giovedì 25 febbraio 2021

RECENSIONE | “La signorina Crovato” di Luciana Boccardi

Esce oggi nelle librerie “La signorina Crovato”, Fazi Editore, che segna l’inizio della saga familiare tutta italiana di Luciana Boccardi. È un racconto di formazione tratto da una storia vera. La scrittrice racconta la vita travagliata di una bambina d’altri tempi tenace, coraggiosa e determinata. Una bambina che crescendo in un periodo molto difficile della nostra Storia, dovrà affrontare mille peripezie per affermarsi. L’infanzia rubata da una tragedia familiare, il continuo pellegrinare da una casa all’altra, il senso di abbandono, il continuo dover dire addio alle persone care, fanno di questo libro un mezzo per arrivare al cuore vivo e pulsante dei personaggi.


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 8
La signorino Crovato
Luciana Boccardi

Editore: Fazi
Pagine: 340
Prezzo: € 18,00
Sinossi

Ha tre anni e mezzo, Luciana, quando la “disgrazia” colpisce la sua famiglia. È il 1936 e Venezia è ancora una città dove la gente si saluta per strada, una città vivace, piena di botteghe, di piccoli artigiani e professionisti. Il suo adorato papà, clarinettista, ateo e antifascista, non può più provvedere alla famiglia e la mamma è costretta ad arrangiarsi: per lei è l’inizio di una lunga serie di vicissitudini segnate dal continuo assillo della miseria. Luciana le attraversa tutte, con pazienza, senza mai perdere la gioia di vivere e la curiosità che la rendono tanto unica e speciale. Nel frattempo, impara mille mestieri. Affidata a una famiglia di contadini, si ritrova a governare le bestie, dormendo in una cesta per i tacchini; poi s’improvvisa apprendista parrucchiera, garzone di panetteria, “aiutino” per un grossista di spazzole, ricamatrice di borsette a venti lire al pezzo; apprende il francese in casa di una ricca famiglia, aiutando le bambine a fare i compiti e intrattenendole come una vera “damina” di compagnia; fa la commessa sul Gran Viale al Lido e la cantante di balera. Di notte, intanto, si esercita come dattilografa, nella speranza di trovare un posto fisso: e quando, finalmente, il suo sogno si avvera, un mondo nuovo le si apre davanti, meraviglioso e inaspettato. 


Una delle cose che mi piacevano, del mio nuovo lavoro, era che tutti mi trattavano con rispetto. Il principale, il magazziniere, il perito dell’assicurazione – tutti mi chiamavano “signorina Crovato”. Era un attestato di stima che mi rendeva molto orgogliosa di me stessa.

È il 1936 e Venezia, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, è una città vivace, piena di botteghe, di piccoli artigiani e professionisti. La piccola Luciana, voce narrante, ha tre anni e mezzo quando la “disgrazia” colpisce la sua famiglia. Il suo adorato papà, clarinettista, ateo e antifascista, non può più provvedere alla famiglia. Un incendio causerà danni irreversibili alla vista e alle mani dell’uomo. Inizialmente alla bambina, mandata per un po’ a vivere con un’altra famiglia, viene nascosta la verità e lei si sente abbandonata. La mamma è costretta ad arrangiarsi e la miseria si insedia stabilmente in casa Crovato.

Luciana attraverserà una serie di vicissitudini che non scalfiranno la sua gioia di vivere e la curiosità che la rendono tanto unica e speciale. Affidata a una famiglia  di contadini nel Padovano, si ritrova a governare gli animali, dormendo in una cesta per tacchini. Lei svolgeva con impegno i suoi compiti, fiera di essere utile. Dopo più di un anno di degenza, il papà esce dall’ospedale. Ha perso l’uso di una mano e può contare solo su un occhio con il quale vede molto poco. Luciana tornerà a casa a Venezia e farà tanti lavori per aiutare i suoi genitori. Il nonno si occuperà della sua istruzione e la scuola, dove era considerata “la figlia del cieco” e “la figlia di un pericoloso pregiudicato politico”, non le lascia un buon ricordo. Luciana, però, ha un sogno. Vuol diventare dattilografa, nella speranza di trovare un posto fisso. La sua determinazione le consentirà di far avverare il suo desiderio. Entra infatti come dattilografa in Biennale. Sarà l’inizio dell’età adulta.

“La signorina Crovato” è un romanzo-memoir di Luciana Boccardi, storica decana del giornalismo di moda e studiosa di costume che ha visto nascere il Made in Italy.

I personaggi del romanzo sono plasmati con amore e passione. Raoul, il padre di Luciana, pur cieco e con una mano paralizzata, non cede mai al vittimismo. Da solo riesce a creare un sistema, utilizzando dei tappi di sughero, per continuare a suonare. Non abbandona la sua lotta contro il fascismo, aiuta i partigiani e trasforma la sua disabilità in un vantaggio per sfuggire all’odio fascista. Un cieco, pensavano, non può certo essere un pericolo per il Fascismo! Grande, grandissimo, errore.

Luciana, poi, è una forza della natura sempre in lotta per non naufragare in quel mare tempestoso che è stata la sua infanzia. Dalla sua sofferenza prende la forza per andare avanti e per lei, il padre, è un porto sicuro, l’Onnipotente. Anche se mal ridotto e cieco, la sua presenza la faceva sentire protetta.

Era l’unico in cui credevo: era la forza della sua intelligenza che, ai miei occhi, lo rendeva un eroe.

Anche Raoul ha però le sue debolezze, si sente in colpa per non poter provvedere economicamente alla sua famiglia e cerca nel vino un’anestesia alla sua tragedia. In fondo alla bottiglia, però, ci sono più domande che risposte e solo l’amore dei suoi cari riesce a lenire le sue sofferenze.

Il bene che ci volevamo era il nostro ossigeno, il mutuo soccorso era il cemento di una complicità più unica che rara. Quando si è disperati a quel punto, o ci si odia, o ci si ama ancor di più.

La guerra toglie il cibo dalle tavole, le pance son vuote, ma nei cuori la speranza e il desiderio di andare avanti sono forze che nessuno può fermare. Gli orrori della guerra sono raccontati con fare lieve ma non lasciatevi ingannare. I vari personaggi soffrono, si piegano ma non si spezzano, anzi utilizzano quel dolore per impegnarsi, per migliorare la propria condizione attraverso lo studio. Il merito, quando c’è, viene riconosciuto.

In casa Crovato, regnava la filosofia del “domani è un altro giorno”. Pensare che il domani possa esser diverso, aiuta a superare i momenti no, sperando in un futuro migliore. Occorre lottare senza mai arrendersi per raggiungere i propri scopi. La vita non è mai facile ma ognuno sia protagonista della propria esistenza senza mai azzerare il passato ma guardando il domani come un giorno nuovo arricchito dal bagaglio dei precedenti. La famiglia è il luogo in cui rifugiarsi nelle difficoltà, dove proteggere il cuore dalle emozioni più forti. Luciana è coraggiosa, non esita a rimboccarsi le maniche per aiutare le persone care, è determinata ed è impossibile non schierarsi dalla sua parte e provare simpatia per lei. La sua vita è piena di ostacoli, spesso deve ricominciare ogni giorno nella consapevolezza di non essere perfetta, cade ma si rialza sempre.

“La signorina Crovato” è un romanzo sospeso tra finzione e realtà. La paura scompare dietro la caparbietà e la voglia di arrivare della protagonista. In lei c’è la volontà di trovare la felicità anche nelle situazioni più drammatiche. Anche se il tema trattato è impegnativo con momenti drammatici, l’autrice riesce a renderlo leggero disegnando un sorriso sul volto del lettore e trasmettendo un’infinità di emozioni. Nel sorriso è intrecciata una malinconia che coinvolge tutti. Quel sorriso spezza il cuore quando leggi della miseria, della violenza fascista, del giudizio sociale che ti condanna, dell’evaporare della sensibilità e della bellezza che non vanno d’accordo con la povertà. Anche per ridere ci vuole coraggio.

“La signorina Crovato” è un romanzo sensibile, vivace e brillante, che racconta il coraggio delle scelte individuando il cammino che sembra il migliore anche se è il più difficile. L’autrice mescola lacrime e sorrisi, racconta il male attraverso il bene. Racconta di una povertà di beni materiali ma di una ricchezza fatta di sentimenti, creatività, di valori nell’apprezzare ciò che le vita ci offre, di forti legami che si creano in famiglia. Non bisogna mai temere la vita. Quando tutto va male c’è bisogno di un sorriso per mantenere vivo il proprio spirito, per esorcizzare un dolore, una tragedia, per andare avanti, per ricordare sempre che “La vita è bella. No, è bellissima.”

mercoledì 17 febbraio 2021

RECENSIONE ! "Biancaneve nel Novecento" di Marilù Oliva

“Biancaneve nel Novecento” è un libro di Marilù Oliva pubblicato da Solferino. La storia, a tratti di una ferocia disumana, intreccia il presente al passato per raccontarci di atroci sofferenze impossibili da dimenticare. Il dolore, nascosto nell’abisso dell’animo, plasma la vita delle protagoniste e ci costringe a guardare negli occhi una verità che la Storia non può nascondere. Il male genera altro male, ne sono testimoni le due protagoniste di questa storia. Lili, che era una ragazza nel 1943, con i suoi  indelebili ricordi ci porterà nel campo di Buchenwald, nel bordello dove i nazisti rinchiudevano le giovani deportate. Lei, sopravvissuta all’orrore, è prigioniera del suo dolore. La piccola Bianca, che vive a Bologna e negli Ottanta ha quattro anni. La sua famiglia è dilaniata da un male sottile che trasforma l’animo delle persone e uccide ogni forma di serenità e felicità. La bambina dovrà crescere in fretta. Questa è la storia di donne dimenticate che, nel silenzio, muoiono ogni giorno un po’ di più. È la storia di un dolore tanto grande da travolgere ogni rapporto umano. È la storia di donne doppiamente vittime della Storia, della Shoah, della follia degli uomini. È la storia di una speranza: “Sei mesi nel bordello per rendere felici i detenuti e poi vi liberiamo”, ma i nazisti non mantennero mai quella promessa. È la storia di donne che alla fine della guerra, schiacciate dall’umiliazione, invece di denunciare quella tragedia decisero di rinchiudersi nel silenzio per seppellire dentro di sé l’orrore di quella tragedia.


STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 8
Biancaneve nel Novecento
Marilù Oliva

Editore: Solferino
Prezzo: € 19,00
Sinossi
Giovanni è un uomo affascinante, generoso e fallito. Candi è una donna bellissima che esagera con il turpiloquio, con l’alcol e con l’amore. E Bianca? È la loro unica figlia, che cresce nel disordinato appartamento della periferia bolognese, respirando un’aria densa di conflitti e di un’inspiegabile ostilità materna. Fin da piccola si rifugia nelle fiabe, dove le madri sono matrigne ma le bambine, alla fine, nel bosco riescono a salvarsi. Poi, negli anni, la strana linea di frattura che la divide da Candi diventa il filo teso su un abisso sempre pronto a inghiottirla. Bianca attraversa così i suoi primi vent’anni: la scuola e gli amori, la tragedia che pone fine alla sua infanzia e le passioni, tra cui quella per i libri, che la salveranno nell’adolescenza. Negli anni Novanta, infatti, l’eroina arriva in città come un flagello e Bianca sfiora l’autodistruzione: mentre sua madre si avvelena con l’alcol, lei presta orecchio al richiamo della droga. Perché, diverse sotto ogni aspetto, si somigliano solo nel disagio sottile con cui affrontano il mondo? È un desiderio di annullarsi che in realtà viene da lontano, da una tragedia vecchia di decenni e che pure sembra non volersi estinguere mai: è cominciata nel Sonderbau, il bordello del campo di concentramento di Buchenwald.

 

Perfino l’inferno può sembrare attraente quando sei costretto a morire giorno dopo giorno come una bestia affamata e infreddolita.

Bianca è una bambina infelice. Giovanni, suo padre, è un uomo affascinante, generoso e fallito. Candi, sua madre, è una bella donna soggiogata dall’alcol e incapace di darle amore. Bianca, figlia unica, vede nel suo papà un eroe, un principe azzurro, che le vuol bene e la difende da un’inspiegabile ostilità materna. La famiglia vive nella Bologna degli anni Ottanta, in un disordinato appartamento della periferia. Per sfuggire a una realtà complicata, la bambina si rifugia nelle fiabe. La sua preferita è “Biancaneve”. Alla mamma, Bianca, assegna il ruolo di regina indiscussa del Regno del Male,  grande Prevaricatrice e Distruttrice di ogni felicità. Solo con il suo papà Bianca è felice, una bolla d’amore la separa dalle cattiverie della mamma. La bambina spera nel lieto fine ma la vita spesso è crudele. Una tragedia porrà fine alla sua infanzia catapultandola in una realtà sempre più dura. Passano gli anni, e Bianca cresce dividendo il suo tempo tra la scuola, gli amori e la passione per i libri. Incontrerà persone prepotenti e altre amorevoli che le dimostreranno le mille sfumature dei sentimenti.

Oltre ai guerrieri del Bene e alle forze del Male, esisteva una schiera di gente invisibile che non prendeva mai posizione e, quando lo faceva, sceglieva la sudditanza verso il più tracotante.

Alcune volte rendersi invisibile è la soluzione a ogni problema. Annullarsi diventa il desiderio di Bianca e l’eroina le offre una via di fuga. Così mentre Candi si avvelena con l’alcol, Bianca sfiora l’autodistruzione con la droga. Entrambe le donne si portano dentro un disagio che condiziona le loro scelte. Trovare le radici di quel disagio significa tornare indietro nel tempo, lì dove tutto ebbe inizio, nel bordello del campo di concentramento di Buchenwald. Il dolore  del passato e il disagio del presente, tessono un filo rosso che unisce i due piani narrativi del romanzo.

I capitoli che vedono Bianca narrare della sua vita, si alternano a quelli che narrano gli eventi terribili della seconda Guerra Mondiale.  A dar voce all’orrore è Lili, una giovane donna fatta prigioniera dai tedeschi e condotta, con la promessa di un’imminente liberazione, nel bordello del lager di Buchenwold pensato come incentivo per aumentare la produttività dei lavoratori forzati, i prigionieri “privilegiati” (decani o Kapò), e a disposizione anche delle SS. Venivano distribuiti, ai più meritevoli, bonus da spendere nel bordello, consumazione in 15 minuti, e ogni sadismo era permesso. In questo inferno il corpo delle donne veniva sfruttato e martoriato. Quando le ragazze erano ormai alcolizzate, sfiancate e malate, venivano rimandate al Lager di provenienza per essere usate come cavie negli esperimenti sadici dei medici delle SS, o inviate direttamente ai forni crematori. Erano le schiave del sesso e il lager aveva rubato la loro anima.

Questo orrore, ancor oggi, è una delle pagine meno note dell’oscuro periodo del Nazismo e Marilù Oliva dà voce a quelle donne, dimenticate nel silenzio della Storia, con fatti veri e ben documentati. Nelle tenebre di quegli eventi ho scoperto l’esistenza della “Strega di Bunchenwald”. Era Ilse Koch, moglie di Karl Otto Koch, comandante del campo di concentramento in cui era prigioniera Lili. Torturava con sadica ferocia i prigionieri e si divertiva a scuoiare i tatuaggi delle vittime per farne dei paralumi. Poi  ho appreso la storia di Mafalda di Savoia, la principessa italiana che morì a Buchenwald.

Lili e Bianca sono le testimoni di un passato e un presente che si intrecciano. Qual è il legame tra queste due donne? Così, capitolo dopo capitolo, è cresciuta in me la voglia di scoprire una verità che diventa specchio di gran parte del Novecento raccontato attraverso alcuni eventi che lo hanno caratterizzato come la Strage di Ustica, la strage alla stazione di Bologna, i crimini della banda della “Uno bianca”. L’intreccio delle vicende dei protagonisti con gli eventi storici, è un aspetto del romanzo che mi è piaciuto davvero tanto. Le debolezze degli uomini, l’efferatezza del ricordo, la rabbia e i sensi di colpa, sono le colonne portanti di questa storia. Ciò che mi ha colpita di più, leggendo “Biancaneve nel Novecento”, è la facilità con cui l’autrice ci permette di moltiplicare la nostra esperienza di vita entrando nelle storie degli altri. Attraverso il romanzo, a tratti crudele seppur con aliti d’inaudita tenerezza, la scrittrice ci mostra una verità sepolta tra le pagine della Storia. Con Lili attraverseremo le zone d’ombra della coscienza di uomini aguzzini e con Bianca scopriremo la proiezione del dolore che dal passato colonizza e devasta il presente. Vita, morte, speranza, disperazione, sensi di colpa sono la linfa che nutre le parole di questo romanzo. La memoria non può e non deve esser cancellata.

Con “Biancaneve nel Novecento”, gli invisibili della Storia fanno sentire le loro voci. È una lettura dolorosa e sensibile che ci aiuta a conservare la memoria degli orrori della guerra. La vergogna privata diventa collettiva e attraverso il romanzo i personaggi trovano il coraggio per raccontare un tema quasi totalmente ignorato dalla ricerca storica, per fare in modo che le pagine più oscure della nostra storia non si ripetano mai più.

Bianca, la nostra travagliata Biancaneve, ci mostrerà come spesso il dolore esistenziale si nasconde nelle dipendenze. L’alcol, il fumo, la droga, il gioco d’azzardo, affondano le loro radici nella solitudine, nell’abbandono, nei sensi di colpa, nella rabbia, nella paura, negli abusi. Bonificare questo terreno dai veleni dell’esistenza sarebbe un passo in avanti per guarire le cicatrici che deturpano il nostro cuore. La speranza deve essere la nostra fedele alleata perché, ricordatelo sempre, anche all’inferno può nascere un fiore.

giovedì 4 febbraio 2021

RECENSIONE | "Piranesi" di Susanna Clarke

“Piranesi” è il secondo romanzo della scrittrice inglese Susanna Clarke, edito da Fazi nella traduzione di Donatella Rizzati. La scrittrice di romanzi fantasy è conosciuta principalmente per essere l’autrice del romanzo “Jonathan Strange & il signor Norrell”, vincitore del premio Hugo e del World Fantasy Award nel 2005. “Piranesi” è un romanzo particolare. Parla di un uomo senza passato che vive in una Casa in cui è imprigionato un oceano. Non mettete limiti alla Casa, nessun confine, un continuo susseguirsi di Saloni e corridoi a perdita d’occhio. Questa Casa è per Piranesi il Mondo intero, ed è solo la quindicesima persona ad averci vissuto. Esplorare le immense Sale del Mondo è stata per me un’esperienza mozzafiato. Avendo come guida Piranesi ho vissuto una storia che si è rivelata affascinante e con un finale a sorpresa. Il titolo richiama un artista italiano del XVIII secolo, Giovanni Battista Piranesi. Clarke è sempre stata affascinata dalle sue suggestive acqueforti di prigioni immaginarie, dai suoi disegni e incisioni di spettacolari palazzi e statue romane antiche. Bene, se il vostro sogno è quello di girovagare in una grande Casa, siete nel posto giusto. Non troverete molte persone ad attendervi, conoscerete inizialmente solo due uomini che si confrontano. L’innocente Piranesi vi accoglierà e vi mostrerà un Mondo di cui si sente parte, un luogo ricco di conoscenza e virtù, di idee e gentilezza, ma dovrete fare i conti anche con l’Altro, scienziato come Piranesi, che considera il Mondo privo di forza vitale.


STILE: 8 | STORIA: 10 | COVER: 8
Piranesi
Susanna Clarke

Editore: Fazi
Prezzo: € 16,50
Sinossi
Wang Di ha soltanto sedici anni quando viene portata via con la forza dal suo villaggio e dalla sua famiglia. È poco più che una bambina. Siamo nel 1942 e le truppe giapponesi hanno invaso Singapore: l'unica soluzione per tenere al sicuro le giovani donne è farle sposare il più presto possibile o farle travestire da uomini. Ma non sempre basta. Wang Di viene strappata all'abbraccio del padre e condotta insieme ad altre coetanee in una comfort house, dove viene ridotta a schiava sessuale dei militari giapponesi. Ha inizio così la sua lenta e radicale scomparsa: la disumanizzazione provocata dalle crudeltà subite da parte dei soldati, l'identificazione con il suo nuovo nome giapponese, il senso di vergogna che non l'abbandonerà mai. Quanto è alto il costo della sopravvivenza? Sessant'anni più tardi, nella Singapore di oggi, la vita dell'ormai anziana Wang Di s'incrocia con quella di Kevin, un timido tredicenne determinato a scoprire la verità sulla sua famiglia dopo la sconvolgente confessione della nonna sul letto di morte. È lui l'unico testimone di quell'estremo, disperato grido d'aiuto, e forse Wang Di lo può aiutare a far luce sulle sue origini. L'incontro fra la donna e il ragazzino è l'incontro fra due solitudini, due segreti inconfessabili, due lunghissimi silenzi che insieme riescono finalmente a trovare una voce.

 

La Casa in cui Piranesi vive non è un edificio qualunque. Le sue stanze sono Saloni che si susseguono, i suoi corridoi infiniti, le sue pareti sono tappezzate di moltissime statue, una diversa dall’altra che raffigurano oggetti, situazioni e concetti che non trovano riscontro nella realtà della Casa: L’Uomo Scatola-di- Biscotti, l’Infante Ripiegato, la Donna che sorregge un alveare, i Due Re che giocano a Scacchi. A volte, qua e là, si possono trovare una Nicchia o un’Abside vuoti. All’interno del labirinto è imprigionato un Oceano che, con le sue alte e basse maree, inonda periodicamente ogni stanza. Imponenti scalinate in rovina conducono ai piani superiori attraversati dalle nuvole e dalle finestre è possibile vedere i Corpi Celesti. Piranesi non ha paura, comprende le maree, conosce ogni statua, esplora con interesse e passione il labirinto che si estende intorno a lui. Nella Casa c’è anche un’altra persona, un uomo chiamato l’Altro che incontra Piranesi due volte a settimana coinvolgendolo nella ricerca della Grande e Segreta Conoscenza. Cosa sia esattamente la Conoscenza non è dato sapere, solo un rituale magico potrà svelare l’arcano. Il Mondo vi svelerà immagini sorprendenti e di una bellezza surreale con i suoi tre livelli. I  Saloni Superiori sono il Regno delle Nuvole. I Saloni Inferiori sono il Regno delle Maree. I Saloni di Mezzo sono il regno degli uccelli e degli uomini.

L’Altro è un uomo enigmatico ed è l’unica persona con cui Piranesi parla, perché i pochi che sono stati nella casa prima di lui sono ora solo scheletri che si confondono tra il marmo.

L’inizio del romanzo è dettagliato e in una manciata di secondi ci si ritrova intrappolati in un labirinto che riflette frammenti delle nostre angosce. Piranesi, giovane ingenuo ma intelligente e curioso, stranamente non sembra sapere quale sia il suo vero nome, non ha un passato, si aggira nel Mondo segnando su dei taccuini tutte le meraviglie che vede e si considera il figlio amato dalla Casa. In lui non c’è traccia di bramosia è tranquillo, oserei dire felice, e ha una gran passione per la scienza e i dati. Vive un’esistenza difficile, piena di disagi ma apprezza la bellezza del luogo in cui vive e assapora, quasi come un nutrimento, il mistero del labirinto. Ogni statua è un mistero, ogni piccolo evento diventa il seme per una nuova storia. L’arrivo di un albatro, ad esempio, segna il nascere di un cambiamento che innesca una serie di eventi che donano alla narrazione un ritmo incalzante. All’inizio del romanzo Piranesi è solo, la sua solitudine non è un peso per lui sempre in movimento tra stanze inferiori sommerse dal mare e stanze superiori perse nelle nuvole. Egli porta tributi ai morti e il martedì e il venerdì incontra l’Altro, il suo amico, al quale racconta, con senso di meraviglia quasi infantile, le bellezze del Mondo. Piranesi si arrampica sulle statue, la sua preferita è un Fauno, mangia il pesce che cattura, si riscalda bruciando le alghe secche, evita le maree e parla con gli uccelli.

La Statua che amo più di tutte è la Statua di un Fauno, una creatura metà uomo e metà capra, con una testa di riccioli esuberanti. Sorride e si preme la punta delle dita sulle labbra. Ho sempre avuto la sensazione che volesse dirmi qualcosa o, forse, avvertirmi: Silenzio!, sembra dire. Stai attento! Ma a quale pericolo possa riferirsi, non l’ho mai saputo.

 La Casa è tutto il suo mondo, si prende cura di lui e lui vive felice perché sente di appartenere ai luoghi benevoli che lo accolgono. Quando strani messaggi iniziano a comparire, il mondo che Piranesi credeva di conoscere diventa strano e pericoloso. Non tutto è come sembra, forse Piranesi  ha dei disturbi della memoria? Forse ci sono nella Casa pericoli che lui non percepisce? Ci sono altre persone nel Labirinto e forse anche un altro mondo fuori dalle mura della Casa? Piranesi è confuso, legge e rilegge i suoi diari ma i ricordi non combaciano, il tempo sembra scorrere per conto proprio e l’Altro, sempre curato e vestito con abiti ben confezionati, gli confonde solo le idee con le sue risposte sfuggenti. L’Altro non venera la Casa come fa Piranesi.

Ma non c’è nulla che sia potente. E neanche niente che sia vivo. Solo infinite stanze uggiose, tutte uguali, piene di personaggi decadenti coperti di guano..

Non può esser così per Piranesi.

La bellezza della casa è incommensurabile; la sua gentilezza infinita.

Susanna Clarke è davvero brava nell’evocare un mondo ultraterreno in cui mitologia e fantasia si mescolano. Dai coni d’ombra di un sogno che s’insinua nel subconscio, emerge un fantasy che indossa le vesti nere del thriller. Da una pace serafica iniziale, si passa a una serie di enigmi che vi faranno riflettere sulla condizione umana. Perdersi e ritrovarsi.

“Piranesi” è un modo di vivere in simbiosi tra l’uomo e il Mondo ma è anche una storia di mistero e suspense. Mostra come l’uomo si può rapportare alla natura in modo diverso. C’è chi cerca l’armonia e chi desidera il dominio. L’uomo è parte del mondo e anche il mondo è parte dell’uomo.

L’ispirazione per questo romanzo risale ai primi anni ’80, quando l’autrice lavorava nell’editoria a Londra e frequentava i corsi serali di Jorge Luis Borges. Si innamorò di loro, in particolare “The House of Asterion”, che racconta la leggenda del Minotauro dal punto di vista del mostro.

“Piranesi” è un romanzo breve, un puzzle inebriante, una storia pervasa di gioia ma anche di tristezza e crudeltà. Magia e scienza si intrecciano, l’uomo da sempre cerca la conoscenza, vuol superare i propri limiti. Nella ricerca ci si può perdere, il labirinto potrebbe rivelarsi una trappola perfetta o essere la via che porta alla conoscenza. Per me è stato facile schierarmi con Piranesi e odiare l’Altro che lo usa e lo disprezza. L’innocenza di Piranesi diventa un mezzo per salvarsi nel tumultuoso cammino che lo attende. Dalle sue osservazioni ha dedotto che, da quando il mondo ha avuto inizio, sono esistite forse 15 persone: 13 scheletri che si trovano sparsi nei saloni, l’Altro e lui. L’arrivo di un individuo sconosciuto, che chiama la Sedicesima Persona, lo costringerà a indagare sul proprio passato trovando parte della verità nei suoi diari.

Ho letto il romanzo con la splendida sensazione di entrare in un mondo affascinante ma sconcertante. È un puzzle che accende i riflessi nel rapporto di luce e buio nell’esistenza. “Piranesi” ‘è fatto della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni’, d’empatia anche verso i nemici più accaniti, è un viaggio suggestivo nelle infinite idee. Per Piranesi la Casa equivale all’ideale platonico della realtà.

“Piranesi” è un romanzo con un solo protagonista che si muove in un’ambientazione in cui potrete ritrovare echi di altri lavori come “Aspettando Godot” o del mito della caverna di Platone raccontato all’inizio del libro settimo de “La Repubblica”.

Parole come fiume e montagna hanno un significato, ma soltanto perché quelle cose sono ritratte nelle Statue. Suppongo che invece debbano esistere nel Mondo Più Antico. In questo Mondo le Statue raffigurano cose che esistono nel Mondo Più Antico.

La storia catalizza l’attenzione del lettore sulle avventure di Piranesi, le sue esplorazioni e i suoi incontri con l’Altro che sembra nascondere vari segreti. I suoi doni sembrano non provenire dalla Casa, prende appunti su un “dispositivo scintillante” e mette in guardia Piranesi da un inquietante eremita, 16, deciso, secondo lui, a distruggere la ragione. Tutti gli enigmi troveranno una risoluzione e credetemi, lasciare la Casa è stato un atto difficile ma necessario per poter riflettere sulla natura della realtà, sull’identità individuale, sulla convinzione che tutto ciò che crediamo reale e immutabile non lo è affatto. La ragione deve poter accogliere anche idee trasgressive e varcare confini inesplorati. L’uomo non ha bisogno di ricchezza, potere, gloria. Occorre ritornare alla natura, alla semplicità, senza preoccuparsi delle proprietà. Una lanterna vi indicherà la strada alla ricerca dell’uomo che vive secondo la sua più autentica natura e vive  conformemente a essa e così è felice.

mercoledì 3 febbraio 2021

RECENSIONE | "Venezia Enigma" di Alex Connor [Review Party]

Dopo “I Lupi di Venezia” e “I Cospiratori di Venezia”, la Newton  Compton Editori pubblica “Venezia Enigma” di Alex Connor. L’autrice ci svela l’incredibile ricchezza di Venezia che contrasta con le vite di chi è nel ghetto. I mercanti arrivano in città per far fortuna ma l’inganno e la perversione prosperano portando all’emergere di una società oscura: i Lupi di Venezia. Nessuno conosce la loro identità.



STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
Venezia Enigma
(I Lupi di Venezia Series vol. 3)
Alex Connor

Editore: Newton Compton
Prezzo: € 12,00
Pagine: 384
Sinossi

Venezia, XVI secolo. Dopo un disperato tentativo fallito di assassinare il suo aguzzino, Marco Gianetti fugge con la sua amante, Tita Boldini. Angosciato dai crimini che pesano sulla sua coscienza, in cerca di redenzione si è rivolto all’enigmatico olandese Nathaniel der Witt. Ma der Witt brama vendetta: è giunto a Venezia per indagare su una serie di brutali omicidi che hanno sconvolto la città; omicidi legati ai famigerati Lupi di Venezia, ai quali non perdona l’assassinio di sua figlia. Con il suo nuovo alleato, sotto la minaccia dello spietato Pietro Aretino, der Witt inizia la sua ricerca. Mentre a uno a uno i Lupi cominciano a essere scoperti, Marco Gianetti crede di aver trovato finalmente la pace. Ma la vita di qualcuno che gli è molto vicino potrebbe essere in grave pericolo e una spia un tempo fedele ad Aretino, Adamo Baptista, minaccia di svelare i segreti di Marco: la Serenissima è sempre più un luogo sinistro e la sete di sangue dei Lupi di Venezia non è ancora placata… 


Un uomo come una donna non inganna nessuno. In quattro a rufolare in un trogolo di frutta marcia: avanti Cristo, la coda d’oca del Diavolo, dove l’acqua è sangue.

Avevo concluso il secondo volume delle serie dei Lupi di Venezia con questo enigmatico messaggio da decifrare. Ora, con “Venezia Enigma”, il suo significato inizia ad assumere contorni ben definiti.

Venezia, XVI secolo. Marco Gianetti è sempre più solo. Dopo un disperato tentativo fallito di assassinare il suo aguzzino, Gianetti vive nella paura. Angosciato dai crimini che pesano sulla sua coscienza, è in cerca di redenzione. Per porre rimedio ai tanti errori, il ragazzo diventa alleato dell’enigmatico olandese Nathaniel der Witt che è giunto a Venezia per indagare su una serie di brutali omicidi che hanno sconvolto la città. Su questi omicidi pesa l’ombra dei famigerati Lupi di Venezia. Anche la figlia di der Witt è stata assassinata dai Lupi di Venezia e l’uomo non avrà pace finchè non avrà scoperto i nomi dei colpevoli. A Venezia l’olandese dovrà difendersi da varie minacce ma non arretrerà mai granitico nel voler giustizia per l’assassinio di sua figlia. Le indagini, seppur tra molte difficoltà, proseguono e i nomi dei Lupi cominciano a esser scoperti. Tra i sospettati spicca l’ambigua figura di Pietro Aretino, uomo spietato che ama giocare con la vita delle persone. Gianetti, illudendosi di aver trovato finalmente la pace, dovrà, invece, difendersi da gravi pericoli. La Serenissima è sempre più un luogo sinistro e la sete di sangue dei Lupi di Venezia non è ancora placata.

Conosco le regole della sopravvivenza. Conosco gli uomini e le donne e so come funzionano i loro cuori. So che sono capricciosi, vulnerabili, schiavi del denaro. Sono devoti finchè abbandonarsi ai piaceri carnali non dà maggior profitto; sono gentili finchè essere crudeli non dà maggior profitto. E, soprattutto, sono leali finchè non sono chiamati a soffrire.

“Venezia Enigma” è una storia di potere e sangue, vendetta e redenzione. La natura volubile degli uomini è il terreno fertile dove pescare personaggi dalle mille sfaccettature. C’è chi brama il potere, chi vuol essere liberato dal gioco, chi grida vendetta e chi ossessionatamente cerca giustizia.  Con difficoltà occorre restare in equilibrio  in mezzo a intrighi, spargimenti di sangue e delatori.

Chi riuscirà a smascherare i Lupi di Venezia?

Alex Connor ricrea l’ambientazione evocando un’atmosfera inquietante di inganno e perversione  che interagisce con i protagonisti del romanzo, con il loro stile di vita, con la loro personalità. I Lupi non sono stati ancora identificati ma sappiamo che sono individui spregiudicati, famelici, che fiutano le migliori opportunità per acquisire sempre più potere. Chiunque intralci i loro obiettivi viene eliminato e la scalata al potere vede il coinvolgimento di ignare pedine nelle loro oscure trame.

Molti sono i personaggi, immersi in un’accurata realtà storica, che animano il romanzo. Nella città lagunare i crimini si intrecciano al potere nella consapevolezza che la maggior parte degli uomini ha un prezzo. Il Male è ovunque. La città dei Dogi è avvolta da un’aura coinvolgente, un po’ malinconica che le conferisce maggior fascino. Tuttavia sotto la bellezza esteriore, strisciano le debolezze e crudeltà dell’uomo. Tra le calli, i canali, i ponti si può quasi toccare l’anima della città che nasconde nell’ombra i segreti più segreti.

“Venezia Enigma” è un romanzo sulla notte della Serenissima, è un gioco di potere che vede l’arma del ricatto muovere le sue pedine sullo scacchiere della vita.

Con una scrittura accattivante e dal ritmo dinamico, la Connor  sfida il lettore inducendolo a fare varie ipotesi per scoprire il nome dei colpevoli. Non si sofferma in cruenti e perversi dettagli ma riesce a tener viva l’attenzione sulla narrazione con una trama ricca e mai noiosa. La società veneziana è preda di conflitti, vizi e pettegolezzi crudeli. Tutto ciò assicura una suspense che si realizza nell’attesa degli eventi già sapendo, almeno in parte, ciò che tramano i cattivi. Ogni personaggi non è totalmente cattivo o buono, alcuni si mostrano crudeli e altri ingenui. Insieme danno vita a una storia nera come il Male e rossa come il sangue.

E ricordate: “Coloro che riescono a farti credere delle assurdità, possono farti commettere delle atrocità.” (Voltaire)

giovedì 28 gennaio 2021

RECENSIONE | "La fortuna di Finch" di Mazo de la Roche

Se siete stanchi di dover rimanere chiusi in casa, oggi 28 gennaio potrete iniziare un viaggio avventuroso grazie alla “La fortuna di Finch”, terzo romanzo della saga bestseller ideata dalla scrittrice canadese Mazo de la Roche. Dopo “Jalna” e “Il gioco della vita”, alcuni componenti della famiglia Whiteoak faranno ritorno in Inghilterra, lontana madrepatria della famiglia, luogo dove tutto ha avuto inizio e  si annidano vecchi ricordi e storie leggendarie. Quindi, per gli appassionati delle storie della famiglia Whiteoak, è finalmente giunto il momento di ritornare nelle stanze di Jalna.


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
La fortuna di Finch
(Saga di Jalna Vol. 3)
Mazo de la Roche

Editore: Fazi
Prezzo: € 18,00
Sinossi

La cara vecchia Adeline se n’è andata, ma il suo spettro aleggia ancora nelle stanze di Jalna e le sue parole riecheggiano nei corridoi della tenuta; la sua ultima beffa, poi, è ancora sulla bocca di tutti. Finch ne è ben consapevole: il ventunesimo compleanno si avvicina, e con esso il momento in cui avrà accesso al patrimonio della nonna. La questione è spinosa, e il ricordo dello sconcerto dei suoi familiari all’apertura del testamento lo tormenta. Ma gli zii e i fratelli, nel tentativo di superare il malanimo, gli organizzano una grande festa di compleanno, al termine della quale il ragazzo sorprende tutti proponendo a Ernest e Nicholas un viaggio a proprie spese in Inghilterra, la madrepatria dei Whiteoak, la terra in cui tutto ha avuto inizio, dove si annidano vecchi ricordi e storie leggendarie che rendono quei luoghi noti anche ai membri più giovani della famiglia. Dopo la traversata in transatlantico, i tre si godono un breve soggiorno a Londra, dove Finch assaggia la libertà e si approccia a nuove prospettive sul mondo. Ma è a casa della zia Augusta, nella campagna del Devon, che lo attende la vera sorpresa: la cugina Sarah, orfana cresciuta dalla zia, raffinata e amante della musica, dalla quale si sente subito attratto e per la quale ben presto dovrà misurarsi con un avversario. Nel frattempo, in Canada, il piccolo Wakefield scopre la sua vena poetica e i rapporti tra Renny e Alayne prendono una direzione inaspettata. Al loro ritorno, Finch e gli zii troveranno una famiglia molto cambiata. Dopo Jalna e Il gioco della vita, ecco il terzo capitolo della saga bestseller di Mazo de la Roche.


Nicholas ed Ernest Whiteoak stavano prendendo il tè. Ernest, convinto di essere sul punto di ammalarsi di uno dei suoi raffreddori, evitava in ogni modo gli spifferi del corridoio e dell’atrio e si faceva servire il tè in camera. Il fratello gli teneva compagnia davanti al caminetto, dall’altro lato del tavolino apparecchiato.

Con vero piacere ho ritrovato i protagonisti di questa avvincente saga. La presenza di nonna Adeline è sempre nettamente percepibile e le sue parole riecheggiano nei corridoi della tenuta. La sua ultima beffa, lasciare tutto il suo patrimonio a Finch, ha prodotto sconcerto nei suoi familiari. Di questo, il giovane Whiteoak, è ben consapevole e vive male l’avvicinarsi del suo ventunesimo compleanno che segnerà l’accesso al patrimonio della nonna. Tuttavia gli zii e i fratelli, per superare questa situazione di risentimento, gli organizzano una grande festa di compleanno. Finch propone agli zii, Ernest e Nicholas, un viaggio a proprie spese in Inghilterra, la madrepatria della famiglia. Dopo la traversata in transatlantico, i tre si godono un breve soggiorno a Londra. Finch assapora la libertà e si approccia a nuove prospettive sul mondo. Ma è a casa della zia Augusta, nella campagna del Devon, che lo attende la vera sorpresa nelle vesti della cugina Sarah. La ragazza, orfana cresciuta dalla zia, è  raffinata e amante della musica. Finch non resiste al suo fascino ma dovrà ben presto misurarsi con un avversario. Nel frattempo, in Canada, Wakefield scopre il suo amore per la poesia e i rapporti tra Renny e Alayne prendono una direzione inaspettata. Al loro ritorno Finch e gli zii troveranno una famiglia molto cambiata.

La famiglia Whiteoak è in pieno fermento. Tra i suoi componenti ci sono legami forti ma anche rancori striscianti e contrapposizioni. Un microcosmo di luci e ombre in cui si sviluppano le dinamiche che governano i difficili rapporti familiari. I personaggi, ricchi di fascino e forti personalità, si dividono tra coloro che inseguono i propri sogni e chi rimane fortemente ancorato alla realtà e al legame con la propria terra. Così passiamo dall’autoritaria nonna Adeline, al rude e prode Renny, dall’impulsivo Piers alla furbizia e vivacità di Wakefield, dal riservato Eden dedito solo alla poesia, a Meggie dal carattere a tratti testardo ed egoista alla diffidenza di Alayne.

La vita non è facile a Jalna dove la tradizione continua imperturbabile senza tener conto dei cambiamenti generazionali. Gli scontri tra personalità diverse sono quotidiani e coinvolgono grandi e piccini. Alayne, moglie di Renny, è una donna assennata e intellettuale. Subisce il fascino di Jalna ma non riesce a integrarsi completamente nella famiglia.

“La vita a Jalna le era sembrata così misteriosa e diversa da quella cui era abituata”. La strada creata dal suo matrimonio con Renny “era fitta di corridoi bui e labirintici, separati da porte sprangate che una volta aperte lasciavano passare correnti gelide ed echi di cavalli al galoppo.”

Dal canto suo Renny, all’apparenza arrogante e irremovibile, non riesce a comprendere sua moglie.

Se tuo padre fosse stato un commerciante di cavalli invece che un professore del New England, forse ci capiremmo meglio.

Il personaggio che mi ha coinvolta maggiormente è quello di Finch, sensibile e incompreso genio musicale, non assecondato nelle sue aspirazioni dai parenti. Il giovane si sente in colpa per aver ereditato i soldi della nonna ed è convinto di non poter godere di tale ricchezza senza far qualcosa di gentile per gli altri. È sempre afflitto da mille paure, goffo nei movimenti. A causa della sua inesperienza, il ragazzo investirà incautamente parte del denaro ereditato e ne spenderà molto in regali costosi per la sua famiglia. Anche lontano da casa, Finch vivrà momenti dolorosi che lo porteranno a chiudersi in se stesso per poi aprirsi al mondo trovando la forza necessaria per vincere le sue paure.

La saga dei Whiteoak è avvincente, mai noiosa, grazie ai tanti personaggi che la animano. Lo scontro tra generazioni, il confronto tra il mondo femminile e quello maschile, la tensione tra i membri della famiglia, sono i punti cardini dei romanzi. Per tutti Jalna rimane un rifugio sicuro in cui le preoccupazioni per l’agricoltura e il mantenimento dei cavalli, si fronteggia con una vita più artistica e intellettuale.

Nel terzo romanzo, “La fortuna di Finch”, la narrazione diventa più descrittiva e la scrittrice traghetta i personaggi verso il successivo volume. Immutati ritroviamo l’ottima scrittura, le ambientazioni ben curate e i personaggi intriganti. Una volta immersi in questa storia, ricca di emozioni, potrete osservare da vicino le sfide, i drammi, le novità che i Whiteoak affronteranno sempre con determinazione. Toccherete con mano le mille sfaccettature dell’amore per le persone care, per la propria terra, per il lavoro, per gli animali. Le tumultuose vicende private della famiglia Whiteoak non potranno che conquistarvi e in voi nascerà la curiosità di sapere cosa succederà a Jalna. Tranquilli, molti altri volumi ci aspettano. Finch e la sua famiglia, sotto l’ala protettrice di Jalna, ci danno appuntamento alla prossima pubblicazione. E la saga continua…

giovedì 21 gennaio 2021

RECENSIONE | "Ora che eravamo libere" di Henriette Roosenburg

“Ora che eravamo libere” di Henriette Roosenburg, pubblicato da Fazi editore, è la storia della liberazione di quattro prigionieri politici olandesi alla fine della seconda guerra mondiale e del loro viaggio di ritorno a casa dopo che i soldati russi li liberarono dalla prigione di Waldheim. Questo libro è un intenso memoir che la giornalista olandese Henriette Roosenburg pubblicò nel 1957 e documenta in modo diretto la Nacht und  Nebel, la terribile direttiva emessa nel dicembre 1941 da Adolf Hitler volta a perseguitare, imprigionare e uccidere tutti gli attivisti politici invisi al regima nazista.

Sopravvivere alla guerra, alla deportazione e al carcere, scampare a una condanna a morte e ritrovare la libertà iniziando un lungo e accanito ritorno a casa, restare in vita per poter essere testimone di una drammatica esperienza che ha coinvolto migliaia di resistenti contro la barbarie nazista, sono i punti cruciali di una narrazione atta a testimoniare la mostruosità della tragedia che ha coinvolto milioni di persone    durante e immediatamente dopo la guerra.


STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 8
Ora che eravamo libere
Henriette Roosenburg

Editore: Fazi
Prezzo: € 18,00
Sinossi

Sopravvivere alla guerra, alla deportazione e al carcere, scampare a una condanna a morte e ritrovare la libertà tramite un lento e accanito ritorno verso casa, restare in vita per testimoniare e non far dimenticare un’esperienza che ha coinvolto migliaia di resistenti contro la barbarie nazista: tutto questo è "Ora che eravamo libere", l’intenso memoir che la giornalista olandese Henriette Roosenburg pubblicò nel 1957 e che, grazie all’immediato successo presso i lettori americani, documentò in modo diretto la Nacht und Nebel, la terribile direttiva emessa nel dicembre 1941 da Adolf Hitler volta a perseguitare, imprigionare e uccidere tutti gli attivisti politici invisi al regime nazista. Nata nel 1916 in Olanda, Henriette Roosenburg aveva appena cominciato l’università quando si unì alla resistenza antinazista. A causa della sua attività come staffetta partigiana prima e giornalista poi, nel 1944 fu catturata, imprigionata nel carcere di Waldheim in Sassonia e condannata a morte. Nel maggio dell’anno successivo, venne liberata assieme ad altre sue compagne di prigionia, iniziando un lunghissimo viaggio per tornare a casa, un’autentica odissea attraverso la Germania sprofondata nel caos di fine conflitto. In mezzo a soldati alleati che presidiano il territorio, nazisti in fuga e tedeschi diffidenti o addirittura ostili perché ancora fedeli al regime, tra innumerevoli astuzie, baratti e peripezie, le protagoniste di questa estenuante via crucis riusciranno alla fine a riabbracciare le proprie famiglie in patria. 


Ci guardammo in faccia, rendendoci conto che eravamo tutte lì, vive e libere! Ci gettammo una nelle braccia dell’altra e ci stringemmo e ci baciammo, e versammo le prime lacrime, e lasciammo andare i primi singhiozzi di felicità.

In mezzo a soldati alleati che presidiano il territorio, nazisti in fuga e tedeschi diffidenti e ostili perché ancora fedeli al regime, tra innumerevoli astuzie, baratti e peripezie, le protagoniste di questo     estenuante viaggio  cercano di ritornare a casa attraversando la Germania sprofondata nel caos.

I quattro protagonisti sono:

Nell, trent’anni. Faceva parte della resistenza e prima di essere arrestata dalla Gestapo nell’autunno del 1943, coordinava una serie di nascondigli per i piloti alleati abbattuti in Olanda. Riuscì ad organizzare una “via di fuga” che dal Belgio e dalla Francia arrivava alla Spagna e al Portogallo.

Joke, vent’anni. Collaborava con i partigiani per aiutare i piloti alleati abbattuti nei dintorni del villaggio dove abitava. Lavorava sulle “vie di fuga” accompagnando personalmente aviatori alleati oltre il confina tra Olanda e Belgio. Venne arrestata nel maggio del 1944 e condannata a morte.

Zip, ventotto anni, narratrice della storia. Lavorava nella stampa clandestina e divenne una staffetta in Belgio, Francia e Svizzera per aiutare un gruppo di partigiani che trasmettevano informazioni sugli spostamenti delle truppe tedesche al governo olandese a Londra. Fu catturata nel marzo 1944 e condannata a morte.

Dries, ventisei anni. Marinaio mercantile in congedo, tentò di attraversare il canale della Manica partendo da una spiaggia olandese. Venne catturato nell’aprile 1944 e condannato a morte.

Nell, Joke e Zip erano amiche e conobbero Dries nella prigione di Waldheim dove facevano parte del cosiddetto gruppo “Nacth und Nebel” (Notte e Nebbia), soprannominato “NN”. All’interno dei campi di prigionia o di concentramento, gli NN rappresentavano il gradino più basso nella scala gerarchica della prigione. Venivano rinchiusi in celle separate e ogni volta che uscivano, per la mezz’ora di ginnastica, le guardie facevano in modo che nessuno li vedesse. Inizialmente erano tenuti in isolamento, ma nell’ultimo anno di guerra le prigioni tedesche erano talmente affollate  che questa regola decadde e in una cella singola vennero stipati fino a sei NN. Erano i più vessati e le loro giornate erano scandite da lavori e ricevevano la minor quantità di cibo e avevano scarse possibilità di ricevere cure mediche. Spesso venivano uccisi nel segreto più assoluto. L’ordine era di non trasmettere nessuna informazione circa il destino o il luogo di morte di questi deportati. Sparivano “nella nebbia e nella notte” come Alberich ne “L’oro nel regno di Wagner” che sparisce in una colonna di fumo cantando “Nacht un Nebel, niemand gleich!” ( Notte e nebbia, non c’è più nessuno).

In questo clima di odio e abisso umano, inizia la storia di Henriette, chiamata Zip, e delle sue amiche Joke e Nell. Le ragazze cadono nelle mani dei nazisti nell’Olanda occupata e vengono deportate in Germania. La loro prigionia avrà fine con l’arrivo dei soldati sovietici. Con Dries, un giovane connazionale, le ragazze decidono di tornare a casa affrontando un viaggio pieno d’insidie. Ma come può aver successo un’odissea del genere in un paese in cui i soldati sono predoni e il cibo scarseggia? Di chi ti puoi fidare?

“Ora che eravamo libere” racconta i primi titubanti passi “degli invisibili” verso la libertà. Racconta dell’arrivo degli eserciti vincitori che non avevano preso nessun accordo per riportare i prigionieri liberati alle loro città d’origine. Non più numeri ma di nuovo essere umani, smagriti e deboli, senza soldi, senza un’identità costituita, senza sapere se avevano ancora una casa, i nostri protagonisti  affrontano il ritorno forti solo dell’amicizia che li lega.

Leggere “Ora che eravamo libere” è come vedere un drammatico film in bianco e nero. Sai perfettamente che ciò che stai leggendo è verità, sai che questi tempi oscuri non appartengono alla fervida immaginazione ma sono frutto della malvagità umana. A tutti il compito di vigilare, di creare una staffetta di ricordi che non si interrompe mai per consegnare alle generazioni future un monito .

Nel romanzo si susseguono tre linee narrative. La prima ci descrive la vita nella prigione, le privazioni e le violenze subite dai prigionieri. Lo sapevate che a Waldheim le prigioniere, per evadere dall’incubo che quotidianamente vivevano, si distraevano con il ricamo e interminabili discorsi sul cibo? Il ricamo, come qualunque attività in autonomia, era severamente proibito e andava fatto di nascosto. Era un’attività per non perdere il senno. I fili colorati e gli aghi erano dei piccoli tesori, rubare un piccolo pezzo di tessuto poteva costar caro con punizioni crudeli e violente. Sulla stoffa ricamavano il nome del carcere, il numero della cella, le date e le canzoni associate a quei luoghi. Si comunicava da una cella all’altra con l’alfabeto Morse. Con la mente occupata era più facile sopportare le privazioni e le malattie causate dalla malnutrizione.

La seconda linea narrativa ci narra l’arrivo degli alleati, la liberazione, la frenesia dell’attesa. Sarebbero state liberate o i nazisti le avrebbero uccise a un passo dalla liberta?

Trascorse un momento interminabile durante il quale udimmo porte che si aprivano, detenute che si precipitavano fuori urlando; poi il tintinnio delle chiavi giunse davanti alla nostra cella, la porta si spalancò e noi ci lanciammo su un’orda di donne francesi e su un magro soldato russo con le chiavi. Lo travolgemmo di gratitudine; lui si svincolò pazientemente e proseguì verso la cella successiva.

Alla liberazione, era il maggio del 1945, seguono giornate incredibili, scoperte dolorose, ma si riaccende la speranza di un ritorno a casa.

Nella terza parte della narrazione scopriamo che, dopo la liberazione, i russi avevano collocato sentinelle lungo le rotte principali, compresi i ponti, e vietavano tutti i viaggi non autorizzati per paura che i soldati tedeschi scappassero insieme agli ex prigionieri di guerra. Zip e le sue amiche, attraverso il baratto e l’astuzia, riuscirono a raggiungere un campo di sfollati popolato da belgi, olandesi e italiani.  Era solo una tappa della lunga odissea che le attendeva. Un viaggio di coraggio, eroismo e umanità.

Con una scrittura chiara e ricca di emozioni, Zip rivela tutti i dettagli della sua prigionia, la liberazione e il ritorno a casa.

È un libro di memorie che vi trasmetterà vivide emozioni, è una storia che vi legherà ai protagonisti rendendovi partecipi del loro calvario. Una via di 650 chilometri le separa dai loro affetti più cari

Nel 1950 Henriette Roosenburg è stata la prima donna a ricevere il “Leone  di bronzo”, premio per il comportamento coraggioso di fronte al nemico.

Per non dimenticare, mai!

lunedì 18 gennaio 2021

RECENSIONE | "L'ultimo spettacolo" di Vincenzo Zonno

“L’ultimo spettacolo” di Vincenzo Zonno, Catartica Edizioni nella Collana In Quiete, è un coinvolgente romanzo di fantascienza con una spruzzata di giallo. È un intreccio, quasi casuale, di vite vissute senza più ideali. La tecnologia diventa la madre di ogni cosa e per evadere da una falsa realtà ci si rifugia nei sogni. Fin dalle prime pagine Zonno ci mostra il portale d’accesso a un mondo sconosciuto dove tutto è apparenza. Come sempre leggere i romanzi di questo talentuoso scrittore non è cosa facile ma è indubbia la sua capacità di appassionare e ammaliare il lettore. Capire in che direzione va la trama è spesso un’ardua impresa che crea un mare magnum di sensazioni, ipotesi e deduzioni. La storia, ambientata in uno scenario del futuro, ci mostra uno mondo inquietante di invenzioni tecnologiche sempre più invasive che sgretolano caratteri sempre più fragili e modificano il comportamento umano.


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
L'ultimo spettacolo
Vincenzo Zonno

Editore: Catartica
Pagine: 192
Prezzo: € 14,00
Sinossi

Dirigibili sorvolano gli oceani, trasportando uomini in viaggio premio verso oriente, mentre Harpo è disteso sul divano nella sua casa in città e non ha intenzione di cambiare nulla nella sua vita. Si addormenta di un sonno profondo. Troppo. Una ragazza è senza vita sopra una panchina in riva a un lago, e lui sembra essere il probabile omicida. Ma non lo si potrà accusare, almeno finché continuerà a dormire.


La ormai collaudata società progrediva esclusivamente a piccoli passi e nell’unica direzione consentita ai gruppi di lavoro incaricati di quell’unica mansione. Tutto ciò che in passato era stato conquistato grazie all’improvvisa illuminazione di un qualche turbolento pensatore, ora si poteva ottenere con lo studio mirato di un’equipe appropriata. I tempi per ottenere gli stessi risultati si diluivano, allungandosi a dismisura, ma il totale controllo procurava profitti innegabili a chi doveva gestire la cosa umana.

Carl è parte integrante di questa macchina. Collabora con un governo capace di prevenire tutte le necessità dei cittadini per non far sentir loro la necessità di un’autonomia più ampia. Un elaboratore centrale del governo controlla la popolazione, un ordine prestabilito regna ovunque e lo stato organizza la metropoli in modo capillare per aumentare al massimo la produttività. Gli uomini non si distinguono più per le abilità personali e i cittadini sono spiati e controllati attraverso gli schermi della televisione. In questa società così particolare conosciamo, oltre al Delegato, anche Harpo e un elettricista a cui lo scrittore non ha dato alcun nome. I due uomini vivono nella stessa città e vi sorprenderanno con le loro storie.

Capitolo dopo capitolo si assiste a un confronto spesso drammatico, da una parte c’è la collettività domata e dall’altra c’è l’uomo inteso nella sua identità.

Tuttavia l’uomo non può avere come unico intento di arricchirsi, la sua creatività lo spinge a ribellarsi. D’altro canto l’uomo è per natura, scriveva Aristotele, un “animale comunitario”, un “animale politico” che ha la percezione del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto. Non tutti però sono disposti ad accettare una realtà fatta di telecamere, sensori ed elaboratori. Harpo continua a sfuggire a questa vita e per sopravvivere si cela dietro a una maschera, nessuno può dire di conoscerlo davvero. Un giorno Harpo si distende sul divano, nella sua casa in città, e si addormenta di un sonno profondo. Sembra non voglia più svegliarsi.  Nel frattempo una ragazza viene uccisa, pugnalata con un tagliacarte di metallo. Sull’arma ci sono le impronte di Harpo ma il sospettato non può essere interrogato perché è caduto in un sonno senza risveglio.

Potrà mai esistere un mondo senza violenza, rabbia o rancore? C’è qualcosa in grado di porre un freno a questa anomalia dell’esistenza? Forse la bellezza? La bellezza prescinde dall’uomo, nasce spontaneamente e si evolve dal nulla. Mitiga la natura degli esseri umani che hanno bisogno di aggredire come valvola di sfogo alle proprie frustrazioni. No, non c’è sempre una ragione o una verità incontestabile per tale sgradevole caratteristica umana.

In Harpo vive il suo altro io che non è poi così affidabile? È uno spietato omicida, un essere orribile e  al contempo sensibile e caritatevole?

Nessuno lo sa, l’uomo continua a dormire e sogna. Spenta la luce delle emozioni, dei sentimenti umani, Harpo si rifugia nei sogni per provare quei sentimenti che la veglia cancellava. Anche la sofferenza è utile per cambiare la propria storia. Non sempre, però, ciò è possibile.

La perfezione sta nel giusto equilibrio fra libertà ed uguaglianza, pendere sull’una o sopra l’altra determina sempre un fallimento. Questa nuova società pendeva un po’ a destra e un po’ a sinistra a seconda delle situazioni. Non tutti avevano lo stesso trattamento e al contempo non si era del tutto padroni della propria esistenza. Bizzarro, vero? Ma forse era proprio ciò che l’uomo bramava.

Forse l’uomo stesso desidera essere un ingranaggio della macchina e si crea una propria virtuale catena di montaggio costruita con le proprie affinità in un grande gioco di equilibri e contrasti, tra istinto e ragione, tra destino e volontà. Venire a patti con una società falsa non è il massimo. Meglio rifugiarsi nei sogni. Chiudersi di più in se stessi vuol dire vivere in un continuo turbamento e forse la parola magica è “rinuncia”.

“L’ultimo spettacolo” è uno struggente desiderio di libertà, poter percorrere le vie del mondo in autonomia senza catene, andando verso un incontrollabile futuro in cui esiste l’unica natura umana. Il nostro pianeta, la nostra società sono feriti, soffrono una lunga agonia  e ci vorrebbe un atto d’amore per strappare alla morte la nostra stessa esistenza. Sul palcoscenico della vita lasciamo che siano le emozioni a dar forza alla nostra esistenza. In una società in cui tutti sono controllati  rinunciare a essere una pedina vuol dire, per Harpo, rifugiarsi nei sogni dove è possibile cancellare la solitudine e diventa prioritario realizzare i propri desideri. Come in uno spettacolo, si può ballare, volare, amare e voltare le spalle alla morte anche se sappiamo di non poterla evitare per sempre.

Iniziare a leggere “L’ultimo spettacolo” è come immergersi in acque profonde dove tutto diventa ombra, dove il tempo rallenta e si odono le note dell’amore, della libertà, della bellezza. Tutti noi siamo vulnerabili, nei sogni diventiamo eroi intraprendenti pronti a riprenderci la libertà e la bellezza che qualcuno ci ha sottratto.

“L’ultimo spettacolo” è un romanzo complesso che nasce dalla fusione di più generi e si moltiplica nelle storie dei vari personaggi. Il tutto si offre a una lettura soggettiva che procede tra mondo reale e mondo onirico, tra reale e immaginario. I personaggi si muovono in un universo surreale ma, nel sogno, si tolgono la maschera perché nessuno può vederli. L’osservazione del potere si spegne quando i sogni si accendono.

Vincenzo Zonno è uno scrittore talentuoso capace di coinvolgere il lettore. Facendo leva su trame ingannevoli crea percorsi labirintici che parlano della condizione umana. Così, con attenzione e concentrazione, passo dopo passo, iniziamo a riflettere con senso critico basandoci su tutte le idee e le possibilità che il romanzo ci offre. Adoro il modo in cui lo scrittore usa le parole, le rende libere di muoversi senza confini. Non sono legate a un significato ben preciso, la sensibilità del lettore diventa il timone che ci guida nell’interpretazione di tematiche sociali che affondano le loro radici nelle realtà urbane e nella collettività. Nel romanzo tutti i personaggi hanno un ruolo ben preciso, deciso dallo Stato. Tutto è apparenza e in questo mondo spaventoso nessuno vorrebbe mai viverci. Pensate se fosse una macchina a decidere se si è innocenti o colpevoli di un crimine, se la tortura fosse un nobile mezzo per ottenere informazioni, se i prati fossero di plastica e i profumi dei fiori fossero spruzzati da erogatori nascosti. Spesso, però, è l’uomo a scegliere di bandire l’individualismo a vantaggio di un percorso di vita già tracciato. “Rinuncia” è la parola che serpeggia tra le righe del romanzo. I personaggi collezionano un intero album di rinunce: c’è chi rinuncia alla danza, chi al confronto con la vita, chi alla vera giustizia. Dove non esiste la libertà non c’è scelta. Quindi quando tutto sembra ormai perduto, non resta che chiudere gli occhi sulla realtà e riaprirli nei sogni. Attenti però! Il confine tra realtà e sogno è davvero sottile. Una cosa è certa, leggere “L’ultimo spettacolo” ci offre la possibilità di esplorare le vicende di una futura società che nessuno vorrebbe. L’immaginazione ci permette di superare ogni limite imposto, ogni realtà sospesa, ogni muro narrativo. Con colori caldi, molteplici sentimenti e gesti di libertà è interessante esplorare l’orrido futuro che potrebbe diventare realtà se non diamo al nostro inquieto presente una possibilità di rinascita.

giovedì 14 gennaio 2021

RECENSIONE | "Potenza e bellezza" di Elido Fazi

In libreria da oggi 14 gennaio “Potenza e bellezza. Cronache da Roma e da Parigi (1796- 1819)”, il nuovo libro di Elido Fazi, prima uscita del 2021 della Fazi. Questo romanzo ricostruisce un periodo importante per l’Italia e gli Italiani. L’arrivo in Italia di Napoleone si intreccia alle vicende di due famiglie marchigiane che si ritroveranno a fare i conti con la grande Storia.


STILE: 9 | STORIA: 8 | COVER: 8
Potenza e bellezza
Elido Fazi

Editore: Fazi
Prezzo: € 20.00
Sinossi

In un'afosa giornata di luglio del 1796, a Bologna, due uomini s'incontrano per combinare un matrimonio. Il primo è Costantino, un inquieto agricoltore del Piceno, che oltre a essere sensale di nozze produce fucili e sciabole. Il secondo è Monaldo, giovane conte di Recanati, mite e ben educato, che aspira solo a metter su famiglia e a coltivare i suoi studi. Intanto la città è in fermento per l'arrivo di un certo Bonaparte, il "generalino francese" che a soli 26 anni ha già sconfitto i Piemontesi e gli Austriaci. L'Italia è fragile e divisa, e dietro alla bandiera della "Libertà" si cela il desiderio di conquista dell'ennesimo invasore straniero. Quanto tempo passerà prima che i Francesi arrivino anche nelle Marche? E chi difenderà il papa? Costantino è pronto a imbracciare le armi e già si prepara ad arruolare un piccolo esercito di insorgenti tra i montanari delle sue terre. Monaldo invece è più cauto: da poco è entrato a far parte del Consiglio Comunale di Recanati e il suo primo desiderio è quello di salvaguardare la sua famiglia e la sua città. Ma la Storia travolge tutto e tutti. Mentre la guerra infuria in Europa, sconvolgendone l'assetto politico, la quiete delle Marche è scossa insieme agli animi dei suoi abitanti. Tra questi anche i figli di Costantino e Monaldo, che condividono lo stesso nome di battesimo. Il primo Giacomo, ardimentoso come il padre, ne seguirà le orme entrando nella resistenza, mentre il secondo, geniale fin dall'infanzia, è destinato a lasciare il segno nella letteratura italiana e nel pensiero politico del suo tempo… 


Questa è la storia di Monaldo e Costantino, Giacomo e Giacomino, dell’ascesa e del declino di Napoleone I e Gioacchino. Inizia a Bologna in un’afosa giornata di giugno dell’anno 1796.

Due uomini s’incontrano a Bologna, all’Osteria dell’Orso Bruno, per combinare un matrimonio. Il primo è Costantino, inquieto agricoltore del Piceno, che oltre a essere un sensale di nozze produce fucili e sciabole. Il secondo è Monaldo, giovane conte di Recanati, ingenuo e ben educato, che aspira a metter su famiglia e a coltivare i suoi studi. Intanto la città è in fermento per l’arrivo di un certo Bonaparte, il “generalino francese” che a soli 26 anni ha già sconfitto i Piemontesi e gli Austriaci. L’Italia è divisa e fragile. L’ennesimo invasore cela, dietro la bandiera della “Libertà”, il desiderio di conquista. I Francesi arriveranno anche nelle Marche? E chi difenderà il papa? Costantino è pronto all’azione arruolando un piccolo esercito di insorgenti tra i montanari della sua terra.  Monaldo è più cauto, entrato a far parte del Consiglio Comunale di Recanati, desidera solo salvaguardare la sua famiglia e la sua città. La guerra travolge tutto e tutti, sconvolge l’assetto politico dell’Europa e anche la quiete delle Marche è spazzata via dall’arrivo dei francesi. Anche i figli di Costantino e Monaldo, che hanno lo stesso nome di battesimo, saranno coinvolti dalla guerra. Il primo Giacomo è ardimentoso come il padre, entrerà nella resistenza e combatterà contro l’invasore.  Mentre il secondo Giacomo, geniale fin dall’infanzia, è destinato a lasciare il segno nella letteratura italiana e nel pensiero politico del suo tempo.

Ho letto “Potenza e Bellezza” con molto interesse guidata dall’elegante e sicura penna di Elido Fazi. Lo scrittore narra due storie parallele che, a capitoli alterni, seguono la parabola di Napoleone tracciando un ritratto appassionato delle Marche e della sua gente. Napoleone viene descritto non solo come un valente combattente  ma viene dato risalto all’uomo che si nasconde all’ombra dell’Imperatore. Le sue ossessioni ne facevano un uomo malinconico ed egocentrico, un po’ complessato, sognatore, era un uomo dalle mille contraddizioni.  Tenne in pugno l’Europa, in Italia arginò le armate austriache che minacciavano i confini francesi per mettere fine alla Repubblica. Mise rapidamente in fuga gli eserciti austro-piemontesi e si impadronì di tutta l’Italia settentrionale e centrale. In molti videro in Napoleone il tanto atteso liberatore, ma ben presto le loro aspettative furono deluse. Dopo numerosi saccheggi di beni e opere d’arte, Napoleone se ne tornò in Francia da conquistatore. Le gesta del generale che si autoincoronò imperatore di Francia, vengono narrate fino al declino. Inebriato del suo successo, Napoleone si sentiva invincibile e la sua perenne sete di conquista lo portò contro l’immenso Impero Russo. Fu l’inizio della fine. Così circondati da questa suggestiva cornice storica, possiamo tornare indietro nel tempo con la nostra immaginazione e guidati da Monaldo scopriremo cosa comportò la presenza di Bonaparte in territorio marchigiano. Personalmente di Monaldo non conoscevo quasi nulla. Padre di Giacomo Leopardi, Monaldo vive inizialmente una tranquilla vita di provincia, fra un matrimonio annullato all’ultimo momento, pagò una cospicua penale, e uno concretizzatosi con Adelaide Antici, donna di forte responsabilità. Nel 1798, dopo l’invasione dei Francesi e l’occupazione dello Stato della Chiesa, egli si trovò coinvolto nella politica attiva. Ebbe a che fare con una banda di controrivoluzionari, che definì briganti, ma che liberarono, anche se per breve tempo, Recanati. Per pochi giorni divenne governatore ma capì subito la provvisorietà di tale situazione. Al ritorno dei Francesi accaddero molti spiacevoli eventi che lascio a voi scoprire

“Potenza e Bellezza” è un libro che si legge con piacere. L’autore è capace di coinvolgere il lettore tanto nei grandi avvenimenti della Storia quanto nelle faccende private dei vari personaggi e delle loro famiglie. Napoleone incarna la sete di comando, il bisogno di conquista, la Potenza. Mentre l’Imperatore combatte le sue guerre sui territori da sottomettere, Monaldo  fa le sue battaglie a Recanati nel campo della Conoscenza, della Cultura e della Bellezza. Apre agli amanti della lettura di tutte le Marche, la sua biblioteca privata con più di diecimila volumi. La potenza degli eserciti francesi si fronteggia con la bellezza della natura, della poesia, dell’arte. Per noi sono i beni più preziosi da custodire gelosamente perché, come scrive Giacomo Leopardi a soli 17 anni, nell’ Orazione per la liberazione del Piceno scritta per la sconfitta di Murat e per il ritorno nelle Marche del dominio pontificio:

Se questo fosse vero, e cioè che il paradigma per valutare la felicità degli Stati è la Bellezza e non la Potenza, probabilmente non esisterebbe al mondo un popolo più felice di quello degli italiani.

“Potenza e Bellezza” è un immersione in avvenimenti noti e meno noti che hanno dato vita a pagine di Storia disseminate di drammatiche situazioni. Strategie militari e di vita creano attesa e partecipazione emotiva aprendo a una lettura appassionante di epoche lontane. Ciò aiuta a conservare una memoria storica che si nutre dell’immaginazione che nasce dalle parole.