martedì 28 giugno 2022

RECENSIONE | "Il castello dei falchi neri" di Marcello Simoni [Review Party]

“Il castello dei falchi neri”( Newton Compton Editori), con illustrazioni dell’autore, è il nuovo romanzo di Marcello Simoni, l’autore italiano di thriller storici più venduto nel mondo. Se desiderate viaggiare attraverso i secoli tra emozioni, paure e tensioni, questo è il romanzo che fa per voi.


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
Il castello dei falchi neri 
Marcello Simoni

Editore: Newton Compton
Pagine: 320
Prezzo: € 9,90
Sinossi

Anno Domini 1233. Dopo aver preso parte alla crociata di Federico II, il nobile Oderico Grifone, ormai diventato uomo, fa ritorno alla dimora di famiglia, una grande magione nella campagna di Napoli. Il rientro, tuttavia, non è dei più felici. Sua sorella, Aloisia, è stata data in sposa a un uomo di dubbia reputazione, mentre Fabrissa, una giovane aristocratica con la quale Oderico, prima di partire per la Terra Santa, aveva intrecciato una storia d’amore, è promessa a un altro. Come se non bastasse, la famiglia sembra essere caduta in disgrazia e il castello, un tempo ricco e prospero, versa ora in uno stato di abbandono. Pur non riuscendo a comprenderne il motivo, Oderico intuisce che la madre, il padre e il fratello minore gli nascondono qualcosa. Qualcosa che riguarderebbe il feudo dei Grifoni, una collina sulla quale in molti vorrebbero mettere le mani a causa di un antico segreto custodito tra i suoi fitti boschi. Nel tentativo di risollevare le sorti della famiglia, Oderico resterà coinvolto, suo malgrado, in una serie di efferati delitti che sembrano avere uno stretto legame col più grande motivo d’orgoglio del suo casato: la nobile arte della falconeria.


E all’improvviso, proprio fra quei tronchi, emerse un figuro in sella a un corsiero del colore dell’ebano. Vestito di nero, così da apparire un tutt’uno con la sua cavalcatura, quell’individuo faceva vibrare a ogni falcata i sonagli di metallo cuciti ai lembi della cappa in cui era avvolto, producendo un suono giocoso e allo stesso tempo grottesco. Quel demone portava a mo’ di trofeo una testa! Non erano resti umani. Ma nemmeno la reliquia di un demone. Era l’avanzo di un beccaio. L’enorme testa di un caprone nero.

Anno Domini 1233. Dopo aver preso parte alla crociata di Federico II, il nobile Oderico Grifone fa ritorno alla dimora di famiglia, una grande magione nella campagna di Napoli. Al rientro scopre che la sua famiglia lo credeva morto e molte cose sono cambiate. Sua sorella Aloisia ha sposato un uomo di dubbia reputazione, mentre Fabrissa, una giovane aristocratica amata da Oderico prima di partire per la Terra Santa, è promessa a un altro. Come se non bastasse, la famiglia sembra essere caduta in disgrazia e il castello, un tempo ricco e prospero, versa ora in uno stato di abbandono. Il padre, la madre e il fratello di Oderico non svelano al primogenito i motivi di questo declino. Oderico scopre che in molti vorrebbero mettere le mani sul feudo dei Grifoni a causa di un antico segreto custodito tra i suoi fitti boschi. Oderico farà di tutto per risollevare le sorti della famiglia e resterà coinvolto in una serie di efferati omicidi che sembrano avere un legame col più grande motivo d’orgoglio del suo casato: la nobile arte della falconeria.

Il Medioevo è sicuramente un’epoca che affascina e una nuova avventura attende tutti coloro che amano i romanzi di Simoni. Come sempre il contesto storico è accurato e realistico a riprova di un gran lavoro di ricerca fatto dall’autore. Tra le pagine del romanzo si muovono personaggi che catturano subito l’attenzione del lettore anche perché si muovono in un labirinto di intrighi e misteri dove nessuno è un agnellino. Mescolando verità e finzione, Simoni ha saputo costruire una storia ricca di colpi di scena e adoro vedere i buoni e i cattivi, entrare nelle loro menti, cercare di carpire i loro segreti osservando le loro reazioni. La storia narrata viaggia su due binari: l’azione e i dilemmi emotivi ricchi di contraddizioni, su tutto e tutti volteggia impietosa l’ombra della Falconeria. Pur sapendo che la famiglia dei Grifoni e il colle sul quale sorge il loro castello, sono un’invenzione letteraria mi piace come Simoni riesce a collocarli in un’ambientazione reale. Infatti frutto di documentazione storica sono le descrizioni degli edifici e dei quartieri di Napoli della prima metà del Duecento. L’autore, per coinvolgere ancora di più il lettore, aggiunge al romanzo anche un tocco di mitologia con creature fantastiche e leggende senza tempo. Il risultato? Una storia ammaliante che fornisce la chiave per esplorare un mondo di intrighi e subdoli giochi di potere costantemente in bilico tra il bene e il male. Simoni non lascia nulla al caso e notevole è l’approfondimento dei caratteri dei personaggi, la loro psicologia rivela il lato oscuro che emerge e i cattivi, astuti e sanguinari, hanno, per me, un fascino del tutto particolare.

“Il castello dei falchi neri” è un romanzo che pone al centro della storia la famiglia Grifone. È un dramma familiare avvincente che si evolve intorno a un mistero. Fin dalla prima pagina non puoi non schierarti con Oderico, preoccuparti per i malvagi fratelli Castagnola, farti delle domande sul misterioso Al-Qalam, subire il fascino della perfida Badessa Mobilia. In un mondo declinato al maschile, le donne avevano sempre la paura di sbagliare, di fallire nel ruolo che la società aveva scelto per loro. Simoni racconta le mille sfaccettature dell’essere donne e madri.

Marcello Simoni riesce nell’intento di trasportare il lettore tra i personaggi, i luoghi, le atmosfere della storia che racconta. Il Medioevo napoletano fa da sfondo a delitti orribili, false amicizie, intrighi, amori e tradimenti. La fervida immaginazione dell’autore ci conduce in un vortice d’avventura e in un castello pieno d’incanto.  Lo stesso incanto che si prova guardando un falco volare nel cielo e nel percepire quel filo invisibile che lega falconi e falconieri. Benvenuti nell’anima nera del Medioevo.

martedì 21 giugno 2022

RECENSIONE | "Sarò breve" di Francesco Muzzopappa

“Sarò breve”, pubblicato da Fazi Editore, è il nuovo romanzo di Francesco Muzzopappa, un autore molto amato dai suoi lettori che torna in libreria con una storia originale: un testamento in forma di commedia dallo spirito dissacrante e tutto da ridere.


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
Sarò breve
Francesco Muzzopappa

Editore: Fazi
Pagine: 184
Prezzo: € 17,00
Sinossi

Ennio Rovere fa testamento. Ha impiegato l’intera esistenza per costruire un sogno e ci è riuscito mettendo su un mobilificio di successo che porta il suo nome in Brianza. Si è fatto da solo, ha avuto fortuna, anche se la sua vita non sempre è stata facile. Ha avuto amori più o meno fortunati, mogli più o meno fedeli, figli più o meno litigiosi, collaboratori più o meno capaci. Con il testamento, però, ha l’occasione di rimettere tutti a posto: dalla prima moglie all’esuberante donna di servizio, dal figlio minore allo zelantissimo autista, dal dentista al cane devoto. Mai come adesso, si sente libero di parlare e dire finalmente la sua. Con la scusa di distribuire in maniera equa il suo patrimonio, il protagonista di questo libro ripercorrerà per iscritto la propria esistenza, intrecciando dinamiche familiari e lavorative, premiando quanti davvero hanno meritato il suo affetto e punendo senza pietà tutti gli altri, senza risparmiarsi neppure nel giudizio. Ormai, questo è chiaro, non ha più nulla da perdere.


A quanto pare sono morto.

Se state leggendo queste righe, infatti, è probabile che la mia anima sia già in volo tra i satelliti, al di là della stratosfera. Prima o poi doveva succedere: dall’altro canto, sulla mia ultima torta di compleanno c’erano candele a sufficienza da illuminare a giorno una pista d’atterraggio. Il passo successivo doveva essere per forza il decollo.

Ennio Rovere fa testamento. Ha impiegato l’intera esistenza per realizzare un sogno e ci è riuscito mettendo su un mobilificio di successo che porta il suo nome in Brianza. Si è fatto da solo, tra alti e bassi, la sua vita non sempre è stata facile. Ha avuto amori più o meno fortunati, mogli più o meno fedeli, figli più o meno litigiosi, collaboratori più o meno capaci. Con il testamento, però, ha l’occasione di rimettere tutti a posto: dalla prima moglie all’esuberante donna di servizio, dal figlio minore allo zelantissimo autista, dal dentista al cane devoto. Mai come adesso, si sente libero di parlare e dire finalmente la sua. Con la scusa di distribuire in maniera equa il suo patrimonio, Ennio ripercorrerà per iscritto la propria esistenza, intrecciando dinamiche familiari e lavorative, premiando quanti hanno davvero meritato il suo affetto e punendo senza pietà tutti gli altri, senza risparmiarsi neppure nel giudizio. Ormai non ha più nulla da perdere.

Prima di passare alla divisione vera e propria, è bene cominciare dalle mie origini. Dalla Basilicata. La mia era una famiglia povera. Non avevamo la doccia, non avevamo il bidet, non avevamo la radio e nemmeno quello che negli anni si è rivelato il mio elettrodomestico preferito: il frigorifero, che da noi non arrivò mai. Altro che boom degli anni Cinquanta. A noi, in casa, ci esplodeva solo la fame.

Il protagonista, Ennio Rovere, è un morto che parla finalmente libero di dire quello che pensa. Attraverso il suo testamento racconta frammenti della sua vita e trasforma ogni pagina in una riflessione sincera e divertente sul suo mondo famigliare.

Se ben ricordi, il divorzio e la crisi della mia azienda mi avevano ridotto come un petto di pollo in un forno a microonde: ben cotto fuori e rovente dentro.

L’autore intrattiene il lettore tratteggiando il ritratto di personaggi che interpretano la società di oggi. Non leggerete polemiche ma un frizzante resoconto di una vita che mette in scena le debolezze della nostra società. Noi uomini siamo fatti di gioie e di dolori, di vittorie e sconfitte.

Io sono stato uno stuntman della vita: ho rischiato, ho avuto successo, ho vissuto sull’orlo del baratro, ho perso amore e denaro, ho ritrovato amore e fortuna, ho avuto tutto e ho avuto niente.

“Sarò breve” è un testamento non convenzionale, un vero page-turner che scandaglia, con ironia e riflessione, la vita del protagonista facendo leva sulle sue contraddizioni, i suoi amori, le sue scelte che danno alla narrazione del sé, un sapore nuovo. È il racconto di un uomo che celebra la vita di tutti. È una raccolta di ombre e luci sulla evoluzione della sua famiglia allargata, è il coraggio di riprendere in mano i sogni e realizzarli, è la forza di procedere tra gioie e dolori perché la vita non è mai un percorso senza ostacoli. Il risvolto più coinvolgente e autentico del testamento è, per me, il lascito morale che si trasforma in un’opportunità di futuro, a un incoraggiamento a sognare e a credere fino in fondo di poter realizzare ciò che desideriamo senza mollare mai. Il protagonista raccomanda, ai suoi amati, di eliminare quelle situazioni pesanti o inutili, di lasciar perdere le migliaia di sciocchezze su cui sprecano le loro energie per vivere con impegno e responsabilità pur sapendo che tutto potrebbe svanire in un soffio. Queste sono preziose riflessioni per tutti noi per vivere con maggior consapevolezza, migliorando la qualità dei nostri rapporti umani.

“Sarò breve” è un romanzo godibilissimo, divertente e arguto in cui Muzzopappa tratteggia un microcosmo potente, allegro e doloroso. Con uno stile agile e ironico, usando le parole necessarie senza perdersi in voli pindarici, l’autore ha la capacità di farci ridere anche se la morte ridere non fa. L’umorismo nasce dall’osservazione della realtà, dalla fragilità dell’uomo, dalle ossessioni che contagiano il nostro tempo e inquinano le nostre vite. Con un sorriso e una lacrima piccina, è bene ricordare che la morte non è un addio ma un arrivederci celato nel cuore di chi abbiamo amato, di chi ha condiviso con noi un tratto della nostra vita.

Fare testamento è un ultimo abbraccio per coloro che restano. William Hodding Carter II scriveva:

Ci sono due cose durature che possiamo lasciare in eredità ai nostri figli: le radici e le ali.

venerdì 10 giugno 2022

BLOGTOUR | "Una giornata cominciata male" di Michele Navarra | I 5 motivi per leggere il romanzo

Dopo “Solo Dio è innocente” e “La tana del serpente”, Michele Navarra, avvocato penalista dal 1992, tornerà in libreria il 14 giugno con “Una giornata cominciata male”, un legal thriller che vi conquisterà. Tutti i romanzi di Navarra sono pubblicati da Fazi nella collana Darkside.

Anche questo romanzo, come i precedenti, ha come protagonista l’avvocato Alessandro Gordiani, penalista coscienzioso che si divide tra le pesanti responsabilità della professione e la sua indole ironica e scherzosa. Ora vi spiego perché dovete leggere “Una giornata cominciata male”.




Una giornata cominciata male
Michele Navarra

Editore: Fazi
Pagine: 316
Prezzo: € 17,00
Sinossi
Durante una sera d’agosto sferzata da un nubifragio estivo, l’imprenditore romano Federico Santini guida a tutta velocità verso l’Argentario per raggiungere Claudia, la sua ultima conquista, mentre rimugina sull’ennesima questione legale in cui lo sta trascinando la sua ex moglie. Tra distrazione ed eccesso di velocità, l’auto di Santini travolge un ciclista. Non sembra esserci nessuno nei paraggi, e l’uomo, incurante dell’accaduto, riprende la sua corsa.
Nel giro di pochi giorni, però, tutto precipita. La mattina di Ferragosto, Santini si risveglia con la mente confusa e la memoria offuscata in un luogo che non conosce. Non riesce a ricordare nulla della notte precedente e, mentre decide di cercare Claudia nella speranza di scoprire cos’è accaduto, si trova invischiato nelle indagini su un terribile omicidio. Sarà l’avvocato Gordiani ad accettare di aiutare Santini, provando a districare la matassa e a ricostruire i fatti avvenuti a Ferragosto. Insieme alla sua abile quanto affascinante collaboratrice, l’avvocato trascorrerà le calde giornate d’estate tra Roma e l’Argentario, tra yacht ormeggiati nei porticcioli e suggestivi scorci del paesaggio toscano, cercando di farsi strada verso la verità e, possibilmente, verso la giustizia.



I 5 motivi per leggere il romanzo

1. Perché la trama coinvolge e diventa specchio della nostra società. Durante una sera d’agosto sferzata da un nubifragio estivo, l’imprenditore romano Federico Santini guida a tutta velocità verso l’Argentario per raggiungere Claudia, la sua ultima conquista, mentre rimugina sull’ennesima questione legale in cui lo sta trascinando la sua ex moglie. Tra distrazione ed eccesso di velocità, l’auto di Santini travolge un ciclista. Non sembra esserci nessuno nei paraggi e l’uomo, incurante dell’accaduto, riprende la sua corsa. Alcuni giorni dopo, la mattina di Ferragosto, Santini si risveglia con la mente confusa e la memoria offuscata in un luogo che non conosce. Non riesce a ricordare nulla della notte precedente e, mentre cerca di contattare Claudia nella speranza di scoprire cos’è accaduto, si trova coinvolto nelle indagini su un terribile omicidio. Sarà l’avvocato Gordiani ad accettare di aiutare Santini, provando a districare la matassa e a ricostruire i fatti avvenuti a Ferragosto. Insieme alla sua abile quanto affascinante collaboratrice, l’avvocato trascorrerà le calde giornate d’estate tra Roma e l’Argentario, tra yacht ormeggiati nei porticcioli e suggestivi scorci del paesaggio toscano, cercando di farsi strada verso la verità e, possibilmente, verso la giustizia.

2. Perché inizialmente tutto appare incomprensibile e l’amnesia del sospetto omicida, complica ancor di più ogni cosa. Le ipotesi, i dubbi e le incertezze si moltiplicano celando la sorprendente verità. È un gioco di specchi costruito magistralmente che indaga il lato oscuro dell’animo umano. Crimini e corruzioni, segreti e bugie, il labile confine che separa il lecito dall’illecito, i legami familiari. La ricerca della giustizia sono elementi che creano il prolifico substrato del narrare arricchito da tematiche sociali sempre attuali. Chì infrange la legge verrà punito anche se la farraginosa e imperfetta macchina della giustizia può riservare delle sorprese. Infatti  può succedere che la verità processuale e quella reale non sempre coincidono. La legge è fatta dagli uomini ed è imperfetta.

“La giustizia in realtà non esiste, esiste solo la sua ombra furtiva, di cui spesso dobbiamo accontentarci.”

3. Perché Michele Navarra ha creato un personaggio letterario, l’avvocato  Alessandro Gordiani, con una propria visione di ciò che è giusto e di ciò che non lo è. Gordiani, penalista romano, è un uomo con dubbi e paure. Teme di essere inadeguato per il suo lavoro, ha molte incertezze e prova a dare sempre il massimo per non deludere le aspettative di chi si affida a lui. Legge e giustizia, lo sa bene Gordiani, non combaciano quasi mai. Applicare correttamente la legge non sempre vuol dire far trionfare la giustizia. L’avvocato difensore, Gordiani in primis, vorrebbe esser sicuro di difendere un innocente. A volte accade, come in questo romanzo, che il sospettato taccia su vari particolari temendo di sembrare ancor più colpevole. Alla fine non ci saranno veri e propri vincitori perché non sempre è possibile separare nettamente i buoni dai cattivi. Quando si commette un crimine, qualunque sia la sentenza, si è tutti un po’ perdenti. L’avvocato Gordiani non è un eroe, vuol far bene il proprio lavoro, ha coraggio e intraprendenza e molti dubbi ma è un protagonista vincente.

4. Perché Michele Navarra racconta, con una prosa intrigante e scorrevole, gli elementi e i protagonisti del processo penale italiano senza mai rinunciare a una irresistibile dose di ironia. Per me è davvero un piacere leggere i suoi romanzi perché trovo le storie narrate affascinanti. Ogni caso non è mai solo bianco o solo nero, ma presenta varie sfumature. Questa ambiguità, in cui la storia evolve, è basilare per generi letterari come il legal thriller dove, a ben vedere, nessuno è del tutto innocente.

5. Perché è interessante conoscere il mondo che ruota attorno alla figura dell’avvocato Gordiani. Un mondo fatto di crimini e indagini, verità celate e omicidi, processi e pentimenti. Il tutto è reso con molto realismo ed esattezza giuridica. Ogni romanzo è una partita a scacchi tra Gordiani e i suoi antagonisti. L’autore modella le storie prendendo spunto da casi reali e li trasforma, attraverso la fantasia, in romanzi giudiziari ben scritti e coinvolgenti. I crimini narrati catturano il lettore con il loro fascino perverso e Navarra non risolve solo l’enigma individuale, ma cerca di comprenderlo. Tra le righe, i più attenti, scopriranno riflessioni sulla condizione umana sia negli aspetti positivi che in quelli negativi.

L’avventura, disseminata in lungo e largo nei fatti di cronaca e nelle aule di giustizia, tende a riportare l’ordine spezzato dal crimine. Con coraggio si combatte contro il male pur sapendo che la sconfitta è sempre possibile. Qualche volta la verità non si saprà mai, Gordiani sicuramente non si arrende e noi con lui.

“Una giornata cominciata male” è una lettura scorrevole, intrigante e appassionante. Perfetta nel caldo torrido dell’estate che si avvicina.



martedì 7 giugno 2022

RECENSIONE | "Storia del figlio" di Marie-Hélène Lafon

“Storia del figlio”(Fazi nella collana Le strade) di Marie-Hélène Lafon, grande scrittrice francese, arriva per la prima volta nelle librerie italiane. Il romanzo, vincitore del prestigioso premio Renaudot, è stato accolto con entusiasmo dai lettori e dalla critica. In Francia è diventato un caso editoriale da 200.000 copie vendute. In dodici capitoli, ogni capitolo una data, la scrittrice narra una saga familiare che si dipana nell’arco del 20° secolo e conduce il lettore in un viaggio tra generazioni. Marie-Hélène Lafon tratteggia, con eleganza e sensibilità, la verità di una famiglia percorrendo le sue pieghe più profonde, i meandri di esistenze, frammenti di vite relegati in un album di famiglia.

STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 8
Storia del figlio
Marie-Hélène Lafon

Editore: Fazi
Pagine: 160
Prezzo: € 17,00
Sinossi

Il figlio è André. La madre, Gabrielle. Il padre è sconosciuto. André viene cresciuto da Hélène, la sorella di Gabrielle, e suo marito: coccolatissimo, unico maschio fra le cugine, ogni estate ritrova “la madre”, misteriosa signora che ha scelto di vivere a Parigi e torna a trascorrere le vacanze in famiglia. Questo è solo l’inizio della storia, o meglio è una parte, perché le vicende narrate in Storia del figlio coprono un arco lungo cent’anni, raccontando il prima e il dopo, indagando sui molti perché, spostando di volta in volta la lente su un personaggio e su un momento diverso: due bambini gemelli di Chanterelle a inizio Novecento, un irrequieto collegiale che conosce i primi turbamenti erotici, una donna sola in un appartamento parigino, un partigiano in cerca di suo padre e molti altri ancora. A mettere insieme tutti i pezzi, in questa saga familiare costruita come un mosaico, è la magistrale penna di Marie-Hélène Lafon che, con eleganza, delicatezza e sensibilità, racconta la verità di una famiglia nelle sue pieghe più profonde, quelle che scavano i solchi della vita.


È partita. Sua madre è partita, il treno l’ha portata via. Lui, André, preferisce che lei non sia più lì, ma sente che non è una cosa da dirsi, né da far capire, anche se a Hélène non si può nascondere nulla. André non può nascondere nulla a Hélène, lei gli attraversa la pelle con lo sguardo, vede dentro le sue ossa, tra le pieghe aggrovigliate del suo cervello. Hélène vede, ma non rimprovera, non giudica, non aggrotta le sopracciglia, non alza la voce, non stringe le labbra. Lei bacia, tiene in grembo, non dice molte parole.

Il figlio è André. La madre, Gabrielle. Il padre è sconosciuto. André viene cresciuto da Hélène, la sorella di Gabrielle, e suo marito: coccolatissimo, unico maschio fra le cugine, ogni estate ritrova “la madre”, misteriosa signora che ha scelto di vivere a Parigi e torna a trascorrere le vacanze in famiglia. Inizia così “Storia del figlio”, ma le vicende narrate coprono un arco lungo cent’anni, raccontando il prima e il dopo, indagando sui molti perché, presentando di volta in volta un personaggio e un momento diverso: due bambini gemelli di Chanterelle a inizio Novecento, un irrequieto collegio, una donna sola in un appartamento parigino, un partigiano in cerca di suo padre e molti altri ancora. La scrittrice mette insieme i pezzi di questo mosaico familiare e procede con delicatezza e decisione tra bugie e contraddizioni dalle quali nascono assenze profonde, silenzi e tragedie, legami rarefatti e carezze trattenute. Al centro del romanzo si eleva, schiva e mutevole, la ricerca di un padre, la ricerca delle proprie radici, della propria identità. 

Immergersi nella lettura di “Storia del figlio” è come toccare con mano una serie di immagini e situazioni che dialogano con il passato e il presente. Frammenti di ricordi si rincorrono in una voragine che nulla concede al rapporto tra un genitore e un figlio. Le fragilità umane si perdono nell’eco dei ricordi e delle scoperte che sembrano programmate da un destino che concede, con molta parsimonia, cruciali informazioni per scoprire il nome di un padre fantasma. 

“Storia del figlio” è una girandola di eventi, un lieve e carezzevole vento di ombre popolano le pagine del romanzo. A fare da sfondo agli eventi sono presenti delle riflessioni che nascono dai pensieri di André, dalle carezze di Hélène, dai misteri di 

Gabrielle. Si riflette su cosa vuol dire essere figlio, si è sempre il figlio di qualcuno ma, nel caso di André lui è figlio di un genitore che non conosce o di chi l’ha cresciuto? L’assenza di un padre e di una madre può essere colmata con le parole che spazzano via il silenzio di una vita? Attorno ad André c’è un disordine di speranze, tregue, misteri. Un caos che perdura per più generazioni con cose non dette e persone che, pur non essendoci più, hanno lasciato un segno nella vita dei protagonisti. André è alla ricerca delle sue origini: una madre che non voleva o non sapeva fare la madre, un padre sconosciuto che forse neanche sapeva della sua esistenza. Gabrielle è un personaggio enigmatico, impenetrabile che ha vissuto una storia d’amore di cui conosceremo solo alcuni frammenti. È una donna solitaria che condivide con il figlio solo poche settimane in estate e una settimana a Natale. Compare e svanisce nel volger di un tempo breve, vive nella sua solitudine e non c’è una spiegazione per tutto ciò. Non parla mai del padre di André e rivelerà ogni cosa solo il giorno del matrimonio del figlio. Ancora una volta, però, non parlerà con lui ma rivelerà ogni cosa a Juliette sposa di André. 
Tua madre ieri mi ha detto di tuo padre.
È il suo lascito, un testamento rivelatore di un segreto sempre custodito e mai svelato, con cui André e Juliette dovranno convivere. Ora il fantasma del padre ha un’identità, una professione, un indirizzo. Diventa tutto più facile? No, assolutamente no! André non è più un figlio sconosciuto di un padre sconosciuto. Ora che anche lui sta per diventare padre, affronterà quel fantasma per colmare la sua mancanza? Una madre a intermittenza e un padre fantasma, questa è la famiglia di André ma aveva avuto Hélène, Léon, le cugine, la casa e un giardino. Aveva vissuto la sua vita di uomo protetto dalla famiglia che l’aveva cresciuto e per loro era stato il regalo più bello. Gabrielle era la parigina estrosa e spensierata che portava regali a tutti e si dava arie da gran dama. Spesso la vita di una persona non è proprio come l’immaginiamo. Con gli anni André scoprirà una versione diversa della storia ma ormai non è più così importante. André troverà il suo posto nel mondo con buona pace dei ricordi e del cuore. 

Con penna raffinata, Marie-Hélène Lafon, incanta fin dal primo capitolo. Con una narrazione acrobata sul filo del tempo, rivela le paure e i desideri dei protagonisti che vogliono scoprire la verità ma ne hanno timore. Prepotenti salgono sul palcoscenico della vita la giovinezza, i sogni, l’amore, la famiglia. Siamo tutti acrobati nella vita, non abbiamo una rete di protezione e facciamo del nostro meglio: viviamo sul serio. 

La vita è un’opera di teatro che non ha prove iniziali. Quindi, canta, ridi, balla, ama, piangi e vivi intensamente ogni momento della tua vita prima che cali il sipario e l’opera finisca senza applausi. (Charlie Chaplin)

giovedì 19 maggio 2022

RECENSIONE | "La ninfa costante" di Margaret Kennedy

Margaret Kennedy, grande autrice del Novecento inglese ingiustamente dimenticata, torna nelle librerie italiane con “La ninfa costante” (pubblicato da Fazi), il suo capolavoro. All’epoca dell’uscita nel 1924 il romanzo ebbe un successo da un milione di copie vendute e venne pubblicato in quindici paesi e conobbe una serie di fortunati adattamenti teatrali e cinematografici. 

Romanzo drammatico-sentimentale, narra le difficoltà che attendono i figli di un musicista inglese dopo la sua morte. L’ambiente bohémien in cui hanno vissuto ha dato loro una scarsa educazione, limitata solo al campo musicale.

STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 8
La ninfa costante
Margaret Kennedy

Editore: Fazi
Pagine: 358
Prezzo: € 18,50
Sinossi

Il compositore Albert Sanger vive in un cottage sulle Alpi austriache con la sua numerosa famiglia: il cosiddetto Circo Sanger, composto da lui, sua moglie – la terza – e sette figli, tra i quali spicca la scaltra quattordicenne Teresa, da sempre innamorata di uno degli amici del padre, Lewis Dodd. Presso l’allegra compagine trovano regolare ospitalità artisti e musicisti provenienti da tutta Europa, in una festa continua. Quando la morte di Sanger interrompe bruscamente l’idillio alpino, la famiglia della sua seconda moglie decide di intervenire in favore della prole rimasta orfana. Fa così il suo ingresso sulla scena la cugina Florence Churchill, per la quale l’incontro con Dodd è fatale: i due si innamorano all’istante, decidono di sposarsi e di tornare in Inghilterra portando con loro i piccoli Sanger. Ma alla prova del rientro nella civiltà, la loro intesa si incrina molto velocemente: l’impatto con la società inglese e il suo conformismo per lui è troppo. L’impossibilità di una conciliazione tra ordine e sregolatezza appare tanto evidente quanto allettante è l’idea di una fuga.



Non ho mai visto ragazzi altrettanto sfacciati, maleducati e disobbedienti. Non è colpa loro, chiaro, ma il linguaggio che usano è scandaloso! E quale senso morale possono avere essendo cresciuti in un luogo come questo? Credimi, in fin dei conti non so se abbia senso scaricarli in scuole rispettabili. 

 Il compositore Albert Sanger vive in uno chalet sulle Alpi austriache con la sua numerosa famiglia: il cosiddetto Circo Sanger, composto da lui, sua moglie – la terza – e sette figli, tra i quali spicca la scaltra quattordicenne Teresa, da sempre innamorata di uno degli amici del padre, Lewis Dodd. Presso l’allegra compagine trovano regolare ospitalità artisti e musicisti provenienti da tutta Europa, in una festa continua. Quando la morte di Sanger interrompe bruscamente l’idillio alpino, la famiglia della sua seconda moglie decide di intervenire in favore della prole rimasta orfana. Così giunge allo chalet la cugina Florence Churchill, per la quale l’incontro con Dodd è fatale. I due si innamorano all’istante, decidono di sposarsi e di tornare in Inghilterra portando con loro i piccoli Sanger. Il matrimonio, però, si incrina velocemente: l’impatto con la società inglese e il suo conformismo per Dodd è troppo.  Passare dalla libertà dei paesaggi montani alla società londinese dominata dalla tradizione è un salto nel buio. L’impossibilità di una conciliazione tra ordine e sregolatezza appare tanto evidente quanto allettante è l’idea di una fuga. Quando, insoddisfatte della loro nuova esistenza, Tessa e sua sorella scappano dal loro istituto, le cose si complicano ulteriormente. 

“La ninfa costante” è una lettura davvero piacevole che narra dell’eterno conflitto tra anarchia bohémienne e rispettabilità borghese. Tra le righe appare anche un triangolo amoroso i cui vertici sono Florence, Dodd e Tessa. 

Teresa, Tessa per gli amici, è la ninfa dal cuore fedele del titolo. Ama da sempre Dodd, nonostante la differenza di età. Mentre Florence rappresenta l’immobilità, Tessa è un puro concentrato di libertà e non può essere rinchiusa in un collegio. 

Teresa possedeva una particolare commistione di innocenza e scaltrezza, un modo di parlare infantile e acuto al tempo stesso e disponeva di un vocabolario un po’ antiquato, semi letterario, e intonazioni prese in prestito da altre lingue. Tutto ciò era molto piacevole e rinfrescante, dopo tutto il provincialismo erudito che gli era toccato sopportare. In lei scorgeva ignoranza, immaturità e una sconfinata, primitiva passione.

Il matrimonio tra Lewis e Florence non è un successo a causa di aspettative irrealistiche e conseguenti frustrazioni per entrambi. Lewis si sente imprigionato dalle convenzioni della società londinese, Florence trova Lewis piuttosto impegnativo come marito ed è attratta dalla passione e dal talento del marito per la musica. Tra loro Tessa e il suo amore per Lewis, amore che rappresenta la realizzazione del suo destino. 

Florence aveva compreso che in Lewis c’era un nucleo duro come la pietra e freddo come il ghiaccio; quell’uomo non era un tenero amante ma un estraneo.

Dal canto suo Lewis considerava Tessa innocente, sincera e vulnerabile, insicura e sapeva in cuor suo di amare la sua giovane amica ma era deciso a sposare Florence. 
Giurò a se stesso che non l’avrebbe mai fatta soffrire, e nello stesso tempo seppe che inevitabilmente sarebbe accaduto. L’avrebbe sposata e sarebbe stato sempre gentile con lei. Di meglio non poteva fare.
 
L’epilogo della storia lascio a voi scoprirlo, sappiate che Florence, accortasi del rapporto speciale tra Tessa e il marito, si consuma dalla gelosia. 

“La ninfa costante” è un romanzo in cui prende forma un dramma psicologico narrato con mano sicura dall’autrice. C’è una diffusa, seppur in ombra, innocenza con cui vengono espressi i sentimenti più profondi e personali, gli amori inutilmente inseguiti, le perdute occasioni. Io ho molto apprezzato le sfumature tra narrativa e psicologia. 

Non amo che le rose che non colsi. Non amo che le cose che potevano essere e non sono state.
Così scriveva il poeta Guido Gozzano a testimonianza di un attimo non vissuto, di un’occasione rimpianta, di un destino che ci rende prigionieri della brevità del tempo. Tra realtà e sogno procediamo nel cammino della nostra vita e volgendo lo sguardo al passato possiamo vedere Tessa che si allontana, ancella di un destino già scritto.

mercoledì 18 maggio 2022

RECENSIONE | "L'eroe di Atene. La saga di Teseo" di Andrea Frediani [Review Party]

“L’eroe di Atene. La saga di Teseo” è il nuovo romanzo di Andrea Frediani pubblicato da Newton Compton Editori. Presente nelle librerie a partire dal 12 maggio 2022, il romanzo è ambientato in una lontanissima epoca, appena prima della guerra di Troia, e narra le vicende di uno dei più grandi eroi di tutti i tempi che sono destinate a diventare leggenda.

STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
L'eroe di Atene. La saga di Teseo
Andrea Frediani

Editore: Newton Compton
Pagine: 384
Prezzo: € 9,90
Sinossi

Convinto di essere il figlio di Poseidone e destinato a grandi imprese, Teseo cresce con l’ambizione di emulare Eracle, il leggendario eroe celebrato da tutti. Quando apprende la verità, rifiuta di condurre un’esistenza ordinaria, per intraprenderne una piena di insidie ma in grado di condurlo comunque alla gloria. E così si mette in viaggio verso Atene, dove intende reclamare il trono. Ma la città attraversa una profonda crisi: è falcidiata dalle guerre civili, e prostrata da un re troppo debole per opporsi a Minosse, il potente sovrano di Creta, che esige tributi impossibili dall’alto del suo scranno nel magnifico palazzo di Cnosso. Le imprese di Teseo lo porteranno ad affrontare terribili mostri, attraversare luoghi pericolosi, a contatto con i centauri, le amazzoni e lo stesso Eracle, a sventare inganni e tradimenti e amare donne splendide e spietate, che faciliteranno o intralceranno il suo cammino. In una lontanissima epoca, appena prima della guerra di Troia, le vicende di uno dei più grandi eroi di tutti i tempi sono destinate a diventare leggenda.


Teseo non era il figlio di un dio, e quando l’aveva saputo la delusione era stata immensa; il solo modo per compensarla e per costruirsi un destino degno dell’illusione che aveva vissuto fino ad allora, era diventare un re temuto e invidiato da tutti per la prosperità e la potenza del suo regno.

Convinto di essere il figlio di Poseidone e destinato a grandi imprese, Teseo cresce con l’ambizione di emulare Eracle, il leggendario eroe celebrato da tutti. Quando apprende la verità, rifiuta di condurre un’esistenza ordinaria, per intraprenderne una piena di insidie ma in grado di condurlo comunque alla gloria. E così si mette in viaggio verso Atene, dove intende reclamare il trono. Ma la città attraversa una profonda crisi: è falcidiata dalle guerre civili e prostrata da un re troppo debole per opporsi a Minosse, il potente sovrano di Creta, che esige tributi impossibili dall’alto del suo scranno nel magnifico palazzo di Cnosso. Le imprese di Teseo lo porteranno ad affrontare terribili mostri, attraversare luoghi pericolosi, a contatto con i centauri, le amazzoni e lo stesso Eracle, a sventare inganni e tradimenti e amare donne splendide e spietate, che faciliteranno o intralceranno il suo cammino. 

Tenendo fede alla ricostruzione storica, Andrea Frediani guida il lettore a fare la conoscenza di Teseo, figlio di Egeo, re di Atene, e di Etra, figlia del re Pitteo. Le prime pagine del romanzo ci mostrano il mitico eroe dell’Attica, giovanissimo ma già fermamente deciso a realizzare le sue grandi ambizioni. Quando Etra rimase incinta, Egeo decise di tornare ad Atene ma, prima di partire, seppellì un suo sandalo e la sua spada sotto un’enorme roccia dicendole che, quando il loro figlio fosse cresciuto, avrebbe dovuto spostare la roccia con le sue forze e prendere le armi per dimostrare la sua discendenza reale. Ad Atene Egeo sposò Medea che lo rese padre del maschio Medo. 

Teseo, crebbe così a Trezene con la madre. Una volta cresciuto e diventato un giovane forte e coraggioso, spostò la roccia e recuperò le armi del padre. Con la sicurezza e l’ambizione della gioventù, Teseo si reca ad Atene. Lungo il cammino il giovane, deciso a compiere delle prodezze per guadagnarsi una fama come quella di Eracle, affronta e uccide il brigante Perifete che con la clava ricoperta di bronzo, bastonava a morte le sue vittime prima di derubarle. Inizia così una serie di avventure che si susseguono l’una dopo l’altra. Dopo Perifete,Teseo ucciderà il brigante Sinide che legava i piedi della sue vittime alle cime di due alberi di pino che aveva piegato e fissato a terra. Poi lasciava tornare gli alberi alla loro posizione originale e i poveretti finivano squartati. Poi è la volta della scrofa di Crommione, del brigante Scirone e di Cercione. Tutti vengono uccisi da Teseo che riservava loro le stesse torture impartite alle loro vittime. Capitolo dopo capitolo è interessante leggere di queste prove che Teseo affronta durante il suo viaggio verso Atene. Arrivato al palazzo reale del padre, Medea lo riconosce subito come figlio di Egeo e tenta di eliminarlo chiedendogli di catturare il Toro di Maratona. Teseo riesce nell’impresa e la regina Medea tenta di avvelenarlo ma Egeo lo riconosce dal sandalo e dalla spada, lo salva e lo accoglie come figlio suo ed erede al trono di Atene. Che storia avvincente! Tuttavia la pace e la tranquillità non fanno per Teseo che dovrà affrontare il Minotauro entrando nel Labirinto per uccidere il mostro con l’aiuto di Arianna, la figlia di Minosse re di Creta.

Tra le clausole del trattato di dipendenza da Minosse, ce n’è una che prevede che ogni anno, per nove anni, Atene mandi a Creta sette giovinetti e sette giovinette dell’aristocrazia. Si dice che diventino cibo per il Minotauro.

Uscito vincitore dal Labirinto, seguendo il filo di Arianna, Teseo torna ad Atene, diventa re e sposa la sorella della regina delle Amazzoni, Antiope. Hanno un figlio, Ippolito, noto per il tragico amore concepito per lui dalla seconda moglie di Teseo, Fedra. Se ciò che avete letto vi sembra già tanto, sappiate che le avventure di Teseo, personaggio della mitologia greca, continuano. Egli, diventato re di Atene, getta le basi per il futuro potere della celebre polis democratica. 

Teseo è un modello di coraggio, rappresenta l’eroe intrepido ma anche il re saggio e democratico ma ha, a volte, dei comportamenti che mettono in ombra le sue doti di moralità. Rapisce Elena bambina, abbandona l’ingenua Arianna a Nasso, maledice il figlio Ippolito. Mi piace mettere in discussione la perfezione degli eroi perché, in realtà, sono solo uomini imperfetti. Teseo affronta il pericolo per il puro gusto di farlo, vuole eguagliare le imprese di Eracle, non si arrende davanti ai mostri ma appare in fuga dalle emozioni. Instancabile seduttore di donne da cui sempre fuggiva dopo aver fatto loro delle promesse che si rivelavano inganni. Teseo non mostra rispetto per il dolore e le emozioni umane. La forza diventa un mezzo per aiutare gli altri ma dietro alla volontà di potenza si nasconde sempre il timore della morte. 

Teseo si mostra nel triplice ruolo di condottiero eroe e re ma, infondo, anche la sua esistenza è un labirinto ed egli cerca in vano il varco d’uscita e la salvezza. Nel frattempo le sue identità si moltiplicano e ha sempre bisogno di qualcuno che lo faccia sentire meno solo ma non conosce la felicità.

Lui, alla fine, era un essere umano, con le stesse ambizioni di un dio ma con le pulsioni di un uomo comune.

Teseo è sempre a caccia di una nuova impresa da realizzare per superare la fama di Eracle. Vuol essere un eroe adorato da tutti e invece riesce a farsi odiare da tutti. Dalle mogli, dal figlio, dai suoi collaboratori, dagli ateniesi stessi che sembrano non apprezzare il suo operato per rendere prospero il regno. Teseo deve affrontare i suoi demoni e le sue responsabilità. È solo un uomo e gli uomini, si sa, sono imperfetti. 

 “L’eroe di Atene” è un’avventura dal fascino millenario, una storia frammento di un mito che racchiude imprese pericolose e affascinanti, intriganti e inquietanti, e tiene il lettore col fiato sospeso. Leggere questo romanzo è come vivere in prima persone “le fatiche” di Teseo sommando il dinamismo degli eventi all’approfondimento della psicologia di Teseo che ha pulsioni umane come invidia, passione, vendetta, senso di giustizia. La fine del romanzo giunge improvvisa ed è una conferma di una grande verità. 

C’era una volta Teseo intrappolato, come tutti noi, nel labirinto della propria esistenza. Procedeva a tentoni cercando la via d’uscita. Non c’erano regole, i bivi si moltiplicavano, gli ostacoli erano ovunque. Purtroppo l’uscita era forse peggiore del labirinto stesso, ma questo Teseo lo sapeva già.



venerdì 13 maggio 2022

RECENSIONE | "Paese infinito" di Patricia Engel

Arriva in libreria “Paese infinito”, pubblicato da Fazi nella collana Le strade, di Patricia Engel, una delle voci emergenti più interessanti dell’America contemporanea, che racconta la storia di una famiglia disposta a pagare un prezzo molto alto per una vita migliore. Vincitore del New american Voices Award 2021, finalista per l’Andrew Carnegie Medal 2022 e al primo posto nella classifica dei dieci libri dell’anno di Entertainment Weekly, questo romanzo è un grido di dolore di una famiglia colombiana intrappolata tra l’amore per la propria patria e la ricerca di un futuro migliore.

STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 7
Paese Infinito
Patricia Engel

Editore: Fazi
Pagine: 222
Prezzo: € 18,50
Sinossi

Dopo aver impulsivamente commesso un atto violento, Talia viene mandata in un riformatorio per adolescenti sulle montagne del dipartimento di Santander. Deve riuscire a tutti i costi a scappare da lì, per tornare a casa, a Bogotá, dove l’aspettano suo padre e un biglietto aereo per gli Stati Uniti. Se perde il volo, potrebbe anche perdere l’occasione di riunirsi finalmente con i suoi familiari. Come è arrivata la famiglia di Talia a dividersi in due? Vent’anni prima, gli adolescenti Mauro ed Elena si sono innamorati davanti a una bancarella del mercato in una Bogotá sull’orlo della guerra civile. Nella speranza di costruire una vita migliore, insieme alla loro primogenita Karina hanno lasciato il paese alla volta degli Stati Uniti, dove sono nati anche gli altri due figli, Nando e Talia, e dove hanno vissuto anni nell’ombra dell’irregolarità, da eterni esuli, rimpiangendo casa: «una nazione di amnesici, dove i narcotrafficanti diventano senatori e i senatori narcotrafficanti, gli assassini diventano presidenti e i presidenti assassini», ma pur sempre casa. Quando però Mauro, in seguito a una rissa, è stato deportato, tutto è andato in pezzi…



Mi chiedo spesso se stiamo vivendo la vita sbagliata nel paese sbagliato.

Dopo aver impulsivamente commesso un atto violento, Talia è detenuta in una struttura correttiva per adolescenti sulle montagne boscose del dipartimento di Santander, in Colombia. Deve riuscire a tutti i costi a scappare da lì, per tornare a casa, a Bogotà, dove l’aspettano suo padre e un biglietto aereo per gli Stati Uniti. Se perde il volo, potrebbe anche perdere l’occasione di riunirsi finalmente con i suoi familiari. Come è giunta la famiglia di Talia a dividersi tra due Paesi diversi? Vent’anni prima, gli adolescenti Mauro ed Elena si sono innamorati davanti a una bancarella del mercato in una Bogotà sull’orlo di una guerra civile. Nella speranza di costruire una vita migliore, insieme alla loro primogenita Karina hanno deciso di lasciare il paese alla volta degli Stati Uniti, dove nasceranno altri due figli, Nando e Talia, e dove vivranno anni nell’ombra dell’irregolarità, da eterni esuli, rimpiangendo la Colombia: “una nazione di amnesici, dove i narcotrafficanti, gli assassini diventano presidenti e i presidenti assassini”, ma pur sempre casa. 

Quando però Mauro, in seguito a una rissa, è stato deportato, tutto è andato in pezzi. 

L’idealismo dei sogni e delle aspirazioni che si infrangono grazie alla ferocia di un mondo imperfetto è la traccia vitale di questo intenso romanzo. Attraverso la molteplicità delle voci scopriamo i pensieri più intimi dei protagonisti: il paese che accoglie non è perfetto, ha tanto da offrire ma ha anche dei difetti. Così può succedere che una famiglia venga divisa senza alcuna pietà. Mauro viene rimpatriato e tocca ad Elena occuparsi della famiglia. Nel panorama della diaspora della migrazione emerge il ruolo delle donne, la loro resilienza. 

Solo le donne sapevano quanta forza ci vuole per amare gli uomini durante la loro evoluzione verso la persona che pensano di dover essere.

L’intero romanzo è quasi un colloquio intimo tra i vari personaggi e il lettore che scopre il microcosmo di una famiglia di emigranti. Nell’ombra sopravvive la nostalgia per la loro terra e si scopre come si possono mantenere forti i legami senza liberarsi della propria identità a favore dell’assimilazione. Quindi sono tanti i problemi da affrontare quando si giunge in un nuovo paese. Da non sottovalutare è anche il danno psicologico che si verifica quando le famiglie vengono divise per ragioni politiche o economiche. È un dolore profondo che Mauro definisce “dolore particolare” e avvolge chiunque lasci un paese per sognarne un altro. 

Quando l’entusiasmo iniziale della vita in un nuovo paese inizia a scemare, subentra un dolore peculiare. Emigrare era come staccarsi di dosso la pelle. Come disfarsi. Ti svegli ogni mattina e ti dimentichi dove sei, chi sei, e quando il mondo di fuori ti mostra il tuo riflesso, è brutto e distorto; sei diventato una creatura disprezzata, indesiderata.

L’amore sembra l’unica panacea a tutti i mali. La separazione e le distanze vengono annullate dall’amore di Elena per i figli anche se una famiglia non dovrebbe mai essere costretta a separarsi. Invece le norme sull’immigrazione negli Stati Uniti hanno distrutto tanti nuclei famigliari con la politica di “tolleranza zero”. Nel romanzo, specchio di una realtà ancor oggi preoccupante, i pericoli di essere privi di documenti di residenza affliggono Elena, Mauro e Karina. Diventano vulnerabili a molte forme di abuso. Così il tempo erode il sogno americano da cui tanti immigrati sono attratti. Non esiste un paese più sicuro di un altro. Elena dovrà fare una scelta terribile non potendo garantire la sopravvivenza ai suoi tre figli, deciderà di rimandare in Colombia la figlia Talia, lei è nata negli Stati Uniti quindi è cittadina americana e potrà ritornare senza problemi. Tra la partenza e il rientro un oceano di dolore, solitudine, rimpianti e sensi di colpa. Mauro sarà in grado di occuparsi della piccola Talia? 

Scritto con uno stile asciutto ed elegante, “Paese infinito” è un romanzo doloroso e spietato che mette in luce le contraddizioni, le ipocrisie e le assurdità della nostra società. È un racconto duro sull’emigrazione, sulle leggi americane, sulla precarietà che gli immigrati, senza documenti, devono affrontare. La trama intessuta con i miti andini, la narrazione e l’immaginazione sono per Mauro una forza vitale, rende bene la determinazione dei suoi protagonisti in un vortice narrativo tra passato e presente che riflette la frammentazione della famiglia. 

È una lettura che squarcia il velo su come sia davvero essere immigrati al cospetto del grande sogno americano. Nel libro si rincorrono desideri, sogni, rimpianti, piccole vittorie e tante sfide in un paese come gli Stati Uniti da sempre luogo di sospirati trionfi che spesso si rivelano catastrofici bluff. Decidere di lasciare la propria terra non è facile, spesso chi si allontana dalle proprie radici prova sensi di colpa e numerosi dubbi sul fatto che sia stata la scelta giusta. Si rimane legati al dolore fantasma di una patria perduta. 

“Paese infinito” è un libro sorprendente perché racchiude cinque personaggi principali, due continenti e due decenni di storie, in poco più di duecento pagine. Noi lettori incontreremo tutti i componenti della famiglia ma conosceremo soprattutto le loro idee e le domande che nascono dal loro vivere quotidiano. Si assiste a una stratificazione di riflessioni e si comprende come la migrazione può essere uno stato emotivo quanto geografico, un viaggio esistenziale che intreccia tanti fili in una narrazione compatta e intima. Pagina dopo pagina la Engel crea un mondo ricco di atmosfere in cui le delusioni sono parte di un percorso illuminato dalla speranza alla ricerca di un futuro che non sia un eterno presente. 

Forse non esistono nazioni o cittadinanze; sono solo territori disegnati su una mappa, lì dove dovrebbe esserci la famiglia, dove dovrebbe esserci l’amore, il paese infinito.

giovedì 28 aprile 2022

RECENSIONE | "Per sempre, altrove" di Barbara Cagni

“Per sempre, altrove” è il nuovo romanzo di Barbara Cagni, per Fazi Editore nella collana Le strade. È una storia struggente che parla di una vicenda individuale e collettiva, frammenti di eventi che coinvolgono fin dalle prime righe come uno tsunami emotivo, una confidenza intima tra voce narrante e lettore, un racconto umano e sociale che riflette sull’emigrazione intesa in senso lato, da un paese, da se stessi, dagli altri, e sui danni provocati dal senso di sradicamento e dalla solitudine che partire spesso comporta.


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
Per sempre, altrove
Barbara Cagni

Editore: Fazi
Pagine: 200
Prezzo: € 17,00
Sinossi

A volte, l’unica scelta possibile è quella di partire. Un libro sull’emigrazione intesa in senso lato, da un paese, da se stessi, dagli altri, e sui danni provocati dal senso di sradicamento e dalla solitudine che la scelta di partire spesso comporta. È una domenica d’autunno del 1955 quando una telefonata raggiunge la famiglia della piccola narratrice della storia per avvisare che Berta, la sorella maggiore a cui è più legata e che è da poco emigrata in Svizzera, ha iniziato a dare segni di squilibrio. Il padre parte immediatamente per riportare la figlia a casa, nel piccolo paese di montagna dove il tempo trascorre lento come il Piave giù a valle e dove la comunità affronta la vita con la stessa naturalezza degli alberi del bosco, anche se con radici assai più fragili: sono sempre di più, infatti, i giovani costretti a emigrare per trovare lavoro, così come aveva fatto anche Berta, spinta da una sofferenza profonda e tutta personale. La protagonista del libro, così, ripercorre la dolorosa vicenda della sorella ma anche tutto il prezioso mosaico di vite del paese in cui ha trascorso l’infanzia, tra gli abbracci della migliore amica Clarissa, le chiacchiere delle comari, i discorsi impegnati del padre, i balli in piazza d’estate e gli addii, purtroppo sempre più numerosi, di coloro che provano a cercare fortuna altrove.


Il nostro paese era in Veneto, più precisamente in provincia di Belluno, più precisamente in Cadore, più precisamente nel Comelico.

È una domenica d’autunno del 1955 quando una telefonata raggiunge la famiglia della piccola narratrice della storia per avvisare che Berta, la sorella maggiore a cui è più legata e che da poco è emigrata in Svizzera, come operaia presso il Lanificio Schoeller, ha iniziato a dare segni di squilibrio. Il padre parte subito per riportare la figlia a casa, nel piccolo paese di montagna dove il tempo trascorre lento come il Piave giù a valle e dove la comunità è costretta a fare i conti con l’emigrazione: i giovani vanno via per trovare lavoro, così come aveva fatto Berta, spinta da una sofferenza profonda e tutta personale. La giovanissima voce narrante ripercorre, così, la dolorosa vicenda della sorella e ci mostra una fotografia in cui è racchiusa la vita del paese in cui ha trascorso l’infanzia, tra gli abbracci della migliore amica Clarissa, le chiacchiere delle comari, i discorsi impegnati del padre, i balli in piazza d’estate e gli addii di coloro che provano a cercare fortuna altrove

 “Per sempre, altrove” è una storia di migrazioni, solitudini e comunità, uomini e donne chiamati ad affrontare la realtà del vivere quotidiano.

Barbara Cagni, autrice talentuosa, affronta temi importanti e lo fa con semplicità e dolcezza, ma con una intensa forza narrativa. Dietro le parole si percepisce un mondo fatto di emozioni e sentimenti, di desideri e fragili speranze, di partenze e di distacchi. Dare un taglio netto alle proprie radici non è cosa facile e indolore, la nostalgia corrode l’anima ma non sempre è possibile tornare indietro. Viene spontaneo, leggendo “Per sempre, altrove”, riflettere sul ruolo delle donne, sul loro coraggio e solidarietà, sul loro lavoro e sull’amore, trovando conferma, ma questo si sa, di quanto siano importanti le donne in ogni comunità. Sono il cuore pulsante della vita del paese, vita dura e difficile. Su in montagna, nel paese in cui è ambientato il romanzo, le donne avevano un’energia che gli uomini avevano perso. Erano vite difficili quelle delle donne di allora. Si spaccavano la schiena da mattina a sera, avevano la responsabilità dei figli, si occupavano delle bestie nelle stalle, coltivavano l’orto e pulivano il pollaio.                                                     

Così, per noi femmine era naturale pensare che la nostra esistenza fosse a disposizione di tutti quelli a cui servisse: il padre, il marito, i figli. Era scontato che avremmo dovuto lavorare tutta la vita senza domandarci se ci facesse piacere farlo.

Tuttavia le donne riuscivano a ritagliarsi dei momenti in cui non erano madri e mogli, non ricoprivano alcun ruolo scelto per loro da una società patriarcale. In determinate occasioni si incontravano a casa della protagonista e davano vita a una complicità in quanto donne senza alcun archetipo a marchiarle. Le donne tessevano una rete di sostegno per chi aveva dei problemi. Gli uomini, invece, non si rendevano neanche conto di tutta la fatica fatta dalle loro mogli ogni giorno e pretendevano sempre di più perché per loro era legittimo pretendere.

Le donne spesso attendevano, ed era un’attesa struggente colma di promesse e sogni, il ritorno degli uomini costretti ad emigrare. Alcune volte però, come nel caso della protagonista, l’attesa diventava vana e il tempo che passava trafiggeva cuore e mente. Allora per sfuggire alla crudele realtà, ci si creava un mondo dove rifugiarsi, un altrove da cui il dolore era bandito, un luogo in cui la mente rendeva reali i sogni, perde il contatto con la realtà e si viveva tra false percezioni e falsi convincimenti. A indurre tutto ciò, Berta è un classico esempio, concorrono una combinazione di fattori genetici e ambientali come le avversità sociali dovute all’immigrazione, la fine di una relazione sentimentale, l’isolamento sociale. La migrazione diventa, quindi, un fattore di rischio per l’insorgenza di psicosi perché rappresenta una fase caratterizzata da molteplici avversità e spesso anche da esperienze di tipo traumatico. Si lascia un contesto familiare e sociale noto in cui si è vissuto per anni,  per approdare in un ambiente completamente nuovo che pone molte sfide: diversità linguistiche, religiose, diversi usi e costumi, la necessità di ricostruire una rete di relazioni sociali attraverso un processo di integrazione. Tutto ciò crea stress e le difficoltà favoriscono disturbi latenti che aumentano il rischio di psicosi. Illuminante a tal proposito l’esergo del romanzo:

“Al centro immigrazione ebbi la prima sorpresa. Gli emigranti venivano smistati come tanti animali. Non una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello di dolori che pesa così tanto su chi è appena arrivato in America.”   Bartolomeo Vanzetti.

Berta, nel suo emigrare in Svizzera, aveva trovato un ambiente ostile. Gli italiani non erano ben visti e fuori da un locale aveva visto la scritta: “Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani.” Lontana dal nucleo famigliare, Berta si era rifugiata in un mondo a parte, prigioniera della malattia mentale che non l’avrebbe mai più abbandonata.

L’emigrazione fisica e l’emigrazione mentale diventano due strade parallele: ci si può allontanare con il corpo e se si vuole si può far ritorno, ma si può anche emigrare lontano con la mente in un posto accessibile solo a noi e da cui non c’è ritorno.

“Per sempre, altrove” è un romanzo narrato in prima persona, la voce narrante racconta in modo semplice la comunità e gli eventi personali dei protagonisti. Con una scrittura fluida, l’autrice, dipinge una realtà a sé, lenta e ordinata dove sopravvivono le tradizioni. Accanto alla descrizione di un mondo esteriore, c’è anche l’incursione nel mondo interiore dei protagonisti segnato a volte da momenti felici, a volte da vicende tragiche. Mondo esteriore e mondo interiore procedono fianco a fianco, si osservano a vicenda, si raccontano sogni e desideri, speranze e disperazione. Si danno la mano, si sostengono ma quando arriva la tempesta della vita allora si allontanano e un limbo accoglie chi è fragile, chi ha il seme della psicosi in sé. Un altrove accoglie queste menti, dà voce alle loro fantasie e nutre la loro disperazione.

Berta era rimasta in balia di quegli enormi sentimenti che l’avevano travolta come il vento fa con le piccole margherite, su nei prati per andare alla malga.

A volte, però, partire è l’unica scelta possibile. Si va per costruire un futuro migliore. Alcune  volte si vince, altre volte si giunge in un altrove che rassomiglia al destino, un labirinto che si moltiplica in cui perdersi per guardare il mondo dalla propria prigione.