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giovedì 12 marzo 2026

RECENSIONE | "Mia nonna e il Conte" di Emanuele Trevi

Emanuele Trevi è uno degli scrittori italiani contemporanei più rilevanti. Ha vinto il Premio Strega 2021 con "Due vite" (Neri Pozza) ed è stato finalista al Campiello con "La casa del mago" (Ponte alle Grazie). "Mia nonna e il Conte" è il suo ultimo romanzo (Solferino). 

È un viaggio nel tempo, nelle interminabili estati dell'infanzia e della giovinezza di Trevi, trascorse immerso nei libri, nel giardino della casa di sua nonna Peppinella, in Calabria. Una nonna fiera come una dea arcaica, scrive Trevi, frutto di una schiatta di femmine a dir poco risolute, estremamente suscettibili, abituate a fidarsi solo di se stesse. Peppinella, superati gli ottant'anni, finisce dentro un amore inaspettato, tardivo, con un Conte. Un amore privo di pretese e di ansie, che nasce con un inchino.

STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
Mia nonna e il Conte
Emanuele Trevi

Editore: Solferino
Pagine: 128
Prezzo: € 15,00
Sinossi

«Come certe ragazzine così timide e ritrose da sembrare anonime, che svelano il loro fascino al momento giusto, nel giro di un’estate, a sedici o diciotto anni, iniziando a raggiare alla maniera di astri appena scoperti nella carta del cielo, mia nonna diventò bellissima dopo gli ottanta.» È una nonna dai tratti di dea arcaica, Peppinella, la protagonista di questo libro, una perentoria matriarca calabrese che, come una regina, vive riverita da due dame di compagnia – Delia e Carmelina – ma che al pari di ogni donna del popolo guarda Beautiful al pomeriggio. Nel suo giardino dominato dall’imponente cibbia, il nipote Emanuele trascorre – immerso nei libri – le interminabili estati dell’infanzia e della giovinezza. Ed è in questo hortus conclusus che un bel giorno Peppinella si vede comparire davanti addirittura un Conte, anch’egli ultraottantenne e studioso della storia borbonica, che le porge un mazzetto di fiori e chiede il permesso di attraversare la sua proprietà, per accorciare il percorso da casa al paese. Passaggio dopo passaggio, tra Peppinella e il Conte fiorisce un affetto inaspettato, tardivo, privo di ansie e pretese, gratuito.





Come certe ragazzine così timide e ritrose da sembrare anonime, che svelano il loro fascino al momento giusto, nel giro di un'estate, a sedici o diciotto anni, iniziando a raggiare alla maniera di astri appena scoperti nella carta del cielo, mia nonna diventò bellissima dopo gli ottanta.

Nonna Giuseppina, detta Peppinella, è una donna fiera, circondata dalle sue singolari dame di compagnia, Delia e Carmelina, come una regina, ma che al pari di ogni donna del popolo guarda Beautiful al pomeriggio. Nel suo giardino, un bel giorno, Peppinella vede comparire davanti addirittura un Conte, anch'egli ultraottantenne e studioso della storia borbonica, che le porge un mazzetto di fiori e le chiede il permesso di attraversare la sua proprietà, per accorciare il percorso da casa al paese. 

"Il Conte, che era un vero conte, entrò nella vita di mia nonna con un inchino: così essenziale e impeccabile da fare invidia a un samurai." 

Il Conte è un vecchio gentiluomo aristocratico, un erudito esperto delle vicende familiari e politiche della casata dei Borboni. Tra lui e Peppinella fiorisce un affetto inaspettato. 

Come se fossero rinchiusi in una sfera di cristallo, custodivano un segreto inaccessibile, la formula di un incantesimo di cui entrambi, a loro insaputa, possedevano la metà necessaria a completare l'altra. 

Emanuele scrive di questo incontro, testimone della storia d'amore che entra nella vita della nonna. 

Peppinella è una divinità tirrenica, appartenente al temibile, indomabile, antichissimo, ceppo calabrese: perspicace, volubile, testarda, capace di leggerti un pensiero nella testa prima ancora che tu stesso l'avessi formulato. 

"Mia nonna e il Conte" è un racconto lungo, una storia d'amore e una fiaba, quasi privo di eventi, non ci sono colpi di scena, ma è l'immagine della felicità "dipinta sulla superficie tremolante di una bolla di sapone". 

Nel crepuscolo della vita il tempo passato in compagnia è più dolce, non è più solitudine e non ha l'ombra della morte. La storia d'amore tra due persone anziane diventa un inno alla vita. La nonna e il Conte godono della reciproca compagnia che ferma, seppur per poco, l'inesorabile scorrere del tempo. I loro pomeriggi trascorsi in piacevoli chiacchierate, l'attesa per i loro incontri, sono una ripresa della vita. Luoghi e persone si fondono, la memoria riporta voci e profumi del tempo, tutti i momenti perduti ritornano in superficie. 

In fondo in cosa consistono le nostre storie se non in qualche misera traccia sbiadita nella polvere del tempo, abbandonata alle intemperie, semisepolta dai calcinacci? 

Leggere Trevi è sempre interessante sia per la sua prosa raffinata sia perché si va oltre al racconto di una storia. I suoi romanzi diventano spunti di riflessione sulla memoria, sul trascorrere del tempo, sul passato scrigno dei nostri ricordi più cari. Si percepisce la nostalgia dello scrittore per il passato, per la nonna che descrive come una figura sacra, una Grande Madre. 

"Mia nonna e il Conte" si lascia leggere con estremo piacere, ed è facile affezionarsi ai suoi protagonisti il cui ritratto viene assemblato poco a poco, fino all'ultima pagina. Trevi mescola abilmente racconto e autobiografia, affronta la complessità dei rapporti umani con profonda sensibilità. L'ironia che attraversa il racconto serve a stemperare il percepire del tramonto della vita. Un tramonto fragile ma di toccante bellezza. L'amore rende infinito il tempo, la sua magia risiede nell'autenticità dei sentimenti, nell'incontro di un mondo contadino e di un mondo aristocratico in declino. Lo scrittore è partecipe del passato e diventa memoria nel presente rievocando i personaggi dei suoi ricordi. Si ha una clessidra del tempo che da personale si fa universale, che coniuga realtà, sogno e visione. Il senso di fine, di desolazione, verrà stemperato nel ricordo come nelle ultime righe della favola di Winnie the Pooh, "La strada di Winnie Puh": "Così s'incamminarono. Ma dovunque vadano, e qualunque cosa gli succeda per strada, in quel posto incantato in cima alla Foresta, un bambino e il suo Orso stanno sempre giocando." 

La scrittura ha un grande potere: valica ogni impedimento, trattiene ciò che andrebbe perduto, non conosce confini, passa indenne il vortice del tempo, fa un inchino e se ne va libera per le vie del mondo.

lunedì 25 settembre 2023

RECENSIONE | "In nome di Ipazia" di Dacia Maraini

In libreria, edito da Solferino e curato da Eugenio Murrali, il nuovo libro di Dacia Maraini “In nome di Ipazia: Riflessioni sul destino femminile”, un dettagliato ed interessante mosaico sulla condizione femminile costituito da storici articoli, testimonianze, lettere e testi comparsi sul “Corriere della Sera”.

Scrittrice, drammaturga, saggista, poetessa, figura di spicco della cultura italiana dagli anni Sessanta ad oggi, Dacia Maraini si è fatta interprete dei mutamenti della nostra società. Le sue storie, che molto spesso hanno trattato il tema della condizione femminile, hanno sempre riscosso un grande successo in Italia e all’estero.


STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 8
In nome di Ipazia
Dacia Maraini

Editore: Solferino
Pagine: 288
Prezzo: € 18,00
Sinossi

L’astronoma Ipazia, vissuta ad Alessandria nel V secolo d.C., teorizzò in modo inaudito per l’epoca che la Terra non è il centro dell’universo ma un pianeta che gira intorno al Sole. E divenne ben presto vittima dei fanatici cristiani. «Oggi» scrive Dacia Maraini «a quasi duemila anni di distanza ci sono ancora donne che soffrono come lei per la semplice ragione che hanno pensato con la propria testa, che hanno voluto studiare, indagare e opporsi al totalitarismo.» Sono donne maltrattate, insultate, minacciate, che spesso hanno denunciato la violenza domestica, ma non sono state credute. Donne sole e abbandonate. Donne che lottano per i loro diritti in tutto il mondo, dal Medio Oriente all’Occidente. Anche dove ci sembra di poter dire che la civiltà ha raggiunto la sua età più matura. In queste pagine, la scrittrice che ha dato vita nei suoi romanzi a indimenticabili protagoniste letterarie (una per tutte: Marianna Ucrìa) dà voce alle donne senza nome di ogni Paese in lotta per la dignità. Mettendo nero su bianco un vero e proprio manifesto al femminile, una denuncia appassionata che racconta le schiavitù che sopravvivono e i muri ancora da abbattere, le libertà negate e la ribellione necessaria. Un appello coinvolgente sul destino femminile contro ogni stereotipo e violenza.





La cultura del possesso divora uomini fragili che hanno paura di perdere i privilegi che considerano dovuti per legge divina: comandare, controllare, possedere.

Richiamandosi a Ipazia, che nel V secolo d.C. combatté per le proprie idee al costo della vita, Dacia Maraini dà voce alle donne senza nome di ogni Paese in lotta per la dignità. Una denuncia appassionante che racconta le schiavitù che sopravvivono e i muri ancora da abbattere, le libertà negate e la ribellione necessaria. Un appello femminile contro ogni stereotipo e violenza.

Conosciamo meglio Ipazia il cui coraggio ispira, ancor oggi, molte donne.

Scienziata pagana del Quinto secolo, fu uccisa da fanatici cristiani.

Ipazia era un’astronoma greca che abitava nella colonia romana d’Egitto, ad Alessandria. L’impero romano aveva da poco adottato la religione cattolica. Ipazia non era una credente, era una donna colta, figlia del grande filosofo Teone. È a lei che dobbiamo l’invenzione dell’astrolabio (strumento che consentiva di localizzare gli oggetti celesti),dell’idroscopio (per misurare la densità dei liquidi) e l’aerometro (che misurava la densità di alcuni gas), strumenti sperimentali per lo studio matematico del firmamento. È la prima scienziata a teorizzare che la terra non è il centro dell’Universo, ma gira intorno al Sole in un cosmo pieno di altri sistemi solari. Naturalmente ciò la rende sospetta in un clima di fanatismo, di ripudio della cultura e della scienza in nome della crescente religione cristiana che non accettava che la donna potesse avere ruoli importanti nella società ma soprattutto che avesse la libertà di pensiero senza inchinarsi davanti a nessun dogma. Un giorno, mentre parlava di stelle a un pubblico di studenti entusiasti, Ipazia venne portata via a forza dal gruppo dei Parabalani (una setta di fanatici cristiani), scarnificata con cocci affilati, smembrata, fatta a pezzi e bruciata, per cancellarne il ricordo. L’assassinio di Ipazia rimase impunito. Tuttavia la fantasia di poeti e scrittore di tutti i tempi l’hanno fatta rivivere.

Sicuramente oggi la situazione è diversa anche se ci troviamo ancora davanti a pratiche atroci. Basti pensare alle ragazze iraniane arrestate perché si sono tolte il velo e alle torture che le donne devono subire per aver rivendicato il diritto allo studio. Tutto con l’alibi della religione. La fede si sceglie liberamente non si deve imporla, come non si devono imporre comportamenti, pensieri e parole, in nome della fede. Con tenacia si è ottenuta l’abolizione della schiavitù, la ghigliottina è stata abrogata e non è più uno spettacolo di piazza, la lapidazione, la decapitazione, la tortura sono state abrogate. Eppure ci sono ancora donne che, come Ipazia, soffrono per aver osato pensare con la propria testa e che hanno voluto studiare. Sono donne maltrattate, insultate, abusate, sfruttate, accoltellate, che spesso hanno denunciato la violenza domestica, ma non sono state credute.

Dacia Maraini guarda a Ipazia come a un modello di gioiosa e serena fermezza d’animo.

La stessa gioiosa e serena fermezza d’animo che l’autrice ha conosciuto nella sua famiglia ,nella persona di Topazia, la sua coraggiosa mamma, che preferì farsi rinchiudere con il marito e le tre figlie in un campo di concentramento in Giappone, piuttosto che aderire al fascismo di Salò. Scrive Dacia nell’introduzione:

Sento ancora la voce di mia madre che sorridendo dice: «Non importa quello che dicono gli altri, ma la prima fedeltà alle proprie idee viene da te, accompagnata dalla stima per te stessa. E questa stima devi tenerla sempre alta»

Quelle idee che la scrittrice ha portato avanti per decenni, tornano in questa raccolta che denuncia le offese, la violenza, gli abusi che hanno segnato il destino femminile. Racconta di una cultura patriarcale capace di sopraffare e intralciare questo destino, senza però vincerlo del tutto.

Dacia Maraini mette a nudo gli stereotipi e la reificazione del corpo femminile (che riduce la donna a un semplice corpo, come merce desiderabile). Parla delle donne iraniane e afgane che un tempo camminavano libere per le strade. Dà voce a tutte le donne senza nome che ancora combattono per la dignità anche in Paesi che crediamo siano progrediti, la civiltà non è ancora una realtà consolidata.

Spesso mi è stato chiesto quale sia la qualità del carattere femminile che più ammiro e apprezzo. Senza alcun dubbio ho risposto: il coraggio.

Nel libro compaiono articoli storici, molto interessanti, come una lettera aperta del 1975 “In difesa dell’aborto”, indirizzata dalla Maraini al suo caro Pier Paolo Pasolini che si era detto contrario alla legalizzazione.

Segue una lettera affettuosa e ferma a Papa Francesco sullo stesso argomento. Il Pontefice aveva duramente condannato questa pratica con le parole “è come assoldare un sicario”.

Le sue parole sull’aborto, caro Papa, mi hanno molto stupita e rattristata. Non posso fare a meno di chiederle perché abbia usato termini così duri e punitivi. Vorrei solo ricordarle che nessuna donna ha il piacere di abortire.

L’autrice propone anche una serie di articoli sugli stupri di guerra, sulla violenza domestica, sul femminicidio, sulla misoginia nel cinema e nella televisione, dimostrando come la società non sia poi così cambiata.

Coinvolgente è l’inchiesta sulle carceri femminili del 1969 per Paese Sera. In quell’occasione la scrittrice incontrò una detenuta, Teresa, e ne raccontò con ironia e simpatia le quasi oneste imprese ladresche nel romanzo “Memorie di una ladra”. Da questo romanzo è stato tratto l’omonimo film straordinariamente interpretato da Monica Vitti diretta dal grande regista Carlo Di Palma.

Nel libro ci sono anche articoli di cronaca come il caso di Saman Abbas, la ragazza diciottenne pakistana uccisa a Novellara. La storia di Safiya Husaini condannata alla lapidazione, come impone la legge islamica, per aver concepito un bambino fuori dal matrimonio dopo aver subito abusi.

“In nome di Ipazia” è un libro pieno di riflessioni a favore delle donne. Continuare a parlare di emancipazione femminile è importante. La letteratura dà voce al disagio, tracciando la strada percorsa e riflettendo su quanto c’è ancora da fare. La Maraini osserva il mondo che ci circonda e condivide con noi le mille sfaccettature della condizione femminile. Ciò che lei vede, e noi con lei, non è incoraggiante.

Ogni anno ci auguriamo che il numero dei fatti di violenza possa scendere, ogni anno verifichiamo che non avviene. Cosa sta succedendo?

Più la donna si emancipa più cresce la violenza contro di lei.

Sicuramente molto c’è ancora da fare nel nome di Ipazia, un’eroina del libero pensiero messa a tacere con la massima violenza dai fautori dell’oscurantismo. Parlare di questi scottanti temi è sempre positivo. Soprattutto i ragazzi devono capire che i diritti non sono eterni, si possono sempre perdere e quindi vanno difesi. Quando si ottengono dei diritti, si calpestano dei privilegi e gli uomini fragili non vogliono perdere i privilegi che la storia ha loro assegnato: dominio, possesso e potere. Alcuni uomini non sono disposti a perdere il controllo sulle donne, in loro la cultura del possesso è un dono divino. Uomini e donne, invece, devono essere alleati e non nemici, solo così potranno creare una nuova società, un nuovo mondo abitato da due esseri diversi ma pari. Le norme sociali vanno cambiate, in nome di Ipazia.

mercoledì 17 febbraio 2021

RECENSIONE ! "Biancaneve nel Novecento" di Marilù Oliva

“Biancaneve nel Novecento” è un libro di Marilù Oliva pubblicato da Solferino. La storia, a tratti di una ferocia disumana, intreccia il presente al passato per raccontarci di atroci sofferenze impossibili da dimenticare. Il dolore, nascosto nell’abisso dell’animo, plasma la vita delle protagoniste e ci costringe a guardare negli occhi una verità che la Storia non può nascondere. Il male genera altro male, ne sono testimoni le due protagoniste di questa storia. Lili, che era una ragazza nel 1943, con i suoi  indelebili ricordi ci porterà nel campo di Buchenwald, nel bordello dove i nazisti rinchiudevano le giovani deportate. Lei, sopravvissuta all’orrore, è prigioniera del suo dolore. La piccola Bianca, che vive a Bologna e negli Ottanta ha quattro anni. La sua famiglia è dilaniata da un male sottile che trasforma l’animo delle persone e uccide ogni forma di serenità e felicità. La bambina dovrà crescere in fretta. Questa è la storia di donne dimenticate che, nel silenzio, muoiono ogni giorno un po’ di più. È la storia di un dolore tanto grande da travolgere ogni rapporto umano. È la storia di donne doppiamente vittime della Storia, della Shoah, della follia degli uomini. È la storia di una speranza: “Sei mesi nel bordello per rendere felici i detenuti e poi vi liberiamo”, ma i nazisti non mantennero mai quella promessa. È la storia di donne che alla fine della guerra, schiacciate dall’umiliazione, invece di denunciare quella tragedia decisero di rinchiudersi nel silenzio per seppellire dentro di sé l’orrore di quella tragedia.


STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 8
Biancaneve nel Novecento
Marilù Oliva

Editore: Solferino
Prezzo: € 19,00
Sinossi
Giovanni è un uomo affascinante, generoso e fallito. Candi è una donna bellissima che esagera con il turpiloquio, con l’alcol e con l’amore. E Bianca? È la loro unica figlia, che cresce nel disordinato appartamento della periferia bolognese, respirando un’aria densa di conflitti e di un’inspiegabile ostilità materna. Fin da piccola si rifugia nelle fiabe, dove le madri sono matrigne ma le bambine, alla fine, nel bosco riescono a salvarsi. Poi, negli anni, la strana linea di frattura che la divide da Candi diventa il filo teso su un abisso sempre pronto a inghiottirla. Bianca attraversa così i suoi primi vent’anni: la scuola e gli amori, la tragedia che pone fine alla sua infanzia e le passioni, tra cui quella per i libri, che la salveranno nell’adolescenza. Negli anni Novanta, infatti, l’eroina arriva in città come un flagello e Bianca sfiora l’autodistruzione: mentre sua madre si avvelena con l’alcol, lei presta orecchio al richiamo della droga. Perché, diverse sotto ogni aspetto, si somigliano solo nel disagio sottile con cui affrontano il mondo? È un desiderio di annullarsi che in realtà viene da lontano, da una tragedia vecchia di decenni e che pure sembra non volersi estinguere mai: è cominciata nel Sonderbau, il bordello del campo di concentramento di Buchenwald.

 

Perfino l’inferno può sembrare attraente quando sei costretto a morire giorno dopo giorno come una bestia affamata e infreddolita.

Bianca è una bambina infelice. Giovanni, suo padre, è un uomo affascinante, generoso e fallito. Candi, sua madre, è una bella donna soggiogata dall’alcol e incapace di darle amore. Bianca, figlia unica, vede nel suo papà un eroe, un principe azzurro, che le vuol bene e la difende da un’inspiegabile ostilità materna. La famiglia vive nella Bologna degli anni Ottanta, in un disordinato appartamento della periferia. Per sfuggire a una realtà complicata, la bambina si rifugia nelle fiabe. La sua preferita è “Biancaneve”. Alla mamma, Bianca, assegna il ruolo di regina indiscussa del Regno del Male,  grande Prevaricatrice e Distruttrice di ogni felicità. Solo con il suo papà Bianca è felice, una bolla d’amore la separa dalle cattiverie della mamma. La bambina spera nel lieto fine ma la vita spesso è crudele. Una tragedia porrà fine alla sua infanzia catapultandola in una realtà sempre più dura. Passano gli anni, e Bianca cresce dividendo il suo tempo tra la scuola, gli amori e la passione per i libri. Incontrerà persone prepotenti e altre amorevoli che le dimostreranno le mille sfumature dei sentimenti.

Oltre ai guerrieri del Bene e alle forze del Male, esisteva una schiera di gente invisibile che non prendeva mai posizione e, quando lo faceva, sceglieva la sudditanza verso il più tracotante.

Alcune volte rendersi invisibile è la soluzione a ogni problema. Annullarsi diventa il desiderio di Bianca e l’eroina le offre una via di fuga. Così mentre Candi si avvelena con l’alcol, Bianca sfiora l’autodistruzione con la droga. Entrambe le donne si portano dentro un disagio che condiziona le loro scelte. Trovare le radici di quel disagio significa tornare indietro nel tempo, lì dove tutto ebbe inizio, nel bordello del campo di concentramento di Buchenwald. Il dolore  del passato e il disagio del presente, tessono un filo rosso che unisce i due piani narrativi del romanzo.

I capitoli che vedono Bianca narrare della sua vita, si alternano a quelli che narrano gli eventi terribili della seconda Guerra Mondiale.  A dar voce all’orrore è Lili, una giovane donna fatta prigioniera dai tedeschi e condotta, con la promessa di un’imminente liberazione, nel bordello del lager di Buchenwold pensato come incentivo per aumentare la produttività dei lavoratori forzati, i prigionieri “privilegiati” (decani o Kapò), e a disposizione anche delle SS. Venivano distribuiti, ai più meritevoli, bonus da spendere nel bordello, consumazione in 15 minuti, e ogni sadismo era permesso. In questo inferno il corpo delle donne veniva sfruttato e martoriato. Quando le ragazze erano ormai alcolizzate, sfiancate e malate, venivano rimandate al Lager di provenienza per essere usate come cavie negli esperimenti sadici dei medici delle SS, o inviate direttamente ai forni crematori. Erano le schiave del sesso e il lager aveva rubato la loro anima.

Questo orrore, ancor oggi, è una delle pagine meno note dell’oscuro periodo del Nazismo e Marilù Oliva dà voce a quelle donne, dimenticate nel silenzio della Storia, con fatti veri e ben documentati. Nelle tenebre di quegli eventi ho scoperto l’esistenza della “Strega di Bunchenwald”. Era Ilse Koch, moglie di Karl Otto Koch, comandante del campo di concentramento in cui era prigioniera Lili. Torturava con sadica ferocia i prigionieri e si divertiva a scuoiare i tatuaggi delle vittime per farne dei paralumi. Poi  ho appreso la storia di Mafalda di Savoia, la principessa italiana che morì a Buchenwald.

Lili e Bianca sono le testimoni di un passato e un presente che si intrecciano. Qual è il legame tra queste due donne? Così, capitolo dopo capitolo, è cresciuta in me la voglia di scoprire una verità che diventa specchio di gran parte del Novecento raccontato attraverso alcuni eventi che lo hanno caratterizzato come la Strage di Ustica, la strage alla stazione di Bologna, i crimini della banda della “Uno bianca”. L’intreccio delle vicende dei protagonisti con gli eventi storici, è un aspetto del romanzo che mi è piaciuto davvero tanto. Le debolezze degli uomini, l’efferatezza del ricordo, la rabbia e i sensi di colpa, sono le colonne portanti di questa storia. Ciò che mi ha colpita di più, leggendo “Biancaneve nel Novecento”, è la facilità con cui l’autrice ci permette di moltiplicare la nostra esperienza di vita entrando nelle storie degli altri. Attraverso il romanzo, a tratti crudele seppur con aliti d’inaudita tenerezza, la scrittrice ci mostra una verità sepolta tra le pagine della Storia. Con Lili attraverseremo le zone d’ombra della coscienza di uomini aguzzini e con Bianca scopriremo la proiezione del dolore che dal passato colonizza e devasta il presente. Vita, morte, speranza, disperazione, sensi di colpa sono la linfa che nutre le parole di questo romanzo. La memoria non può e non deve esser cancellata.

Con “Biancaneve nel Novecento”, gli invisibili della Storia fanno sentire le loro voci. È una lettura dolorosa e sensibile che ci aiuta a conservare la memoria degli orrori della guerra. La vergogna privata diventa collettiva e attraverso il romanzo i personaggi trovano il coraggio per raccontare un tema quasi totalmente ignorato dalla ricerca storica, per fare in modo che le pagine più oscure della nostra storia non si ripetano mai più.

Bianca, la nostra travagliata Biancaneve, ci mostrerà come spesso il dolore esistenziale si nasconde nelle dipendenze. L’alcol, il fumo, la droga, il gioco d’azzardo, affondano le loro radici nella solitudine, nell’abbandono, nei sensi di colpa, nella rabbia, nella paura, negli abusi. Bonificare questo terreno dai veleni dell’esistenza sarebbe un passo in avanti per guarire le cicatrici che deturpano il nostro cuore. La speranza deve essere la nostra fedele alleata perché, ricordatelo sempre, anche all’inferno può nascere un fiore.