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giovedì 12 marzo 2026

RECENSIONE | "Mia nonna e il Conte" di Emanuele Trevi

Emanuele Trevi è uno degli scrittori italiani contemporanei più rilevanti. Ha vinto il Premio Strega 2021 con "Due vite" (Neri Pozza) ed è stato finalista al Campiello con "La casa del mago" (Ponte alle Grazie). "Mia nonna e il Conte" è il suo ultimo romanzo (Solferino). 

È un viaggio nel tempo, nelle interminabili estati dell'infanzia e della giovinezza di Trevi, trascorse immerso nei libri, nel giardino della casa di sua nonna Peppinella, in Calabria. Una nonna fiera come una dea arcaica, scrive Trevi, frutto di una schiatta di femmine a dir poco risolute, estremamente suscettibili, abituate a fidarsi solo di se stesse. Peppinella, superati gli ottant'anni, finisce dentro un amore inaspettato, tardivo, con un Conte. Un amore privo di pretese e di ansie, che nasce con un inchino.

STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
Mia nonna e il Conte
Emanuele Trevi

Editore: Solferino
Pagine: 128
Prezzo: € 15,00
Sinossi

«Come certe ragazzine così timide e ritrose da sembrare anonime, che svelano il loro fascino al momento giusto, nel giro di un’estate, a sedici o diciotto anni, iniziando a raggiare alla maniera di astri appena scoperti nella carta del cielo, mia nonna diventò bellissima dopo gli ottanta.» È una nonna dai tratti di dea arcaica, Peppinella, la protagonista di questo libro, una perentoria matriarca calabrese che, come una regina, vive riverita da due dame di compagnia – Delia e Carmelina – ma che al pari di ogni donna del popolo guarda Beautiful al pomeriggio. Nel suo giardino dominato dall’imponente cibbia, il nipote Emanuele trascorre – immerso nei libri – le interminabili estati dell’infanzia e della giovinezza. Ed è in questo hortus conclusus che un bel giorno Peppinella si vede comparire davanti addirittura un Conte, anch’egli ultraottantenne e studioso della storia borbonica, che le porge un mazzetto di fiori e chiede il permesso di attraversare la sua proprietà, per accorciare il percorso da casa al paese. Passaggio dopo passaggio, tra Peppinella e il Conte fiorisce un affetto inaspettato, tardivo, privo di ansie e pretese, gratuito.





Come certe ragazzine così timide e ritrose da sembrare anonime, che svelano il loro fascino al momento giusto, nel giro di un'estate, a sedici o diciotto anni, iniziando a raggiare alla maniera di astri appena scoperti nella carta del cielo, mia nonna diventò bellissima dopo gli ottanta.

Nonna Giuseppina, detta Peppinella, è una donna fiera, circondata dalle sue singolari dame di compagnia, Delia e Carmelina, come una regina, ma che al pari di ogni donna del popolo guarda Beautiful al pomeriggio. Nel suo giardino, un bel giorno, Peppinella vede comparire davanti addirittura un Conte, anch'egli ultraottantenne e studioso della storia borbonica, che le porge un mazzetto di fiori e le chiede il permesso di attraversare la sua proprietà, per accorciare il percorso da casa al paese. 

"Il Conte, che era un vero conte, entrò nella vita di mia nonna con un inchino: così essenziale e impeccabile da fare invidia a un samurai." 

Il Conte è un vecchio gentiluomo aristocratico, un erudito esperto delle vicende familiari e politiche della casata dei Borboni. Tra lui e Peppinella fiorisce un affetto inaspettato. 

Come se fossero rinchiusi in una sfera di cristallo, custodivano un segreto inaccessibile, la formula di un incantesimo di cui entrambi, a loro insaputa, possedevano la metà necessaria a completare l'altra. 

Emanuele scrive di questo incontro, testimone della storia d'amore che entra nella vita della nonna. 

Peppinella è una divinità tirrenica, appartenente al temibile, indomabile, antichissimo, ceppo calabrese: perspicace, volubile, testarda, capace di leggerti un pensiero nella testa prima ancora che tu stesso l'avessi formulato. 

"Mia nonna e il Conte" è un racconto lungo, una storia d'amore e una fiaba, quasi privo di eventi, non ci sono colpi di scena, ma è l'immagine della felicità "dipinta sulla superficie tremolante di una bolla di sapone". 

Nel crepuscolo della vita il tempo passato in compagnia è più dolce, non è più solitudine e non ha l'ombra della morte. La storia d'amore tra due persone anziane diventa un inno alla vita. La nonna e il Conte godono della reciproca compagnia che ferma, seppur per poco, l'inesorabile scorrere del tempo. I loro pomeriggi trascorsi in piacevoli chiacchierate, l'attesa per i loro incontri, sono una ripresa della vita. Luoghi e persone si fondono, la memoria riporta voci e profumi del tempo, tutti i momenti perduti ritornano in superficie. 

In fondo in cosa consistono le nostre storie se non in qualche misera traccia sbiadita nella polvere del tempo, abbandonata alle intemperie, semisepolta dai calcinacci? 

Leggere Trevi è sempre interessante sia per la sua prosa raffinata sia perché si va oltre al racconto di una storia. I suoi romanzi diventano spunti di riflessione sulla memoria, sul trascorrere del tempo, sul passato scrigno dei nostri ricordi più cari. Si percepisce la nostalgia dello scrittore per il passato, per la nonna che descrive come una figura sacra, una Grande Madre. 

"Mia nonna e il Conte" si lascia leggere con estremo piacere, ed è facile affezionarsi ai suoi protagonisti il cui ritratto viene assemblato poco a poco, fino all'ultima pagina. Trevi mescola abilmente racconto e autobiografia, affronta la complessità dei rapporti umani con profonda sensibilità. L'ironia che attraversa il racconto serve a stemperare il percepire del tramonto della vita. Un tramonto fragile ma di toccante bellezza. L'amore rende infinito il tempo, la sua magia risiede nell'autenticità dei sentimenti, nell'incontro di un mondo contadino e di un mondo aristocratico in declino. Lo scrittore è partecipe del passato e diventa memoria nel presente rievocando i personaggi dei suoi ricordi. Si ha una clessidra del tempo che da personale si fa universale, che coniuga realtà, sogno e visione. Il senso di fine, di desolazione, verrà stemperato nel ricordo come nelle ultime righe della favola di Winnie the Pooh, "La strada di Winnie Puh": "Così s'incamminarono. Ma dovunque vadano, e qualunque cosa gli succeda per strada, in quel posto incantato in cima alla Foresta, un bambino e il suo Orso stanno sempre giocando." 

La scrittura ha un grande potere: valica ogni impedimento, trattiene ciò che andrebbe perduto, non conosce confini, passa indenne il vortice del tempo, fa un inchino e se ne va libera per le vie del mondo.

mercoledì 25 ottobre 2023

RECENSIONE | "La casa del mago" di Emanuele Trevi

“La casa del mago” (Ponte alle Grazie) è il nuovo, bellissimo libro di Emanuele Trevi, premio Strega con “Due vite”. Il “mago” del titolo è suo padre Mario, magnetico e sfuggente psicanalista junghiano scomparso nel 2011. Trevi inizia un viaggio per comprendere l’indecifrabile genitore attraverso la casa del mago, quella in cui lo scrittore finisce per vivere.


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
La casa del mago
Emanuele Trevi

Editore: Ponte alle Grazie
Pagine: 256
Prezzo: € 18,00
Sinossi

Nel memorabile incipit di questo libro, la madre di Emanuele Trevi, allora bambino, riferendosi al padre gli ripete spesso un'istruzione enigmatica: «Lo sai com’è fatto». Per non perderlo (ad esempio, fra le calli di Venezia, in una passeggiata dell'infanzia) occorre comprendere e accettare la legge della sua distrazione, della sua distanza.

Il padre, Mario Trevi, celebre e riservatissimo psicoanalista junghiano, per Emanuele è il mago, un guaritore di anime. Alla sua morte lascia un appartamento-studio che nessuno vuole acquistare, un antro ancora abitato da Psiche, dai vapori invisibili delle vite storte che per decenni ha lenito, raddrizzato. Così il figlio decide di farne casa propria, di trasferirsi nella sua atmosfera inquieta e feconda, e così facendo prova a sciogliere (o ad approfondire?) l'enigma del padre.

Muovendosi nel suo sempre mutevole territorio, fra autobiografia, riflessione sul senso dei rapporti e dell'esistenza, storia culturale del Novecento (ne La casa del mago – accanto a straordinari personaggi contemporanei, tra cui spicca Paradisa, una prostituta peruviana – figurano Carl Gustav Jung, Natalia Ginzburg, Giorgio Manganelli, Ernst Bernhard...), Emanuele Trevi ci offre il suo romanzo più personale, più commovente, più ironico (e perfino umoristico): una discesa negli inferi e nella psicosi, una scala che avvicina i vivi e i morti, i savi e i pazzi. Perché ogni vita nasconde una luce, se la si sa stanare; e i gesti e le parole più semplici rimandano alla trama più sottile dell'essere, se li si ascoltare, se si sa lasciarli accadere.





Lo sai com’è fatto

Con questo memorabile incipit, la madre di Emanuele Trevi, allora bambino, riferendosi al padre, ci accoglie mettendo ben in chiaro che tutti, Emanuele in primis e noi con lui, dobbiamo accettare la legge della sua distrazione, della sua distanza.

Per Emanuele il padre, Mario Trevi, è il mago, un guaritore di anime. Trevi vuol andare oltre l’immagine del genitore, attraverso la conoscenza del padre arrivare a una più profonda conoscenza di se stesso.

Trevi, dopo la morte del genitore, cerca di vendere l’appartamento-studio nell’elegante quartiere Parioli di Roma ma nessuno vuole acquistarla. C’è chi la trova buia, chi un po’ polverosa, chi un po’ rumorosa. C’è sempre qualcosa che non va.

Quello non era un posto qualunque, ma l’antro di un grande guaritore, un luogo dove la Cura si era giocata a viso aperto la sua partita col Male: e vincesse il più scaltro dei due, se ne era capace.

Così, seguendo il destino, decide di farne casa propria entrando in un ambiente misterioso ancora saturo dalla presenza delle vite storte che per decenni il padre ha lenito, raddrizzato. La casa diventa simbolo dell’Anima, custodisce l’eco della voce dei pazienti che si affidano al Mago.

Il trasloco fu semplicissimo, come si svolgono i traslochi nei film. Del resto, non mi è mai interessato possedere nulla di particolare; l’unica cosa materiale a cui attribuisco valore sono i soldi, e quelli stanno saggiamente in banca, non esistono più nemmeno in concreto.

In quei novanta metri quadrati, l’autore ritrova la presenza del padre attraverso gli oggetti, solo apparentemente insignificanti, disseminati nelle stanze della casa. Questi oggetti nel loro insieme formano “il museo del padre”, ognuno ha un significato, è legato a un ricordo, rivela un lato del carattere paterno. Tutto ha una spiritualità intrinseca, una energia vitale e rassicurante. Vengono alla luce sentimenti e ricordi di persone che non ci sono più ma che sono state importanti per lui. Persone che hanno avuto un’anima e davanti a quest’anima lo scrittore cerca sé stesso rivedendosi non solo adulto, ma anche bambino e ragazzo. Racconta Trevi il rapporto con il padre Mario.

Bellissimo l’episodio in cui nei dedali di Venezia, durante la Biennale, il piccolo Emanuele si attacca alla cinta dell’impermeabile del padre, sempre distratto, per scoprire alla fine d’essersi attaccato tutto il giorno al “trench sbagliato”. Per fortuna, seguendo i consigli materni, ha messo in tasca la saponetta dell’albergo in cui soggiornano su cui è stampato l’indirizzo.

Tuttavia se il passato porta con sé delusioni, insoddisfazioni, errori fatti, il presente si mostra avvolto in una fitta nebbia e Trevi figlio ripopola la casa con strane figure. Infatti Emanuele inizia a trovare tracce del passaggio di una, non ben definita, presenza. Vasi cinesi preziosi che svaniscono nel nulla, la comparsa di un piattino con un mozzicone di sigaretta macchiato di rossetto che compare al centro della scrivania paterna, la pila del telecomando che non è più al suo posto. Chi si introduce in casa, nel cuore della notte, lasciando tracce del suo passaggio?

Chi è la Visitatrice che “si manifestava con dispetti e scompigli di piccola entità” mentre il proprietario di casa dorme beato?

Una cosa è certa: Emanuele non rinnega mai la sua inquietante tranquillità ma è deciso, alla morte del mago, a penetrare l’enigma di “quell’uomo meraviglioso e misterioso”, in vita tanto affettuoso quanto impenetrabile.

Alla misteriosa Visitatrice si affianca la figura, questa ben definita, della Degenerata, la colf sudamericana che non è minimamente capace di portare a termine nessun lavoro domestico “e sparge  una patina di sciatteria ovunque”. Degenerata sfrutta il suo datore di lavoro Emanuele che, da perfetto inetto, non riesce a licenziarla e continua a pagarla per dei lavori che non svolge.

Grazie a Degenerata, il protagonista conosce un’irresistibile donna dalla pelle sempre “sudata e vanigliata”, il suo nome è Paradisa, una prostituta peruviana dal carattere imperturbabile.

Accanto alla Visitatrice, alla Degenerata e a Paradisa, troviamo grandi personalità come Carl Gustav Jung, Natalia Ginzburg, Giorgio Manganelli ed Ernest Bernhard.

Emanuele Trevi cerca di comporre, con toni lievi e a tratti umoristici, il ritratto del padre. Sicuramente un ritratto parziale perché nel padre sussiste sempre un lato che si sottrae alla conoscenza. Attraverso la scrittura Trevi mostra le proprie debolezze senza alcun timore, anzi le usa per ancorare la realtà. L’esplorazione della sua interiorità lo mette in comunicazione con i morti nella convinzione che solo dopo la morte si possono capire le persone amate.

Non è che in assoluto i morti non comunichino con i vivi, semmai devono verificarsi determinate circostanze perché il messaggio arrivi al destinatario.

Con i suoi scritti Trevi avvicina i vivi e i morti, consola i primi e dona immortalità a chi non c’è più.

“La casa del mago” è un libro potente e commovente, un libro che inizia con un racconto personale e poi si espande a inglobare un po’ tutti noi. Trevi ci apre le porte della sua memoria privata, ci guida in uno spazio intimo in cui il dolore per la perdita del padre si intreccia alla dolcezza del ricordo e all’ironia verso sé stesso.

La consapevolezza della morte è come il centro di ogni tipo di scrittura, e in particolare di quella autobiografica. Si potrebbe arrivare a dire che di qualsiasi cosa apparentemente parli la scrittura, questo muco dell’Io, il suo unico argomento reale è la morte. L’Io è il suddito fedele, il premuroso paggio della morte.

Con le parole lo scrittore crea il ritratto del padre e del mondo che lo circonda. È un salto indietro nel tempo, dei flashback di quando era bambino. Essere figlio “di un mistero” non è facile. Mario c’è e allo stesso tempo non c’è, è presenza e assenza, chiuso nel silenzio in “quel retrobottega che Montaigne consiglia di farsi sempre nella testa” per ritrovare il controllo di sé, riecheggiano le parole della madre, “sai com’è fatto!”

Trevi figlio non fa luce su alcun mistero. L’attimo fuggente conserva la sua bellezza.

Un equilibrio imprevedibile di forze contrarie, una configurazione unica del caso nella fuga degli specchi della possibilità, un oracolo cinese.

Enigmi a parte, una verità emerge da “La casa del mago”: i padri vanno amati, protetti e rispettati. Il tempo, lo sappiamo, porta via le persone che amiamo. La scrittura è un mezzo per donare loro l’immortalità, per riportarli in vita e continuare a dialogare con loro.

lunedì 5 luglio 2021

RECENSIONE | "Due vite" di Emanuele Trevi

“Due vite” di Emanuele Trevi, nella cinquina dei finalisti del Premio Strega 2021 per Neri Pozza, è un libro in cui l’autore  ricorda le vite brevi, ma intense e preziose, degli scrittori Rocco Carbone e Pia Pera. Trevi racconta  la loro amicizia, i loro caratteri e il loro rapporto con la scrittura e la letteratura. Di quel gruppo di giovani letterati, solo Trevi è rimasto a tratteggiare, con affetto, le vite dei suoi due amici scomparsi prematuramente: Carbone è morto in un incidente stradale nel 2008, Pia Pera per una malattia neurodegenerativa nel 2016. Per apprezzare questo libro, non occorre conoscere già i protagonisti.

Scrivere di una persona reale o scrivere di un personaggio immaginato alla fine dei conti è la stessa cosa: bisogna ottenere il massimo nell’immaginazione di chi legge utilizzando il poco che il linguaggio ci offre.


STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 7
Due vite
Emanuele Trevi

Editore: Neri Pozza
Pagine: 128
Prezzo: € 15,00
Sinossi

«L’unica cosa importante in questo tipo di ritratti scritti è cercare la distanza giusta, che è lo stile dell’unicità». Così scrive Emanuele Trevi in un brano di questo libro che, all’apparenza, si presenta come il racconto di due vite, quella di Rocco Carbone e Pia Pera, scrittori prematuramente scomparsi qualche tempo fa e legati, durante la loro breve esistenza, da profonda amicizia. Trevi ne delinea le differenti nature: incline a infliggere colpi quella di Rocco Carbone per le Furie che lo braccavano senza tregua; incline a riceverli quella di Pia Pera, per la sua anima prensile e sensibile, così propensa alle illusioni. Ne ridisegna i tratti: la fisionomia spigolosa, i lineamenti marcati del primo; l’aspetto da incantevole signorina inglese della seconda, così seducente da non suggerire alcun rimpianto per la bellezza che le mancava. Ne mostra anche le differenti condotte: l’ossessione della semplificazione di Rocco Carbone, impigliato nel groviglio di segni generato dalle sue Furie; la timida sfrontatezza di Pia Pera che, negli anni della malattia, si muta in coraggio e pulizia interiore. Tuttavia, la distanza giusta, lo stile dell’unicità di questo libro non stanno nell’impossibile tentativo di restituire esistenze che gli anni trasformano in muri scrostati dal tempo e dalle intemperie. Stanno attorno a uno di quegli eventi ineffabili attorno a cui ruota la letteratura: l’amicizia. Nutrendo ossessioni diverse e inconciliabili, Rocco Carbone e Pia Pera appaiono, in queste pagine, come uniti da un legame fino all’ultimo trasparente e felice,quel legame che accade quando «Eros, quell’ozioso infame, non ci mette lo zampino».


Era una di quelle persone destinate ad assomigliare, sempre di più con l’andare del tempo, al proprio nome. Fenomeno inspiegabile, ma non così raro. Rocco Carbone suona, in effetti, come una perizia geologica. E molti lati del suo carattere per niente facile suggerivano un’ostinazione, una rigidità del regno minerale. A patto di ricordare, con i vecchi alchimisti, che non esiste in natura nulla di più psichico delle pietre e dei metalli.

Certo, Pia era «sfrontata», come afferma Albinati. Ma era anche timida, sicuramente. Come è possibile che conteniamo in noi tante cose disarmoniche e spaiate, manco fossimo vecchi cassetti dove le cose si accumulano alla rinfusa, senza un criterio? La Pia che molti ricordano, anche grazie a certi suoi bellissimi libri, la Pia matura e poi malata, mise in atto dei tali processi di semplificazione e di pulizia interiore, che si sarebbe quasi tentati di dire che le difficoltà della vita rendano le persone migliori e più forti.

Rocco Carbone nasce a Reggio Calabria nel 1962, ma trascorre buona parte della sua infanzia in un paesino dell’Aspromonte, Cosoleto: un posto  di gente dura e taciturna, incline a una rigorosa amarezza di vedute sulla vita e sulla morte. Emanuele Trevi lo conosce nell’inverno del 1983, quando è giunto a Roma per iscriversi a Lettere. Parlare della vita di Rocco, scrive Trevi, vuol dire parlare anche della sua infelicità, tratteggiarne la personalità bipolare e a tratti sadica, il carattere spigoloso.

L’infelicità. E i suoi gaddiani gomitoli di concause. Parlare della vita di Rocco significa necessariamente parlare della sua infelicità, e ammettere che faceva parte della schiera predestinata dei nati sotto Saturno.

Pia Pera cresce a Lucca in una famiglia colta, originale ed eccentrica. Studia Filosofia all’università di Torino e dopo un dottorato in storia russa alla University of London inizia a insegnare letteratura russa ma delusa dall’ambiente accademico, decide di occuparsi di un fondo abbandonato a San Lorenzo, dedicandosi alla cura del giardino. La Natura diventa una tela su cui scrivere, il giardino si contrappone alla malattia, le piante sembrano capire e condividere la sua sofferenza.

Ma Pia, nonostante tutte le apparenze, non era una “ragazza di città”. Era nata per piantare semi, zappare, concimare. E se ne era resa conto in tempo. Quello che consideravo un rischio esistenziale per lei, nell’erronea convinzione che sradicarsi da Milano fosse una frustrante e scomoda chimera, si rivelò nel tempo, dopo un necessario apprendistato pieno di fatiche ed errori, un colpo vincente.

Quando Trevi la incontra, Pia è una trentenne spavalda e maldestra, brillante anticonformista e generosa.

Pia, la «signorina inglese», una specie di Mary Poppins all’incontrario, per nulla pedagogica, dotata di pericolose riserve di incoerenza e suscettibilità stranamente amalgamate a una dolcezza del carattere che a volte erompeva in maniera commovente dai modi ironici e maliziosi.

Tratteggiando con affetto le vite dei due amici, Trevi prosegue una ricerca fondata sulla memoria e rende omaggio a due talentuosi scrittori delineando le loro differenti nature: incline a infliggere colpi quella di Rocco Carbone per le Furie che lo braccavano senza tregua; incline a riceverli quella di Pia Pera, per la sua anima sensibile propensa alle illusioni. Ne ridisegna i tratti: la fisionomia spigolosa di lui, l’aspetto da incantevole signorina inglese di lei.

“Due vite” è la storia di tre amici. Trevi racconta la loro amicizia fatta di litigi e gesti indimenticabili, di vittorie e sconfitte, di dialoghi a notte fonda, di consigli e del dolore per la loro morte. Attraverso le pagine di questo libro, l’autore usa le parole per costruire un limbo, una zona in cui può, attraverso la memoria, sentire i suoi amici ancora accanto a sé. Il tempo, si sa, allontana i ricordi, ma Trevi riesce a mantenere vivida la memoria dei suoi amici. La scrittura è un modo per mantenere luminosi i ricordi, è un pensare intimo e confidenziale, un porto dove ripararsi dalle tempeste della vita. Narrando vari episodi, Trevi ci porta a riflessioni sulla vita, a quanto sia complicata e spesso impossibile da comprendere.

Non siamo nati per diventare saggi, ma per resistere, scampare, rubare un po’ di piacere a un mondo che non è stato fatto per noi.

“Due vite” è un libro intenso e profondo, fatto di luci e ombre, di voci e di silenzi, di presenze e di assenze, di vita e di morte. Le emozioni scorrono velocie si rincorrono tra i ricordi che diventano delle immagini, delle fotografie, da fissare nella mente e nel cuore prima che svaniscano. La morte sicuramente annienta il nostro corpo, sembra sussurrare Trevi, ma non può cancellare il ricordo di chi non c’è più. Ricordi intessuti di sentimenti, ricordi da cui nasce la seconda vita di Rocco e Pia.

Inspiegabilmente, alla fotografia si associa l’idea dell’immortalità, ma è un modo di dire sbagliato, non c’è nulla che più della fotografia, in un modo o nell’altro sempre vincolata all’attimo e al presente, ci ricorda la nostra transitorietà e futilità.

Con una prosa elegante e sincera, malinconica e sorridente, Trevi racconta le due vite, quelle che tutti siamo chiamati a vivere: quella fisica che ci lega alla terra e quella dopo la morte, nel ricordo delle persone che ci hanno amato. Rocco e Pia vivranno per sempre nel cuore di Trevi che rivolge il suo sguardo al passato, sorride ai suoi amici e ripensa alla loro giovinezza dando alla luce questo romanzo che intreccia narrativa, autobiografia, biografia in uno stile affascinante. “L’unica cosa importante in questo tipo di ritratti scritti è cercare la distanza giusta, che è lo stile dell’unicità.”

Da pochi mesi ho compiuto l’età esatta in cui Pia si è ammalata, cominciando a perdere progressivamente, inesorabilmente, giorno dopo giorno, l’uso del corpo. Gli anni di Rocco, invece, ormai li ho superati abbondantemente. I nostri amici sono anche questo, rappresentazioni delle epoche della vita che attraversiamo come navigando in un arcipelago dove arriviamo a doppiare promontori che ci sembravano lontanissimi, rimanendo sempre più soli, non riuscendo a intuire nulla dello scoglio dove toccherà a noi, una buona volta, andare a sbattere.

Con “Due vite” Trevi evoca la tormentata assenza dell’incantevole Pia e dello spigoloso Rocco. I due scrittori sono assenti e allo stesso tempo molto presenti. Nel loro ricordo, Trevi, nel duplice ruolo di narratore e protagonista, ci trasmette la loro complicità disinteressata, il volersi bene anche quando non c’era una condivisione di scelte. Questo libro non sviluppa una trama, non ci sono personaggi in cui identificarsi, ma evolve su più piani narrativi e intreccia, con naturalezza, momenti di felicità e momenti d’infelicità nella convinzione che la vita sia un viaggio verso la consapevolezza e l’accettazione di noi stessi.