giovedì 25 febbraio 2021

RECENSIONE | “La signorina Crovato” di Luciana Boccardi

Esce oggi nelle librerie “La signorina Crovato”, Fazi Editore, che segna l’inizio della saga familiare tutta italiana di Luciana Boccardi. È un racconto di formazione tratto da una storia vera. La scrittrice racconta la vita travagliata di una bambina d’altri tempi tenace, coraggiosa e determinata. Una bambina che crescendo in un periodo molto difficile della nostra Storia, dovrà affrontare mille peripezie per affermarsi. L’infanzia rubata da una tragedia familiare, il continuo pellegrinare da una casa all’altra, il senso di abbandono, il continuo dover dire addio alle persone care, fanno di questo libro un mezzo per arrivare al cuore vivo e pulsante dei personaggi.


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 8
La signorino Crovato
Luciana Boccardi

Editore: Fazi
Pagine: 340
Prezzo: € 18,00
Sinossi

Ha tre anni e mezzo, Luciana, quando la “disgrazia” colpisce la sua famiglia. È il 1936 e Venezia è ancora una città dove la gente si saluta per strada, una città vivace, piena di botteghe, di piccoli artigiani e professionisti. Il suo adorato papà, clarinettista, ateo e antifascista, non può più provvedere alla famiglia e la mamma è costretta ad arrangiarsi: per lei è l’inizio di una lunga serie di vicissitudini segnate dal continuo assillo della miseria. Luciana le attraversa tutte, con pazienza, senza mai perdere la gioia di vivere e la curiosità che la rendono tanto unica e speciale. Nel frattempo, impara mille mestieri. Affidata a una famiglia di contadini, si ritrova a governare le bestie, dormendo in una cesta per i tacchini; poi s’improvvisa apprendista parrucchiera, garzone di panetteria, “aiutino” per un grossista di spazzole, ricamatrice di borsette a venti lire al pezzo; apprende il francese in casa di una ricca famiglia, aiutando le bambine a fare i compiti e intrattenendole come una vera “damina” di compagnia; fa la commessa sul Gran Viale al Lido e la cantante di balera. Di notte, intanto, si esercita come dattilografa, nella speranza di trovare un posto fisso: e quando, finalmente, il suo sogno si avvera, un mondo nuovo le si apre davanti, meraviglioso e inaspettato. 


Una delle cose che mi piacevano, del mio nuovo lavoro, era che tutti mi trattavano con rispetto. Il principale, il magazziniere, il perito dell’assicurazione – tutti mi chiamavano “signorina Crovato”. Era un attestato di stima che mi rendeva molto orgogliosa di me stessa.

È il 1936 e Venezia, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, è una città vivace, piena di botteghe, di piccoli artigiani e professionisti. La piccola Luciana, voce narrante, ha tre anni e mezzo quando la “disgrazia” colpisce la sua famiglia. Il suo adorato papà, clarinettista, ateo e antifascista, non può più provvedere alla famiglia. Un incendio causerà danni irreversibili alla vista e alle mani dell’uomo. Inizialmente alla bambina, mandata per un po’ a vivere con un’altra famiglia, viene nascosta la verità e lei si sente abbandonata. La mamma è costretta ad arrangiarsi e la miseria si insedia stabilmente in casa Crovato.

Luciana attraverserà una serie di vicissitudini che non scalfiranno la sua gioia di vivere e la curiosità che la rendono tanto unica e speciale. Affidata a una famiglia  di contadini nel Padovano, si ritrova a governare gli animali, dormendo in una cesta per tacchini. Lei svolgeva con impegno i suoi compiti, fiera di essere utile. Dopo più di un anno di degenza, il papà esce dall’ospedale. Ha perso l’uso di una mano e può contare solo su un occhio con il quale vede molto poco. Luciana tornerà a casa a Venezia e farà tanti lavori per aiutare i suoi genitori. Il nonno si occuperà della sua istruzione e la scuola, dove era considerata “la figlia del cieco” e “la figlia di un pericoloso pregiudicato politico”, non le lascia un buon ricordo. Luciana, però, ha un sogno. Vuol diventare dattilografa, nella speranza di trovare un posto fisso. La sua determinazione le consentirà di far avverare il suo desiderio. Entra infatti come dattilografa in Biennale. Sarà l’inizio dell’età adulta.

“La signorina Crovato” è un romanzo-memoir di Luciana Boccardi, storica decana del giornalismo di moda e studiosa di costume che ha visto nascere il Made in Italy.

I personaggi del romanzo sono plasmati con amore e passione. Raoul, il padre di Luciana, pur cieco e con una mano paralizzata, non cede mai al vittimismo. Da solo riesce a creare un sistema, utilizzando dei tappi di sughero, per continuare a suonare. Non abbandona la sua lotta contro il fascismo, aiuta i partigiani e trasforma la sua disabilità in un vantaggio per sfuggire all’odio fascista. Un cieco, pensavano, non può certo essere un pericolo per il Fascismo! Grande, grandissimo, errore.

Luciana, poi, è una forza della natura sempre in lotta per non naufragare in quel mare tempestoso che è stata la sua infanzia. Dalla sua sofferenza prende la forza per andare avanti e per lei, il padre, è un porto sicuro, l’Onnipotente. Anche se mal ridotto e cieco, la sua presenza la faceva sentire protetta.

Era l’unico in cui credevo: era la forza della sua intelligenza che, ai miei occhi, lo rendeva un eroe.

Anche Raoul ha però le sue debolezze, si sente in colpa per non poter provvedere economicamente alla sua famiglia e cerca nel vino un’anestesia alla sua tragedia. In fondo alla bottiglia, però, ci sono più domande che risposte e solo l’amore dei suoi cari riesce a lenire le sue sofferenze.

Il bene che ci volevamo era il nostro ossigeno, il mutuo soccorso era il cemento di una complicità più unica che rara. Quando si è disperati a quel punto, o ci si odia, o ci si ama ancor di più.

La guerra toglie il cibo dalle tavole, le pance son vuote, ma nei cuori la speranza e il desiderio di andare avanti sono forze che nessuno può fermare. Gli orrori della guerra sono raccontati con fare lieve ma non lasciatevi ingannare. I vari personaggi soffrono, si piegano ma non si spezzano, anzi utilizzano quel dolore per impegnarsi, per migliorare la propria condizione attraverso lo studio. Il merito, quando c’è, viene riconosciuto.

In casa Crovato, regnava la filosofia del “domani è un altro giorno”. Pensare che il domani possa esser diverso, aiuta a superare i momenti no, sperando in un futuro migliore. Occorre lottare senza mai arrendersi per raggiungere i propri scopi. La vita non è mai facile ma ognuno sia protagonista della propria esistenza senza mai azzerare il passato ma guardando il domani come un giorno nuovo arricchito dal bagaglio dei precedenti. La famiglia è il luogo in cui rifugiarsi nelle difficoltà, dove proteggere il cuore dalle emozioni più forti. Luciana è coraggiosa, non esita a rimboccarsi le maniche per aiutare le persone care, è determinata ed è impossibile non schierarsi dalla sua parte e provare simpatia per lei. La sua vita è piena di ostacoli, spesso deve ricominciare ogni giorno nella consapevolezza di non essere perfetta, cade ma si rialza sempre.

“La signorina Crovato” è un romanzo sospeso tra finzione e realtà. La paura scompare dietro la caparbietà e la voglia di arrivare della protagonista. In lei c’è la volontà di trovare la felicità anche nelle situazioni più drammatiche. Anche se il tema trattato è impegnativo con momenti drammatici, l’autrice riesce a renderlo leggero disegnando un sorriso sul volto del lettore e trasmettendo un’infinità di emozioni. Nel sorriso è intrecciata una malinconia che coinvolge tutti. Quel sorriso spezza il cuore quando leggi della miseria, della violenza fascista, del giudizio sociale che ti condanna, dell’evaporare della sensibilità e della bellezza che non vanno d’accordo con la povertà. Anche per ridere ci vuole coraggio.

“La signorina Crovato” è un romanzo sensibile, vivace e brillante, che racconta il coraggio delle scelte individuando il cammino che sembra il migliore anche se è il più difficile. L’autrice mescola lacrime e sorrisi, racconta il male attraverso il bene. Racconta di una povertà di beni materiali ma di una ricchezza fatta di sentimenti, creatività, di valori nell’apprezzare ciò che le vita ci offre, di forti legami che si creano in famiglia. Non bisogna mai temere la vita. Quando tutto va male c’è bisogno di un sorriso per mantenere vivo il proprio spirito, per esorcizzare un dolore, una tragedia, per andare avanti, per ricordare sempre che “La vita è bella. No, è bellissima.”

mercoledì 17 febbraio 2021

RECENSIONE ! "Biancaneve nel Novecento" di Marilù Oliva

“Biancaneve nel Novecento” è un libro di Marilù Oliva pubblicato da Solferino. La storia, a tratti di una ferocia disumana, intreccia il presente al passato per raccontarci di atroci sofferenze impossibili da dimenticare. Il dolore, nascosto nell’abisso dell’animo, plasma la vita delle protagoniste e ci costringe a guardare negli occhi una verità che la Storia non può nascondere. Il male genera altro male, ne sono testimoni le due protagoniste di questa storia. Lili, che era una ragazza nel 1943, con i suoi  indelebili ricordi ci porterà nel campo di Buchenwald, nel bordello dove i nazisti rinchiudevano le giovani deportate. Lei, sopravvissuta all’orrore, è prigioniera del suo dolore. La piccola Bianca, che vive a Bologna e negli Ottanta ha quattro anni. La sua famiglia è dilaniata da un male sottile che trasforma l’animo delle persone e uccide ogni forma di serenità e felicità. La bambina dovrà crescere in fretta. Questa è la storia di donne dimenticate che, nel silenzio, muoiono ogni giorno un po’ di più. È la storia di un dolore tanto grande da travolgere ogni rapporto umano. È la storia di donne doppiamente vittime della Storia, della Shoah, della follia degli uomini. È la storia di una speranza: “Sei mesi nel bordello per rendere felici i detenuti e poi vi liberiamo”, ma i nazisti non mantennero mai quella promessa. È la storia di donne che alla fine della guerra, schiacciate dall’umiliazione, invece di denunciare quella tragedia decisero di rinchiudersi nel silenzio per seppellire dentro di sé l’orrore di quella tragedia.


STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 8
Biancaneve nel Novecento
Marilù Oliva

Editore: Solferino
Prezzo: € 19,00
Sinossi
Giovanni è un uomo affascinante, generoso e fallito. Candi è una donna bellissima che esagera con il turpiloquio, con l’alcol e con l’amore. E Bianca? È la loro unica figlia, che cresce nel disordinato appartamento della periferia bolognese, respirando un’aria densa di conflitti e di un’inspiegabile ostilità materna. Fin da piccola si rifugia nelle fiabe, dove le madri sono matrigne ma le bambine, alla fine, nel bosco riescono a salvarsi. Poi, negli anni, la strana linea di frattura che la divide da Candi diventa il filo teso su un abisso sempre pronto a inghiottirla. Bianca attraversa così i suoi primi vent’anni: la scuola e gli amori, la tragedia che pone fine alla sua infanzia e le passioni, tra cui quella per i libri, che la salveranno nell’adolescenza. Negli anni Novanta, infatti, l’eroina arriva in città come un flagello e Bianca sfiora l’autodistruzione: mentre sua madre si avvelena con l’alcol, lei presta orecchio al richiamo della droga. Perché, diverse sotto ogni aspetto, si somigliano solo nel disagio sottile con cui affrontano il mondo? È un desiderio di annullarsi che in realtà viene da lontano, da una tragedia vecchia di decenni e che pure sembra non volersi estinguere mai: è cominciata nel Sonderbau, il bordello del campo di concentramento di Buchenwald.

 

Perfino l’inferno può sembrare attraente quando sei costretto a morire giorno dopo giorno come una bestia affamata e infreddolita.

Bianca è una bambina infelice. Giovanni, suo padre, è un uomo affascinante, generoso e fallito. Candi, sua madre, è una bella donna soggiogata dall’alcol e incapace di darle amore. Bianca, figlia unica, vede nel suo papà un eroe, un principe azzurro, che le vuol bene e la difende da un’inspiegabile ostilità materna. La famiglia vive nella Bologna degli anni Ottanta, in un disordinato appartamento della periferia. Per sfuggire a una realtà complicata, la bambina si rifugia nelle fiabe. La sua preferita è “Biancaneve”. Alla mamma, Bianca, assegna il ruolo di regina indiscussa del Regno del Male,  grande Prevaricatrice e Distruttrice di ogni felicità. Solo con il suo papà Bianca è felice, una bolla d’amore la separa dalle cattiverie della mamma. La bambina spera nel lieto fine ma la vita spesso è crudele. Una tragedia porrà fine alla sua infanzia catapultandola in una realtà sempre più dura. Passano gli anni, e Bianca cresce dividendo il suo tempo tra la scuola, gli amori e la passione per i libri. Incontrerà persone prepotenti e altre amorevoli che le dimostreranno le mille sfumature dei sentimenti.

Oltre ai guerrieri del Bene e alle forze del Male, esisteva una schiera di gente invisibile che non prendeva mai posizione e, quando lo faceva, sceglieva la sudditanza verso il più tracotante.

Alcune volte rendersi invisibile è la soluzione a ogni problema. Annullarsi diventa il desiderio di Bianca e l’eroina le offre una via di fuga. Così mentre Candi si avvelena con l’alcol, Bianca sfiora l’autodistruzione con la droga. Entrambe le donne si portano dentro un disagio che condiziona le loro scelte. Trovare le radici di quel disagio significa tornare indietro nel tempo, lì dove tutto ebbe inizio, nel bordello del campo di concentramento di Buchenwald. Il dolore  del passato e il disagio del presente, tessono un filo rosso che unisce i due piani narrativi del romanzo.

I capitoli che vedono Bianca narrare della sua vita, si alternano a quelli che narrano gli eventi terribili della seconda Guerra Mondiale.  A dar voce all’orrore è Lili, una giovane donna fatta prigioniera dai tedeschi e condotta, con la promessa di un’imminente liberazione, nel bordello del lager di Buchenwold pensato come incentivo per aumentare la produttività dei lavoratori forzati, i prigionieri “privilegiati” (decani o Kapò), e a disposizione anche delle SS. Venivano distribuiti, ai più meritevoli, bonus da spendere nel bordello, consumazione in 15 minuti, e ogni sadismo era permesso. In questo inferno il corpo delle donne veniva sfruttato e martoriato. Quando le ragazze erano ormai alcolizzate, sfiancate e malate, venivano rimandate al Lager di provenienza per essere usate come cavie negli esperimenti sadici dei medici delle SS, o inviate direttamente ai forni crematori. Erano le schiave del sesso e il lager aveva rubato la loro anima.

Questo orrore, ancor oggi, è una delle pagine meno note dell’oscuro periodo del Nazismo e Marilù Oliva dà voce a quelle donne, dimenticate nel silenzio della Storia, con fatti veri e ben documentati. Nelle tenebre di quegli eventi ho scoperto l’esistenza della “Strega di Bunchenwald”. Era Ilse Koch, moglie di Karl Otto Koch, comandante del campo di concentramento in cui era prigioniera Lili. Torturava con sadica ferocia i prigionieri e si divertiva a scuoiare i tatuaggi delle vittime per farne dei paralumi. Poi  ho appreso la storia di Mafalda di Savoia, la principessa italiana che morì a Buchenwald.

Lili e Bianca sono le testimoni di un passato e un presente che si intrecciano. Qual è il legame tra queste due donne? Così, capitolo dopo capitolo, è cresciuta in me la voglia di scoprire una verità che diventa specchio di gran parte del Novecento raccontato attraverso alcuni eventi che lo hanno caratterizzato come la Strage di Ustica, la strage alla stazione di Bologna, i crimini della banda della “Uno bianca”. L’intreccio delle vicende dei protagonisti con gli eventi storici, è un aspetto del romanzo che mi è piaciuto davvero tanto. Le debolezze degli uomini, l’efferatezza del ricordo, la rabbia e i sensi di colpa, sono le colonne portanti di questa storia. Ciò che mi ha colpita di più, leggendo “Biancaneve nel Novecento”, è la facilità con cui l’autrice ci permette di moltiplicare la nostra esperienza di vita entrando nelle storie degli altri. Attraverso il romanzo, a tratti crudele seppur con aliti d’inaudita tenerezza, la scrittrice ci mostra una verità sepolta tra le pagine della Storia. Con Lili attraverseremo le zone d’ombra della coscienza di uomini aguzzini e con Bianca scopriremo la proiezione del dolore che dal passato colonizza e devasta il presente. Vita, morte, speranza, disperazione, sensi di colpa sono la linfa che nutre le parole di questo romanzo. La memoria non può e non deve esser cancellata.

Con “Biancaneve nel Novecento”, gli invisibili della Storia fanno sentire le loro voci. È una lettura dolorosa e sensibile che ci aiuta a conservare la memoria degli orrori della guerra. La vergogna privata diventa collettiva e attraverso il romanzo i personaggi trovano il coraggio per raccontare un tema quasi totalmente ignorato dalla ricerca storica, per fare in modo che le pagine più oscure della nostra storia non si ripetano mai più.

Bianca, la nostra travagliata Biancaneve, ci mostrerà come spesso il dolore esistenziale si nasconde nelle dipendenze. L’alcol, il fumo, la droga, il gioco d’azzardo, affondano le loro radici nella solitudine, nell’abbandono, nei sensi di colpa, nella rabbia, nella paura, negli abusi. Bonificare questo terreno dai veleni dell’esistenza sarebbe un passo in avanti per guarire le cicatrici che deturpano il nostro cuore. La speranza deve essere la nostra fedele alleata perché, ricordatelo sempre, anche all’inferno può nascere un fiore.

giovedì 4 febbraio 2021

RECENSIONE | "Piranesi" di Susanna Clarke

“Piranesi” è il secondo romanzo della scrittrice inglese Susanna Clarke, edito da Fazi nella traduzione di Donatella Rizzati. La scrittrice di romanzi fantasy è conosciuta principalmente per essere l’autrice del romanzo “Jonathan Strange & il signor Norrell”, vincitore del premio Hugo e del World Fantasy Award nel 2005. “Piranesi” è un romanzo particolare. Parla di un uomo senza passato che vive in una Casa in cui è imprigionato un oceano. Non mettete limiti alla Casa, nessun confine, un continuo susseguirsi di Saloni e corridoi a perdita d’occhio. Questa Casa è per Piranesi il Mondo intero, ed è solo la quindicesima persona ad averci vissuto. Esplorare le immense Sale del Mondo è stata per me un’esperienza mozzafiato. Avendo come guida Piranesi ho vissuto una storia che si è rivelata affascinante e con un finale a sorpresa. Il titolo richiama un artista italiano del XVIII secolo, Giovanni Battista Piranesi. Clarke è sempre stata affascinata dalle sue suggestive acqueforti di prigioni immaginarie, dai suoi disegni e incisioni di spettacolari palazzi e statue romane antiche. Bene, se il vostro sogno è quello di girovagare in una grande Casa, siete nel posto giusto. Non troverete molte persone ad attendervi, conoscerete inizialmente solo due uomini che si confrontano. L’innocente Piranesi vi accoglierà e vi mostrerà un Mondo di cui si sente parte, un luogo ricco di conoscenza e virtù, di idee e gentilezza, ma dovrete fare i conti anche con l’Altro, scienziato come Piranesi, che considera il Mondo privo di forza vitale.


STILE: 8 | STORIA: 10 | COVER: 8
Piranesi
Susanna Clarke

Editore: Fazi
Prezzo: € 16,50
Sinossi
Wang Di ha soltanto sedici anni quando viene portata via con la forza dal suo villaggio e dalla sua famiglia. È poco più che una bambina. Siamo nel 1942 e le truppe giapponesi hanno invaso Singapore: l'unica soluzione per tenere al sicuro le giovani donne è farle sposare il più presto possibile o farle travestire da uomini. Ma non sempre basta. Wang Di viene strappata all'abbraccio del padre e condotta insieme ad altre coetanee in una comfort house, dove viene ridotta a schiava sessuale dei militari giapponesi. Ha inizio così la sua lenta e radicale scomparsa: la disumanizzazione provocata dalle crudeltà subite da parte dei soldati, l'identificazione con il suo nuovo nome giapponese, il senso di vergogna che non l'abbandonerà mai. Quanto è alto il costo della sopravvivenza? Sessant'anni più tardi, nella Singapore di oggi, la vita dell'ormai anziana Wang Di s'incrocia con quella di Kevin, un timido tredicenne determinato a scoprire la verità sulla sua famiglia dopo la sconvolgente confessione della nonna sul letto di morte. È lui l'unico testimone di quell'estremo, disperato grido d'aiuto, e forse Wang Di lo può aiutare a far luce sulle sue origini. L'incontro fra la donna e il ragazzino è l'incontro fra due solitudini, due segreti inconfessabili, due lunghissimi silenzi che insieme riescono finalmente a trovare una voce.

 

La Casa in cui Piranesi vive non è un edificio qualunque. Le sue stanze sono Saloni che si susseguono, i suoi corridoi infiniti, le sue pareti sono tappezzate di moltissime statue, una diversa dall’altra che raffigurano oggetti, situazioni e concetti che non trovano riscontro nella realtà della Casa: L’Uomo Scatola-di- Biscotti, l’Infante Ripiegato, la Donna che sorregge un alveare, i Due Re che giocano a Scacchi. A volte, qua e là, si possono trovare una Nicchia o un’Abside vuoti. All’interno del labirinto è imprigionato un Oceano che, con le sue alte e basse maree, inonda periodicamente ogni stanza. Imponenti scalinate in rovina conducono ai piani superiori attraversati dalle nuvole e dalle finestre è possibile vedere i Corpi Celesti. Piranesi non ha paura, comprende le maree, conosce ogni statua, esplora con interesse e passione il labirinto che si estende intorno a lui. Nella Casa c’è anche un’altra persona, un uomo chiamato l’Altro che incontra Piranesi due volte a settimana coinvolgendolo nella ricerca della Grande e Segreta Conoscenza. Cosa sia esattamente la Conoscenza non è dato sapere, solo un rituale magico potrà svelare l’arcano. Il Mondo vi svelerà immagini sorprendenti e di una bellezza surreale con i suoi tre livelli. I  Saloni Superiori sono il Regno delle Nuvole. I Saloni Inferiori sono il Regno delle Maree. I Saloni di Mezzo sono il regno degli uccelli e degli uomini.

L’Altro è un uomo enigmatico ed è l’unica persona con cui Piranesi parla, perché i pochi che sono stati nella casa prima di lui sono ora solo scheletri che si confondono tra il marmo.

L’inizio del romanzo è dettagliato e in una manciata di secondi ci si ritrova intrappolati in un labirinto che riflette frammenti delle nostre angosce. Piranesi, giovane ingenuo ma intelligente e curioso, stranamente non sembra sapere quale sia il suo vero nome, non ha un passato, si aggira nel Mondo segnando su dei taccuini tutte le meraviglie che vede e si considera il figlio amato dalla Casa. In lui non c’è traccia di bramosia è tranquillo, oserei dire felice, e ha una gran passione per la scienza e i dati. Vive un’esistenza difficile, piena di disagi ma apprezza la bellezza del luogo in cui vive e assapora, quasi come un nutrimento, il mistero del labirinto. Ogni statua è un mistero, ogni piccolo evento diventa il seme per una nuova storia. L’arrivo di un albatro, ad esempio, segna il nascere di un cambiamento che innesca una serie di eventi che donano alla narrazione un ritmo incalzante. All’inizio del romanzo Piranesi è solo, la sua solitudine non è un peso per lui sempre in movimento tra stanze inferiori sommerse dal mare e stanze superiori perse nelle nuvole. Egli porta tributi ai morti e il martedì e il venerdì incontra l’Altro, il suo amico, al quale racconta, con senso di meraviglia quasi infantile, le bellezze del Mondo. Piranesi si arrampica sulle statue, la sua preferita è un Fauno, mangia il pesce che cattura, si riscalda bruciando le alghe secche, evita le maree e parla con gli uccelli.

La Statua che amo più di tutte è la Statua di un Fauno, una creatura metà uomo e metà capra, con una testa di riccioli esuberanti. Sorride e si preme la punta delle dita sulle labbra. Ho sempre avuto la sensazione che volesse dirmi qualcosa o, forse, avvertirmi: Silenzio!, sembra dire. Stai attento! Ma a quale pericolo possa riferirsi, non l’ho mai saputo.

 La Casa è tutto il suo mondo, si prende cura di lui e lui vive felice perché sente di appartenere ai luoghi benevoli che lo accolgono. Quando strani messaggi iniziano a comparire, il mondo che Piranesi credeva di conoscere diventa strano e pericoloso. Non tutto è come sembra, forse Piranesi  ha dei disturbi della memoria? Forse ci sono nella Casa pericoli che lui non percepisce? Ci sono altre persone nel Labirinto e forse anche un altro mondo fuori dalle mura della Casa? Piranesi è confuso, legge e rilegge i suoi diari ma i ricordi non combaciano, il tempo sembra scorrere per conto proprio e l’Altro, sempre curato e vestito con abiti ben confezionati, gli confonde solo le idee con le sue risposte sfuggenti. L’Altro non venera la Casa come fa Piranesi.

Ma non c’è nulla che sia potente. E neanche niente che sia vivo. Solo infinite stanze uggiose, tutte uguali, piene di personaggi decadenti coperti di guano..

Non può esser così per Piranesi.

La bellezza della casa è incommensurabile; la sua gentilezza infinita.

Susanna Clarke è davvero brava nell’evocare un mondo ultraterreno in cui mitologia e fantasia si mescolano. Dai coni d’ombra di un sogno che s’insinua nel subconscio, emerge un fantasy che indossa le vesti nere del thriller. Da una pace serafica iniziale, si passa a una serie di enigmi che vi faranno riflettere sulla condizione umana. Perdersi e ritrovarsi.

“Piranesi” è un modo di vivere in simbiosi tra l’uomo e il Mondo ma è anche una storia di mistero e suspense. Mostra come l’uomo si può rapportare alla natura in modo diverso. C’è chi cerca l’armonia e chi desidera il dominio. L’uomo è parte del mondo e anche il mondo è parte dell’uomo.

L’ispirazione per questo romanzo risale ai primi anni ’80, quando l’autrice lavorava nell’editoria a Londra e frequentava i corsi serali di Jorge Luis Borges. Si innamorò di loro, in particolare “The House of Asterion”, che racconta la leggenda del Minotauro dal punto di vista del mostro.

“Piranesi” è un romanzo breve, un puzzle inebriante, una storia pervasa di gioia ma anche di tristezza e crudeltà. Magia e scienza si intrecciano, l’uomo da sempre cerca la conoscenza, vuol superare i propri limiti. Nella ricerca ci si può perdere, il labirinto potrebbe rivelarsi una trappola perfetta o essere la via che porta alla conoscenza. Per me è stato facile schierarmi con Piranesi e odiare l’Altro che lo usa e lo disprezza. L’innocenza di Piranesi diventa un mezzo per salvarsi nel tumultuoso cammino che lo attende. Dalle sue osservazioni ha dedotto che, da quando il mondo ha avuto inizio, sono esistite forse 15 persone: 13 scheletri che si trovano sparsi nei saloni, l’Altro e lui. L’arrivo di un individuo sconosciuto, che chiama la Sedicesima Persona, lo costringerà a indagare sul proprio passato trovando parte della verità nei suoi diari.

Ho letto il romanzo con la splendida sensazione di entrare in un mondo affascinante ma sconcertante. È un puzzle che accende i riflessi nel rapporto di luce e buio nell’esistenza. “Piranesi” ‘è fatto della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni’, d’empatia anche verso i nemici più accaniti, è un viaggio suggestivo nelle infinite idee. Per Piranesi la Casa equivale all’ideale platonico della realtà.

“Piranesi” è un romanzo con un solo protagonista che si muove in un’ambientazione in cui potrete ritrovare echi di altri lavori come “Aspettando Godot” o del mito della caverna di Platone raccontato all’inizio del libro settimo de “La Repubblica”.

Parole come fiume e montagna hanno un significato, ma soltanto perché quelle cose sono ritratte nelle Statue. Suppongo che invece debbano esistere nel Mondo Più Antico. In questo Mondo le Statue raffigurano cose che esistono nel Mondo Più Antico.

La storia catalizza l’attenzione del lettore sulle avventure di Piranesi, le sue esplorazioni e i suoi incontri con l’Altro che sembra nascondere vari segreti. I suoi doni sembrano non provenire dalla Casa, prende appunti su un “dispositivo scintillante” e mette in guardia Piranesi da un inquietante eremita, 16, deciso, secondo lui, a distruggere la ragione. Tutti gli enigmi troveranno una risoluzione e credetemi, lasciare la Casa è stato un atto difficile ma necessario per poter riflettere sulla natura della realtà, sull’identità individuale, sulla convinzione che tutto ciò che crediamo reale e immutabile non lo è affatto. La ragione deve poter accogliere anche idee trasgressive e varcare confini inesplorati. L’uomo non ha bisogno di ricchezza, potere, gloria. Occorre ritornare alla natura, alla semplicità, senza preoccuparsi delle proprietà. Una lanterna vi indicherà la strada alla ricerca dell’uomo che vive secondo la sua più autentica natura e vive  conformemente a essa e così è felice.