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martedì 30 giugno 2026

RECENSIONE | "La vecchia" di Georges Simenon

Ogni romanzo di George Simenon mi attira irresistibilmente e devo ringraziare Adelphi per la pubblicazione delle sue opere. Questa volta la casa editrice pubblica un inedito in Italia, "La vecchia", nella traduzione di Simona Mambrini. Si tratta di un romanzo che Simenon scrisse durante un suo soggiorno in Svizzera nel 1959. La vicenda si svolge quasi interamente fra le mura di un appartamento dell'Ile Saint-Louis, a Parigi. L'opera a porte chiuse pone al centro della scena le dinamiche di potere e la convivenza forzata. Sophie, una giovane donna dalla vita anticonformista e dissipata, accetta di ospitare la nonna ottantenne, Juliette, che non vede da quindici anni. Tra lei, la nonna, la domestica e un'amica di Sophie, la tensione cresce a poco a poco fino al punto di rottura. Quattro donne, che diffidano l'una dell'altra, si osservano e si spiano, pronte in ogni momento a umiliare e a colpire.


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
La vecchia
Georges Simenon

Editore: Adelphi
Pagine: 167
Prezzo: € 18,00
Sinossi

«Lei non ha mai scritto niente di simile» disse una volta Paul Morand a Simenon, dopo aver letto La vecchia. Il romanzo è quello che, a teatro, si definirebbe un huis clos: una vicenda la cui azione si svolge quasi interamente in uno spazio chiuso. La scena è un appartamento dell’Île Saint-Louis, a Parigi, dove quattro donne si osservano, si spiano, pronte in ogni momento a umiliare e a colpire. Sophie Émel, la proprietaria – celebre paracadutista che conduce un’esistenza molto dissipata e molto alcolica, e condivide la propria stanza da letto con giovani donne più o meno sbandate –, ha accettato, per una sorta di svagata curiosità, di ospitare la nonna, che non vede da tempo: una temibile ottantenne che si era barricata nella sua casa destinata alla demolizione, minacciando di buttarsi dalla finestra. Tra la giovane e la vecchia si innesca un complicato gioco al massacro, fatto di reciproci sospetti e sottili crudeltà, che finisce per coinvolgere anche l’ultima amichetta di Sophie e l'occhiuta domestica. In un’atmosfera ogni giorno più claustrofobica e inquietante, Simenon compone, in modo magistrale, un crescendo che sfocerà, inesorabilmente, nella violenza.





Quattro donne, ciascuna intenta a studiare i movimenti delle altre tre, sensibile alla minima variazione di tono, alla natura di un silenzio. 

Siamo alla fine degli anni Cinquanta. Il commissario di polizia Charon annuncia a Sophie Emel che sua nonna non vuole lasciare l'appartamento in cui vive e che verrà abbattuto, con l'intero stabile, a breve. L'ottantenne nonna, davanti alla prospettiva di essere portata via con la forza e magari rinchiusa in manicomio, si era chiusa in casa, al quinto piano di un palazzo già sgomberato, minacciando di buttarsi dalla finestra. La nipote riesce a convincere la nonna, dopo lungo patteggiamento, a trasferirsi nella casa dove lei vive con un'amica e una cameriera. Inizia così una convivenza in un microcosmo femminile che verrà improvvisamente sconvolto dall'arrivo della nuova ospite. Nascono incomprensioni e diffidenze, ben presto la personalità dispotica della "vecchia" si manifesterà in tutto il suo negativo splendore. 

Come sempre leggere Simenon non è solo un piacere ma induce alla riflessione. I suoi romanzi, dopo una lettura distratta, possono sembrare tutti uguali eppure sono sempre diversi. Ad ogni nuovo romanzo non so resistere, il richiamo è troppo forte e io so già che troverò una storia pacata che mette in luce le solitudini, i dolori, le parole non dette, le lacerazioni esistenziali di umani personaggi travolti dalla forza irresistibile del destino. Storie caratterizzate da dialoghi semplici e brevi, descrizioni ridotte ai minimi termini e personaggi, spesso sgradevoli, messi a nudo. Leggere Simenon è come sentire sulla propria pelle l'attimo in cui tutto cambia nella vita e sbirciare dalla porta socchiusa, quella della cover, è come guardare nell'abisso dell'animo umano. 

La giovane protagonista, celebre paracadutista, è una donna indipendente, emancipata e libera. 

Il suo appartamento diventa emblema di spazi intimi e sociali. Il salotto è un'agorà dove si parla ridando vita a memorie custodite per lungo tempo. La casa si rivela un territorio ambiguo, dove la dimensione emotiva gioca un ruolo predominante tra ricordi e quotidianità. La convivenza sembra procedere per il meglio ma è solo l'inizio di una parabola inarrestabile. Nella dolcezza degli sguardi, nei gesti riservati, nella discrezione, si può nascondere un pericolo inatteso che mescola le carte dell'adattamento a una convivenza che promette, ma non mantiene, stabilità e protezione. Tra le protagoniste i discorsi hanno il doppio volto della sincerità e della scaltrezza. Nonna e nipote si fronteggiano, ognuna cerca di minare le certezze dell'altra, nascondendo diffidenze e rancori. 

La donna, dice nonna Juliette, non è mai un essere completo. Una donna è un pezzo di qualcosa, qualcosa che forse non esiste.

Sophie, si mostra come una donna forte ma è solo apparenza. La nonna la spia per scoprire i suoi punti deboli e si rivede in molti dei comportamenti della nipote. Chi si sente debole cerca rifugio in chi crede sia più forte. Credere ed esserlo veramente sono, però, due affermazioni ben diverse. In superficie le apparenze regnano sovrane. Siamo, in verità, pianeti da esplorare, territori vergine da scoprire. Siamo estranei l'uno per l'altro: genitori e figli, mariti e mogli, nonni e nipoti. 

L'anziana donna assume il ruolo di "grillo parlante", dice quello che pensa, quello che gli altri vogliono nascondere anche a se stessi. Lei sostiene di aver fatto, nella sua vita, tutto quello che non bisogna fare, tutto quello che le avevano detto di non fare. 

Il suo tormento è l'impossibilità di avere uno spazio tutto suo. Da ragazzina si sentiva ospite nella casa dei suoi genitori, anche quando è diventata la ricca moglie di un borghese (il nonno di Sophie), si è sentita estranea in casa del marito. Ora si sente nuovamente estranea in casa della nipote che liberamente fa ciò che vuole ed è padrona della sua esistenza tanto da non aver neanche bisogno di un uomo. 

La nonna, con fare innocente, semina frammenti di frasi e di pensieri. Lascia che questi semi germoglino nella nipote. Tutto ciò che "la vecchia" dice "sembrava vero, tutto era vero, di una verità gelida, malvagia, spietata." 

Juliette riusciva a individuare i punti deboli delle persone e vi affondava, sempre con garbo, un bisturi affilato fatto di parole. Così le piaghe si allargavano, si infettavano e il male si diffondeva come un cancro che divorava senza alcuna pietà. Tra lei e la nipote inizia uno spietato gioco di potere psicologico. La nonna costruisce il suo "rifugio" in casa della nipote minandone la sicurezza e la forza. 

In questo breve romanzo non ci sono delitti ma c'è comunque un'indagine che si basa sull'incomunicabilità, l'ossessione e il disagio esistenziale. 

Sua nonna sosteneva che loro due si assomigliavano!

Entrambe amano l'indipendenza ed entrambe bevono tanto. Whisky per la giovane e vino rosso per la nonna, rendono Sophie silenziosa e Juliette ciarliera. Sicuramente Sophie non è una donna felice, benché viva tra feste e night. Non si pone domande e ha apparentemente tutto sotto controllo. La nonna, al contrario, parla tanto raccontandole della sua lunga vita, delle scelte che ha fatto, delle attenzioni che gli uomini le hanno rivolte. Così vengono a galla ricordi, sogni e rancori, fallimenti e bugie. Bastano le parole dell'anziana per dar corpo alle paure e alle fragilità di Sophie. 

Ti vedevo così forte!...Perché tu sei forte, vero?

Così la bolla, in cui Sophie vive, va in mille pezzi. Nel silenzio si può ignorare ciò che temiamo, ma le parole rendono tutto reale e bisogna guardare in faccia la realtà. 

"La vecchia" fa parte dei romans durs di Simenon, caratterizzati da una profonda introspezione dei personaggi a cui fa da contro altare un'ambientazione spesso asfissiante. 

L'indagine psicologica scava nel mistero delle relazioni, non c'è un giudizio morale ma il mondo di nonna e nipote è privo di colori e di felicità. Un mondo grigio, struggente, velato da ipocrisie e sospetti. Un groviglio che nessuno, tantomeno Simenon, riuscirà mai a sbrogliare.  

martedì 16 giugno 2026

RECENSIONE | "L'amuleto" di Michael McDowell

"L'amuleto" è il romanzo d'esordio di Michael McDowell, maestro del Southern Gothic: il gotico rurale del Sud che mette in luce la violenza e la crudeltà come caratteristica della cultura del Sud. 

McDowell intreccia egregiamente romanzo familiare, thriller e horror, in una cornice di vendetta, segreti e legami tossici. Il tutto è caratterizzato da atmosfere cupe, decadenza sociale e soprannaturale. 

Conosciamo l'autore grazie alla casa editrice Neri Pozza che ha tradotto, per il pubblico italiano, i sei romanzi della saga horror-gotic "Blackwater", "Gli aghi d'oro", "Katie" e "Luna fredda su Babylon".


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 9
L'amuleto
Michael McDowell

Editore: Neri Pozza
Pagine: 480
Prezzo: € 15,90
Sinossi

Pine Cone, Alabama, 1965. Dean Howell sta per essere inviato in Vietnam, quando un orribile incidente lo riduce a un vegetale. Da quel momento, la vita di sua moglie Sarah diventa un inferno: oltre al marito, dovrà occuparsi anche della suocera, Jo, una donna pretenziosa e crudele da cui sgorga inesauribile un fiume di odio per la sorte capitata al figlio. Un giorno, Jo regala un amuleto a colui che ritiene il vero responsabile, e strani eventi si mettono in moto: una danza macabra di maledizioni e disgrazie, orrori e omicidi. Man mano che il panico dilaga, Sarah dovrà affrontare una realtà impossibile. E mettere le mani sull’amuleto: prima che le morti diventino una strage, che la vendetta rada al suolo l’intera città.





Quella collana continua a circolare, passando di mano in mano, e chiunque ne entri in possesso muore. È stata Jo Howell a iniziare tutto, e lei non intende fermarsi, perciò devo farlo io.

"L'amuleto" è una storia ambientata nell'Alabama del sud, terra corrotta dalla violenza. Siamo negli anni Sessanta e l'autore racconta la storia di Dean Howell, un giovane chiamato alle armi per la guerra nel Vietnam. Durante un'esercitazione a Dean esplode in faccia il fucile, sfigurandolo. Dopo le iniziali cure, il ragazzo, ridotto a una larva umana, è rimandato a casa dove lo aspettano la madre Jo, obesa e possessiva, e la moglie Sarah, che la suocera tratta come una schiava. Dean non poteva muoversi, non parlava ed era avvolto dalle bende. L'atmosfera in casa si fa subito pesante. 

Jo era una donna "cattiva, cattiva dentro" e perciò Sarah rimase sbalordita quando vide la vecchia suocera regalare, al titolare della fabbrica di fucili che aveva realizzato l'arma esplosa in faccia a Dean, una collanina da donare a sua moglie. Si trattava di un amuleto nero. Iniziarono così raccapriccianti omicidi. 

"L'amuleto" è un romanzo da gustare senza fretta. I primi capitoli sono lenti, descrivono la cittadina e i personaggi principali. Non ci sono dialoghi ma è tutto così attraente che non ci si annoia sicuramente. Poi avviene la svolta, la storia prende ritmo e accadono tante cose brutte. 

Il corso degli eventi è facilmente prevedibile, tuttavia il romanzo emana una forza magnetica, immagini mozzafiato e colpi di scena, che catturano il lettore e lo trascinano in un susseguirsi di sequenze horror. 

Ancora una volta, come nei romanzi precedenti, a muovere le fila del male sono personaggi dalle mille sfaccettature e dal fascino ambiguo. In un capovolgimento dei ruoli tradizionali abbiamo conosciuto uomini relegati in secondo piano e donne forti che evolvono gradualmente e rivelano la loro natura.

Ne "L'amuleto" conosceremo Jo, madre diabolica, assetata di vendetta che sembra dare il via a una catena inarrestabile di violenze. Lei, però, non muove un dito, non fa nulla se non rimanere seduta in poltrona a lamentarsi e a impartire ordini alla giovane Sarah. Dalla sua fattoria, in stato di degrado, Jo guarda compiaciuta il male che, in modi creativi e orripilanti, devasta le famiglie della piccola città. Il suo posto è accanto al figlio ma lascia a Sarah tutto il peso dell'assistenza, del lavoro in fabbrica e della cura della casa. 

Sarah è dibattuta tra il dovere coniugale e la voglia di scappar via. Non può accettare una vita che si prospetta come un lungo calvario e nulla più. 

A sostenerla e incoraggiarla c'è la sua amica Becca. Entrambe lavorano alla catena di montaggio della fabbrica di fucili. Quando Sarah inizia a sospettare il ruolo dell'amuleto nella catena degli eventi, sarà proprio Becca ad aiutarla. L'amuleto, evidentemente maledetto, sta causando una strage. L'orrore permea le pagine del libro, ma da dove nasce tutto male? 

D'accordo c'è l'amuleto che dirige il tutto ma è come se ricevesse forza dall'invidia, dall'avidità, dall'ira e dal rancore umano. Gli abitanti della sonnolenta cittadina non sono tutti angioletti, si mostrano pacati e rispettosi delle leggi, sempre cordiali e pronti all'aiuto, ma ognuno vive il suo inferno privato. Nelle famiglie non regnano amore e protezione ma egoismi e soprusi. Su questo fertile terreno l'amuleto ha vita facile al collo di donne che vogliono esercitare un potere totalizzante sui propri cari. L'amuleto diventa un amplificatore del male che è già in noi, diventa un moltiplicatore di screzi che fanno crollare il muro dell'apparenza permettendo al nostro lato oscuro di vedere la luce. 

L'autore mette in evidenza la violenza e la crudeltà della provincia nel Sud degli Stati Uniti. I motivi sono tanti come la povertà e la disabilità, la differenza di genere e sessuale, la disperazione e la perdita d'ideali. La magia popolare ha un ruolo importante così come i cattivi che si travestono da innocenti. Tutti sono intrappolati in un passato e in un luogo da cui non possono scappare. Nell'ombra si celano tensioni implacabili e oscuri segreti. Si sussurrano frasi ambigue e gli insulti sono pronunciati con un sorriso. 

Sorriso da cui nasce un fiume di terrore. Non è necessaria la presenza di fantasmi e streghe, i personaggi e le loro azioni sono più terrificanti di uno spirito malvagio. I nemici più spaventosi sono le proprie emozioni che generano ombre di turbamento che oscurano i cuori. 

"L'amuleto" è un romanzo crudele e spietato, venato da un umorismo nero che guida l'inarrestabile cammino della Morte a braccetto con la Maledizione. 

Nel Sud brutalità e bellezza coesistono. Proprio come accade nei romanzi di Michael McDowell. Se ancora non conoscete l'autore e non avete letto nessun suo romanzo, "L'amuleto" è una perfetta prima volta. 

martedì 21 aprile 2026

RECENSIONE | "Luna fredda su Babylon" di Michael McDowell

 "Luna fredda su Babylon" di Michael McDowell, edito da Neri Pozza, è una storia di misteri e presenze che si fanno letali nella luce della luna fredda. Ambientato nella Florida degli anni '80 narra la scomparsa di una ragazza in una piccola città dove il fiume e le superstizioni nascondono segreti e crudeltà umana. 

Michael McDowell ha scritto romanzi e sceneggiature. Neri Pozza ha portato in Italia, a partire dal 2023, i sei romanzi della saga Blackwater, ambientata nella cittadina di Perdido sconvolta da una devastante alluvione. Tra gli altri titoli, "Gli aghi d'oro" e "Katie". 

"Luna fredda su Babylon" apparve tre anni prima di "Blackwater".


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 8
Luna fredda su Babylon
Michael McDowell

Editore: Neri Pozza
Pagine: 440
Prezzo: € 14,90
Sinossi

Babylon, Florida, 1980. Il caldo soffoca la città, le superstizioni tormentano i pavidi, i serpenti uccidono gli incauti. Un fiume oscuro corre, rapido e letale, tavolta reclamando la sua libbra di carne. Quando la giovane Margaret Larkin scompare, è come se quelle acque volessero tornare alla sorgente, restituire chi non avrebbero mai dovuto inghiottire. Mentre una fredda luna si leva, accecante, sui peccati e le colpe di Babylon. Nessuno vuole avvicinarsi al fiume Styx, che lambisce la cittadina di Babylon, Florida. Solo i Larkin vivono in quelle terre paludose, che sono la loro fonte di sostentamento. Eppure il fiume non è sempre stato benevolo con loro e, quando anche l’ultima dei Larkin scompare, tutti si convincono che c’è del marcio a Babylon. Ma la maledizione che sembra funestare quelle rive è poca cosa rispetto alla cupidigia e alla brutalità degli uomini. La danza macabra tra i vivi e i morti è appena cominciata.





Il fiume Styx, per la lentezza della corrente e la frequenza di banchi di sabbia, pozze stagnanti lungo le sponde e rami morti, è infestato da zanzare, sanguisughe e serpenti... Solo quattro persone abitano sulle sue sponde. Una di queste è un'anziana nera la cui baracca si trova pericolosamente vicina alla confluenza del Perdido. La donna è sorda e pazza. Gli altri tre stanno appena oltre l'unico ponte sul fiume.

Con "Luna fredda su Babylon", McDowell ci porta nel profondo Sud della Florida, a Babylon, una tipica e sonnolenta cittadina di provincia circondata da paludi avvolte nella nebbia dove albergano zanzare e serpenti. Un mondo lontano dal progresso, dove religione e superstizione si intrecciano, dove il passato è un eterno presente, dove scorre un fiume dalle sponde fangose. Il fiume è lo Styx, affluente del Perdido il cui ricordo è sempre vivo nel cuore di noi lettori della saga Blackwater. 

La famiglia Larkin, nonna e due nipoti, abita, solitaria, subito dopo l'unico ponte sul fiume. Una sera la giovane Margareth Larkin non fa ritorno a casa. È stata derubata della sua innocenza e della sua vita. Un orribile delitto, un colpevole al di sopra della giustizia terrena, un grido inascoltato che si trasforma in vendetta, sono l'avvio di un romanzo che fa del terrore la sua spada di Democle. Tutti sospettano ma l'avidità, l'egoismo e l'ipocrisia, innalzano un muro di fitta nebbia che cela il colpevole e il male che infligge. Tuttavia il male non deve restare impunito. Nel fiume è stato ritrovato il corpo senza vita di Margareth e dal fiume, dalle torbide profondità, una forma mutevole, dalle sembianze quasi umane, prende lentamente forma. Notte dopo notte vagherà sulla terra cercando vendetta in un ultimo gelido abbraccio. Nel fango il Destino aspetta e osserva, tesse la sua ragnatela, colpisce quando vuole. Nulla e nessuno lo può fermare. Nel fango aspetta e dal fango si erge la vendetta. I morti non dimenticano. 

Leggere McDowell è sempre un gran piacere. Entrare nel suo mondo è un'avventura irresistibile perché si percorrono le strade oscure del male. Ogni capitolo è ricco di emozioni che travolgono e catturano l'attenzione del lettore. Il ritmo della narrazione, i personaggi femminili forti, il fascino dei luoghi, sono elementi caratterizzanti dei suoi romanzi. 

Leggere "Luna fredda su Babylon" è come affrontare uno tsunami di emozioni e sensazioni, è appassionarsi a una storia che non lascia indifferenti grazie al potere evocativo delle parole che si fanno immagini. 

"Luna fredda su Babylon" è un romanzo caratterizzato da una tensione inquietante che porta il lettore a camminare sul filo sottile dell'equilibrio tra ciò che è reale e ciò che non lo è. La storia è cupa, orribile, avvincente. Si legge con il fiato sospeso adorando alcuni personaggi e odiando i molti cattivi. A illuminare il nostro cammino è una fredda luna che si leva, accecante, sui peccati e le colpe di Babylon. 

Il potere oscuro del gotico striscia tra paludi e vecchie casa. L'orrore non mostra mai apertamente il suo volto, ma traspare dalle parole non dette, dalle terre martoriate, dalle superstizioni e dai desideri, dal peccato taciuto e dalla redenzione che forse mai arriverà. 

McDowell racconta una storia gotica che pulsa, sussurra, fluttua nelle acque melmose del fiume. Ascoltiamolo in silenzio per assistere all'affascinante danza tra vivi e morti.

giovedì 26 marzo 2026

RECENSIONE | "Il cerchio dei giorni" di Ken Follett

Nel suo nuovo libro "Il cerchio dei giorni" (Mondadori, traduzione di Annamaria Raffo), il britannico Ken Follett torna indietro nel tempo, fino all'Età della Pietra, per raccontare la costruzione di un gigantesco luogo di culto, Stonehenge. 

Ken Follett, tra archeologia e immaginazione, svela la nascita di uno dei monumenti più misteriosi e affascinanti della storia umana visto che non c'è ancora pieno accordo tra gli storici, sulla sua reale funzione, né sulle modalità della sua costruzione con megaliti davvero giganteschi. Il mistero è quindi parte integrante del fascino del monumento e Follett utilizza questa incertezza storica per rendere ancora più avvincente il suo romanzo. 

Tra mille eventi e una marea di personaggi, lo scrittore gallese ci propone la soluzione fantasiosa di un enigma archeologico coordinando ansie e speranze e desideri. Realizzare un sogno non è mai facile ma, con l'aiuto e il sostegno di tutti, è possibile. Dal Neolitico giunge quindi l'eco di una verità che oggi stentiamo a mettere in atto: cooperare è l'unica via che porta al bene comune. 

L'autore da vita a personaggi carismatici, come Joya e Seft, i protagonisti di questo romanzo composto da una parte basata sui reperti trovati dagli archeologi (frammenti di ossa umane, animali, armi, resti di case) e da una parte, personaggi e dialoghi, basata sull'immaginazione. 

Ci aspetta una lettura appassionante e suggestiva. Quindi, senza indugi, iniziamo il nostro viaggio: Stonehenge, il celebre e mastodontico monumento preistorico nel Wiltshire, Inghilterra, composto da un cerchio di enormi pietre erette tra il 3000 e il 1600 a.C. circa, ci aspetta.


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 8
Il cerchio dei giorni
Ken Follett

Editore: Mondadori
Pagine: 704
Prezzo: € 27,00
Sinossi

Il romanzo epico della costruzione di Stonehenge, ancora oggi uno dei più grandi misteri del mondo. Un cavatore di selce con un dono. Una sacerdotessa che crede nell'impossibile. Un monumento che definirà una civiltà. Seft, un giovane e abile cavatore di selce, attraversa la Grande Pianura sotto il sole cocente per assistere insieme al padre e ai due fratelli ai rituali che segnano l'inizio di un nuovo anno. Il ragazzo trasporta con fatica le pietre che verranno barattate alla Cerimonia di Mezza Estate, un appuntamento importante celebrato con canti e danze dalle sacerdotesse del luogo, cui partecipano tutte le tribù dei dintorni. Seft spera di incontrare Neen, la ragazza di cui è innamorato, e sogna di cambiare vita. La famiglia di lei vive in prosperità all'interno di una comunità di pastori, e gli offre una via di fuga dal padre violento e dai suoi spietati fratelli. Joia, la sorella di Neen, è una ragazza con grandi doti carismatiche. Da bambina, osservando affascinata la Cerimonia di Mezza Estate, sogna la realizzazione di un nuovo monumento miracoloso, un grande cerchio eretto con le pietre più grandi del mondo. Quando diventerà sacerdotessa avrà come principale alleato Seft che si dedicherà anima e corpo a questo progetto visionario e all'apparenza impossibile. Ma tra le colline e le foreste della Grande Pianura si preannunciano tempi difficili per tutti. Mentre la siccità devasta la terra, i pastori, i contadini e gli abitanti dei boschi sono sempre più sfiduciati, e un atto di violenza selvaggia porta a una guerra aperta...





Seft arrancava attraverso la Grande Pianura portando sulla schiena un cesto di vimini intrecciato con dentro delle selci da barattare. Era in compagnia del padre e dei due fratelli, più grandi di lui. Li odiava tutti e tre.

Intorno al 2500 a.C., in una vasta pianura della Gran Bretagna meridionale vivono diversi gruppi di umani: i pastori, i contadini, i cavatori di selce e la gente del bosco. Ciascun gruppo ha la propria organizzazione sviluppando abitudini diverse. Condividono, però, alcuni territori e risorse. Ciò genera conflitti e a volte cruenti scontri. Tutti però sono uniti da spiritualità antica, onorano il sole come divinità. Il tempo è scandito dalle stagioni, i solstizi e gli equinozi sono momenti di aggregazione ed è stato creato un cerchio rituale. Il cerchio però è fatto di legno e quindi esposto agli agenti atmosferici e agli incendi. Seft, un cavatore di selce, e Joia, sacerdotessa che crede nell'impossibile, sono uniti nel sogno di costruire un monumento ciclopico con le pietre più grandi mai viste. Solo che la pietra, in quella zona, non c'è. Il sogno visionario di Stonehenge ha inizio. 

Seft, un giovane e abile cavatore di selce, dotato di un talento speciale, attraversa la Grande Pianura sotto il sole cocente per partecipare, insieme al padre-padrone e ai due fratelli spietati, ai rituali che segnano l'inizio di un nuovo anno. Si tratta della Cerimonia di Mezza Estate, un appuntamento importante celebrato con canti e danze dalle sacerdotesse del luogo. Al rito partecipano tutte le tribù dei dintorni e Seft spera di incontrare Neen, la ragazza di cui è innamorato. Lui sogna la libertà, vorrebbe allontanarsi dalla sua famiglia violenta e cambiare vita. La ragazza vive, con la sua famiglia, nella comunità dei pastori, in cui si scorgono amore e gentilezza. Neen ricambia l'amore di Seft e insieme sperano nella possibilità di un futuro migliore e in una differente visione del mondo. Joia è la sorella di Neen. Ha grandi doti carismatiche e sogna di realizzare un monumento miracoloso: un grande cerchio eretto con pietre enormi che diventerà luogo eterno di preghiera e memoria. Quando Joia diventerà sacerdotessa, condividerà questa sogno con Seft e insieme si dedicheranno anima e corpo a questo progetto all'apparenza impossibile. Tuttavia il fragile equilibrio tra le tribù, la vita è molto dura per tutti, si spezza per vari motivi: la siccità devasta la terra e le persone muoiono di fame, i pastori, i contadini e gli abitanti dei boschi sono sempre più sfiduciati e un atto di violenza selvaggia porta a una guerra aperta. 

Questo libro è sulle persone che hanno costruito Stonehenge, sui metodi di costruzione ideati, su come sia stato possibile spostare le grandi pietre che vengono da una foresta distante trenta chilometri. Niente ruota, né carro, né animali da traino. Sappiamo che avevano corde, il resto è mistero. Come hanno fatto a estrarre, trasportare ed erigere le colossali pietre? L'ipotesi di Follett è naturalmente tutta da dimostrare ma siamo tra le pagine di un romanzo dove tutto è possibile. 

"Il cerchio dei giorni" parla di una grande avventura scaturita da una grande idea e del tempo necessario a realizzarla. Dopo migliaia di anni Stonehenge resiste a testimonianza di una storia fatta di gente comune, che conduce una vita semplice e sicuramente povera, ma che decide di realizzare qualcosa d'impossibile. Realizzare un sogno è un'impresa ardua, gli ostacoli si moltiplicano: convincere i capi tribù; superare le rivalità fra pastori, agricoltori e cacciatori; affrontare carestie e guerre; domare la natura e la diffidenza umana. 

Scritto bene ma dal ritmo lento, "Il cerchio dei giorni" offre una lettura piacevole sia per l'ambientazione preistorica, sia per la suggestione di vedere come sono affrontati i problemi che si presentano. Sogno, genialità e duro lavoro rappresentano i pilastri del successo. Entriamo virtualmente nelle abitazioni e immaginiamo la vita quotidiana del villaggio neolitico vicino a Stonehenge. Tantissimi i personaggi, sembrano moltiplicarsi dopo ogni capitolo, a volte ricordare i loro nomi è stato difficile. Le relazioni tra i personaggi, il loro modo di ragionare ed esprimersi, sembrano un po' forzati. Nello Wiltshire di quattro millenni e mezzo si pensava a questo modo? Tutto ciò, a ben vedere, non è importante perché sappiamo come l'immaginazione dell'autore giochi un ruolo nella stesura del romanzo. 

Fra i personaggi emerge la figura della coraggiosa e visionaria sacerdotessa Joia che spera in un futuro in cui la pace e la collaborazioni tra tribù regnino sovrani. È lei, con il suo carisma naturale, il cuore pulsante del romanzo. Follett affida a una donna il ruolo di forza viva del romanzo, di energia inesauribile, di capacità di convincimento e di organizzazione. La sacerdotessa porta la speranza, ma anche la ribellione, facendosi tramite tra il divino e l'umano. Lei crede nella sua fede, difende le sue scelte, non si arrende e non abbassa mai lo sguardo. 

"Il cerchio dei giorni" è un romanzo in cui s'intrecciano storia, passione e umanità. Non si parla solo di tecniche d'ingegneria ma anche di persone, di comunità, di fede e di amore. L'autore mescola abilmente ricerca storica e pura immaginazione. Parla di un'epoca lontanissima di cui non abbiamo testimonianze se non le ipotesi degli archeologi che si basano sui reperti ritrovati. Attraverso lo studio dei reperti, armi e strumenti, frammenti di ossa umane e animali, si è ricostruita un'idea del tipo che vita che si conduceva nella preistoria. Quindi il romanzo nasce dall'insieme di elementi materiali che sono archeologia e da una parte umana che è narrativa. 

Cosa strana ma interessante ho trovato nel romanzo analogie con il nostro presente. La storia narra di guerre e diffidenze, di siccità e prevaricazioni, di resilienza di fronte a sfide che sembrano insormontabili. Nel romanzo i gruppi, coltivatori, pastori e gli abitanti dei boschi, entrano in conflitto per l'appropriazione di un pezzo di terra e per le sue risorse. In tutte le epoche, deprimente a dirsi, gli esseri umani hanno fatto la guerra! Il lato affascinante è la dimostrazione di come l'uomo sia al centro di ogni progresso con le sue scelte e le sue responsabilità. Nel passato ancestrale come nel presente le persone si preoccupano del benessere della famiglia, delle violenze, delle guerre, di sesso e matrimonio, di epidemie. Corsi e ricorsi storici scriveva il filosofo Giambattista Vico. 

"Il cerchio dei giorni" è racconto potente, una lettura piacevole che offre una visione d'insieme dell'epica impresa umana con un forte coinvolgimento emotivo. Per la prima volta Follett in un suo romanzo racconta anche di un amore saffico, dà lo scettro di protagoniste a donne forti e credibili, non trascura le ansie e le speranze del tempo. Ci sono, nel romanzo, molte scene cruente e momenti di brutalità che potrebbero urtare la sensibilità di alcuni lettori. Tra le righe scopriamo un monito a tutti noi, gente del presente: la salvezza può arrivare solo cooperando tutti insieme senza individualismi. Facile a dirsi, quasi impossibile da realizzare. Tuttavia se l'umanità vuole continuare a vivere sul pianeta Terra, quel "quasi" deve trasformarsi in certezza. Forse l'esempio di Stonehenge potrebbe indicarci la via. Forse.

giovedì 26 febbraio 2026

RECENSIONE | "La bugia dell'orchidea" di Donato Carrisi

"La bugia dell'orchidea" è in nuovo intrigante romanzo che segna il ritorno in libreria, per Longanesi, di Donato Carrisi, il maestro del thriller italiano. 

Questo libro ha un segreto. Chi l'ha scritto ha un segreto. Chi lo legge avrà un segreto. E nessuno sarà più lo stesso.

Tra le rovine di una famiglia, un uomo e una donna cercano le tracce di un amore, di un delitto e di una felicità perduta. 

Il titolo, "La bugia dell'orchidea", mostra già un primo indizio: un'orchidea che sopravvive grazie a una bugia. La bugia è il cuore pulsante del romanzo che porterà il lettore a riflettere sul ruolo della menzogna, del silenzio e su quanto possa essere ingannevole la percezione nella vita quotidiana e nella famiglia. 

L'orchidea Labia sericea, fiore che forse non esiste, simboleggia le menzogne che noi stessi costruiamo. Tutto è seducente, perturbante, emozionante.


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 8
La bugia dell'orchidea
Donato Carrisi

Editore: Longanesi
Pagine: 400
Prezzo: € 23,00
Sinossi

Immagina un’alba d’estate. Immagina l’aria immobile della campagna, l’odore dei campi, il frinire dei grilli. Immagina il buio che arretra all’invasione del giorno. Immagina ora un casale rosso, solitario in mezzo al nulla. Immagina di scorgere biciclette da bambini e giocattoli sulla ghiaia, panni stesi ad asciugare, galline e conigli, un moscone sopra un secchio. Immagina il silenzio. Un silenzio che non sembra appartenere a questo mondo. Un silenzio interrotto all’improvviso da un urlo disperato. C’era una volta la famiglia C., tre figli piccoli e due genitori amorevoli. C’era una volta la famiglia perfetta, e ora non c’è più. Cos’è accaduto dentro il casale rosso in quella calda notte d’agosto? Immagina qualcosa di terribile e crudele. Immagina che esista solo un possibile responsabile. L’unico sopravvissuto. Immagina di avere la verità proprio davanti agli occhi. Ogni dettaglio combacia, ogni indizio è allineato e c’è una sola spiegazione. Non puoi sbagliare. Hai tutte le risposte. Ma ciò che proprio non puoi immaginare è che questa non è la fine della storia. È l’inizio. Questo libro ha un segreto. Chi l’ha scritto ha un segreto. Chi lo legge avrà un segreto. E nessuno sarà più lo stesso.





Un agricoltore in preda a un raptus, servendosi di un grosso coltello da carne, una notte aveva tagliato la gola a moglie e figli piccoli mentre dormivano. All'alba lo stesso assassino aveva chiamato i carabinieri e si era fatto trovare dai militari disarmato, all'esterno dell'abitazione. Un grande casale rosso.

La trama ruota attorno alla misteriosa scrittrice Victoria Anthon, che indaga su una brutale strage familiare avvenuta dieci anni prima, collegandosi al giornalista Alfredo F. e immergendosi in un labirinto di segreti. Immagina l'alba di un'estate caldissima. Immagina l'aria immobile della campagna, l'odore dei campi, il frinire dei grilli. 

Immagina il buio che arretra all'invasione del giorno. Immagina ora un grande e antico casale rosso, solitario in mezzo al nulla. Immagina di scorgere biciclette da bambini e giocattoli sulla ghiaia, panni stesi ad asciugare, galline e conigli, un moscone sopra il secchio. Immagina il silenzio. Un silenzio che non sembra appartenere a questo mondo. Un silenzio interrotto all'improvviso da un urlo disperato. 

C'era una volta la famiglia C., tre figli piccoli e due genitori amorevoli. 

C'era una volta la famiglia perfetta, e ora non c'è più. 

Cos'è accaduto dentro il casale rosso in quella calda notte d'agosto? 

Immagina qualcosa di terribile e crudele. Immagina che esista solo un possibile responsabile. L'unico sopravvissuto. La verità è davanti agli occhi. C'è una sola spiegazione. Non c'è errore. Le risposte sono tutte lì, nero su bianco. 

Ma ciò che proprio non puoi immaginare è che questa non è la fine della storia. 

 È l'inizio. 

 "La bugia dell'orchidea" è un romanzo a scatole cinesi dal ritmo placido, l'azione frenetica è bandita e sostituita dalla tensione mentale che trasforma i ricordi, le paure, i desideri, in ombre spietate che si muovono su un terreno instabile. Qui nascono incertezze e ambiguità, la verità mostra vari volti poiché è intrisa da rivelazioni pronte a ribaltare le conclusioni di ciò che abbiamo appena letto. 

Il lettore deve procedere con attenzione, affrontando il conflitto interiore dei protagonisti con mente aperta pronta ad accogliere segreti di famiglia, memorie frammentate, identità e memorie confuse. Non esistono persone senza segreti. 

La lettura non è mai noia, alterna momenti di apparente quiete a momenti di rivelazioni che destabilizzano e inquietano. Il brivido non nasce dall'azione, la strage è già conclusa fin dalle prime pagine, ma scaturisce dall'incertezza e dalla manipolazione emotiva. Il lettore è chiamato a fare una scelta: fidarsi o dubitare dei protagonisti. Alcuni sono inaffidabili, altri plasmano la realtà in base ai loro desideri, altri ancora sono oppressi dai sensi di colpa. Tutti, però, concorrono a mantenere alta la tensione. Ogni tassello, aggiunto nella risoluzione del caso, nasconde un pericolo che si manifesta in un'atmosfera a tratti opprimente dove cuore e cervello spesso sono schierati in opposte trincee. Le verità riemergono pian piano e scoprire la fonte del male non sarà facile. 

A volte la verità non viene nascosta: viene coltivata, come un'orchidea. Bella da guardare, velenosa da toccare.

Inizialmente il lettore potrebbe rifiutarsi di credere e Carrisi gli offre un ventaglio di verità possibili, plausibili e verosimili. Dubbi e inquietudini si moltiplicano a testimonianza del fatto che la verità non è la fine ma l'inizio. Quando crediamo di aver raggiunto un traguardo, scrive Carrisi, è solo perché è consolatorio. 

Il romanzo è anche un ritratto della società che consuma in fretta ogni evento. Siamo al cospetto di una società inquieta in cui il presunto colpevole, l'indiziato numero uno della strage familiare, subisce due processi: uno giudiziario, l'altro mediatico. Nel primo la sua colpevolezza era ancora da dimostrare, nel secondo era già stato inesorabilmente condannato. La presunzione d'innocenza e il beneficio del dubbio vengono cancellati non da prove certe ma da giudizi e dalla necessità di trovare un colpevole. 

Carrisi è uno dei miei autori preferiti. Amo il suo modo di scrivere, le trame complesse i personaggi dalle mille sfaccettature. Mai nulla è come appare, Carrisi gioca con il lettore esplorando la fragilità delle certezze e ricordando che la verità è sempre soggettiva. Il nuovo romanzo di Carrisi non delude sicuramente. Anzi, questo libro è uno scenario perfetto per riflettere su temi importanti come la famiglia, l'identità e la menzogna. 

Il rancore è un lievito che cresce lentamente, al calore domestico degli affetti.

"La bugia dell'orchidea" è un thriller sperimentale con nuovi linguaggi, nuove strutture e nuove formule. È un'esperienza che coinvolge il lettore in una storia che oltrepassa una soglia senza che ce ne accorgiamo. Non c'è un profiler ma una scrittrice che indaga; non c'è lo studio di uno psicologo ma un casale rosso; non c'è la polizia con un'indagine ufficiale ma un percorso interiore e narrativo; non ci sono risposte certe ma tante domande. L'autore ci indica un portale per accedere a un mistero più profondo. Non lasciatevi ingannare dagli indizi e dai dettagli che si incastrano alla perfezione. Questo romanzo sfida le convenzioni, rendendo la lettura più coinvolgente e riflessiva. I piani di realtà si moltiplicano e ciò coinvolge attivamente il lettore nell'interpretazione degli eventi. Si vive, quindi, un'esperienza di indagine su verità e finzione, su ciò che sappiamo e su ciò che scegliamo di non vedere. Il sapore dell'inganno è ovunque. La lettura si rivela un'esperienza sensoriale. Le domande si accumulano, le risposte si nascondono nel nostro personale modo di percepire la storia. 

È tutto una bugia? Una cosa è sicura: "L'inganno perfetto ha il profumo di un'orchidea, la Labia Sericea, che nessuno ha mai visto, ma esiste semplicemente perché se ne parla!" 

Vi saluto con le parole dell'autore: 

Io non sono uno di quegli scrittori che vi prendono per mano e vi accompagnano pagina per pagina. Io vi conduco sulla soglia di una stanza buia. Vi spingo dentro e richiudo la porta.

L'incantesimo di Carrisi su di me continua e l'attesa ricomincia!

martedì 17 febbraio 2026

RECENSIONE | "Sotto mentite spoglie" di Antonio Manzini

Nel 2013 Antonio Manzini, scrittore e sceneggiatore, presentò ai lettori un nuovo personaggio protagonista di una lunga serie molto apprezzata. Si trattava del vicequestore Rocco Schiavone, uomo burbero, spesso scontroso e irascibile, a tratti malinconico e con una spiccata avversione per il Natale ma con tanto talento nel risolvere gli enigmi delle inchieste. Un vicequestore nato e cresciuto a Trastevere, che odia lo sci, le montagne, la neve e il freddo. Per ironia della sorte Schiavone viene trasferito, anzi esiliato, ad Aosta. 

"Sotto mentite spoglie" (Sellerio) segna il ritorno di Rocco Schiavone: uomo affascinante con tutte le sue contraddizioni e debolezze.


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 8
Sotto mentite spoglie
Antonio Manzini

Editore: Sellerio
Pagine: 432
Prezzo: € 17,00
Sinossi

Ad Aosta è quasi Natale. Una stagione difficile, per Rocco Schiavone, e non solo per lui. Un periodo dell’anno che da sempre con le sue usanze svetta nella nota classifica affissa in Questura. Tutto sembra andare male. Ovunque nelle strade si esibiscono cori di dilettanti che cantano in ogni momento della giornata. La città è preda di lucine a intermittenza, della puzza di fritto, dell’agitazione dovuta all’acquisto compulsivo. Lampeggiano vetrine e finestre, auto e antifurti. Di fronte ai negozi, pupazzi di raso e fiamme di stoffa si agitano al soffio dell’aria calda dimenando braccia, teste e lingue. Non c’è da aspettarsi niente di buono. E infatti. Una rapina finisce nel peggiore dei modi possibili, coprendo Rocco di ridicolo, fin sui giornali. Un cadavere senza nome viene ritrovato in un lago, incatenato a 150 chili di pesi. Un chimico di un’azienda farmaceutica sparisce senza lasciare traccia. Rocco non parla più con Marina. E nevica. Eppure qualcosa si muove. Sandra sta meglio, sta per uscire dall’ospedale. Piccoli spiragli, rari sorrisi, la squadra, come la chiama Rocco con un filo di sarcasmo, sembra crescere, i colleghi migliorano, i superiori comprendono. Schiavone a tratti sembra trovare le energie per affrontare gli eventi che si susseguono, le difficoltà che si porta dentro, e poi quello slancio svanisce e ancora si riforma. Il vicequestore entra ed esce dalla sua oscurità, a volte il sole lo aspetta, quasi sempre il cielo è plumbeo, una promessa di neve e di gelo. Passo dopo passo, però, anche se stanco, amareggiato, arrabbiato, Rocco Schiavone continua a guardare il mondo con gli occhi socchiusi, a indignarsi, a tenere insieme il cuore e il cervello, la memoria e il futuro.





Siamo ad Aosta e il Natale si avvicina. In città impazzano i preparativi e Rocco Schiavone non nasconde i suoi pensieri sulle tradizioni e sui canti natalizi: 

Ad Aosta proprio sotto le festività era esplosa l'ennesima moda importata e di cui, secondo il vicequestore Schiavone, si poteva in tutta tranquillità fare a meno: i canti natalizi eseguiti da cori eterogenei di anziani sgretolati, bambini, adolescenti brufolosi, donne dimenticate dal tempo, uomini senza più scopi, tutti armati di candele e di una campanella per avvertire l'inizio del solenne concerto.

Schiavone, sempre più ombroso e malinconico, ha da ridire su tutto, sull'usanza del cenone, sullo scambio degli auguri e dei regali. 

Nella personale "scala delle rotture", il Natale si colloca all'ottavo livello e il vicequestore lo ignora mentre dedica tutta la sua attenzione a una "rottura" di livello nove e mezzo. Si tratta di una rapina in banca che avviene proprio poco prima delle feste. La rapina si rivelerà ben presto uno specchietto per le allodole e Schiavone dovrà indagare anche su un cadavere ritrovato sul fondo di un laghetto di montagna e sulla sparizione di un chimico impegnato in un importante progetto. Le indagini non sono per nulla facili: Big Pharma, affari, grande criminalità e tutte le connessioni imprevedibili su cui il vicequestore sarà costretto a indagare con gli uomini della sua squadra. Per me, che ho letto alcuni romanzi della serie, è stato un piacere ritrovare la commissaria della scientifica Michela Gambino, l'amico anatomopatologo Alberto Fumagalli, lo svagato Deruta, il riservato Casella, l'imbranato D'Intino e l'unico affidabile, il vicequestore Scipioni. 

Una squadra? Andiamo, dottor Baldi! Ho quattro gatti. Quattro gatti proprio, di cui uno è poco più di una forma antropomorfa, un altro a volte ci azzecca e a volte pare un deficiente, un terzo di buon comando ma di bassissima manovalanza, avrei un solo uomo, il viceispettore Scipioni. 

Un aiuto viene dato a Schiavone anche dagli amici di Roma, Brizio e Furio. 

Brizio alzò la testa per guardare le montagne. 

"Però che bello, c'è un sacco di neve!" osservò. "Me mette allegria". 

"te mette allegria perché fra du' giorni te ne vai" gli disse Rocco. 

In campo sentimentale per Schiavone è forte il rimpianto di un amore possibile, una storia che avrebbe potuto essere e che invece è solo una voce da aggiungere alla lista dei rimorsi. Lui continua a soffrire per il vuoto insostenibile del fantasma della moglie Marina che non si fa più vedere e non gli parla più. Eppure il Natale ha in serbo per il nostro protagonista un dono che proverà a riscaldare il suo cuore. 

Giusto per rimanere sempre aggiornati è opportuno ricordare che Schiavone colloca "i regali di Natale" al nono livello nella classifica delle "rotture" a pari merito con i fuochi d'artificio di Capodanno. 

Manzini rivela alcuni episodi sulla vita del vicequestore. Con un triplo salto carpiato all'indietro vedremo Rocco alle prese con i temi a scuola, con la passione per il fumetto "Beetle Bailey" e con un piccolo crimine. Scopriremo anche il ricordo del professor Cantone che alle superiori soleva ripetere ai suoi studenti che dovevano costruirselo da soli il loro pensiero interpretando la realtà. 

Bisogna sempre dubitare, non bisogna mai dare nulla per scontato, soprattutto le Verità assolute, quelle religiose e quelle politiche, perché le hanno fatte gli uomini e gli uomini sbagliano. 

Memore di queste parole, Schiavone saprà portare a termine le indagini superando porte blindate, decifrando formule occulte e svelando identità nascoste. 

Sicuramente Rocco Schiavone è un personaggio fuori dagli schemi, pronto a trasgressioni al limite del lecito ma con un senso di giustizia tutto suo e un cuore tenero nascosto da strati di oscurità. L'amara ironia del vicequestore nasconde la sua tenerezza, l'incapacità di amare perché il suo amore è per chi adesso è solo il fantasma di un rimorso. Tuttavia Rocco Schiavone evolve e cambia nel tempo, anche se le ombre del passato lo inseguono minacciose. Non cambia, invece, la sua cinica visione su verità, degrado umano e giustizia. 

"Sotto mentite spoglie" è un giallo dai mille ingranaggi, dalle molteplici storie intrecciate, dai disagi esistenziali, dalla denuncia sociale e da profondi sentimenti. Il tutto è narrato con umorismo ironico che intreccia indagini complesse a riflessioni sulla solitudine, al dolore e alla morale. La trama è ben costruita, la lettura è scorrevole e piacevole, la complessità dell'animo umano e le sue zone in ombra sono il cuore pulsante del romanzo. I personaggi sono ben delineati, crescono ed evolvono, sono diventati, anche per me, una grande famiglia. Rocco è un amico di vecchia data, con i suoi rari momenti di slancio e i suoi tanti momenti di sconforto. Eppure la sua personale ricerca di verità non si arena mai. Lui ha amato ma è convinto di non poter più amare. Lui è stato felice ma ora vive con la certezza che non saprà mai più cos'è la felicità. 

Per concludere in bellezza ecco arrivare, sul finire di questo romanzo, un nuovo personaggio che innesca un meccanismo a orologeria che ci proietta nella prossima storia e io non vedo l'ora di fare ufficialmente la sua conoscenza. Riuscirà il vicequestore Rocco Schiavone a ritrovare la luce in fondo al tunnel o resterà un antieroe burbero e malinconico? Io tifo per l'antieroe!

lunedì 26 gennaio 2026

RECENSIONE | "L'ultimo segreto" di Dan Brown

Dopo otto anni da "Origin", Dan Brown torna in libreria con "L'ultimo segreto" pubblicato in Italia da Rizzoli. 

Il romanzo riporta in azione uno dei personaggi più iconici della narrativa contemporanea: Robert Langdon, esperto di simbolismo e docente di iconologia religiosa all'Università di Harvard. 

Semplificando al massimo, posso affermare che "L'ultimo segreto" si basa su tre pilastri: la noetica, il Golem e la città-labirinto di Praga. Il libro propone un'avventura mozzafiato ricca di misteri, simboli nascosti, arte, scienza e colpi di scena nello stile inconfondibile di Dan Brown.


STILE: 7 | STORIA: 8 | COVER: 8
L'ultimo segreto
Dan Brown

Editore: Rizzoli
Pagine: 800
Prezzo: € 27,00
Sinossi

Robert Langdon è a Praga insieme a Katherine Solomon, con cui ha da poco avviato una relazione. Un viaggio di piacere in veste di accompagnatore dell’esperta di noetica, invitata a una conferenza in città per esporre le sue innovative teorie sulla mente. All’improvviso, gli eventi prendono una piega inquietante: la mattina del quarto giorno Katherine sembra sparire senza lasciare tracce e Robert assiste, sul ponte Carlo, a una scena che sfida la razionalità e di fronte alla quale reagisce d’istinto, finendo nel mirino dei servizi di sicurezza cechi. Intanto, a New York, una misteriosa organizzazione mette in campo risorse all’avanguardia per distruggere il manoscritto che Katherine ha consegnato al suo editore e che raccoglie le sue rivoluzionarie ricerche. Ma come mai quello che dovrebbe essere un saggio teorico attira così tanto interesse? In poco più di ventiquattr’ore, Langdon dovrà dimostrarsi in grado di ritrovare Katherine, seminare le forze dell’ordine della città e quelle dell’ambasciata americana e oltrepassare le porte di un laboratorio segreto in cui vengono condotti esperimenti indicibili. La posta in gioco è altissima: una nuova concezione della mente, una visione che può regalare un futuro diverso all’umanità ma che potrebbe, anche, diventare un’arma dall’impatto devastante.





La Noetica è lo studio della coscienza umana. Fin dagli albori della civiltà, l'uomo ha cercato di dare risposte ai misteri della propria mente, quali la natura della coscienza e dell'anima. Per secoli ha affrontato questi temi soprattutto attraverso la lente della religione. 

Mentre si trova a Praga per accompagnare Katherine Solomon, studiosa di scienze noetiche e sua compagna, Robert Langdon si ritrova all'improvviso a vivere un terribile incubo: Katherine è scomparsa dalla camera d'albergo senza lasciare traccia. E non si tratta di un banale rapimento: forze occulte, attive dall'alba della storia, sono responsabili della scomparsa. Langdon inizia la sua personale indagine tra antichi castelli, cattedrali e labirinti sotterranei. Il lato oscuro della città sembra fagocitare il professore deciso a svelare segreti rimasti celati per secoli. Langdon dovrà affrontare una temibile sfida per salvare non solo la propria vita e quella di Katherine, ma il destino dell'umanità intera. 

"L'ultimo segreto" è il sesto capitolo della serie che narra le avventure dell'affascinante Robert Langdon. Il romanzo presenta una trama complessa, un ritmo serrato e un mix di elementi tradizionali e innovativi nella narrativa dell'autore. Gli elementi che hanno attirato la mia attenzione sono i misteri storici da risolvere, la presenza di simbolismi da decifrare, i personaggi carismatici e la tensione sempre crescente. Il tutto è intrecciato con elementi artistici, storici e religiosi, che tanto fascino esercitano su noi lettori. 

Gli argomenti trattati sono molto interessanti a partire dai temi oggetto di discussioni nella conferenza rivoluzionaria tenuta da Katherine Solomon. La studiosa sta per pubblicare un libro che contiene scoperte sorprendenti sulla natura della coscienza umana e minaccia di sconvolgere secoli di credenze consolidate. 

I noetici ritenevano che la coscienza non fosse il risultato dell'attività cerebrale, ma piuttosto un aspetto fondamentale dell'universo come lo spazio, il tempo o l'energia. E che non fosse nemmeno localizzata all'interno del corpo. 

A rendere gli eventi ancora più affascinanti è un'antica leggenda di Praga: l'esistenza di un guardiano mistico, "un protettore costretto dentro un involucro fisico, chiamato a sacrificarsi per farsi carico delle sofferenze altrui." 

L'arte magica della Cabala fa capolino fra le pagine del romanzo con una figura mitica, il Golem. 

I miti si intrecciano alle paure della nostra società e mostrano come il nostro presente non sia proprio un inno alla libertà. Le città sono controllate dalle telecamere di sicurezza, le verità sono abilmente manipolate, l'identità può essere mutabile e mai certa. 

Dan Brown narra la grande avventura della conoscenza di se stessi. Lo fa in una città sospesa, Praga, tra splendide architetture e pericoli che incombono. Ci porta in un territorio inesplorato dove albergano le nostre paure e le nostre ossessioni. Il grande mistero della mente umana, la classificazione dei dati e il controllo del reale, sono il frutto proibito della scienza futuristica. 

"L'ultimo segreto" è un thriller ad alta tensione che vede i protagonisti confrontarsi con i lati oscuri della scienza. La scrittura è chiara e diretta, eliminando ogni elemento superfluo per far emergere le cose essenziali, l'autore realizza una storia che funziona bene fin dal principio. La natura umana non offre il meglio di sé. La posta in gioco è altissima: una nuova concezione della mente, una visione che può regalare un futuro diverso all'umanità ma che potrebbe, anche, diventare un'arma dall'impatto devastante. La coscienza è manipolabile? 

Libro impegnativo ma scorrevole e piacevole soprattutto per chi ama le descrizioni scientifiche, l'avventura, l'intrattenimento e la speculazione filosofica. La coscienza umana è un tema su cui fermarsi a riflettere: esiste qualcosa dopo la morte? La conoscenza si basa solo sui cinque sensi o c'è altro? 

Non troverete sicuramente tutte le risposte ma assisterete a un confronto tra fede e scienza, spiritualità e razionalità, vita e morte. Nella zona grigia della nostra morale troveremo mille domande su giusto e sbagliato, sulla coscienza e sull'aldilà. All'immaginazione di noi lettori il compito di ipotizzare le risposte alle grandi domande. L'immaginazione sarà la nostra arma vincente per accettare l'idea di un "oltre" che fa capolino. La nostra realtà cela misteri troppo grandi e orribili anche per un mito come il professor Robert Langdon.

giovedì 11 dicembre 2025

RECENSIONE | "La morte della Pizia" di Friedrich Durrenmatt

 "La morte della Pizia" (Adelphi, traduzione di Renata Colorni) è un breve romanzo dello scrittore svizzero Friedrich Durrenmatt. Fu pubblicato nel 1976 all'interno della raccolta di racconti "Mitmacher".


STILE: 7 | STORIA: 8 | COVER: 7
La morte della Pizia
Friedrich Durrenmatt

Editore: Adelphi 
Pagine: 68
Prezzo: € 10,00
Sinossi

«Stizzita per la scemenza dei suoi stessi oracoli e per l’ingenua credulità dei Greci, la sacerdotessa di Delfi Pannychis XI, lunga e secca come quasi tutte le Pizie che l’avevano preceduta, ascoltò le domande del giovane Edipo, un altro che voleva sapere se i suoi genitori erano davvero i suoi genitori, come se fosse facile stabilire una cosa del genere nei circoli aristocratici, dove, senza scherzi, donne maritate davano a intendere ai loro consorti, i quali peraltro finivano per crederci, come qualmente Zeus in persona si fosse giaciuto con loro». Con queste parole spigolose e beffarde ha inizio La morte della Pizia e subito il racconto investe alcuni dei più augusti miti greci, senza risparmiarsi irriverenze e furia grottesca.





Stizzita per la scemenza dei suoi stessi oracoli e per l'ingenua credulità dei Greci, la sacerdotessa di Delfi, Pannychis XI, lunga e secca come quasi tutte le Pizie che l'avevano preceduta, ascoltò le domande del giovane Edipo, un altro che voleva sapere se i suoi genitori erano davvero i suoi genitori, come se fosse facile stabilire una cosa del genere nei circoli aristocratici, dove, senza scherzi, donne maritate davano a intendere ai loro consorti, i quali peraltro finivano per crederci, come qualmente Zeus in persona si fosse giaciuto con loro. 

Con queste parole beffarde ha inizio "La morte della Pizia" che riserverà irriverenza ai più augusti miti greci. 

La Pizia Pannychis XI ha sempre trovato insopportabile la credulità dei suoi contemporanei. Per divertirsi alle loro spalle, indifferente alle fragilità umane, pronuncia gli oracoli più improbabili che le passano per la testa. Un giorno, volendo fare uno scherzo crudele all'ennesimo visitatore del santuario di Delfi, vaticina ad un giovane zoppo che avrebbe ucciso il suo stesso padre per poi giacere con la sua stessa madre. Il giovane era Edipo e la Pizia mai avrebbe immaginato l'avverarsi della sua profezia. 

...una profezia che più insensata e inverosimile non avrebbe potuto essere, la quale, pensò, non si sarebbe certamente mai avverata, perché nessuno al mondo può ammazzare il proprio padre e andare a letto con la propria madre, senza contare che per lei tutte quelle storie di accoppiamenti incestuosi fra dèi e semidei altro non erano che insulse leggende. 

Anni dopo, ignorando la verità, Edipo, figlio di Laio, uccide accidentalmente il padre e sposa la madre Giocasta; quando la verità viene a galla, lei si impicca e lui si acceca. 

Ormai in fin di vita, la Pizia deve fare i conti con gli spiriti di Laio, assediato dai dubbi di paternità, e di Giocasta, che rivela chi è il vero padre di Edipo. Anche Edipo e la bellissima Sfinge si presentano al cospetto della Pizia. 

Gli spiriti le fanno visita nella sua umida grotta e raccontano la propria versione di quella tragedia, in un crescendo di dubbi, contraddizioni e mezze verità. Quale delle quattro storie corrisponde a verità? 

"La morte della Pizia" è un racconto che ci apre le porte del mondo mitologico. Siamo nella Grecia antica, nel santuario di Delfi, dove la Pizia, seduta sul tripode posto in una rupe caverna davanti al Tempio di Apollo, affascina con i suoi vaticini. 

Per intrigare ancor di più gli eventi, alla Pizia, che rappresenta il caos, si presenta un'ombra con le sembianze dell'assennato Tiresia, il famoso veggente cieco, che rappresenta l'ordine. Queste sono le sue parole: 

Pannychis, anch'io come te sono una persona sensata, come te non ho fede negli dèi e credo invece nella ragione, e proprio perché credo nella ragione sono persuaso che l'insensata fede negli dèi debba essere sfruttata in maniera ragionevole.

Il destino di Edipo è il mezzo per raccontare il conflitto tra ordine e caos. 

A guidare l'uomo deve essere la razionalità e non la mitologia. Tuttavia, qui emerge il pessimismo dell'autore, gli uomini sono opportunisti, spesso incompetenti e arroganti. Il proprio tornaconto è il dio in cui tutti credono. La verità è l'unica base possibile per una società imparziale e libera. 

La verità è il mezzo per cercare la giustizia. 

Pizia e Tiresia espongono i loro dubbi mentre cercano di far luce sulla capacità dell'uomo di scegliere il proprio destino. L'uomo ha il diritto di poter pensare liberamente senza le catene del soprannaturale e dei miti. A complicare le cose per la ragione, c'è l'esistenza della casualità che lascia il mondo in balia del caos. Si crea, così, un groviglio di coincidenze e intricatissime connessioni che portano l'uomo a brancolare nel buio. L'enigma regna nelle nostre vite e a nulla valgono i tentativi per influenzare gli eventi. 

"La morte della Pizia" è un libro sorprendente che regala una lettura intrigante e ironica. L'attività dell'oracolo di Delfi appare fuori dal tempo, perfettamente aderente ai nostri giorni. Pensate ai vari aspetti politici, economici, morali, che caratterizzano la nostra società e immaginate "un gran burattinaio" che dispone, a suo piacimento, delle nostre vite. Ognuno ha la sua verità, come gli spiriti che si presentano alla Pizia. Una verità viva nel limbo delle nostre certezze che non va confusa con la Verità, enigma che si nasconde dietro le apparenze. Alcuni uomini comprendono che i tentativi per cambiare il mondo sono tutti inutili e lo accettano così com'è. Altri non si arrendono e provano a realizzare i propri sogni. Chi ha ragione, chi ha torto? Durrenmatt lascia la risposta a Tiresia. Una risposta che potrebbe non essere definitiva: 

Pannychis, disse il veggente in tono paterno, solo la non conoscenza del futuro ci rende sopportabile il presente. Mi sono sempre stupito e continuo a stupirmi immensamente che gli uomini siano tanto smaniosi di conoscere il futuro. Sembra quasi che preferiscano l'infelicità alla felicità. 

La razionalità riuscirà a riportare l'ordine nel caos? 

"La morte della Pizia" è un gioiellino letterario, dallo stile travolgente e irriverente, che vi esorto a leggere per riflettere sui pericoli che si corrono quando ci si mette nelle mani degli altri (dèi inclusi) rinunciando a costruirci un nostro pensiero critico su ciò che accade. Cedere la propria libertà in cambio di un illusorio senso di protezione è un grave errore. Lasciatevi conquistare dalla magica seduzione della parola e dal fascino del partecipare alla vita della collettività. Ricordando che è bene guardare la realtà con occhio critico, accettandone l'irrazionalità e la complessità ed è auspicabile riflettere sul ruolo dell'individuo in un mondo in cui il caos e il paradosso sembrano avere il sopravvento. Quindi buona lettura e non date mai ascolto alla Pizia che è in voi.