoli. 

Il romanzo riporta in azione uno dei personaggi più iconici della narrativa contemporanea: Robert Langdon, esperto di simbolismo e docente di iconologia religiosa all'Università di Harvard. 

Semplificando al massimo, posso affermare che "L'ultimo segreto" si basa su tre pilastri: la noetica, il Golem e la città-labirinto di Praga. Il libro propone un'avventura mozzafiato ricca di misteri, simboli nascosti, arte, scienza e colpi di scena nello stile inconfondibile di Dan Brown.


STILE: 7 | STORIA: 8 | COVER: 8
L'ultimo segreto
Dan Brown

Editore: Rizzoli
Pagine: 800
Prezzo: € 27,00
Sinossi

Robert Langdon è a Praga insieme a Katherine Solomon, con cui ha da poco avviato una relazione. Un viaggio di piacere in veste di accompagnatore dell’esperta di noetica, invitata a una conferenza in città per esporre le sue innovative teorie sulla mente. All’improvviso, gli eventi prendono una piega inquietante: la mattina del quarto giorno Katherine sembra sparire senza lasciare tracce e Robert assiste, sul ponte Carlo, a una scena che sfida la razionalità e di fronte alla quale reagisce d’istinto, finendo nel mirino dei servizi di sicurezza cechi. Intanto, a New York, una misteriosa organizzazione mette in campo risorse all’avanguardia per distruggere il manoscritto che Katherine ha consegnato al suo editore e che raccoglie le sue rivoluzionarie ricerche. Ma come mai quello che dovrebbe essere un saggio teorico attira così tanto interesse? In poco più di ventiquattr’ore, Langdon dovrà dimostrarsi in grado di ritrovare Katherine, seminare le forze dell’ordine della città e quelle dell’ambasciata americana e oltrepassare le porte di un laboratorio segreto in cui vengono condotti esperimenti indicibili. La posta in gioco è altissima: una nuova concezione della mente, una visione che può regalare un futuro diverso all’umanità ma che potrebbe, anche, diventare un’arma dall’impatto devastante.





La Noetica è lo studio della coscienza umana. Fin dagli albori della civiltà, l'uomo ha cercato di dare risposte ai misteri della propria mente, quali la natura della coscienza e dell'anima. Per secoli ha affrontato questi temi soprattutto attraverso la lente della religione. 

Mentre si trova a Praga per accompagnare Katherine Solomon, studiosa di scienze noetiche e sua compagna, Robert Langdon si ritrova all'improvviso a vivere un terribile incubo: Katherine è scomparsa dalla camera d'albergo senza lasciare traccia. E non si tratta di un banale rapimento: forze occulte, attive dall'alba della storia, sono responsabili della scomparsa. Langdon inizia la sua personale indagine tra antichi castelli, cattedrali e labirinti sotterranei. Il lato oscuro della città sembra fagocitare il professore deciso a svelare segreti rimasti celati per secoli. Langdon dovrà affrontare una temibile sfida per salvare non solo la propria vita e quella di Katherine, ma il destino dell'umanità intera. 

"L'ultimo segreto" è il sesto capitolo della serie che narra le avventure dell'affascinante Robert Langdon. Il romanzo presenta una trama complessa, un ritmo serrato e un mix di elementi tradizionali e innovativi nella narrativa dell'autore. Gli elementi che hanno attirato la mia attenzione sono i misteri storici da risolvere, la presenza di simbolismi da decifrare, i personaggi carismatici e la tensione sempre crescente. Il tutto è intrecciato con elementi artistici, storici e religiosi, che tanto fascino esercitano su noi lettori. 

Gli argomenti trattati sono molto interessanti a partire dai temi oggetto di discussioni nella conferenza rivoluzionaria tenuta da Katherine Solomon. La studiosa sta per pubblicare un libro che contiene scoperte sorprendenti sulla natura della coscienza umana e minaccia di sconvolgere secoli di credenze consolidate. 

I noetici ritenevano che la coscienza non fosse il risultato dell'attività cerebrale, ma piuttosto un aspetto fondamentale dell'universo come lo spazio, il tempo o l'energia. E che non fosse nemmeno localizzata all'interno del corpo. 

A rendere gli eventi ancora più affascinanti è un'antica leggenda di Praga: l'esistenza di un guardiano mistico, "un protettore costretto dentro un involucro fisico, chiamato a sacrificarsi per farsi carico delle sofferenze altrui." 

L'arte magica della Cabala fa capolino fra le pagine del romanzo con una figura mitica, il Golem. 

I miti si intrecciano alle paure della nostra società e mostrano come il nostro presente non sia proprio un inno alla libertà. Le città sono controllate dalle telecamere di sicurezza, le verità sono abilmente manipolate, l'identità può essere mutabile e mai certa. 

Dan Brown narra la grande avventura della conoscenza di se stessi. Lo fa in una città sospesa, Praga, tra splendide architetture e pericoli che incombono. Ci porta in un territorio inesplorato dove albergano le nostre paure e le nostre ossessioni. Il grande mistero della mente umana, la classificazione dei dati e il controllo del reale, sono il frutto proibito della scienza futuristica. 

"L'ultimo segreto" è un thriller ad alta tensione che vede i protagonisti confrontarsi con i lati oscuri della scienza. La scrittura è chiara e diretta, eliminando ogni elemento superfluo per far emergere le cose essenziali, l'autore realizza una storia che funziona bene fin dal principio. La natura umana non offre il meglio di sé. La posta in gioco è altissima: una nuova concezione della mente, una visione che può regalare un futuro diverso all'umanità ma che potrebbe, anche, diventare un'arma dall'impatto devastante. La coscienza è manipolabile? 

Libro impegnativo ma scorrevole e piacevole soprattutto per chi ama le descrizioni scientifiche, l'avventura, l'intrattenimento e la speculazione filosofica. La coscienza umana è un tema su cui fermarsi a riflettere: esiste qualcosa dopo la morte? La conoscenza si basa solo sui cinque sensi o c'è altro? 

Non troverete sicuramente tutte le risposte ma assisterete a un confronto tra fede e scienza, spiritualità e razionalità, vita e morte. Nella zona grigia della nostra morale troveremo mille domande su giusto e sbagliato, sulla coscienza e sull'aldilà. All'immaginazione di noi lettori il compito di ipotizzare le risposte alle grandi domande. L'immaginazione sarà la nostra arma vincente per accettare l'idea di un "oltre" che fa capolino. La nostra realtà cela misteri troppo grandi e orribili anche per un mito come il professor Robert Langdon.

giovedì 11 dicembre 2025

RECENSIONE | "La morte della Pizia" di Friedrich Durrenmatt

 "La morte della Pizia" (Adelphi, traduzione di Renata Colorni) è un breve romanzo dello scrittore svizzero Friedrich Durrenmatt. Fu pubblicato nel 1976 all'interno della raccolta di racconti "Mitmacher".


STILE: 7 | STORIA: 8 | COVER: 7
La morte della Pizia
Friedrich Durrenmatt

Editore: Adelphi 
Pagine: 68
Prezzo: € 10,00
Sinossi

«Stizzita per la scemenza dei suoi stessi oracoli e per l’ingenua credulità dei Greci, la sacerdotessa di Delfi Pannychis XI, lunga e secca come quasi tutte le Pizie che l’avevano preceduta, ascoltò le domande del giovane Edipo, un altro che voleva sapere se i suoi genitori erano davvero i suoi genitori, come se fosse facile stabilire una cosa del genere nei circoli aristocratici, dove, senza scherzi, donne maritate davano a intendere ai loro consorti, i quali peraltro finivano per crederci, come qualmente Zeus in persona si fosse giaciuto con loro». Con queste parole spigolose e beffarde ha inizio La morte della Pizia e subito il racconto investe alcuni dei più augusti miti greci, senza risparmiarsi irriverenze e furia grottesca.





Stizzita per la scemenza dei suoi stessi oracoli e per l'ingenua credulità dei Greci, la sacerdotessa di Delfi, Pannychis XI, lunga e secca come quasi tutte le Pizie che l'avevano preceduta, ascoltò le domande del giovane Edipo, un altro che voleva sapere se i suoi genitori erano davvero i suoi genitori, come se fosse facile stabilire una cosa del genere nei circoli aristocratici, dove, senza scherzi, donne maritate davano a intendere ai loro consorti, i quali peraltro finivano per crederci, come qualmente Zeus in persona si fosse giaciuto con loro. 

Con queste parole beffarde ha inizio "La morte della Pizia" che riserverà irriverenza ai più augusti miti greci. 

La Pizia Pannychis XI ha sempre trovato insopportabile la credulità dei suoi contemporanei. Per divertirsi alle loro spalle, indifferente alle fragilità umane, pronuncia gli oracoli più improbabili che le passano per la testa. Un giorno, volendo fare uno scherzo crudele all'ennesimo visitatore del santuario di Delfi, vaticina ad un giovane zoppo che avrebbe ucciso il suo stesso padre per poi giacere con la sua stessa madre. Il giovane era Edipo e la Pizia mai avrebbe immaginato l'avverarsi della sua profezia. 

...una profezia che più insensata e inverosimile non avrebbe potuto essere, la quale, pensò, non si sarebbe certamente mai avverata, perché nessuno al mondo può ammazzare il proprio padre e andare a letto con la propria madre, senza contare che per lei tutte quelle storie di accoppiamenti incestuosi fra dèi e semidei altro non erano che insulse leggende. 

Anni dopo, ignorando la verità, Edipo, figlio di Laio, uccide accidentalmente il padre e sposa la madre Giocasta; quando la verità viene a galla, lei si impicca e lui si acceca. 

Ormai in fin di vita, la Pizia deve fare i conti con gli spiriti di Laio, assediato dai dubbi di paternità, e di Giocasta, che rivela chi è il vero padre di Edipo. Anche Edipo e la bellissima Sfinge si presentano al cospetto della Pizia. 

Gli spiriti le fanno visita nella sua umida grotta e raccontano la propria versione di quella tragedia, in un crescendo di dubbi, contraddizioni e mezze verità. Quale delle quattro storie corrisponde a verità? 

"La morte della Pizia" è un racconto che ci apre le porte del mondo mitologico. Siamo nella Grecia antica, nel santuario di Delfi, dove la Pizia, seduta sul tripode posto in una rupe caverna davanti al Tempio di Apollo, affascina con i suoi vaticini. 

Per intrigare ancor di più gli eventi, alla Pizia, che rappresenta il caos, si presenta un'ombra con le sembianze dell'assennato Tiresia, il famoso veggente cieco, che rappresenta l'ordine. Queste sono le sue parole: 

Pannychis, anch'io come te sono una persona sensata, come te non ho fede negli dèi e credo invece nella ragione, e proprio perché credo nella ragione sono persuaso che l'insensata fede negli dèi debba essere sfruttata in maniera ragionevole.

Il destino di Edipo è il mezzo per raccontare il conflitto tra ordine e caos. 

A guidare l'uomo deve essere la razionalità e non la mitologia. Tuttavia, qui emerge il pessimismo dell'autore, gli uomini sono opportunisti, spesso incompetenti e arroganti. Il proprio tornaconto è il dio in cui tutti credono. La verità è l'unica base possibile per una società imparziale e libera. 

La verità è il mezzo per cercare la giustizia. 

Pizia e Tiresia espongono i loro dubbi mentre cercano di far luce sulla capacità dell'uomo di scegliere il proprio destino. L'uomo ha il diritto di poter pensare liberamente senza le catene del soprannaturale e dei miti. A complicare le cose per la ragione, c'è l'esistenza della casualità che lascia il mondo in balia del caos. Si crea, così, un groviglio di coincidenze e intricatissime connessioni che portano l'uomo a brancolare nel buio. L'enigma regna nelle nostre vite e a nulla valgono i tentativi per influenzare gli eventi. 

"La morte della Pizia" è un libro sorprendente che regala una lettura intrigante e ironica. L'attività dell'oracolo di Delfi appare fuori dal tempo, perfettamente aderente ai nostri giorni. Pensate ai vari aspetti politici, economici, morali, che caratterizzano la nostra società e immaginate "un gran burattinaio" che dispone, a suo piacimento, delle nostre vite. Ognuno ha la sua verità, come gli spiriti che si presentano alla Pizia. Una verità viva nel limbo delle nostre certezze che non va confusa con la Verità, enigma che si nasconde dietro le apparenze. Alcuni uomini comprendono che i tentativi per cambiare il mondo sono tutti inutili e lo accettano così com'è. Altri non si arrendono e provano a realizzare i propri sogni. Chi ha ragione, chi ha torto? Durrenmatt lascia la risposta a Tiresia. Una risposta che potrebbe non essere definitiva: 

Pannychis, disse il veggente in tono paterno, solo la non conoscenza del futuro ci rende sopportabile il presente. Mi sono sempre stupito e continuo a stupirmi immensamente che gli uomini siano tanto smaniosi di conoscere il futuro. Sembra quasi che preferiscano l'infelicità alla felicità. 

La razionalità riuscirà a riportare l'ordine nel caos? 

"La morte della Pizia" è un gioiellino letterario, dallo stile travolgente e irriverente, che vi esorto a leggere per riflettere sui pericoli che si corrono quando ci si mette nelle mani degli altri (dèi inclusi) rinunciando a costruirci un nostro pensiero critico su ciò che accade. Cedere la propria libertà in cambio di un illusorio senso di protezione è un grave errore. Lasciatevi conquistare dalla magica seduzione della parola e dal fascino del partecipare alla vita della collettività. Ricordando che è bene guardare la realtà con occhio critico, accettandone l'irrazionalità e la complessità ed è auspicabile riflettere sul ruolo dell'individuo in un mondo in cui il caos e il paradosso sembrano avere il sopravvento. Quindi buona lettura e non date mai ascolto alla Pizia che è in voi.

giovedì 27 novembre 2025

RECENSIONE | "Il Grane Bob" di Georges Simenon

 "Il Grande Bob" (Adelphi, traduzione di Simona Mambrini) è un romanzo del 1954, un capolavoro di uno degli scrittori di lingua francese più amati di tutti i tempi, il belga Georges Simenon. 

Simenon scrisse questo romanzo quand'era in Connecticut nel 1954. É una storia che indaga i lati oscuri di un uomo che a tutti sembrava l'immagine della gioia di vivere.


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
Il Grande Bob
Georges Simenon

Editore: Adelphi 
Pagine: 166
Prezzo: € 19,00
Sinossi

«Negli ultimi tempi aveva un modo particolare di guardarsi allo specchio dietro le bottiglie. Quando un uomo come lui comincia a scrutarsi negli specchi, mi creda, non è un buon segno». Una riflessione, questa del padrone del bistrot dove il suo amico Bob, morto da pochi giorni, andava a giocare a carte, che colpisce profondamente il dottor Charles Coindreau. Non appena ha saputo che quella di Bob non è stata una morte accidentale, come sulle prime si credeva, bensì un suicidio, ha deciso di condurre una sorta di indagine, e di interrogare chiunque l’abbia conosciuto, a cominciare dalla moglie e dall’ultima delle numerose amanti. Perché lui, come tutti, ma più di tutti gli altri, si arrovella sul motivo che ha indotto a togliersi la vita uno come Bob: sempre allegro, e allegramente sfaccendato, sempre pronto alla battuta, gran giocatore di belote e gran consumatore di «bianchini» a qualunque ora del giorno – non per caso lo avevano soprannominato il Grande Bob. Nella casa di Montmartre dove abitava insieme alla sua polposa, esuberante, forse un po’ volgare ma radiosa moglie Lulu, la porta era sempre aperta, e vi si potevano incontrare persone di ogni estrazione sociale, e «ognuno era libero di comportarsi o di parlare a suo piacimento, con la certezza di non scandalizzare nessuno». Così come nessuno si scandalizzava del fatto che Lulu accettasse i tradimenti di Bob: le bastava che lui fosse felice. Scavando nel passato dell’amico, immergendosi nei lati oscuri di un uomo che a tutti sembrava l’immagine stessa della gioia di vivere, e persino, a volte, sovrapponendosi a lui, Coindreau finirà per scoprire la verità sulla morte di Bob – ma soprattutto qualcosa su sé stesso.





Bob è morto 

Il Beau Dimanche è una popolare locanda sulla Senna, poco lontano da Parigi, molto frequentata soprattutto d'estate nei fine settimana. Qui viene praticata anche la pesca del luccio. 

Tra i frequentatori ci sono anche Bob e Lulu. 

Bob, nato a Poitier, è un uomo alto e forte, sempre con un bicchiere di vino bianco tra le mani, amante della vita e delle belle donne, sempre allegro e giocoso, allegramente sfaccendato passa da un mestiere all'altro senza angosce, non si prende mai troppo sul serio. 

Lulu, moglie di Bob, è piccola, di modestissima origine, ha il corpo sformato dai numerosi aborti, dirige una modisteria che le ha donato Bob. 

La sera prima tutto procedeva come al solito. È sabato, sono nella loro camera alla locanda, disfano i bagagli. Lui inizia a bere e a giocare a carte. All'alba, mezzo sbronzo, Bob esce per andare a pesca di lucci. Nella camera Lulu si sveglia e accanto a lei c'è il letto vuoto. Non si preoccupa, non è certo la prima volta che, aprendo gli occhi, non trova il marito accanto a sè. Qui inizia il dramma. 

La piccola barca di Bob è incagliata oltre la diga, lui ha una gomena girata due volte intorno alla caviglia. All'altro capo della corda c'è un peso. Dall'acqua spunta un braccio, quello di un morto, quello di Bob. Incidente o suicidio? Non ci sono testimoni. 

Il dottor Coindreau medico di base, amico della coppia, sposato, padre di due figli, resta sbalordito nell'apprendere la ferale notizia. 

Perché il grande Bob avrebbe dovuto suicidarsi? Lui era la gioia di vivere fatta persona, voleva far felice tutti, non aveva una preoccupazione al mondo, non mostrava mai ansia e non dava fastidio agli altri. La sua morte sconvolge tutti. 

Nella casa di Montmartre dove abitava con la moglie, la porta era sempre aperta, e vi si potevano incontrare persone di ogni estrazione sociale, e "ognuno era libero di comportarsi o di parlare a suo piacimento, con la certezza di non scandalizzare nessuno". 

Così come nessuno si scandalizzava del fatto che Lulu accettasse i tradimenti di Bob: le bastava che lui fosse felice. 

Ma chi è dunque il Grande Bob? Un uomo originale, uno scontento, un sognatore? 

Coindreau parla con Lulu, con la sorella e con il cognato di Bob. Fa scoperte inaspettate sull'amico. E anche su sé stesso. 

Come sempre Simenon mette in scena una doppia verità: quella sotto gli occhi di tutti e quella legata al passato di Bob. 

 Robert, Bob è un soprannome, era figlio di un importante giurista, rettore della facoltà di Giurisprudenza a Poitiers. Uomo integerrimo approva la decisione del figlio di volere continuare gli studi a Parigi. Le cose però non vanno come previsto. Robert non si presenta in facoltà per sostenere l'ultimo esame. Il padre lo trova, in una stanza, in compagnia di una ragazza. 

Robert ha deciso di non volersi più laureare, si ribella all'autorità paterna e vuol essere libero di scegliere. Il padre prende atto di questa decisione e senza dir nulla va via. 

Bob aveva sposato Lulu e aveva fatto di tutto per renderla felice. 

In fondo, se ciascuno di noi s'incaricasse di rendere felice una sola persona, il mondo intero sarebbe felice.

Ora che il Grande Bob è morto non c'è più nulla da scoprire. È chiaro, esplicitato fin dalle prime pagine, Bob si è suicidato. Ed è qui che si manifesta la vera magia di Simenon. Le indagini del dottor Coindreau scivolano in un'altra direzione e mettono sotto esame non la vita di Bob ma quella dello stesso dottore. 

Coindreau diventa il soggetto delle sue stesse indagini psicologiche. Sotto la lente dell'analisi pone se stesso, il suo matrimonio infelice, i suoi desideri, il vuoto. Un altro essere umano disperato che nasconde un'amara verità. 

Con grande talento Simenon narra i mali dell'esistenza umana. I suoi romanzi non sono rassicuranti e l'umanità mostra sempre il suo volto peggiore. I personaggi sono sempre alle prese con tormenti e sensi di colpa. Simenon racconta le paure, le ossessioni e le atmosfere del Secolo breve. Ogni uomo rappresenta un mistero che nessuno ha svelato. 

"Il Grande Bob" è un romanzo dalla costruzione serrata, dall'eleganza delle osservazioni psicologiche, dalla limpidezza del narrare. Tra le righe aleggia lo spettro di una domanda sempre valida in ogni tempo: "Che cosa sappiamo degli altri, in definitiva, quando neanche di noi stessi sappiamo granché?" 

La ricerca "dell'uomo nudo", senza maschere, continua.