mercoledì 23 settembre 2020

RECENSIONE | "Vardo. Dopo la tempesta" di Kiran Millwood Hargrave

“Vardo. Dopo la tempesta”, della giovane inglese Kiran Millwood Hargrave (Neri Pozza),è un romanzo potente e agghiacciante che trae ispirazione dai processi alle streghe di Vardo del 1620. È la storia di una caccia alle streghe, di una brutale sottomissione delle donne, di superstizione e di atrocità compiute nel nome della religione. Kiran Millwood Hargrave è una pluripremiata poetessa, drammaturga e romanziera britannica. “Vardo. Dopo la tempesta” è il suo primo romanzo storico.


STILE: 9 | STORIA: 8 | COVER: 8
Vardo. Dopo la tempesta
di Kiran Millwood Hargrave (traduzione di L. Prandino)

Editore: Neri Pozza
Pagine: 336
Prezzo: € 18,00
Sinossi
1617, Norvegia nordorientale. In una funesta vigilia di Natale, il mare a Vardø si è improvvisamente sollevato e una folgore livida ha sferzato il cielo. Quando la tempesta si è acquietata in uno schiocco di dita, così com’era arrivata, le donne si sono raccolte a riva per scrutare l’orizzonte. Degli uomini usciti in barca non vi era, però, nessun segno. Quaranta pescatori, dispersi nelle gelide acque del Mare di Barents. Alla ventenne Maren Magnusdatter, che ha perso il padre e il fratello nella burrasca, e a tutte le donne di Vardø non resta dunque che un solo compito: mettere a tacere il dolore e cercare di sopravvivere. Quando l’inverno allenta la presa e le provviste di cibo sono quasi esaurite nelle dispense, le donne non si perdono d’animo: rimettono le barche in mare, riprendono la pesca, tagliano la legna, coltivano i campi, conciano le pelli. Spinte dalla necessità, scoprono che la loro unità può generare ciò che serve per continuare a vivere. L’equilibrio faticosamente conquistato è destinato, però, a dissolversi il giorno in cui a Vardø mette piede il sovrintendente Absalom Cornet, un fosco e ambiguo personaggio distintosi, in passato, per aver mandato al rogo diverse donne accusate di stregoneria. Absalom è accompagnato dalla giovane moglie norvegese, Ursa, inesperta della vita e terrorizzata dai modi sbrigativi e autoritari del marito. A Vardø, però, Ursa scorge qualcosa che non ha mai visto prima: donne indipendenti. Absalom, al contrario, vede solo una terra sventurata, abitata dal Maligno. Un luogo ai margini della civiltà, dove la popolazione barbara dei lapponi si mescola liberamente con i bianchi e dove una comunità di sole donne pretende di vivere secondo regole proprie.




La burrasca arriva in uno schiocco di dita. Così ne parleranno nei mesi e negli anni a venire, quando smetterà di essere solo un dolore sordo dietro agli occhi e un’oppressione alla base della gola. Quando infine entrerà nella storia.
1617, Norvegia nordorientale. In una funesta vigilia di Natale, a Vardo il mare si è improvvisamente sollevato e una folgore livida ha sferzato il cielo. Quando la tempesta si è acquietata, le donne si sono raccolte a riva per scrutare l’orizzonte. Degli uomini usciti in barca non vi era, però, nessun segno. 
E poi il mare si solleva e il cielo si abbassa e una folgore livida sferza tutto quanto, illuminando il buio con un bagliore istantaneo e terribile. Ci sono solo il mare e il cielo e le luci delle barche inghiottite e le barche che saettano e le barche che vorticano e le barche sollevate, rovesciate, sparite.
Quaranta pescatori, dispersi nelle gelide acque del Mare di Barents. Alla ventenne Maren, che ha perso il padre e il fratello e il promesso sposo nella burrasca, e a tutte le donne di Vardo non resta che mettere a tacere il dolore e cercare di sopravvivere sostituendosi, nei lavori, agli uomini. Coltivano i campi, riprendono a pescare, vanno nei boschi per tagliare la legna e conciano le pelli. L’unione è la loro forza, la loro ancora di salvezza. Tutto cambia il giorno in cui a Vardo giunge il sovrintendente Absalom Cornet accompagnato dalla sua giovane moglie norvegese Ursa. L’uomo, dai modi sbrigativi e autoritari, in passato ha mandato al rogo diverse donne accusate di stregoneria. A Vardo, Ursa, scopre una cosa che non credeva potesse esistere: donne indipendenti. Absalom , invece, vede una terra desolata ormai in mano al Maligno. Quelle donne che pretendono di vivere secondo regole proprie sono, decreta Absalom, delle streghe e l’isola è stata abbandonata da Dio quindi occorre necessariamente liberarla dal peccato diabolico. 

Con stile elegante e vivide descrizioni che suscitano forti emozioni, la scrittrice ci consegna un romanzo cupo e suggestivo, a tratti ricco di una forza distruttrice che invade e travolge Vardo. Il villaggio di pescatori è un luogo dove il buio della tempesta rinasce nella luce della collaborazione e dell’amicizia tra donne. Tuttavia esiste davvero l’amicizia tra donne? Invidia e competizione, insicurezze e mezze verità, pettegolezzi e gelosie, aggravano una situazione già molto critica. Il peggio e il meglio degli uomini non tarderanno a manifestarsi celandosi dietro il lato oscuro della religione. Un concetto è indelebile nella mente di questi uomini: le donne sono fragili, deboli, incapaci di vivere da sole senza la guida di un padre, di un fratello, di un marito. Quindi se riescono a sopravvivere in una comunità dove non ci sono uomini, vuol dire che la loro forza è frutto del maligno e per questo sono pericolose. La paura patriarcale nei confronti delle donne serpeggia nella mente dei personaggi maschili del romanzo. Tutto deve rientrare in un modello di relazioni ben strutturato, tutto ciò che è diverso diventa potenzialmente pericoloso perché mina la netta divisione dei compiti. Le donne devono pensare che non esista altro sistema sociale che non sia il patriarcato. Davanti a una donna libera l’identità maschile entra in crisi. 

A Vardo, però, le donne testardi e indipendenti non temono gli sguardi di disapprovazione. La loro voglia d’indipendenza verrà atrocemente punita. 

Il romanzo ci accoglie con un sogno, oscuro presagio di eventi terribili. A sognare è Maren, nel suo cuore c’è lo strazio per la perdita dei suoi cari ma germoglia anche il desiderio di andare avanti. La speranza di costruire una comunità che guardi al futuro ha in Kirsten un’altra paladina. Kirsten ricopre il ruolo di leader. Fa del suo senso pratico una carta vincente. Indossa i pantaloni e organizza il lavoro delle donne assegnando a tutte dei compiti ben precisi prima “esclusivi” degli uomini. Naturalmente non tutte le donne apprezzano la libertà, alcune preferiscono rivolgersi alla chiesa e sottomettersi al suo volere per espiare i peccati che hanno tolto loro i mariti. 

Nascono sospetti nutriti da superstizione, riemergono vecchie rivalità, nascono nuove alleanze. Il tutto è intriso da simpatie, antipatie e gelosie. Le donne purtroppo si dividono e l’iniziale coalizione svanisce. La caduta è inevitabile e Absalom Cornet ne approfitta. Semina il disaccordo, recide i fili dell’amicizia e conduce le donne sulla via della distruzione sentendo dentro di sé la volontà di Dio che lo guida nella sua personale caccia alle streghe. Absalom e gli uomini di potere non permettono che qualcuno metta in dubbio il loro potere, tantomeno possono accettare che le donne non stiano al loro posto. 
Noi siamo qui per ravvivare la fiamma, cacciare le tenebre e illuminarle. Per cancellarle con il fuoco dell’amore di Dio.
Le fiamme purificatrici feriranno le notti di Vardo. Alcune donne diventano grandi accusatrici, chi è ritenuta colpevole di magia viene arrestata e sottoposta all’ordalia in mare. 
 Maren credeva che niente potesse rivaleggiare con la malvagità della burrasca. Ma adesso sa che è follia credere che il male sia solo là fuori. Era qui, in mezzo a loro, camminava su due gambe, emetteva condanne con lingua umana.
Streghe, marchiate, strangolate, bruciate. 
Il fanatico Absalom avvia il processo per stregoneria, è felice del suo potere. Le donne da Kirke lo guardano con espressioni rapite, come se fosse un miracolo, tremendo e meraviglioso. Indossano la fede come se fosse un’armatura e colpiscono con l’arma della devozione. L’accusa è questa: le donne di Vardo, le streghe, hanno evocato la tempesta allo scopo di ottenere la proprietà e il dominio sulle terre dei loro mariti. Solo il rogo può rendere giustizia agli uomini morti in mare. 

“Vardo. Dopo la tempesta” è un romanzo affascinante e doloroso, malinconico e cupo,che mescola insieme tragedia, poesia e spirito romanzesco. Una sensazione di morte, di vuoto, accoglie il lettore e lo rende testimone del fascino del Maligno. I personaggi si muovono in ambientazioni splendide. Spesso alla bellezza della natura si contrappone la cattiveria dell’animo umano. La drammatica caccia alle streghe s’inchina davanti all’autorità maschile e le donne si sentono impotenti. 
L’opera del diavolo è oscura.

lunedì 14 settembre 2020

RECENSIONE | "I cospiratori di Venezia" di Alex Connor

 “I Cospiratori di Venezia” di Alex Connor (Newton Compton), è il secondo libro di una serie avvincente iniziata con “I Lupi di Venezia”. Per chi ha letto “I Lupi di Venezia” (recensione), chi non l’ha fatto è gentilmente invitato a colmare questa lacuna, è giunto il momento di far ritorno tra le calli della Serenissima dove i Lupi di Venezia sono di nuovo a caccia.

https://i.imgur.com/JVdLVmV.jpg


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
I cospiratori di Venezia
(I Lupi di Venezia Series vol. 2)
Alex Connor 

Editore: Newton Compton
Pagine: 352
Prezzo: € 9,90
Sinossi
Venezia, XVI secolo. La dura vita di bottegai, prostitute, schiavi ed ebrei del ghetto contrasta con l'abbagliante ricchezza della città lagunare, meta di mercanti provenienti da ogni parte del mondo per fare fortuna. Ma alla prosperità, si sa, si accompagna spesso la corruzione. In un'epoca in cui l'inganno, la malizia e la perversione prosperano al pari dell'arte e della filosofia, i lupi hanno vita facile. Sono individui spregiudicati, che si muovono famelici, fiutando le migliori opportunità per acquisire sempre più potere, coinvolgendo ignare pedine nelle loro oscure trame. Marco Gianetti è un assistente del Tintoretto; Ira Tabat un mercante ebreo; Giorgio Gabal lavora come apprendista di bottega; Giovanni Spoletto è un condannato senza appello. I loro destini stanno per piegarsi al volere di individui molto in vista, come il poeta Pietro Aretino, la cortigiana Tita Boldini e la spia Adamo Baptista. Il ruggito del leone di Venezia sembra essersi placato, ora che i lupi sono a caccia.


Ho due vite sulla coscienza. Fardelli che non pesano come dovrebbero. Erano passati due anni da quando Ira Tabat era stato giustiziato per l’omicidio di sua sorella. Un omicidio che non aveva commesso. Un omicidio per il quale ero stato io a permettere che venisse condannato. Da allora il suo fantasma si era unito a quello di mia madre e si scambiavano ruolo nei sogni che turbavano il mio riposo, le rare volte in cui riuscivo a chiudere occhio.

Nel primo libro di questa serie avevamo lasciato Marco Giannetti, assistente di bottega del celebre Tintoretto, in preda a cupi pensieri. Deve fare i conti con le conseguenze delle proprie azioni. Corrotto dallo scrittore Pietro Aretino, che lo ricatta piegandolo al suo volere, il giovane Marco è ormai odiato dagli ebrei del ghetto che lo incolpano di un crimine atroce. Giannetti, col passar del tempo, si rende conto che la sua immensa ricchezza rappresenta un pericolo per la sua vita. Il rimorso lo tormenta mentre una serie di brutali delitti sconvolge la città. Tra le vittime del misterioso assassino c’è la figlia dello speziale olandese Nathaniel der Witt, che non riesce a darsi pace per la sua morte e decide di indagare per scoprire la verità. La sua indagine lo porterà a conoscere personaggi come Tintoretto; ma anche Adamo Baptista, una spia; il mercante francese Lauret e la donna più desiderata di Venezia, Caterina Zucca.

Nella Venezia del XVI secolo, tra i canali della Serenissima, qualcuno tesse oscure trame, manipolando i destini di persone innocenti: sono i Lupi di Venezia.

“I Cospiratori di Venezia” è un romanzo dal fascino senza tempo che trasporta il lettore in una città bellissima e pericolosa dove uomini avidi e ambiziosi tessono le loro trappole. Qui prosperano inganni, cattiveria e perversione. Tutti nascondono il loro vero volto e si prodigano in una girandola di alleanze e di spie che indugiano nell’ombra.

Facciamo un passo indietro, giusto per riprendere il filo narrativo, e ritroviamo una città dai mille segreti. La dura vita di bottegai, prostitute, schiavi ed ebrei del ghetto, contrasta con l’abbagliante ricchezza della città lagunare. Ovunque regnano corruzione e tradimento mentre i “lupi” hanno vita facile e fiutano le migliori opportunità per acquisire sempre più potere. Sono uomini senza alcuna pietà, crudeli, astuti e immorali, pronti a condannare a crudeli destini, ignare pedine coinvolte nelle loro oscure trame.

In questo secondo volume, che ho atteso con vero interesse, ritroviamo i personaggi che hanno animato l’inizio di una storia che ha molte voci ma poche certezze. Una colonna del male è senz’altro il poeta Pietro Aretino. La sua abilità nell’estorcere informazioni e l’esperienza nello scoprire i segreti altrui, lo avevano reso l’uomo più pericoloso di Venezia. Alla sua corte incontreremo la pericolosa cortigiana Tita Boldini e Adamo Baptista, un uomo senz’anima con una nomea terrificante.

La storia intreccia i destini di questi personaggi e l’autrice crea un mix di relazioni che fanno viaggiare il lettore sull’onda delle emozioni. Pian piano si svelano alcuni misteri ma la caccia ai “lupi” è ben lontana dalla conclusione.

I Lupi di Venezia esistono davvero. Non avete potere contro di loro, non potete difendervi. Dio non vi aiuterà.

Ad aggiungere ancora più mistero compare un messaggio in codice, un enigma che agita gli spiriti maligni della città:

Un uomo come una donna non inganna nessuno.

In quattro a rufolare in un trogolo di frutta marcia: avanti Cristo, la coda d’oca del Diavolo, dove l’acqua è sangue.

Lascio ai protagonisti del romanzo l’arduo compito di sciogliere l’enigma nella consapevolezza che il cuore nero della storia è ancora ben celato e lungi dall’essere scoperto. La verità ha mille facce, ognuno la plasma a suo piacimento mescolando le carte del destino.

“I Cospiratori di Venezia” è un thriller storico ricco di eventi che vede molti personaggi diventare marionette tra le mani di uomini malvagi. Tuttavia anche le marionette possono avere un istinto di ribellione, desiderare la vendetta per liberarsi dal cappio del ricatto. Servo e padrone si scambieranno i ruoli e tutto diventerà possibile in una città che vive un periodo d’angoscia con le famiglie in preda al panico, misteriosi omicidi, corpi mutilati ritrovati nei canali o sotto i ponti. La paura si annida ovunque e la ferocia diventa un’arma crudele ma efficace.

Alex Connor ci propone l’immagine di una città in cui scorre la linfa vitale del commercio, ma deturpata da molti vizi come il traffico dei corpi, la cupidigia, la passione per il potere. L’innocenza è merce rara e non rappresenta uno scudo per sfuggire alle ingiustizie.

La storia è sospesa tra la dura realtà e la fantasia emotiva dell’arte. I quadri del Tintoretto, così come le opere di Tiziano, avranno un ruolo importante negli eventi. È stato intrigante leggere della rivalità tra questi due artisti, scoprire il modo in cui preparavano i modellini per i loro dipinti e le tecniche usate per rendere i colori brillanti e dalle sfumature particolari.

Alex Connor  è una scrittrice che riesce a coinvolgere il lettore con i suoi romanzi, è capace di incrociare la vita dei personaggi intrecciandole in una fitta ragnatela modellando la verità in base agli eventi.

“I Cospiratori di Venezia” è un thriller storico che ci permette di entrare in un mondo vario e cosmopolita in cui si muovono uomini e donne senza scrupoli. Tutti lottano per un futuro migliore secondo i propri principi. Per alcuni significa uccidere e mettere in scena ogni orripilante mezzo per ottenere ciò che si vuole. Per altri è un rialzare la testa, un voler sfuggire al proprio passato oltrepassando quell’illusorio confine tra il bene e il male. La ricerca della verità, però, s’interrompe sul più bello. Il romanzo chiude il sipario con i protagonisti che si fermano, immobili nel tempo, come pedine in attesa delle prossime mosse. La storia dei Lupi di Venezia non è ancora finita. Il meglio deve ancora arrivare.

giovedì 10 settembre 2020

RECENSIONE | "Il grande me" di Anna Giurickovic Dato

Dopo il sorprendente romanzo d’esordio “La figlia femmina” (recensione), Anna Giurickovic Dato torna nelle librerie con “Il grande me”(Fazi Editore). Il romanzo parla direttamente al cuore dei lettori narrando la storia di una donna che si confronta con il dolore di una grande perdita. Nel raccontare la genesi del suo nuovo romanzo, la scrittrice ha detto:

«Ecco cosa contiene “Il grande me”: un’attesa e un commiato, un tentativo d’inversione, un restauro, un delirio, un’invenzione e un atto di fede. La sua genesi è il padre, o meglio, la domanda di padre, o meglio ancora, l’interrogativo rivolto a ciò che del padre resta».


STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 7
Il grande me
Anna Giurickovic Dato

Editore: Fazi
Prezzo: € 18,00
Pagine: 220
Sinossi

Simone, davanti alla consapevolezza di una morte certa, viene raggiunto a Milano dai suoi tre figli, dopo molti anni di lontananza. È l'inizio di un periodo doloroso, ma per Carla si tratta anche dell'ultima occasione per recuperare del tempo con suo padre. Simone, angosciato dal pensiero di aver fallito e di non poter più cambiare il suo passato, ripercorre le tappe della propria eccentrica esistenza, vissuta con grande passione e voracità. Mentre la sua lucidità mentale vacilla sempre più, vuole usare il poco tempo che gli resta anche per rimediare a vecchi errori e confessa ai figli un segreto. In Carla e i suoi fratelli riaffiorano ricordi di anni lontani, i momenti dell'infanzia in cui la famiglia era ancora unita e quelli legati alla separazione dei genitori, nel tentativo di ricostruire una verità dai contorni sempre più incerti. I ragazzi non possono far altro che assecondare il padre, tra realtà e delirio, mentre la malattia si dilata richiedendo sempre più attenzioni e occupando la totalità delle loro giornate. Inizia così una ricerca - anche interiore - dai risvolti inaspettati, che porterà Carla e la sua famiglia a scontrarsi con un'ulteriore dura realtà, oltre a quella della vita e della morte. Sarà un confronto necessario, che Carla ha cercato e allo stesso tempo sfuggito per anni, ma che ora dovrà affrontare con tutta la forza di cui è capace.


Quanto sei solo papà… La televisione, il letto, la musica e qualche libro di storia antica, questa è stata la tua vita senza di noi? Se lo avessimo saputo che eri così solo… O lo sapevamo tutti?

Simone, malato terminale, viene raggiunto a Milano dai suoi tre figli, dopo molti anni di lontananza. È l’inizio di un periodo doloroso, ma per Carla è anche l’ultima occasione per recuperare del tempo con suo padre. Simone, nei momenti in cui la malattia gli concede una tregua, ripercorre il suo passato. Egli è angosciato dal pensiero di aver fallito e di non poter più cambiare le scelte che hanno caratterizzato la sua eccentrica esistenza. Nei pochi momenti di lucidità, Simone decide di porre rimedio a vecchi errori e confessa ai figli un segreto. Anche per Carla e i suoi fratelli è tempo di ricordi. Ripensano ai momenti dell’infanzia quando la loro famiglia era ancora unita, ripercorrono le tappe della dolorosa separazione dei genitori. Ora i ragazzi non possono che assecondare il padre che confonde realtà e delirio. Simone chiede la loro totale attenzione e i figli cercano di assecondarlo in tutti i modi. Inizia così una ricerca, anche interiore, che porterà Carla e la sua famiglia a scontrarsi con un’ulteriore dura realtà, oltre a quella della vita e della morte.

“Il grande me” è un romanzo duro, malinconico, implacabile che porta a riflettere sulla figura del padre. Racconta, con una sincerità disarmante, la storia di una famiglia stravolta dalla notizia di una fine imminente. È la storia di una figlia costretta a fare i conti con il dolore di una grande perdita.

Leggere questo romanzo non è stato facile perché tratta un tema forte, un avvenimento che, prima o poi, tutti dobbiamo affrontare.

La testa di mio padre, insieme al suo corpo, sta cambiando. Assisto, ogni giorno, a una mutazione rapida e disorganica dove il certo trasloca nell’incerto, un riarrangiamento cromosomico di tutto ciò che c’è in lui di immateriale risponde, come per ribellione, alla disgregazione della sua materia.

Ora che la fine ha preso il posto del futuro, nulla ha più senso e tutto precipita verso la morte. Il tempo non concede una seconda possibilità. La vita inesorabilmente scivola tra le braccia del sonno eterno e nulla si può fare per cambiare la dolorosa situazione. La morte però non è la fine di tutto se si può vivere nei figli. Per Simone questa possibilità esiste, “il grande me” esiste.

Mi sciacquo il viso, che di tempo per piangere ne avrò, ma quello che mi resta per rendergli lieve ogni suo giorno, è poco. Difficile rasserenarsi ora che tutta la tristezza raccolta mi sta premendo addosso, e quando si è molto triste, a volte, si ha voglia di essere ancora più tristi, di piangere a volto scoperto, di mostrare a tutti il proprio dolore.

Una delle esperienze più strazianti che si possa vivere è la perdita di un genitore. Noi figlie femmine abbiamo un rapporto speciale con i nostri papà. Cerchiamo le loro attenzioni, vogliamo stare in loro compagnia. Per i figli, il papà è un eroe, è il principe azzurro, è colui che ci protegge, è il modello di riferimento, il depositario di ogni verità, l’unico a conoscere il bene e il male della vita. I suoi abbracci, la sua approvazione, la sua attenzione sono elementi importanti per l’autostima di un figlio. Poi il tempo passa e le cose cambiano. Pian piano i figli si allontanano, non ascoltano più la voce dei genitori, si ribellano ai loro insegnamenti. La vita procede, implacabile e ci mostra i volti fragili di coloro che ci hanno dato la vita e noi non siamo mai pronti ad accettare la loro morte. Non importa quanti anni abbiamo, in noi rimane un gran vuoto. Si rimpiangono tutte le opportunità sprecate, la loro compagnia, le loro carezze, i loro baci. Nella vita si danno molte cose per scontato e si pensa, tenera certezza, che i nostri genitori siano immortali. La morte, per loro, non esiste! Nessuno, però, è riuscito a ingannare il tempo che scandisce il trascorrere degli anni. I figli crescono e i padri si mostrano con le loro fragilità, con le debolezze e limitazione che sono insite in ogni uomo.

Quando siamo piccoli, mamma e papà, ci prendono per mano, ci sorridono e noi siamo orgogliosi di avere dei genitori che ci vogliono bene. Quando un genitore si ammala tutto cambia. Nel romanzo “Il grande me”, i figli fanno quadrato intorno al loro papà. Si occupano di lui ed è straziante toccare con mano la sofferenza di chi è malato e non ha più nessuna speranza di guarigione. Da piccoli i figli avevano bisogno di lui ora è il papà ad avere paura, a cercare la loro protezione. È difficile gestire le proprie emozioni, si è spaventati, si vuol essere forti e si è deboli, si muore un po’ alla volta e non si riesce ad accettare la dura realtà. Il tempo segna l’attesa della fine.

“Il grande me” è un romanzo intenso dove le emozioni non si nascondono ma segnano la crudele attesa della fine. I pensieri sono liberi di concretizzarsi in comportamenti e ogni figlio affronta la malattia del padre a modo suo. C’è chi non si rassegna e vuol provare ogni cura nel tentativo di guadagnare qualche mese di vita. C’è chi è disposto ad assecondare ogni desiderio, per quanto folle, del malato. C’è chi si mostra forte e ha il cuore devastato dall’imminente addio.

Il romanzo entra nel labirinto degli ultimi mesi di vita quando la quotidianità diventa una gran confusione, un baratro in cui inevitabilmente cade il futuro. Tra le pagine del libro emerge il ritratto del padre, della sua vita, dei rapporti con la moglie e con i figli. I ricordi ci permettono di entrare nel mondo interiore dei personaggi, sentire sulla pelle la profonda malinconia prima della grande perdita.

“Il grande me” è l’ultima occasione che padre e figli hanno di parlarsi ma è anche un palcoscenico su cui sfilano le sfumature dei sentimenti, gli equilibri di una vita, la débâcle di convinzioni fino a poco prima incrollabili. La morte induce a fare i conti con se stessi, proietta il nostro sguardo oltre la vita e la sofferenza libera dubbi, incertezze, ansie e diventa l’alba della sopravvivenza, dell’accettazione della morte. Non è facile, la morte di un genitore ci priva della protezione di sentirsi “figli” e cambia il nostro modo di vedere la vita. La malattia è narrata in tutte le sue sfaccettature: i dottori che negano l’esistenza di possibili cure, il corpo che perde la sua forza, la mente che vola libera su territori sconosciuti. Gli abbracci, i sorrisi, le attenzioni diventano una corsa contro il tempo. La rabbia cede il posto alla rassegnazione ma per una vita che finisce, altre vanno avanti lo stesso ma ci saranno tante domande che rimarranno senza risposta.

Ricordate, quando leggerete “Il grande me”, che la vita è fatta anche di conflitti interiori. L’avvicinarsi della morte trasforma i conflitti in racconti attraverso sogni, ricordi e colpe.

Nel romanzo il padre prende coscienza del passato, dei propri fallimenti, rimorsi e rancori da cui nascerà la necessità di svelare il grande segreto.

“Il grande me” è un libro capace di emozionare e di far riflettere, è un modo per dire addio a una persona importante nella vita dei protagonisti. È facile sentirsi coinvolti nel percorso che vede il padre e i figli insieme per l’ultima volta. Si percepisce la necessità di mettere a nudo le proprie emozioni in un momento difficile della vita. L’immortalità dei genitori s’infrange contro la dura realtà e ci si sente impotenti contro la malattia. Vedere la paura negli occhi delle persone che amiamo è straziante.

Il terrore è quello di restare solo. Il terrore è l’ospedale, i medici che non possono salvarlo, la menzogna di una guarigione, la paura di crederci davvero, le terapie inutili a cui, in alcuni momenti, si attacca con una speranza priva di ragione, e da cui adesso fugge.

Aspettare. Lottare. Accettare.

Lo guardo, lo vedo arrivare: eccolo il mio morto che cammina. Mio padre, il mio vecchio amore, cosa farà adesso? Prenderà una tazza, ci verserà il caffè? Cosa fanno i morti fuori dalle chiese e dalle tombe?

“Il grande me” è una via crucis del dolore, dell’intimità emotiva, dello sconvolgimento e infine crea un nuovo equilibrio. Il fascino della storia è nella sua crudeltà reale, nelle lacrime trattenute, nel cuore che si frantuma, nel tempo che scorre tra le dita. È un addio, un commiato dalla persona amata che continuerà a vivere nei ricordi dei figli.

Papà, chi sono io? Io sono tua figlia, papà.

Come mi chiamo? Mi chiamo Carla e sono tua figlia, papà.

Mi chiamo Carla, sono tua figlia e vivrai per sempre nel mio cuore.

venerdì 4 settembre 2020

RECENSIONE | "Lo scarafaggio" di Ian McEwan

Lo scrittore inglese Ian McEwan, nel suo romanzo breve “Lo scarafaggio” (Einaudi), prende spunto dalla realtà e dal mondo politico per parlare di Brexit e del populismo di chi la governa. Lo fa rifacendosi, in modo evidente, all’idea di Kafka. Nel romanzo, però, la metamorfosi è al contrario. Jim Sams, nella vita precedente, era uno scarafaggio. Tutti lo ignoravano o disprezzavano. Una mattina si sveglia dotato di due piedi e due mani, non è più una blatta. Nella sua nuova incarnazione è un uomo, è  l’uomo più potente d’Inghilterra, il primo ministro inglese.


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 8
Lo scarafaggio
Ian McEwan (traduzione di Susanna Basso)

Editore: Einaudi
Prezzo: € 16,00
Pagine: 120
Sinossi

Jim Sams ha subíto una metamorfosi. Nella vita precedente era uno scarafaggio, ignorato o disprezzato. Ora, nella sua nuova incarnazione come primo ministro, è l'uomo piú potente d'Inghilterra. Niente può ostacolarlo, tanto meno le regole della democrazia parlamentare, nel portare a termine la sua missione: fare la volontà del popolo e condurre il paese alla rovina. Qualunque riferimento a fatti realmente accaduti e persone realmente esistenti non sembra da escludere.


Ian McEwan, scrive del presente, di ciò che vede e la realtà diventa protagonista del suo libro. Inverte l’incipit del romanzo di Kafka e ci presenta uno scarafaggio che, ignaro del suo destino, la sera sguscia sotto il portone del Parlamento di Westminster. Supera le canaline gonfie di pioggia e si avvia verso Whitehall. Al mattino si risveglia in un letto nientemeno che al numero 10 di Downing Street, si chiama Jim Sams. Ha i capelli biondo rossicci, “lo sguardo a tratti fisso del cane lupo, a tratti del burlone” dell’attuale primo ministro inglese.

Ora è un uomo importante. Dopo un primo comprensibile disorientamento, l’insetto, con il tenace istinto di sopravvivenza che lo caratterizza, cerca di adattarsi alla sua nuova esistenza.

Quella mattina Jim Sams, un tipo perspicace ma niente affatto profondo, si svegliò da sogni inquieti per ritrovarsi trasformato in una creatura immane.

La blatta, che ora chiameremo affettuosamente “Jim”, comprende di avere un ruolo importante nella vita politica del Paese e indossa magnificamente i panni del Premier. Intorno a lui c’è una schiera di fratelli e sorelle pronta a soddisfare ogni suo desiderio, in lui nasce il sospetto di non essere l’unico metamorfizzato. La giornata da premier inizia con una riunione di Gabinetto, il Disegno di legge inversionista potrebbe essere sabotato dagli avversari sul piede di guerra. Occorre intervenire sostenendo e blindando la politica dell’inversionismo.

La vita pubblica contemporanea era un arsenale metaforico di armi dagli obiettivi inediti, trappole, frecce avvelenate e mine antiuomo in attesa di qualsiasi passo falso.

Jim prende sempre più sicurezza nel ruolo di premier e scopre di avere importanti conoscenze in ambito politico ed economico. In fondo non si sente poi tanto solo perché è sempre più convinto che il Governo inglese sia composto da scarafaggi mutati nel corpo dei ministri. Nessuno, però, lasciava trasparire la sua natura blattoidea.

Uniti dallo stesso coraggio indomabile e dalla voglia di vincere. Sostenuti da valori semplici ed emozionanti come il sangue e il suolo. Nobilitati da un obiettivo che si elevava oltre la mera ragionevolezza, spingendoli ad abbracciare un ideale mistico di nazione, un concetto non meno semplice e semplicemente buono e vero di una fede religiosa.

 Al parlamento si discute di Inversionismo, un’assurda politica d’inversione dei flussi monetari. Jim è grande sostenitore di questa politica che vede i lavoratori pagare i datori di lavoro, i clienti vengono pagati dai negozi per i loro acquisti ed è severamente proibito accumulare e conservare il denaro.

Questo manipolo di temerari era pronto per affrontare un periodo di lacrime e sangue per ottenere “il dono sacro di una profonda autostima.” Era finalmente giunto il momento per allontanarsi dall’Unione Europea mettendo fine alla schiavitù. L’inversionismo avrebbe salvato l’Inghilterra da una terribile rovina. Il lavoro non è un diritto, occorre pagarlo. I soldi in banca verranno tassati con alti tassi d’interesse negativi, l’intero sistema economico doveva invertire la sua rotta.

Il 25 dicembre viene scelto come il Giorno dell’inversionismo, il fatidico I-Day, con negozi tutti chiusi. Si stamperà moneta e inizierà una nuova era. Tuttavia tutto questo trionfalismo, che inorgogliva Jim Sams, non era condiviso da tutti. Bisognava giocare sporco per mettere a tacere i nemici. Chi si opponeva non capiva che quella era l’unica strada per unire, rafforzare e rendere grande il Paese. L’economia britannica si preparava ad essere la più ricca e fiorente economia del continente europeo. Ogni altra politica andava spazzata via e la democrazia sarebbe rifiorita. Per riuscire nel suo intento al premier-blatta non resta che trovare dei sostenitori e così si rivolge ad Archie Tupper, presidente degli Stati Uniti. Jim scopre il potere di un tweet prendendo esempio da Tupper, un uomo irresponsabile ma potentissimo, che usa Twitter per influenzare la società. A Tupper, ogni riferimento all’attuale presidente americano è del tutto casuale, piace la politica del premier inglese e ne diventa un sostenitore. Così Sams si convince che anche Tupper sia uno scarafaggio e durante una telefonata gli chiede:

 Anche tu un tempo avevi sei zampe?

Naturalmente il Presidente non risponde. Appare evidente, quindi, la forza dei media che possono orientare i pensieri della popolazione pubblicando notizie false sui propri avversari, inventando storie e facendo a pezzi la loro credibilità. Tupper e Sams insieme avrebbero rivoluzionato il mondo ma il presidente americano non è famoso per mantenere la parola data. Cambia idea facilmente ma Sams ha imparato la lezione: occorre far credere che ciò che tu vuoi sia la volontà del popolo. Tutti noi conosciamo un certo modo di far politica che in realtà è un gioco di specchi. Il premier inglese è a favore dell’Inversionismo perché è il popolo a volerlo. È a favore della Brexit perché sono gli inglesi a volerla. È il popolo che è convinto che lasciando l’Unione Europea, l’Inghilterra tornerà ad essere una nazione potente padrona del suo futuro. Ciò che si vuol far credere alle persone è ben diverso da ciò che è in realtà. Interessi economici e politici muovono mani invisibili di arditi burattinai. I governi, tutti nessuno escluso, sono creature fragili e uomini-scarafaggio sono pronti a condurli alla rovina.

“Lo scarafaggio” è una satira, ma è anche una presa in giro. Si sorride leggendo le avventure del premier e si riflette osservando un mondo sottosopra.

Il populismo -scrive McEwan nella postfazione- ignaro della sua stessa ignoranza, tra farfugliamenti di sangue e suolo, assurdi principi nativistici e drammatica indifferenza al problema dei cambiamenti climatici, potrebbe in futuro evocare altri mostri, alcuni dei quali assai più violenti e nefasti della Brexit. Ma in ciascuna declinazione del mostro, a prosperare sarà sempre lo spirito dello scarafaggio. Tanto vale che impariamo a conoscerla bene, questa creatura, se vogliamo sconfiggerla. E io confido che ci riusciremo.

L’intelligenza dell’ironia rende questo romanzo una lettura davvero piacevole e interessante. È davvero divertente entrare nella mente della blatta-premier, conoscere i suoi pensieri e osservare il suo adattamento al comportamento umano. Lo spirito dello scarafaggio, ossia il populismo esaltato, può sembrare assurdo ma è un modo per affrontare temi contemporanei. Leggerete di un mondo parallelo nato dalla Brexit, basato sull’inversionismo e vi ritroverete a pensare che la satira politica nasconde una parte di verità. Le blatte semineranno la loro politica al rovescio e aspetteranno fiduciosi la rovina del Paese. Lo squallore e la sporcizia che deriveranno da questa rovina, daranno origine a un mondo in cui gli scarafaggi potranno vivere beatamente.

Frattanto, se la ragione non apre gli occhi e non si decide a riprendere il sopravvento, potremmo doverci affidare al conforto della risata.

martedì 1 settembre 2020

BLOGTOUR | “Il criminale pallido" di Philip Kerr | I 5 motivi per leggere il romanzo

Dopo la fortunata pubblicazione di “Violette di marzo”, “Il criminale pallido” di Philip Kerr è il secondo volume della trilogia berlinese che vede ancora una volta il protagonista, Bernie Gunther, alle prese con un difficile caso nella Germania hitleriana . Questo secondo tassello della trilogia è caratterizzato da colpi di scena, depistaggi, gerarchi boriosi, donne affascinanti, poliziotti violenti e intuizioni. Un bel mix per un romanzo poliziesco che diventa il ritratto di una società sull’orlo delle terribili persecuzioni anti ebraiche del novembre 1938 che culmineranno con la “notte dei cristalli”.

Nel 1989, Philip Kerr, presenta ai lettori il suo detective anti nazista Bernie Gunther. “Il criminale pallido” narra  del rude e disincantato investigatore privato alle prese con un difficile caso, un ipotetico serial killer che uccide ragazze giovanissime. Nella soffocante estate del 1938, il popolo tedesco attende con ansia l’esito della conferenza di Monaco, chiedendosi se Hitler farà sprofondare l’Europa in un’altra guerra. Gunther si ritrova coinvolto dalla Kripo in un complotto interno al potere nazista che vede coinvolto lo stesso Himmler. Lo scopo è quello di far ricadere su un membro della comunità ebraica la colpa di una serie di crimini efferati. Il detective si schiera dalla parte della verità e porta avanti con tenacia la sua indagine in un crescendo di tensione e rivelazioni. La situazione per Gunther si farà scottante e pericolosa. Dovrà sondare, se vuole risolvere il caso, le profondità più oscure dell’umanità.

Se la trama non ha attirato il vostro interesse allora eccovi ben cinque motivi per leggere “Il criminale pallido”.




Il criminale pallido
Philip Kerr

Editore: Fazi
Prezzo: € 15,00
Sinossi
Bernie Gunther, il rude e disincantato investigatore privato è alle prese con un difficile caso nella Germania hitleriana. Sulle tracce di un ipotetico serial killer, Gunther si ritrova invischiato in un complotto interno al potere nazista che vede coinvolto lo stesso Himmler. Lo scopo è quello di far ricadere su un membro della comunità ebraica la colpa di una serie di crimini efferati. Schierandosi pericolosamente dalla parte della verità, molto scomoda per il potere, Gunther insegue il colpevole nella calda estate berlinese, in un crescendo di tensione e rivelazioni che culminerà nella terribile persecuzione antiebraica del novembre 1938: la "notte dei cristalli".



I 5 motivi per leggere il romanzo

1. Perché il genio di Philip Kerr tesse una serie di storie ambientandole nell’atmosfera cupa e inquietante del 1938 e la Berlino nazista non può non coinvolgervi. La ricostruzione storica, accurata e suggestiva, è una componente fondamentale di questo romanzo che ci mostra una città razzista, fanatica, nazista e omosessuale. Berlino è parte integrante della storia, è il luogo dove l’orrore nazista si moltiplica e rigogliosamente invade l’Europa. La ricostruzione dell’ambiente si basa sulla cura dei dettagli e ci porta sui luoghi dell’azione come se fosse possibile salire sulla macchina del tempo e fare quattro passi nella Storia. La città, in cui Kerr ambienta le sue storie, è un luogo violento e corrotto ma ugualmente ricco di fascino. “Una grande casa infestata dai fantasmi, piena di angoli bui, lugubre scale, sinistre cantine e stanze chiuse a chiave”, così Gunther descrive Berlino ostaggio dell’orrore nazista, un po’ per convinzione e tanto per opportunità. In tanti fanno finta di non vedere l’intolleranza verso i più fragili e verso gli ebrei. La crudeltà verrà generosamente donata a piene mani.

2. Perché anche in questa seconda avventura di Bernie Gunther, l’autore propone ai suoi lettori un romanzo poliziesco duro con una narrazione spartana e senza ornamenti. Troverete scene tipiche della narrativa hard boiled che ha caratterizzato anche “Violette di marzo”: gli intrighi, le donne seducenti, il linguaggio duro e le scene d’azione. Philip Kerr coniuga con maestria corruzione e sesso, poliziotti e detective duri e solitari, forti bevitori e fumatori accaniti. Una girandola di violenze, sparatorie e crudeltà che vedrà Gunther al centro della scena. Non solo potrete godere di pagine di pura azione ma vi ritroverete a riflettere sulla filosofia di vita che il protagonista condividerà con i lettori. Gunther non è perfetto, a modo suo lotta contro la follia collettiva che voleva purificare la Germania.

 Gli uomini devono morire per quello in cui credono

3. Perchè non potete lasciare Bernie Gunther ad affrontare da solo un assassino che uccide giovani ragazze, tutte tra i quindici e sedici anni, di buona famiglia e con tanti sogni da realizzare. Il maniaco le rapisce, le stupra e taglia loro la gola, poi scarica il corpo nudo da qualche parte. Avverte la polizia e sembra conoscere tutte le loro mosse. L’ipotesi è che potrebbe trattarsi di una specie di cospirazione per far scoppiare un pogrom contro la comunità ebraica di Berlino.

Fare l’investigatore privato vuol dire trovarsi in mano una matassa talmente ingarbugliata da non riuscire a capire dove comincia e dove finisce. A ogni modo, anch’io sono un essere umano, e devo ammettere che mi dava qualche soddisfazione trovarne il bandolo.

Qui non si tratta solo di risolvere un enigma criminale, c’è in gioco molto di più. Gunther percepisce il mutare della situazione politica e sociale che scivola sempre più verso l’inferno e sembra, a tratti, adeguarsi a questi cambiamenti diventando ancora più cinico e duro.

4. Perché “Il criminale pallido” è un romanzo popolato da mostri veri e reali senza dover scomodare l’immaginazione per crearne di nuovi. L’autore ha infatti la capacità di coinvolgere personaggi realmente esistiti in trame di fantasia. Con un umorismo nero, sottile ma incisivo, l’autore narra di mani assassine che legano gli eventi della Storia e quelli partoriti dalla fantasia, in un nodo profondo e ambiguo. Nel romanzo assisteremo anche al coinvolgimento di Himmler e Heydrich, due figure politiche di alto livello del partito nazista e della Gestapo. Himmler era anche un fanatico dell’occulto e il soprannaturale farà capolino nella storia ingarbugliando, ancor di più, gli eventi. Tutti saranno coinvolti in omicidi fatti passare per suicidi. Alzeremo il velo che cela i brutti affari della polizia, vedremo la tela dell’assassino farsi sempre più cupa e folle, scopriremo affari loschi e assisteremo alla capitolazione del sapere davanti all’orrore nazista.

5. Perché ricomporre i pezzi di un puzzle per scoprire la verità è cosa giusta e lodevole. Ogni pagina vi accompagnerà verso un finale terribile, un evento da non porre nell’archivio dell’oblio: il pogrom della Notte dei cristalli, del 9 e 10 novembre 1938, si concluse con la morte di cento ebrei, l’incedio di moltissime sinagoghe e la distruzione di settemila attività commerciali giudee. Il regime di Hitler disse che si era trattato di un’esplosione spontanea di collera popolare. L’inferno in terra aveva aperto le sue porte.

È stupefacente vedere come i fatti inventati riescono a incastrarsi perfettamente negli avvenimenti reali ricostruiti con una rigorosa ricerca storica. Gunther  è il narratore perfetto di queste pagine oscure della Storia.

Il romanzo affascina e appassiona. Il protagonista si muove in un mix di storia e thriller. Gunther cerca di mantenere la sua integrità anche se ogni valore è ormai svuotato del suo significato a favore di un obbedienza cieca agli ordini. Combattere il male è già impresa ardua che diventa quasi impossibile se il male è al potere.

“Il criminale pallido” è una storia avvincente, crudele, che ci permette di riscoprire un momento storico fatto di persecuzioni, perfide congiure e umana disperazione. L’abisso in cui tutto il mondo sprofonderà è quasi pronto. La follia umana non si ferma davanti a nulla.