lunedì 19 settembre 2022

RECENSIONE | "Il gioco del killer" di Owen Mullen

Buongiorno lettori, oggi vi parlerò di un thriller appassionante e ad alto impatto emotivo: “Il gioco del killer” di Owen Mullen (Newton Compton).

STILE: 7 | STORIA: 7 | COVER: 7
Il gioco del killer
Owen Mullen (traduzione di Valentina Nobili)

Editore: Newton Compton
Pagine: 320
Prezzo: € 3,90
Sinossi

Mentre si trova in spiaggia con i suoi genitori, la piccola Lily Hamilton, tredici mesi, scompare nel nulla. Tre giorni dopo, il padre, distrutto, si presenta nell'ufficio dell'investigatore privato Charlie Cameron. L'uomo è convinto di sapere chi abbia rapito sua figlia. E perché. Sebbene sia combattuto, Charlie decide di accettare il caso, pur sapendo che rischia di risvegliare ricordi dolorosi della sua infanzia. E quando la polizia rinviene dei cadaveri di bambini rimasti sepolti per anni, comincia a pensare che la scomparsa della piccola Lily non sia un caso isolato… Possibile che gli omicidi siano opera di un serial killer che è riuscito a rimanere nell'ombra per decenni? La piccola Lily Hamilton è scomparsa nel nulla… e se fosse troppo tardi per salvarla?



Rumore di passi dietro di lui, di corsa come i suoi; che schiaffeggiavano la sabbia, facevano scricchiolare i ciottoli, pestavano gli scogli. L’erba sotto i suoi piedi nudi significava che era quasi a casa. Quasi in salvo. Poi lo scricchiolio si trasformò in un passo pesante, che recuperava terreno. Corse più veloce. Sentiva un bruciore al petto. Le gambe pesanti si rifiutavano di proseguire; non ce la faceva più. Cadde, ansimante e terrorizzato. Il rumore di passi si arrestò. Si armò di coraggio e guardò dietro di sé. Non c’era nessuno.

Mentre si trova in spiaggia con i suoi genitori, la piccola Lily Hamilton, tredici mesi, scompare nel nulla. Tre giorni dopo, il padre, distrutto, si presenta nell’ufficio dell’investigatore privato Charlie Cameron. L’uomo è convinto di sapere chi abbia rapito sua figlia e perché. Sebbene sia combattuto, Charlie decide di accettare il caso, pur sapendo che rischia di risvegliare ricordi dolorosi della sua infanzia. E quando la polizia rinviene dei cadaveri di bambini rimasti sepolti per anni, comincia a pensare che la scomparsa della piccola Lily non sia un caso isolato. Possibile che gli omicidi siano opera di un serial killer che è riuscito a rimanere nell’ombra per decenni?

Ambientato nella Scozia centrale, il romanzo accoglie il lettore con un prologo intrigante che accende la miccia della suspense e ci catapulta direttamente nel passato di Charlie Cameron, investigatore privato di Glasgow, specializzato nel rintracciare persone scomparse. I suoi rapporti con la famiglia d’origine sono complessi e non facili. Nel suo passato c’è un’ombra nera, un evento drammatico, che lo perseguita.

“Il gioco del killer” è il primo volume di una serie che ha come protagonista seriale Charlie Cameron. La storia  ci accoglie con molti misteri che non verranno interamente svelati. Si percepisce subito l’atmosfera carica di sensi di colpa che si riflettono nei frammenti di una tragedia immane. I personaggi si presentano nella loro vita relazionale e mostrano i loro ruoli attraverso “i giochi” che non sono passatempi innocui e divertenti. Gli uomini, nei loro comportamenti, seguono schemi sottili e in gran parte inconsci che creano molti problemi nelle relazioni. Avrete sicuramente notato la presenza della parola “gioco” nel titolo, ma non c’è solo il killer che gioca con la polizia. Il riferimento a un determinato modo di relazionarsi assume un valore di ben più ampio respiro perché anche altri personaggi interpreteranno ruoli di seduzione, potere, vendetta e uso di altre persone per i propri scopi. Una bella tela di intrighi e multiple storie vi aspettano in questo noir scozzese che vi farà provare il brivido di un giro sulle montagne russe, spaventoso e imprevedibile.

Cameron è un uomo complicato, dentro di lui vivono luci e ombre. Proprio nelle ombre del suo passato il detective cerca le risposte per poter affrontare i demoni che si travestono da sensi di colpa e riflettono un’immagine che lui non può cancellare. Lascio a voi il piacere di scoprire di che cosa si tratta. Questo fardello pesante del suo passato, condiziona il modo di relazionarsi di Charlie con i suoi genitori e anche la sua vita sentimentale ne risente. Egli, infatti, sta cercando di costruire una relazione con una donna ma non è pronto a mantener fede alla promessa di non aver mai nessun segreto tra di loro. Anche nei rapporti tra i suoi amici e le loro mogli e fidanzate, si può tracciare un copione di relazioni non sempre edificante. Su tutto aleggia la presenza di un serial killer a cui piace giocare in modo davvero macabro.

“Il gioco del killer” è una storia di violenza che combina la grinta della narrativa poliziesca con la dualità dell’anima. Bene e Male si rincorrono attraverso tortuosi percorsi e la redenzione è un’utopia.

Owen Mullen non si limita a narrare un crimine. Usa l’arte della tensione a combustione lenta per far emergere implicazioni, moventi, alibi, retroscena sociali, psicologici e culturali. Fino a scoprire che spesso il confine che separa il bene dal male, la colpa dall’innocenza, è sottile e indistinto.

Anche l’ambientazione è un personaggio importante della storia. La cittadina di Glasgow interagisce con la storia e si mostra bellissima o terrificante a seconda di come la vivono i personaggi. È un luogo perfetto per incrementare l’aria di mistero e imminente tragedia che si respira nel romanzo. Una scomparsa, la piccola Lily sembra svanita nel nulla, segna una miriade di possibilità, di sensi di colpa, di domande sospese che forse non avranno mai una risposta. La tensione si alimenta, così, all’interno di ogni relazione, in situazioni non proprio cristalline e nelle scelte che occorre fare. L’incertezza regna sovrana tra bugie e depistaggi. Alcuni personaggi mostrano il loro lato oscuro e ne fanno un’arma letale. Il killer “gioca” con la polizia, un’informazione alla volta, piccoli corpi da ritrovare e da riconsegnare alle famiglie. Per lui la conoscenza diventa potere, è un gioco divertente quasi quanto uccidere i bambini. La vita diventa una roulette russa e a volte fa davvero schifo. Lo sa bene Charlie Cameron, ne ha viste tante, ed è difficile accettare la dura realtà.

Quindi se siete alla ricerca di nuove letture, questo libro vi farà buona compagnia perché è un thriller che scava nei bassifondi dell’anima fin dentro ai recessi più oscuri. E siamo solo all’inizio!

martedì 13 settembre 2022

RECENSIONE | "Due settimane in settembre" di R.C. Sherriff

Durante il lockdown lo scrittore giapponese Kazuo Ishiguro, Premio Nobel, per superare il momento difficile consigliava la lettura di “Due settimane in settembre” dello scrittore Robert Cedric Sherriff: “Il romanzo più confortante e pieno di vita che mi venga in mente. La meravigliosa dignità della vita di tutti i giorni è stata raramente catturata in modo più delicato”. Nella sua prima traduzione italiana, il romanzo arriva nelle nostre librerie grazie a Fazi Editore, collana Le strade, nella traduzione di Silvia Castoldi. Si tratta di un libro straordinario, dal fascino intramontabile, che celebra i piccoli piaceri della vita ordinaria. Siamo nel West Sussex: i componenti della famiglia Stevens assaporano ogni momento della vacanza balneare, consapevoli che le cose potrebbero non essere le stesse, il prossimo anno.


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 8
Due settimane in settembre
R.C. Sherriff

Editore: Fazi
Pagine: 352
Prezzo: € 18,50
Sinossi

Ecco a voi la famiglia Stevens, intenta a prepararsi per la consueta vacanza annuale sulla costa inglese. I coniugi Stevens hanno visitato Bognor Regis per la prima volta durante la luna di miele e, da allora, questo viaggio è tradizione: ogni anno, accompagnati dai tre figli, alloggiano nella stessa pensione e seguono lo stesso programma accuratamente affinato. La pensione Vistamare è sempre più dimessa, ma che felicità prenotare una cabina in spiaggia un po’ più grande del solito e riscoprire dei luoghi tanto cari! Il signor Stevens torna riposato dalle passeggiate solitarie in cui riflette sulla propria vita, non priva di delusioni e rimpianti; la signora Stevens fa tesoro di un’ora trascorsa seduta in silenzio con il suo bicchiere di porto; la ventenne Mary assaggia il romanticismo per la prima volta; il giovane Dick evade dal malessere in cui è sprofondato con l’ingresso nel mondo del lavoro; il piccolo Ernie ha l’occasione di coltivare la sua passione: i treni e le stazioni. Ognuno, in famiglia, si gode questo breve idillio assaporando la vacanza momento per momento, consapevole che le cose potrebbero non essere le stesse, il prossimo anno.


Ecco a voi la famiglia Stevens, intenta a prepararsi per la consueta vacanza annuale sulla costa inglese. I coniugi Stevens hanno visitato Bognor Regis per la prima volta durante la luna di miele e, da allora, questo viaggio è tradizione: ogni anno, accompagnati dai tre figli, alloggiano nella stessa pensione e seguono lo stesso programma. La pensione Vistamare è sempre più dimessa, ma che felicità prenotare una cabina in spiaggia un po’ più grande del solito e riscoprire dei luoghi tanto cari! Ognuno, in famiglia, si gode questo breve idillio assaporando la vacanza momento per momento, consapevole che le cose potrebbero cambiare. 

La trama semplice e l’assenza di fatti straordinari sono il punto di forza di questo romanzo che ha il fascino della normalità e della vita ordinaria di una famiglia che va in vacanza. Ogni personaggio si mette a nudo le proprie aspettative in una girandola di sentimenti che vanno dall’ansia alla tristezza, dalla gioia alla gelosia, dalla sorpresa alla delusione. Nei quindici giorni trascorsi al mare, non succede nulla è tutto tranquillo eppure mi sono sentita coinvolta nella loro quotidianità con un lieve amaro retrogusto che nasce dalla consapevolezza che questa potrebbe essere la loro ultima vacanza insieme. Il trascorrere del tempo non scandisce solo il susseguirsi delle stagioni ma segna anche i cambiamenti dei componenti della famiglia. 

Il signor Stevens è molto bravo nell’organizzare il lato pratico della vacanza. Al mare ama fare lunghe passeggiate solitarie in cui riflette sulla propria vita, non priva di delusioni e rimpianti. 

Sua è la compilazione dettagliata del Ruolino di marcia, una lista di compiti assegnati a ogni componente della famiglia. Tutto è pianificato secondo un rituale perpetuato negli anni.

La signora Stevens non ama il mare ma fa tesoro di un’ora trascorsa seduta in silenzio, con il suo bicchiere di porto, dopo aver trascorso la giornata al mare. 

Il mare aveva spaventato la signora Stevens, e lei non era mai riuscita a vincere quella paura. La spaventava soprattutto quando era calmissimo. Qualcosa dentro di lei rabbrividiva di fronte a quella grande superficie liscia, limacciosa, che si estendeva fino a un nulla che le faceva girare la testa.

Quelle due settimane di vacanza al mare la affliggevano e la infastidivano. Tuttavia era felice perché la vacanza procurava, a suo marito e ai loro figli, tanta gioia. 

La ventenne Mary lavora in una sartoria. In vacanza scoprirà l’amore. 

Il giovane Dick evade dal malessere in cui è sprofondato con l’ingresso nel mondo del lavoro, scoprirà nuove ambizioni. 

Dick si vergognava del suo lavoro, della sua vecchia scuola, e quel lavoro e quella scuola erano i successi ottenuti con orgoglio da suo padre nella vita. Era sleale: sapeva che era quello il nucleo fondamentale della sua infelicità.

Il piccolo Ernie ha l’occasione di coltivare la sua passione: i treni e le stazioni. Al mare trascorre ore spensierate giocando con il suo yacht. 

“Due settimane in settembre” narra di come anche l’ordinario può essere prezioso e significativo. Camminare al fianco della famiglia Stevens, ci permette di osservare i cambiamenti di ogni personaggio: crescere insieme vuol dire passare da una situazione di dipendenza dai genitori a una maggiore autonomia e indipendenza. I signori Stevens proveranno un senso di smarrimento quando Mary e Dick prospettano l’idea di vacanze separate. Il tempo trascorre inesorabilmente e tutto cambia anche se vorremmo cristallizzare i bei ricordi in un eterno presente. 

Però sapeva che il tempo scorre in maniera uniforme solo sulle lancette dell’orologio: per gli uomini può attardarsi e quasi fermarsi del tutto, accelerare precipitosamente, saltare baratri e poi rallentare di nuovo. Sapeva, con un po’ di tristezza, che alla fine il tempo recuperava sempre la distanza. 

Anche la vecchia pensione Vistamare è preda del trascorrere del tempo, ogni estate un piccolo dettaglio indica il suo declino. Le cassettiere malridotte, le tendine tirate per nascondere i buchi, le lenzuola pulite ma sempre più lise, i materassi bitorzoluti, i catini in precario equilibrio. Eppure nessuno sembrava far caso all’usura del tempo. Dopotutto che importanza potevano avere quei dettagli se tutti loro erano felici? 

La bellezza del romanzo risiede nella possibilità, data a ogni lettore, di vedere il proprio riflesso nei protagonisti. A tutti piacerebbe andare in vacanza, lasciare a casa i problemi per sentirsi liberi di fantasticare. 

Tutti gli uomini sono uguali in vacanza: tutti liberi di fare castelli in aria senza preoccuparsi delle spese, e senza possedere competenze da architetto. Sogni fatti di una materia così impalpabile devono essere coltivati con venerazione e tenuti lontani dalla luce violenta della settimana seguente.

“Due settimane in settembre” è, per me, lo specchio della vita. I genitori che nutrono speranze e ambizioni per i loro figli e i ragazzi che sognano il loro futuro. Nell’assenza di fatti straordinari e nell’apparente immobilità, c’è il fermento della vita. Nessuno sa cosa succederà domani e l’incertezza è la compagna dei nostri giorni, dei nostri progetti, dei nostri desideri. Il romanzo celebra i piccoli piaceri della vita ordinaria e con un umorismo sottile trasforma la quotidianità in una splendida avventura. L’avventura della vita.

venerdì 2 settembre 2022

RECENSIONE | "La schiava ribelle" di Eleonora Fasolino [Review Party]

“Briseide, amante di Achille e custode dei suoi segreti” è il sottotitolo de “La schiava ribelle” (Newton Compton) romanzo d’esordio di Eleonora Fasolino, giovane autrice di talento che rivisita un grande poema dell’antica civiltà occidentale: “L’Iliade” di Omero. In particolare leggeremo del legame che unisce Achille, Briseide e Patroclo. Un rapporto speciale, un amore che germoglia dalle macerie della guerra e mette in luce le fragilità umane. Tutti noi conosciamo la storia della leggendaria città di Troia messa a ferro e fuoco da Agamennone perché Paride, principe troiano, aveva rapito la bella Elena, sposa del re Menelao. La guerra fu lunga e difficile, in questo contesto si sviluppa la storia di Briseide, principessa di Lirnesso, resa vedova e schiava dai Mirmidoni, soldati comandati da Achille. Briseide, la schiava ribelle del titolo, vivrà un amore difficile su cui grava l’ombra della tragedia finale.


STILE: 7 | STORIA: 7 | COVER: 7
La schiava ribelle
Eleonora Fasolino

Editore: Newton Compton
Pagine: 288
Prezzo: € 9,90
Sinossi

Troia è sotto assedio. Ogni giorno gli attacchi dei greci si abbattono implacabili contro le sue alte mura e nessuno sembra in grado di opporsi alla furia dei più valorosi tra loro, i micidiali guerrieri mirmidoni. Si dice che il loro re, il nobile Achille, sia il combattente più forte mai esistito. Il più veloce, il più impavido. E il più spietato. Quando viene privata della libertà e condotta al suo cospetto, Briseide sa di non essere più una principessa, ma una schiava. E, non aspettandosi clemenza, si aggrappa all’unica cosa che le resta: la sua dignità. Con il trascorrere delle giornate nell’accampamento di Achille, però, si accorge che la fama oscura che circonda il leggendario eroe non tiene conto dell’umanità che ogni tanto lascia trasparire, specialmente nei confronti dell’inseparabile Patroclo, il valoroso principe che lo affianca in ogni battaglia. E che il suo onore è pari alla sua abilità con la spada. Forse, nonostante il fato li abbia resi nemici, Achille e Briseide non sono poi così diversi. Forse uno spietato invasore e una principessa ridotta in schiavitù possono cambiare il corso della storia.



Cantami, o Diva, del Pelìde Achille 

L’ira funesta che infiniti addusse 

Lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco 

Generose travolse alme d’eroi 

E di cani e d’augelli orrido pasto 

Lor salme abbandonò (così di Giove 

L’alto consiglio s’adempia), da quando 

 Primamente disgiunse aspra contesa 

Il re de’ prodi Atride e il divo Achille.

La parte iniziale del proemio dell’Iliade, nella traduzione fatta dal poeta Vincenzo Monti, segna l’inizio di un’avventura affascinante e mai del tutto conclusa: la conquista e l’esplorazione dell’uomo delle regioni vaste e profonde del suo stesso animo. Là giacciono le vere ricchezze, i pericoli più insidiosi, le vittorie e le conquiste. Un viaggio interiore che non conosce fine. 

“La schiava ribelle” nasce dall’eco dell’Iliade, tra leggenda e realtà. Conquista e avventura si intrecciano e diventano testimoni delle vicende dell’antica Grecia. Briseide, Achille, Patroclo erano i loro nomi e questa è la loro storia. 

Non aveva ragione di temerlo, anche se tutti gli uomini lo temevano. Perciò lo veneravano come un dio, anche se dio non lo era stato mai. Non aveva ragione di adorarlo, anche se non sarebbe stata la sola a farlo. Perciò lo adoravano come si adora la morte, osservandola da lontano, tra la supplica e il tormento. Non aveva ragione di amarlo, ma lui le aveva offerto la più impensabile tra le ragioni: l’aveva resa schiava, e poi fatta regina. Sua. Parte di sé. Di loro. Nemici e poi amanti. Lei, Briseide, e lui Achille dal piede veloce. Lei lo aveva amato in guerra. E lui aveva combattuto amandola.

Troia è sotto assedio. Ogni giorno gli attacchi dei greci si abbattono implacabili contro le sue alte mura e nessuno sembra in grado di opporsi alla furia dei micidiali guerrieri mirmidoni. Si dice che il loro re, il nobile Achille, sia il combattente più forte mai esistito, il più coraggioso e il più spietato. Quando Briseide viene fatta prigioniera e condotta nella tende di Achille, la donna comprende di non essere più una principessa ma di essere diventata la schiava del più valente degli Achei. Con il trascorrere delle giornate nell’accampamento di Achille, si accorge che la fama oscura che circonda il leggendario eroe non tiene conto della sua umanità che ogni tanto lascia trasparire, specialmente verso Patroclo, il valoroso principe che lo affianca in ogni battaglia. Achille e Briseide, anche se il fato li ha resi nemici, non sono poi così diversi e il loro incontro potrebbe cambiare il corso della storia. 

Briseide, è il patronimico usato da Omero per Ippodamia di Lirnesso, moglie di re Minete, principessa troiana, figlia di Briseo sacerdote di Apollo, è diventata la schiava di Achille: splendido come tutto ciò che appartiene al divino, letale come la morte, temuto da tutti gli uomini. Il pelide sembra non nutrire sentimenti, tranne per la guerra e per l’amato Patroclo. Inizialmente non mostra alcuna attenzione per la schiava Briseide che non ha mai servito un uomo e non è esperta nelle arti dell’amore. Tuttavia, prigioniera e sola, la donna deve scendere al giusto compromesso per sopravvivere. Achille, nella sua spietatezza, mostra sprazzi d’umanità. Briseide svela il suo temperamento coraggioso e sulla tela del destino viene scritto un amore che vede coinvolti i due eroi, Achille e Patroclo, entrambi innamorati della schiava Briseide. 

Con uno stile moderno, curato, scorrevole, l’autrice fa uso della sua fantasia per raccontare ciò che è taciuto nel poema omerico. In chiave romantica viene narrata la storia di Achille, Briseide e Patroclo. In un retelling sensuale dell’Iliade, l’autrice coinvolge il lettore in una storia dove largo spazio viene dato all’approfondimento psicologico dei personaggi che cercano successo, protezione e amore. 

Achille è un semidio, essendo figlio del mortale Peleo, re dei Mirmidoni di Ftia e della nereide Teti. È irruento, impetuoso, aggressivo e sanguigno. Alla domanda degli dei se preferisse vivere a lungo, ma senza gloria, o avere una vita breve e famosa per le imprese che avrebbe compiuto, il giovane Achille scelse una vita per la gloria e il suo destino fu così segnato. 

Achille corteggia la morte con una serenata di spade e sembra bramarla per sé. 

Patroclo, figlio di Menezio re di Opunte, venne educato a Ftia con Achille. È un valoroso guerriero che mostra un carattere dolce pieno di disponibilità, comprensione e gentilezza. A unire Patroclo e Achille è un legame amoroso, gli amanti hanno dalla loro parte il consenso degli dei. I due eroi lasciano spazio, nella loro amicizia romantica, anche all’amore per le donne. Patroclo è devoto al Pelìde e cerca sempre di proteggerlo. 

Era Patroclo a fare di Achille un uomo, erano i Mirmidoni a fare di lui un re, ed era la guerra a fare del suo corpo un’ombra della fine.

Briseide, principessa di Lirnesso, sposa Minete, re di Cilicia. Durante la guerra di Troia, Minete viene ucciso e lei diventa la schiava di Achille. Quando Agamennone liberò la sua schiava Criseide, volle in cambio Briseide. Lo scambio provocò l’ira funesta di Achille, che decise di non combattere più contro i troiani, pregiudicando in tal modo le sorti della guerra per lo schieramento greco. Briseide, vivendo con Achille e Patroclo, scopre i suoi desideri di donna che, pur essendo stata sposata, non ha mai conosciuto. Ama, riamata, entrambi gli eroi e segna così il suo tragico destino di donne che sopravvivono alla guerra. 

Achille e Patroclo erano i suoi signori e coloro che avevano elargito a Briseide il dono del desiderio, oltre a quello della benevolenza.

“La schiava ribelle” è un romance mitologico che conduce il lettore in un mondo lontano. Tra eroi e capricciosi dèi, l’autrice propone una storia, narrata in chiave moderna, che ha il pregio di intrattenere e coinvolgere. La novità consiste nel dar voce a Briseide mettendo in luce il suo essere donna che le permette di scoprire una libertà di sentimenti ed emozioni mai provati prima. L’autrice, capitolo dopo capitolo, utilizza le parole, intrise di fantasia, per offrirci un modo diverso con cui guardare la storia di Briseide. Emozioni, tenacia, coraggio guidano il suo cuore e trasformano il dolore in una nuova forza: l’amore per Achille e Patroclo. Si creano forti legami e Briseide trova, seppur per breve tempo, la felicità. 

“La schiava ribelle” ha un fascino particolare: è accogliente e avventuroso. Ricostruisce in maniera appassionante un mondo perduto di eroi e déi, raccontando di grandiose battaglie e amori travolgenti, scelte dettate dalla disperazione e dal desiderio di vendetta. Briseide scuote chi legge con il suo coraggio, con il suo amore per coloro che hanno conquistato il suo cuore. 

Eleonora Fasolino ha affrontato un’ardua ricostruzione delle vicende omeriche. Ha intrecciato amori diversi, uno letale per Achille e l’altro rasserenante per Patroclo. Ha plasmato la bellezza della mitologia greca per offrire un calice di ambrosia anche a noi, poveri mortali che ringraziamo e attendiamo i suoi prossimi lavori.



mercoledì 31 agosto 2022

BLOGTOUR | “Trilogia Nera" di Léo Malet | I 5 motivi per leggere il romanzo

Grazie a Fazi Editore, nella Collana Darkside, torna nelle librerie italiane la “Trilogia Nera”, il manifesto letterario e capolavoro indiscusso di Léo Malet. La trilogia comprende tre storie disperate intrise di ferocia e crudeltà, che indagano la psicologia umana, l’anima criminale che si nasconde in ogni uomo. Quindi se siete pronti vorrei invitarvi a un tour nella Parigi noir e vi elencherò ben cinque motivi per intraprendere questo viaggio avventuroso.




Trilogia Nera
Léo Malet

Editore: Fazi
Pagine: 505
Prezzo: € 19,00
Sinossi
I romanzi La vita è uno schifo, Il sole non è per noi e Nodo alle budella, qui raccolti in un unico volume, formano la straordinaria Trilogia Nera di Léo Malet, un classico intramontabile della letteratura noir. Il giovane Jean Fraiger è alla guida di un gruppo di anarco-comunisti che intende sostenere il proprio progetto rivoluzionario con una serie di furti e rapine. Innamorato perdutamente di una donna bellissima e sfuggente, ben presto si ritroverà a condurre da solo una spietata lotta contro il mondo. André Arnal, aspirante artista, arriva a Parigi dalla provincia ma nel giro di poco finisce in prigione per vagabondaggio. Rilasciato dopo qualche mese, inizia una vita di espedienti e truffe insieme ad altri ragazzi come lui, senza una casa né un lavoro. Nemmeno l’arrivo dell’amore riesce a salvarlo da un destino che sembra segnato. Da quando Paul Blondel, piccolo truffatore, ha conosciuto Jeanne, per amore di lei è finito in una banda dedita al crimine. Ma tutte le notti ha un incubo ricorrente, un piccolo uomo grigio che lo tormenta e che presto inizierà a infestare anche i suoi giorni, costringendolo a fuggire da tutto e tutti, a cominciare da se stesso.



I 5 motivi per leggere il romanzo

1. Perchè la trilogia narra di uomini colpiti duramente dalla violenza sociale alla quale rispondono con la propria violenza che sarà autodistruttiva. La Trilogia comprende “La vita è uno schifo”, “Il sole non è per noi” e “Nodo alle budella”. I tre romanzi formano un classico intramontabile della letteratura noir e una pagina fondamentale della letteratura del Novecento francese. I primi due romanzi videro la luce tra il 1948 ed il 1949 mentre il terzo, “Nodo alle budella”, dovette attendere ben vent’anni prima di essere pubblicato perché inizialmente venne rifiutato dall’editore di Malet. 

2. Perchè sono storie che non lasciano scampo e il lieto fine è bandito insieme alla compassione umana. In ogni uomo è nascosto un mondo fatto di oscurità. 

“La vita è uno schifo”, pubblicato originariamente alla fine degli anni Quaranta, è considerato il romanzo apripista del noir francese. Racconta le imprese di un gruppo anarchico che finanzia l’azione rivoluzionaria con delle rapine. Jean Fraig, protagonista solitario, violento, anarco-comunista, ossessivamente innamorato di Gloria, donna bellissima e sfuggente, si ritrova a condurre da solo una spietata lotta contro il mondo fino al tragico e struggente epilogo. È un romanzo duro, romantico e violento. 

La trama di “La vita è uno schifo” è ispirata alle azioni della celebre banda Bonnot che, agli inizi del Novecento, terrorizzava la Francia utilizzando, come nel romanzo, veloci e inafferrabili automobili per portare a segno le proprie rapine. Capo della banda era Jules Bonnot, un operaio che prima di darsi al crimine politicizzato, era addirittura l’autista, secondo alcuni storici, di Sir Arthur Conan Doyle, ideatore di Sherlock Holmes.

“Il sole non è per noi” è un romanzo ambientato nel 1926, “l’epoca della gioia di vivere”, come annota con sarcasmo Malet. André Arnal, giovane squattrinato aspirante artista, giunge a Parigi e ben presto scopre come sia facile mettersi nei guai. Incarcerato per vagabondaggio, uscito dal carcere dopo qualche mese, sopravvive grazie a espedienti e truffe insieme ad altri ragazzi come lui, senza una casa né un lavoro. Quando incontra Gina, Andrè vi riconosce la ragazza che stava aspettando da tanto. Insieme cercheranno di cominciare una nuova vita, ma nulla è semplice come sembra. Il baratro è pronto ad accoglierlo mentre il sole illumina il benessere delle classi agiate e non si preoccupa di chi vive nell’ombra. André si accorgerà che la miseria non concede scampo, è come una maledizione, come un abbraccio mortale. 

“Nodo alle budella” narra di Paul Blondel, piccolo truffatore, che, per amore di una donna, è finito in una banda dedita al crimine. Ma tutte le notti ha un incubo ricorrente: un ometto grigio che lo tormenta e che presto inizierà a infestare anche i suoi giorni, costringendolo a fuggire da tutto e tutti, a cominciare da se stesso. Durante questa fuga Paul conosce Jeanne, una ragazza bellissima, e per amore di lei aumenta la portata delle proprie truffe finendo in una banda dedita a furti e rapine. Sarà costretto alla fuga senza speranza da chi lo ha tradito, da chi gli addebita i crimini che non ha commesso e soprattutto dalla propria sconfitta di uomo. Per combatterlo trasformerà la propria esistenza in un incubo ben peggiore dal finale amarissimo. 

3. Perchè gli elementi che costituiscono le magistrali storie della “Trilogia Nera” sono alla base di molti romanzi scritti da Léo Malet. L’amour fou (l’amore fatale, la passione ostinata e irragionevole) e l’impeto rivoluzionario, sogni che si vogliono ardentemente trasformare in realtà e incubi che sono la realtà, destini condannati senza scampo alla fine peggiore. I protagonisti Jean Fraiger (“La vita è uno schifo”, traduzione Luigi Bergamin), André Arnal (“Il sole non è per noi”, traduzione Luigi Bergamin) e Paul Blondel (“Nodo alle budella”, traduzione di Luciana Cisbani) sono “le vittime di un inciampo nella vita”, uno scherzo del fato dal quale risulterà impossibile riprendersi. L’autore sostiene che non esiste nessuna possibilità di redenzione, nessuna giustizia. Il male è una costante che spesso nasce dai vizi, dalla viltà, dalla disperazione, dalla rabbia, dall’amore dei protagonisti. Eppure ognuno giustifica le proprie azioni. 

4. Perché l’ambientazione ha il fascino della Parigi proletaria di metà secolo. Le storie ci portano nei bassifondi e nella periferia della città. Se leggerete con attenzione, riscoprirete temi autobiografici come il carcere, il vagabondaggio, l’anarchia. Il pessimismo regna sovrano e la vita finisce per assomigliare a un incubo da cui non ci si può svegliare. Tutti i romanzi vengono narrati in prima persona dagli infelici personaggi che sono, allo stesso tempo, colpevoli e vittime. Sono ambigui e oscuri ma, con loro, si crea immediatamente un’empatia profonda. 

5. Perchè Léo Malet riscrive il genere noir francese con uno stile semplice e diretto ma decisamente avventuroso. Il noir è un romanzo psicologico costruito intorno alla figura della vittima. Anzi è proprio la vittima la voce narrante del romanzo che racconta la propria discesa all’inferno senza alcuna possibilità di redenzione. Nei romanzi della trilogia non c’è un ordine interrotto da un evento criminale che vedrà la giustizia trionfare ricostituendo l’ordine iniziale. Nel noir di Malet gli eventi cambiano continuamente, non esistono regole da rispettare e non c’è un lieto fine inteso in modo convenzionale. La vittima-carnefice si rende conto della propria condizione, si ribella e riesce a sottrarsi alla legge diventando l’artefice di una situazione completamente differente da quella iniziale. 

Nella trilogia avrete l’opportunità di leggere due lettere che René Magritte scrisse a Léo Malet nel 1956. Viene trattato il clima entro il quale si è sviluppato il noir di espressione francofona. 

La “Trilogia Nera” è un mix di disperazione e tenerezza, amore folle e violenza. Godetevi questa lettura andando oltre la trama perché vien facile pensare che la disperazione, la casualità, la violenza fanno parte anche della vita reale. L’unica differenza è che Jean Fraiger, André Arnal e Paul Blondel vivono l’abisso e la violenza, mentre noi le leggiamo ma non le giudichiamo. Anzi ci si commuove per il destino dei tre protagonisti che non hanno un barlume di speranza. Il noir non è per chi ama sognare. Nell’oscurità delle storie tutti perdono.




venerdì 26 agosto 2022

RECENSIONE | "Mariti e mogli" di Ivy Compton Burnett

“Mariti e mogli” di Ivy Compton Burnett, Fazi Editore nella  Collana Le strade, è un’opera inedita in Italia che finalmente arriva nelle nostre librerie. È un romanzo che supera il concetto tradizionale di “famiglia”. Nessun “nido sicuro” ma un microcosmo d’infelicità dove non c’è amore, lealtà filiale e redenzione. Si assiste a un inesorabile disfacimento della bolla familiare, nessuna formula magica sarà in grado di fermare sentimenti ingovernabili che travolgeranno tutti.


STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 7
Mariti e mogli
Ivy Compton Burnett

Editore: Fazi
Pagine: 326
Prezzo: € 19,00
Sinossi

Harriet Haslam, severa madre di famiglia, è in grado di scatenare un uragano con poche parole, con un semplice gesto, con uno sguardo. La sua insofferenza verso il mondo, acuita dall’insonnia che la tormenta, spesso si tramuta in furia, nonostante la silenziosa opera di Godfrey, accomodante marito-cuscinetto. Il più grande cruccio della donna è il futuro dei quattro figli: Matthew, il maggiore, preferirebbe darsi alla ricerca invece di iniziare la sua pratica medica; Jermyn ha assurde aspirazioni da poeta; Griselda è decisa a sposare il reverendo Bellamy, fresco di divorzio, mentre Gregory preferisce la compagnia di tre anziane signore a quella dei coetanei. Dopo un litigio con il primogenito Harriet tenta il suicidio e viene quindi portata in un istituto, dove trascorre sei mesi. Al suo ritorno, la situazione che trova supera le sue peggiori aspettative: ognuno dei ragazzi ha fatto di testa propria e, come se non bastasse, anche il marito ha in serbo per lei una spiacevole sorpresa. È davvero troppo: Harriet non ha nessuna intenzione di restare in silenzio.


Mamma, non so se ti rendi conto di quanto sia insensato il tuo comportamento. Che vantaggio trovi nell’allontanare tuo marito e la tua famiglia, nell’affondare sempre di più in questo tuo egoismo amaro? Non cambieremo le nostre vite, non rinunceremo ai nostri obiettivi per i capricci di una donna. Puoi avere le tue opinioni, certo. Noi abbiamo le nostre.

Harriet Haslam è una madre severa e donna manipolatrice che non tollera di perdere il controllo su tutti i membri della famiglia. Con uno sguardo, un gesto, con poche parole, la donna è in grado di scatenare un uragano. La sua insofferenza verso il mondo, acuita dall’insonnia che la tormenta, si trasforma spesso in furia. Godfrey, accomodante marito-cuscinetto, cerca di porre un freno al comportamento della moglie. Il più grande cruccio della donna è il futuro dei quattro figli:

Matthew, il maggiore laureato in Medicina, preferisce dedicarsi alla ricerca scientifica invece di iniziare la sua pratica medica; Jermyn ha assurde aspirazioni da poeta; Griselda è decisa a sposare il reverendo Bellamy, fresco di divorzio; Gregory preferisce la compagnia di tre anziane signore a quella dei coetanei.

Dopo un litigio con il primogenito, Harriet tenta il suicidio e viene portata in un istituto dove trascorrerà sei mesi.

Gregory, ho fatto una cosa che non avrei mai dovuto fare. Ho preso qualcosa che mi farà star male e che se farà il suo lavoro mi separerà da voi per sempre. Ora che ci sono vicina, non ne ho più il coraggio. Voglio restare qui, con voi. Devo avere la mia vita: ho solo cinquantasei anni; credevo di essere tanto vecchia! Fa’ qualcosa per salvarmi.

Al suo ritorno, la situazione che trova supera le sue peggiori aspettative. Ognuno dei suoi figli ha fatto di testa propria e anche il marito ha in serbo per lei una spiacevole sorpresa. È davvero troppo, Harriet non può restare in silenzio e affronta, uno dopo l’altro, i membri della famiglia.

Vieni, Harriet, vieni mia cara. Entra nella tua casa. Varca la soglia e torna nella tua vecchia vita. L’altra è stata soltanto un sogno. Ecco, sei di nuovo nel tuo nido. I tuoi figli corrono a darti il benvenuto, veloci quanto possono, ansiosi di vedere la loro mamma che torna a casa! Sì, sì, figlioli miei, baciate la vostra mamma. Salutatela come se fosse stata via solo per pochi giorni.

Ivy Compton Burnett è una scrittrice geniale che io amo molto per la sua scrittura affilata e arguta, elegante e caustica, con cui svela le ipocrisie e i segreti custoditi nelle famiglie. I suoi romanzi sono finestre spalancate sull’infelicità familiare. Sono un gioco crudele di sotterfugi, cattiverie e dialoghi avvelenati, in cui prevalgono gli aspetti tirannici e claustrofobici della vita famigliare. I segreti celati tra le mura domestiche spesso riguardano crimini efferati che non hanno mai una punizione. Non ci sono soluzioni ma la visione di un’ambiente familiare che ricorda una ragnatela, una prigione, un fiore velenoso, una tomba.

In “Mariti e mogli” risplende la figura di Harriet, la cui tirannia le costerà molto cara. Attorno a lei si ruotano, mossi da un desiderio di sfida, i membri della sua famiglia sempre pronti a ingaggiare una battaglia quotidiana su più fronti. Apparentemente in casa Haslam tutto sembra tranquillo ma si percepiscono le tensioni sotterranee, i quotidiano battibecchi, i giochi di potere e le battute glaciali che nascondono interi universi. Inesorabilmente si innesca un effetto domino, ogni personaggio farà cadere la maschera mostrando la sua vera natura e mescolando le carte in tavola. La tensione sale  fino a giungere alla realizzazione di un atto efferato che mostrerà il lato oscuro di ognuno.

“Mariti e mogli” è un romanzo crudele in cui l’umorismo pungente si mescola con la tragedia. Un romanzo cupo e toccante in cui i personaggi sono fluidi e mutevoli, si nutrono di una forza distruttiva e danno libero sfogo alle loro illusioni di cui si nutrono per sopravvivere. Non si rendono conto della loro lenta discesa all’inferno. Mentre Harriet era ricoverata in istituto, tutti i componenti della famiglia hanno costruito un fragile castello di sabbia che, con il ritorno della donna, ha iniziato a sgretolarsi. Ognuno ha sognato il prorio futuro senza fare i conti con la crudezza della vita reale, sotto la pelle morbida e delicata dell’ambiente famigliare, si agitano orribili verità.

 “Mariti e mogli” è un altro gioiello da aggiungere alla preziosa collezione dopo “Più donne che uomini”, “Il capofamiglia” e “Servo e serva”.

martedì 2 agosto 2022

RECENSIONE | "Il Duca" di Matteo Melchiorre

“Il Duca” (Einaudi) di Matteo Melchiorre, è un romanzo epico, classico eppur nuovo che invita a riflettere sulla libertà individuale, sulla forza magnetica del passato, sulle leggi della natura e sulla furia del potere. Narra la storia dei Cimamonte, conti dal Quattrocento, ma da mezzo secolo per i montanari di Vallorgàna sono diventati i “duchi”. L’ultimo dei Cimamonte è, dunque, “il Duca”: un uomo che non possiede nulla se non quello che hanno posseduto i suoi avi, un uomo la cui storia è principalmente la storia di chi ha vissuto nella grande villa addossata alla Montagna che incombe sulla Val Fonda.

STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 7
Il Duca
Matteo Melchiorre

Editore: Einaudi
Pagine: 464
Prezzo: € 21,00
Sinossi

Un paese di montagna, un'antica villa con troppe stanze, l'ultimo erede di un casato ormai estinto, lo scontro al calor bianco tra due uomini che non sembrano avere nulla in comune... Quanto siamo fedeli all'idea di noi stessi che abbiamo ricevuto in sorte? Matteo Melchiorre ha costruito una storia tesissima ed epica sulla furia del potere, le leggi della natura e la libertà individuale. Un romanzo che ci interroga a ogni riga sulla forza necessaria a prendere in mano il proprio destino: «il modo giusto per liberarsi del passato non è dimenticarlo, ma conoscerlo». L'ultimo erede di una dinastia decaduta, i Cimamonte, si è ritirato a vivere nella villa da sempre appartenuta alla sua famiglia. La tenuta giganteggia su Vallorgàna, un piccolo e isolato paese di montagna. Il mondo intorno, il mondo di oggi, nel quale le nobili dinastie non importano più a nessuno, sembra distante. L'ultimo dei Cimamonte è un giovane uomo solitario che in paese chiamano scherzosamente «il Duca». Sospeso tra l'incredibile potere del luogo, il carico dei lavori manuali e le vecchie carte di famiglia si ritrova via via in una quiete paradossale, dorata, fuori dal tempo. Finché un giorno bussa alla sua porta Nelso, appena sceso dalla montagna. È lui a portargli la notizia: nei boschi della Val Fonda gli stanno rubando seicento quintali di legname. Inaspettatamente, risvegliato dalla smania del possesso, il sangue dei Cimamonte prende a ribollire.



Chiamandomi il Duca i paesani o sottointendevano che ero strambo al pari di mio nonno, benché di una stramberia per forza di cose assai diversa, o deridevano il declino del mio casato

L’ultimo erede di una dinastia decaduta, i Cimamonte, si è ritirato a vivere nella villa da sempre appartenuta alla sua famiglia. La tenuta giganteggia su Vallorgàna, un piccolo e isolato paese di montagna. Il mondo di oggi, nel quale le nobili dinastie non importano più a nessuno, sembra distante. L’ultimo dei Cimamonte è un giovane solitario che in paese chiamano scherzosamente “il Duca”. Sospeso tra l’incredibile potere del luogo, il carico dei lavori manuali e le vecchie carte di famiglia si ritrova a vivere in una quiete paradossale, dorata, fuori dal tempo. Finchè un giorno bussa alla sua porta Nelso, appena sceso dalla montagna, per portagli la notizia: nei boschi della Val Fonda gli stanno rubando seicento quintali di legname. Il taglio fuori confine è un affronto.

Ti hanno fregato Duca. Su in Montagna, nei tuoi boschi. Ti hanno fregato.

 Il Duca, risvegliato dalla smania di possesso, sente ribollire in lui il sangue dei suoi avi. All’orizzonte appare il cattivo, il suo nome è Mario Fastréda.

Un paese di montagna, un’antica villa, l’ultimo erede di un casato estinto e lo scontro tra due uomini che non sembrano avere nulla in comune. Inizia così “Il Duca”, la storia di una casata che, con un ultimo guizzo di energia, annulla il suo lento annientamento. A Vallorgàna il Duca conduceva una vita solitaria, studiava le carte di famiglia convinto che la storia dei suoi avi sia l’artefice del suo presente. Egli si sentiva “frutto” dell’antico ordine e finiva per assomigliare a un fantasma. Le sue giornate scorrevano tra passeggiate in montagna, osservando i suoi boschi, e la gestione dei terreni. La quiete della sua esistenza va in frantumi grazie a Mario Fastréda, un allevatore tignoso e prepotente, temuto da tutti. Egli ha sconfinato di proposito nelle terre dei Cimamonte, ha tagliato numerosi alberi e ha dato inizia a una vera e propria guerra dei confini. Il paese, che aveva accolto bene il Duca perché non spadroneggiava, si divide. In molti si schierano con Mario, in pochi con il giovane Cimamonte. La discordia, l’odio, l’avidità confondono le carte, seminano inganni e mostrano la malvagità degli esseri umani.

Mai avrei creduto di incontrare la discordia proprio qui, a Vallorgàna, dove il peso del mondo si immaginerebbe che sia lieve, e il vivere essenziale e senza scorie, e le leggi umane, antichissime, sempre giuste e ottimamente operanti. Infida. Sleale. Subdola. Meschina. Così sarebbe stata la discordia destinata a imperversare, per mesi e mesi, nelle mie giornate, disseminandole di insensatezze, consumando il tempo, infettando e viziando ogni cosa.

Il duello tra il Duca e Fastréda si fa sempre più aspro. Il nobile non cede, anzi in lui avviene un cambiamento. Il Duca depone la sua remissività per manifestare l’istinto da padrone. “La morale intossicante delle carte degli avi” inizia a scorrere nelle sue vene, una irrequietezza nuova lo pervade, un astio, un’antipatia che hanno un unico nome, Mario Fastréda. Perché l’anziano allevatore odiasse tanto il Duca non è dato di sapere, un mistero che verrà svelato pian piano.

Nelle case, al di là delle porte, stanno racchiuse molte storie, delle quali si conoscono, se va bene, pochi brandelli appena; e diviene perciò impossibile capire pienamente il perché delle cose e delle persone. Secondo Nelso, a questo proposito, i paesani di una volta sapevano tacere, e nascondere i fatti propri.

In molti, primo tra tutti Nelso Tabiona, portatore di valori e furbizie contadine, mettono in guardia il Duca dai pericoli che corre mettendosi contro Fastréda, ma ormai il dado è tratto e la saggezza popolare non viene ascoltata. Il Duca rinasce a nuova vita, lui che trascorreva le sue giornate studiando, riordinando e conservando i tanti documenti storici della sua famiglia, ora alza la testa “dalle sudate carte”. Il passato è il suo mondo, i luoghi che hanno visto il dominio dei suoi avi sono le sue radici. Nella boiserie della villa  si custodiva il mondo dei suoi antenati: distese di terreni, torme di fittavoli, braccianti, servitori e fantesche. Il Duca è “ l’archeologo di se stesso”.

Cos’altro facevo, infatti  se non scavare senza sosta? La villa, le carte dell’archivio, i dipinti e gli altri oggetti dei miei avi, la Chronica Cimamontium, Vallorgàna, la Montagna.

In questo mondo antico ci conduce Matteo Melchiorre e il lettore si ritrova conquistato da una storia senza tempo. Il passato appare come un eterno presente in cui il Duca è il cavaliere senza macchia e Fastréda è l’eroe negativo, un antagonista che scopriremo pian piano. Un ruolo cardine è svolto dalla Natura: i boschi, considerati entità vive, gli eventi atmosferici che scandiscono la vita degli uomini, il ciclo delle stagioni. Su tutto incombe l’ombra minacciosa di eventi estremi. Una natura che si ribella al volere dell’uomo.

Il bosco è così. Dà l’illusione di essere fermo e invece si muove. Cammina, ma così lentamente e astutamente da lasciarci per lungo tempo inconsapevoli di quel suo immenso e incontrastato avanzare.

“Il Duca” è un microcosmo di racconti, di persone, di memorie che guardano a un passato segnato da una disuguaglianza incolmabile tra coloni e padroni. Una distanza intrisa di riverenze e disprezzo. Il diabolico Fastréda non teme di rimettere in moto il pendolo della discordia che oscilla tra lui e il Duca. Nel mezzo persone che indossano delle maschere per schierarsi da una parte o dall’altra. I personaggi hanno a disposizione una vasta gamma di maschere: l’Estraneità, l’Iroso, lo Stolto, l’Impassibile, il Consigliere, il Disperato. Fastréda manifesta il suo disprezzo verso coloro che si sono arricchiti senza far nulla, grazie ai privilegi dei loro avi, ma in lui l’odio è così profondo da far sospettare un motivo ancor più rilevante. Il Duca difende con orgoglio i suoi privilegi. La comunità di Vallorgàna assiste a questa disputa e a ogni mossa segue una contromossa. L’iniziale contrasto sui confini violati, si moltiplica all’insegna delle maldicenze di paese che affondano le lame nel retaggio del valore, dell’onore e del passato lustro. Andando avanti con la lettura scopriremo i piedi d’argilla della formazione individuale del Duca. Egli ha modellato la sua vita sulla vita dei suoi avi, non si è mai allontanato dal solco che la casata dei Cimamonte ha segnato. Il Duca, i suoi genitori sono deceuti a causa di un incidente, si è limitato a gestire l’ingente patrimonio ma non ha mai fatto nulla per realizzare se stesso. A distinguerlo dagli altri è il sangue nobile che scorre nelle sue vene. Basta questo per identificarlo?

Il sangue è in fondo una semplice metafora. Si dice sangue per dare un nome alle infinite e imprecisabili cose che scorrono dentro una persona: generazioni di storie, gomitoli di educazioni, alveari di convincimenti, ragnatele di relazioni, sterpaglie di consuetudini, antologie di disgrazie.

Maria, una fanciulla del paese, cerca di smuovere il Duca dalla sua apatia esistenziale, cerca di allontanarlo da quell’ossessione per il passato che lo condiziona in ogni momento.

Sei prigioniero di te stesso. Ti sei costruito una gabbia? Bene. Vuoi restarci dentro? Restaci.

E ancora:

Rumini sempre. Pensi. Ripensi. Pensi ancora. Ripensi di nuovo. Ma non vedi che notte, invece? Non la senti?

Il Duca appare come prigioniero del glorioso passato della sua famiglia. La Villa, Vallorgàna in particolare, è la sua prigione con tutta la sedimentazione storica di cose e genealogia. Proprio tra quelle carte il Duca ritroverà un manoscritto “La Chronica Cimamontium Anno 1495”. Raccontata dagli stessi avi la storia dei Cimamonte, dal secolo XV all’inizio del Settecento, assume le sfumature di un giallo storico.

“Il Duca” è un romanzo che narra l’anamnesi della trasformazione di una coscienza, ha in sé la forza per provocare, svegliare chi dorme e non dovrebbe dormire, per frantumare certezze e far confusione tra la nobiltà sedimentata nel tempo e il modo di pensare e di fare propri di chi è succube di un potere. Ogni trasformazione parte da una presa di coscienza, da un’assunzione di responsabilità per poter cambiare. “Il Duca” ci racconta che non siamo soli, che ci sono gli altri con le loro storie, le loro idee, i loro problemi. Per guardare al mondo di domani occorre far luce su come siamo stati nel passato.

 Il modo giusto per liberarsi del passato non è dimenticarlo, ma conoscerlo.

Conoscere il passato serve a cicatrizzare le ferite che il tempo ha inciso sulla nostra pelle. Tutto si tramanda anche quelle maschere che gli uomini indossano per mettere in scena le ricchezze e le povertà, i vizi e le virtù, le infelicità e le passioni.

Il romanzo di Matteo Melchiorre racchiude la forza evocativa delle parole e rivela l’amore dello scrittore per la storia medioevale. Leggendo mi è sembrato di camminare tra le strade di Vallorgàna, salire per i sentieri di montagna, studiare le carte con il Duca, condividere i suoi pensieri e guardare, attraverso i suoi occhi, a quel passato che ci regala un futuro migliore. Un futuro fatto di libertà.

lunedì 25 luglio 2022

RECENSIONE | "Il delitto della vedova Ruzzolo" di Alessandra Carnevali [Review Party]

“Il delitto della vedova Ruzzolo” (Newton Compton Editori) segna il ritorno in libreria e negli store online di Alessandra Carnevali. Settimo libro della saga poliziesca che vede come protagonista il commissario Adalgisa Calligaris alle prese con una nuova indagine. Una serie di omicidi, indagini complesse, un killer nascosto nell’ombra, un rosario lasciato accanto ai cadaveri e un sacerdote “bello come ‘l sole” sono gli elementi che costituiscono l’architrave che regge la complicata indagine.  



STILE: 8 | STORIA: 7 | COVER: 6
Il delitto della vedova Ruzzolo
Alessandra Carnevali

Editore: Newton Compton
Pagine: 288
Prezzo: € 12,00
Sinossi
Non c'è pace per il commissario Adalgisa Calligaris. Pensava di poter staccare la spina, trasferendosi a Rivorosso, e invece, risolto un caso, in meno di ventiquattr'ore se ne presenta un altro. Il corpo senza vita di Silvia Ravelli è stato trovato dalla sorella, Antonia, nel salotto della sua villa. È un colpo d'arma da fuoco ad averla uccisa, ma non c'è traccia della pistola. Con l'aiuto del magistrato Gualtiero Fontanella, il commissario Calligaris scopre che tra le due sorelle ci sono stati in passato gravi dissapori, per via dell'eredità di uno zio. Ma Adalgisa capisce ben presto che se vuole arrivare alla verità deve allargare il suo raggio d'indagine. Soprattutto quando le vittime aumentano e la lista dei sospettati si allunga: l'imprenditore agricolo Giorgio Moretti, l'ex di Silvia Ravelli; il notaio Paride Calzone; il giovane rumeno Vladimir Mutu; il ricco compagno di Antonia Ravelli, Luigi Corbellini, vecchia conoscenza del commissario, oltre a una serie di figure losche, come quelle di Gigi Zolla detto "Olio" e di Adelmo Patacchini, legate al mondo della malavita e al gioco d'azzardo, di cui Silvia Ravelli era stata assidua frequentatrice..


Era calata da poco la notte su Ponterullo, minuscola frazione a metà strada tra Passonero e Rivorosso Umbro, quando qualcuno bussò al portoncino della casa di Ercolina Ruzzolo.

A Rivorosso Umbro il commissario Adalgisa Calligaris e i suoi fidati collaboratori devono fare i conti con un nuovo omicidio. Ercolina Ruzzolo, un’anziana vedova che viveva da sola, è stata uccisa. Al centro della scena del crimine, il suo corpo giace accanto a un rosario. Dai primi rilievi tutto induce a sospettare che la donna conoscesse il suo assassino. Ma le indagini rischiano di rivelarsi molto più complicate del previsto, perché un’altra donna viene uccisa e anche questa volta accanto al cadavere è stato lasciato un rosario. Un messaggio? Quel che è sicuro è che c’è qualcuno, complice il buio della sera, pronto a colpire di nuovo e Adalgisa dovrà tirar fuori il suo proverbiale fiuto investigativo per assicurare alla giustizia il “Killer del rosario”.

“Il delitto della vedova Ruzzolo” è un giallo italiano che si legge con piacere perché la trama è ben scritta con la giusta dose di misteri e intrighi. I personaggi sono simpatici così come è brillante l’amalgama di termini dialettali con un italiano forbito. I colpi di scena non mancano e rendono la storia intrigante. A strapparmi un sorriso è sempre il personaggio di Tamara Picchio, detta Paris. Lei è una blogger-influencer che veste in modo estroso e attira sempre l’attenzione. In un modo o nell’altro è sempre coinvolta nelle indagini del commissario e riesce a dare spesso una mano nella soluzione del crimine.  Adoro anche la “banda della Maglina”, un gruppo di donne che predilige i mercatini dell’usato, grande passione di Adalgisa.

Ad Orvieto è invece ispirato Rivorosso Umbro, cittadina immaginario della provincia umbra. Rispecchia lo stereotipo del piccolo paese di provincia dove tutti si conoscono, circolano pettegolezzi e calunnie, tutti sono a conoscenza dei fatti altrui e scambiano volentieri quattro chiacchiere nel bar del paese.

Con una narrazione vivace e ironica, Alessandra Carnevali da vita a un giallo in cui il lettore partecipa emotivamente ai drammatici eventi. La trama non è macchiavellica ma riesce a intrigare il lettore.

A porre fino al caos e a restaurare l’ordine ci pensa lei Adalgisa Calligaris, un personaggio simpaticissimo. Adalgisa è una donna dura, a volte brusca nei modi, molto intelligente, mostra un’intuito infallibile ed è coraggiosa e decisa. Non si ferma mai alle apparenze ed è disposta a tutto per risolvere i casi che le vengono assegnati. Spesso adotta scorciatoie e segue metodi investigativi non convenzionali. È sicuramente un personaggio umanissimo con le sue insicurezze e proprio per questo riesce a farsi amare dai lettori. Adalgisa riesce a camuffare, “sotto un carattere da porcospino menefreghista”, la sua fragilità. Incantevole è il personaggio di Gualtiero Fontanella, ex magistrato in pensione e marito di Adalgisa. La sua passione per la cucina è senza limiti ma è un marito attento e premuroso, sempre pronto a schierarsi al fianco della moglie. A far compagnia ai coniugi Fontanella c’è il loro amatissimo cane, Bromuro. Casa Fontanella sembra la succursale di MasterChef e l’ex magistrato un cuoco stellato in miniatura, che Adalgisa ormai chiama affettuosamente “Cracchetto mio”.

I libri della serie Calligaris divertono, intrigano, stupiscono, pongono interrogativi e non annoiano mai. Consiglio, a chi non l’avesse già fatto, di leggere i gialli di Alessandra Carnevali. Se vi piacciono i polizieschi fatevi un bel regalo, anzi, sette bei regali. Buona lettura!



mercoledì 20 luglio 2022

BLOGTOUR | “L'uno dall'altro" di Philip Kerr | I 5 motivi per leggere il romanzo

Bernie Gunther, anticonformista detective privato della serie di thriller storici conosciuta come “Trilogia Berlinese”, torna nelle librerie con “L’uno dall’altro” di Philip Kerr, Fazi Editore nella collana Darkside. Gunther dovrà fare i conti con la sua vita di prima della guerra solo per trovarsi nuovamente braccato ingiustamente come criminale nazista. L’intrico lo aspetta, come vittima sacrificale, in questa oscura vicenda di sporchi patteggiamenti tra vincitori e vinti. Alla fine rimane un’unica certezza: nell’ipocrisia e nella falsità generale è impossibile distinguere i buoni dai cattivi. Nemici e amici si confondono in un’unica nera figura ma ciò non fermerà il cammino del nostro amato detective sempre deciso a scoprire la verità.

Eccovi dunque i cinque motivi per inserire “L’uno dall’altro” tra le vostre prossime letture.





L'uno dall'altro
Philip Kerr 

Editore: Fazi
Pagine: 442
Prezzo: € 15,00
Sinossi
È il 1949, Gunther vive a Dachau e gestisce l’hotel della moglie, dove però nessuno mette mai piede. La donna è da tempo ricoverata in una clinica e lui è sempre più convinto di vendere la struttura e riprendere l’attività di investigatore. L’occasione perfetta gli si presenta a Monaco di Baviera: sommersa dal caos della sconfitta, la città pullula di affari sporchi, avidità dilagante, criminali di guerra in fuga e colpi bassi di ogni genere. Un luogo dove un investigatore privato può trovare tante opportunità di lavoro non del tutto rispettabili: ripulire il passato nazista della gente del posto, favorire i latitanti nella fuga all’estero, risolvere le rivalità tra malviventi… Finché una donna non si presenta nel suo ufficio: suo marito è scomparso. Trattandosi di un ricercato che dirigeva uno dei lager più feroci della Polonia, non vuole ricongiungersi con lui, ma solo assicurarsi che sia morto. Un lavoro abbastanza semplice. Ma nella Germania del dopoguerra nulla è semplice: accettando il caso, Bernie affronta molto più di quanto si aspettasse, e presto si ritrova in pericolo, circondato da sciacalli, in un paese sconfitto e diviso, dove è difficile distinguere gli amici dai nemici, gli uni dagli altri.



I 5 motivi per leggere il romanzo

1. Perché la trama è ingegnosa. È il 1949. Gunther vive a Dachau e gestisce l’hotel della moglie, dove però nessuno mette mai piede. La donna è da tempo ricoverata in una clinica e lui è sempre più convinto di vendere la struttura e riprendere l’attività di investigatore. L’occasione perfetta gli si presenta a Monaco di Baviera: sommersa dal caos della sconfitta, la città pullula di affari sporchi, avidità dilagante, criminali di guerra in fuga e colpi bassi di ogni genere. Un luogo dove un investigatore privato può trovare tante opportunità di lavoro non del tutto rispettabili: ripulire il passato nazista della gente del posto, favorire i latitanti nella fuga all’estero, risolvere le rivalità tra malviventi. Finché una donna non si presenta nel suo ufficio: suo marito è scomparso. Trattandosi di un ricercato che dirigeva uno dei lager più feroci della Polonia, non vuole ricongiungersi con lui, ma solo assicurarsi che sia morto. Un lavoro abbastanza semplice. Ma, come temeva fin dall’inizio, niente in Germania è come sembra, e Gunther si ritrova presto a navigare in acque agitate: la sua ricerca sarà coinvolta nella guerra segreta condotta da organizzazioni dedite a nascondere ex nazisti e agenzie di intelligence specializzate in assassinarli. Tutti, ovviamente, con potenti alleati internazionali. In un paese sconfitto e diviso, dove è difficile distinguere gli amici dai nemici, gli uni dagli altri, Bernie si ritroverà in pericolo, circondato da sciacalli.

2. Perché è il momento di riscoprire l’iconico Bernie Gunther, detective privato antinazista più scorretto di sempre, beffardo e donnaiolo, che si trova quotidianamente ad affrontare il male assoluto. Anche se la guerra è finita, non sono certo terminate i conflitti politici, sociali ed economici del dopoguerra. Attraverso gli occhi di Gunther vedremo una Germania smembrata dai vincitori e di riflesso scopriremo autorità con interessi spesso contrastanti. In molti vogliono nascondere l’oscuro passato, sono uomini senza scrupoli con una coscienza nera e mani sporche di sangue. Anche questa volta Gunther verrà coinvolto in una storia disseminata di bugie, inganni e fughe da spy story. I romanzi che lo vedono protagonista, se non erro sono ben quattordici, sono caratterizzati da una trama di prim’ordine arricchita da riflessioni sulla natura della lealtà, dell’ambizione e dell’identità. Gunther è il narratore perfetto per queste storie cupe rivelando le sporche alleanze tra vincitori e vinti. È impossibile, secondo il nostro investigatore, distinguere l’uno dall’altro perché tutti sono ipocriti e falsi.  In un’intervista Kerr ha spiegato che la sua idea per Bernie è nata nel momento in cui si è ritrovato a chiedersi cosa sarebbe venuto in mente a Raymond Chandler se invece di lasciare Londra per Los Angeles, fosse andato a est, a Berlino. Possiamo dire che Gunther è per la Germania di Hitler ciò che l’eroe di Chandler, Philip Marlowe, è per la California degli anni Quaranta.

Bernie Gunther, ex agente di polizia di Kripo e investigatore privato, nasce nel 1989 con “Violette di marzo” primo volume della trilogia cult Berlino noir (Vi fanno parte anche “Il Criminale Pallido” e “Un Requiem Tedesco” tutti editi da Fazi).

3. Perché tutti i romanzi che vedono protagonista Bernie Gunther sono ritratti accurati e suggestivi del periodo storico in cui le storie si svolgono. Con un linguaggio esplicito, a volte duro, l’autore riesce a trasmettere tutta la violenza e la brutalità che caratterizzavano la Germania hitleriana e il dopoguerra non meno crudele. Leggendo “L’uno dall’altro” potrete riflettere su molte spinose verità che animano il romanzo. Kerr, con la sua scrittura intelligente e il suo stile pulito, con tocchi di umorismo in una narrazione oscura, tratta temi delicati. Con mano ferma l’autore ci mostra gli abissi dell’etica. Non si può ripulire la propria coscienza, come facevano e ancor oggi fanno i criminali nazisti, affermando di aver eseguito solo degli ordini. La colpa è solo dei capi. Kerr approfondisce il senso del male politico e disegna un quadro inquietante dei nuovi poteri. L’arroganza degli uomini non ha limite e L’autore non ha bisogno di scomodare la sua fervida immaginazione per creare mostri che purtroppo hanno davvero inciso le carni dell’umanità. Il mondo riuscirà a ritrovare una morale salvifica?

4. Perché tutti i conflitti hanno più facce e nel romanzo viene affrontato il tema della denazificazione e si cita la Legge Fondamentale promulgata nella Repubblica Federale. Gli ex aguzzini tornano a essere cittadini esemplari. I nazisti sicuramente non sono svaniti anzi sono dappertutto, ad ogni livello, hanno dimenticato in fretta e fatto dimenticare gli orrori che avevano compiuto. Le autorità decidono, nel 1948, che l’ulteriore denazificazione sistematica è un ostacolo alla ricostruzione economica e politica. Con un colpo di spugna viene cancellato il passato del Paese, una coltre di silenzio copre il retaggio nazista. La Germania Ovest e la NATO, vinti e vincitori, riciclarono e riabilitarono uomini dell’apparato nazista nelle trame della Guerra Fredda. Di amnistia in amnistia, molti nazisti, anche di grado elevato, sfuggirono alle accuse. Gli ex funzionari militari nazisti offrirono agli Stati Uniti la loro rete di agenti e il materiale raccolto sui sovietici in cambio della libertà. “L’uno dall’altro” vede i suoi personaggi muoversi su questo territorio minato permettendoci di conoscere la dura realtà del passato. Ricordare gli errori del passato dovrebbe aiutarci ad evitarli nel futuro anche se il presente è la completa negazione di tale auspicio.

5. Perché è una brillante narrativa noir storica, è suggestiva, non mostra assoluzione. Tutti sono in cerca di vendetta ed è interessante notare che la storia, è il 1949, inizia con un prologo che ci porta indietro nel tempo di ben dieci anni. Bernie deve tener d’occhio due agenti inviati in Medio Oriente, Palestina. Bernie ha come compagno di viaggio un giovane Adolph Eichmann che sarà uno dei responsabili dell’esecuzione del piano di sterminio degli Ebrei. I legami tra Germania e Medio Oriente rappresentano una delle vicende a sfondo politico-religioso più interessanti e meno note. La condivisione dei programmi antisemiti e la comune avversione verso i sistemi democratici, cementarono le basi di un’intesa politica e militare tra i due Paesi. Gunther ci narra la sua visione di quell’intesa per molti anni poco conosciuta offrendoci un quadro ancor più vasto in cui prese forma lo sterminio di un popolo.

“L’uno dall’altro” è una storia crudele e avvincente che guarda nell’abisso in cui tutto il mondo è sprofondato. Kerr semina nei suoi romanzi politica e inganni, crudeltà e odio, vendetta e orgoglio. Lo fa con vivide immagini e leggere i suoi libri è sempre un piacere.

Purtroppo lo scrittore Philip Kerr è morto il 23 marzo del 2018, all’età di 62 anni. Poco prima di morire, Philip Kerr ha terminato il quattordicesimo romanzo di Bernie Gunther, “Metropolis”, che è stato pubblicato postumo, nel 2019. Il libro racconta gli inizi di Bernie Gunther e la sua prima inchiesta che si svolge a Berlino nel 1928. Questo è il quattordicesimo romanzo della serie. Il nostro lungo viaggio insieme è terminato. La fine nell’inizio.