giovedì 26 agosto 2021

RECENSIONE | "Servo e serva" di Ivy Compton-Burnett

Buongiorno, cari lettori! Dopo “Più donne che uomini” (recensione) e “Il capofamiglia” (recensione), accolti con grande entusiasmo, oggi arriva nelle librerie “Servo e serva” (pubblicato da Fazi nella collana Le strade, traduzione di Manuela Francescon) di Ivy Compton-Burnett, importante autrice del Novecento inglese, amata dai più grandi scrittori. Ancora una volta l’autrice narra i rapporti fra uomini e donne, le dinamiche familiari e i drammi segreti, mescolando umorismo e tragedia. Il risultato è una storia spietata dal fascino senza tempo.


STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 6
Servo e serva
Ivy Compton-Burnett

Editore: Fazi
Pagine: 300
Prezzo: € 19,00
Sinossi

Il pater familias Horace Lamb, nobile tirannico, sadico e avaro, trascorre le giornate vessando la servitù e i numerosi figli (ma non la consorte: fra i due è lei quella ricca). Insieme a lui e alla moglie Charlotte vive il cugino Mortimer, uomo al contrario molto pacifico, che non si è mai sposato, è nullatenente ed è segretamente innamorato di Charlotte, la quale altrettanto segretamente lo ricambia. Quando la donna parte per un lungo viaggio in America l’equilibrio della casa traballa: il nuovo precettore dei bambini, Gideon, la sua opprimente madre Gertrude e la remissiva sorella Magdalen entrano con prepotenza nelle dinamiche familiari e rimescolano le carte in tavola… E nel consueto gioco di sotterfugi, cattiverie e dialoghi avvelenati che come sempre domina le pagine di Compton-Burnett, la servitù si riserva questa volta un ruolo di rilievo, conquistando a poco a poco la scena e assurgendo al ruolo di irriverente protagonista.


Veder soffrire i propri figli un giorno dopo l’altro indurisce qualunque donna. Lo sai bene anche tu. Non sei così fuori dal mondo. Se non sapessi certe cose non avresti fatto quello che invece hai fatto. Hai tarpato le ali all’infanzia, l’hai soffocata nella paura e nelle costrizioni, l’hai forzata all’inganno e poi ti sei accanito sui mali che tu stesso hai causato. Hai oppresso e tormentato il cuore di una madre.

Con questo atto di accusa di una madre verso il padre dei suoi figli, si scoprono le carte che segneranno il destino della famiglia Lamb. L’autrice ci presenta i protagonisti del romanzo mettendo in primo piano la vita domestica di Horace Lamb, sadico, spilorcio e tiranno che trascorreva le sue giornate vessando la servitù e imponendo regole austere ai numerosi figli. Egli gestiva con parsimonia il denaro della moglie Charlotte ( fra i due è lei quella ricca), per lui custodire il denaro equivaleva a guadagnarlo. Con loro viveva il cugino Mortimer, uomo pacifico che non si era mai sposato. Non aveva una professione e aiutava Horace a gestire la proprietà, era nullatenente e segretamente innamorato di Charlotte, la quale sempre segretamente lo ricambiava. Quando la donna parte per un lungo viaggio in America, gli equilibri della casa iniziano a traballare. Gideon, il nuovo precettore dei bambini, entra nelle dinamiche familiari con la sua opprimente madre Gertrude e la remissiva sorella Magdalen. Inizia così un crudele gioco di sotterfugi e cattiverie che scompagina ogni cosa. Gertrude mostra una filosofia di vita molto personale sostenendo che lo smembramento di una famiglia infelice non dovrebbe essere motivo di lacrime, anzi i cambiamenti, quando necessari, prima avvengono e meglio è. 

Intanto la servitù si ritaglia, nel microcosmo familiare, un ruolo di rilievo. Quando Horace avrà un ripensamento sul suo modo di fare, inizieranno le vere difficoltà. Si può sopportare il ricordo dei torti che sono stati fatti? In una famiglia i cambiamenti sono difficili ma auspicabili quando ne dipendono felicità e salute mentale. Umorismo spietato e ferocia sono un cocktail unico. 

La prima cosa che mi ha colpito del romanzo è la presenza di innumerevoli dialoghi e occorre molta attenzione per cogliere le velate indicazioni che indicano chi stia parlando. Si scopre un mondo familiare che identifica la crudeltà nella figura di Horace Lamb che diventa immediatamente il personaggio più odioso del romanzo. Egli vedeva nella sua casa quella perfezione che non trovava nella sua famiglia. Charlotte e i loro cinque figli (dai sette ai tredici anni), suo cugino Mortimer, che viveva sotto lo stesso tetto e rappresentava il parente povero, la zia Emilia che si occupava della prima istruzione dei bambini e la servitù, sono il personale tormento di Horace. Egli impone economie crudeli a tutta la famiglia e si considera un modello di altruismo ponendo il sacrificio come condizione del suo costante martirio, indispensabile per una sana crescita e una apparente perfezione. I suoi figli indossavano sempre vestiti lisi e avevano continuamente freddo e fame. La servitù era composta dal goffo George e dall’aiuto cuoca Miriam, c’era poi la cuoca Mrs Selden e l’impeccabile maggiordomo Bullivant. Un ruolo importante verrà rivestito da Miss Buchanan, proprietaria di un negozio. Il romanzo lascia ampio spazio ai pensieri e ai dialoghi della servitù che svelerà il suo volto gentile e incline alla comprensione, mentre i padroni sono irrigiditi dalle convenzioni, dall’incapacità e dall’economia di una famiglia borghese. L’autrice non nasconde alcun mistero, non si è alla ricerca del male che insidia la famiglia. Tutto è descritto in maniera esplicita e gli eventi cedono il posto al potere delle parole che si esprime in dialoghi mai pacifici ma sempre velati da una combattività che caratterizza ogni personaggio. Anche il silenzio diventa un mezzo per esprimere, a seconda dei momenti, difesa o aggressione. Come quando i bambini dimenticano di avvisare il padre sul pericolo che avrebbe corso attraversando un ponte pericoloso. Dimenticanza o speranza di morte verso il loro mostruoso padre? Quando Horace comprende o crede di comprendere la nera speranza dei figli, con dire esplicito, affronta tutti loro e ascolta le lamentele dei ragazzi. Scopre che avevano paura di lui, non potevano esprimersi liberamente, essere se stessi, e solo la figura materna era fonte di conforto. Avrebbero preferito la morte. Amari rimproveri che portano a un momentaneo cambiamento di Horace e che manderà in fumo il progetto di Mortimer e Charlotte di fuggire insieme. Per un periodo infatti i bambini avranno vestiti nuovi, saranno ben nutriti e il loro padre si pentirà del suo comportamento. Breve parentesi di benessere, Il futuro non diventerà roseo, un pessimismo di fondo continua a serpeggiare nella casa a dimostrazione che il male spesso vince. 

Il romanzo si svolge per la maggior parte tra le mura domestiche, i capitoli sono lunghi e i dialoghi stilizzati mostrano ironia e ambiguità. Dietro la facciata rispettabile della vita familiare tardo vittoriana, si agitano le fiamme dell’inferno. Tutti, sia i padroni con i loro figli che la servitù, parlano in modo simile, colto ed elegante. La psicologia dei personaggi mette in risalto il conservatorismo della servitù più anziana, i tentativi di ribellione del giovane George che, cresciuto in un orfanotrofio, non vuol accettare la sua condizione di servitù. Granitico invece il pensiero del maggiordomo Bullivant: 

Servo sono e servo rimango. Così è, così è stato e così sarà. E sì, a me va benissimo.

Mortimer, il cugino, è invece un personaggio ricco di sfaccettature. Potrebbe non risultar simpatico per la sua apatia ma non provoca antipatia. Grande ammirazione per la signorina Buchanan che nasconde a tutti di non saper leggere e ricorre a vari espedienti per celare questa sua mancanza. Dal suo negozio, punto di smistamento per la posta, una lettera verrà sottratta e il destino verrà sfidato. Sicuramente troverete la storia disseminata di inganni che vengono subito alla luce proprio tramite le parole. Ognuno dice ciò che c’è da dire anche se non si dice mai una parola più del necessario. Alla luce del sole nulla è veramente pericoloso, è il buio che rende ogni cosa pericolosa. 

Questo libro, strano e interessante, richiede attenzione, i tanti dialoghi ricordano un’opera teatrale, un umorismo oscuro disegna eventi deliziosamente malvagi. Ritroverete i drammi familiari, l’acume, la sagacia e i dialoghi al vetriolo che da sempre hanno caratterizzato le opere dell’autrice. Io adoro i suoi romanzi che si basano su relazioni nelle quali ognuno tende ad attrarre a sé il maggior numero di vantaggi usando la finezza del proprio dire. Ogni parola e ogni dialogo sono la spina dorsale dei suoi romanzi. Disegnano un mondo e creano tessere di un mosaico che riflette potenze invisibili. A collocare ogni tessera, su uno sfondo tragico, sono genitori, figli, parenti, conoscenti e servitù. 

Leggere “Servo e serva” è come avventurarsi sul ghiaccio sottile, con la sensazione di poter precipitare da un momento all’altro. Il pericolo c’è ma si procede, un passo dopo l’altro seguendo le orme, delimitate con gran perfidia, di intrighi, drammi segreti, imprevisti che sconvolgono la quotidianità. Il percorso è già tracciato, la storia si ripete… 

E la vita familiare, nella sua essenza, non cambia mai.

mercoledì 4 agosto 2021

RECENSIONE | "Memorie di un delitto" di Salvo Toscano [Review Party]

In queste calde giornate ci fanno compagnia i libri per rilassarci e godere delle vacanze estive. Oggi vorrei proporvi “Memorie di un delitto” (Newton Compton Editori) del giornalista e scrittore palermitano Salvo Toscano. Si tratta di una nuova indagine dei fratelli Corsaro. Un delitto rimasto impunito, un caso che nessuno voleva riaprire.

STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 6
Memorie di un delitto
Salvo Toscano

Editore: Newton Compton
Pagine: 288
Prezzo: € 9.90
Sinossi

L'avvocato Roberto Corsaro riceve una strana lettera nel suo studio: un'anziana nobildonna vuole incontrare lui e il fratello Fabrizio, giornalista, per proporre loro un incarico. Incuriositi, i Corsaro accettano l'invito e raggiungono la donna a Modica. Il compito che l'anziana affida loro è però più complicato del previsto: dovranno riaprire un caso di omicidio risalente a trent'anni prima, una torbida storia che ruota intorno all'uccisione, in una villa di Cefalù, di una giovane ragazza. Attraverso le loro indagini e i racconti di chi visse in prima persona quella vicenda, i fratelli Corsaro compiranno un viaggio a ritroso nel tempo, scoprendo una Sicilia diversa… e una terribile verità.



Il 6 agosto del 1989 una ragazza di vent’anni, Caterina Galanti, venne assassinata nella villa a mare dei genitori a Cefalù. Il mio unico figlio, Corrado Fecarotta, fu accusato di averla uccisa. Lui non ammise mai di aver commesso quel delitto e si protestò sempre innocente. Fu condannato a trent’anni e morì suicida in carcere nel 1994, pochi giorni prima di compiere ventisei anni.

In queste poche righe è racchiuso il cuore pulsante del romanzo, l’attimo da cui tutto ebbe inizio.

L’avvocato penalista Roberto Corsaro riceve una strana lettera nel suo studio. Un’anziana nobildonna, Costanza Pignatelli Villarosa, vuole incontrare lui e il fratello Fabrizio, giornalista specializzato nella cronaca nera, per proporre loro un incarico. Incuriositi, i Corsaro accettano l’invito e raggiungono la donna a Modica. La nobildonna vuole provare l’innocenza del figlio ritenuto colpevole di un omicidio risalente a trent’anni prima. Si tratta di una torbida storia che ruota intorno all’uccisione, in una villa a Cefalù, di una giovane ragazza. La polizia non aveva seguito altre pista, le indagini erano state a senso unico, era un caso aperto e chiuso, solo indizi e tanto odio verso quel figlio di papà ricco, viziato e di bell’aspetto. 

Corrado, Dado per gli amici, era cresciuto in quel mondo ovattato, in quella famiglia tipo Gattopardo, la madre nobile, il padre svitato, malato di esoterismo e di tutte queste cazzate che su Corrado esercitavano un certo ascendente.

Così mentre un innocente, secondo il giudizio della nobildonna, finiva in prigione, il vero colpevole si godeva la libertà. Scoprire come si erano svolti veramente i fatti, non avrebbe colmato il vuoto che l’assenza di un figlio genera. La madre di Corrado non si era mai rassegnata alla perdita del figlio e ora voleva dare giustizia al suo ragazzo. 

Attraverso le loro indagini e i racconti di chi visse in prima persona quella vicenda, i fratelli Corsaro compiranno un viaggio a ritroso nel tempo, scoprendo una Sicilia diversa e una terribile verità. 

Con “Memorie di un delitto”, Salvo Toscano rende omaggio ad Agatha Christie ricordando, nella struttura investigativa, il suo romanzo “Five Little Pigs”, ovvero “Cinque piccoli porcellini”, che in Italia fu intitolato “Il ritratto di Elsa Greer”. I cinque porcellini, nel giallo di Salvo Toscano, sono i componenti della comitiva di cui facevano parte la vittima e il sospettato. Erano tutti ragazzi ricchi e viziati che, in quell’estate spensierata del 1989, non potevano presagire l’imminente tragedia. 

Il romanzo è insolito nel modo in cui gli stessi eventi vengono raccontati: i cinque amici riportano, dal loro punto di vista, gli eventi che hanno preceduto il brutale omicidio. Ognuno ricorda un frammento di verità. Ciascuno dei cinque porcellini avrà un capitolo a disposizione per ricordare gli eventi e raccontare la sua storia. 

Lilly era la romantica sognatrice, Barbara la ragazza con le palle. Momo era il buffone del gruppo, l’amicone dal cuore d’oro e il cervello un po’ squagliato, capace di fare minchiate colossali. Giorgio era il predestinato, quello che sarebbe diventato qualcuno con la politica. Era quello serio, posato, maturo. Fofi era il coglione con la battuta sempre in bocca. Ma non era buono come Massimo, era cattivo. Cattivo ed egoista. E avido, anche.

Completavano il gruppo di amici Caterina, detta Ketty, e Corrado. 

Ketty era bellissima, intelligentissima, egocentrica e sicura di sé. Attirare l’attenzione degli uomini la gratificava e annotava i suoi pensieri su un diario. 

Dado era uno, nessuno e centomila. Lo guardavi e dicevi ecco il marchesino viziato, con il Duetto rosso, i soldi, la bellezza e i suoi giri. Ci parlavi e capivi che era qualcosa di diverso ma non capivi mai che cosa.

I fratelli Corsaro dovranno studiare le testimonianze dei testimoni, scavare nel passato e leggere tra le righe. Districandosi fra i ricordi e le ricostruzione dei cinque amici, i Corsaro riusciranno a scoprire la verità. Dimostreranno, come Poirot nel romanzo prima citato di Agatha Christie, che la verità non si vede con gli occhi del corpo, ma con gli occhi della mente. 

“Memorie di un delitto” è un gioco narrativo ben congegnato con un’indagine che prende due direzioni: una punta a dimostrare l’innocenza di Corrado, l’altra, velata di malinconia, mostra la nostalgia per il tempo che passa. L’adolescenza è vista come un periodo prezioso, ricco di sogni e di promesse, una stagione in cui senti di poter esser tutto, ti senti onnipotente e vivi le emozioni più intense senza confini. 

Ogni personaggio diventa un tramite per conoscere la Palermo del tempo ma è anche un mezzo per indagare sui rapporti fra i ragazzi della comitiva portando alla luce rivalità e invidie. Trent’anni dopo quei ragazzi sono persone adulte che hanno un ruolo ben preciso nella società e guardano al passato con la consapevolezza di non poterlo cambiare. Tutti riflettono sul tempo che passa volgendo lo sguardo a un passato spensierato prima della tragedia. 

La giovinezza devi guardarla da lontano per capire fino in fondo quant’è meravigliosa. Quando ci sei in mezzo non riesci a vederla bene.

Come nei precedenti romanzi di Salvo Toscano con protagonisti i Corsaro, la Sicilia ricopre un ruolo da protagonista con i suoi contrasti. Bellezza e fragilità. Amore e odio. 

La Sicilia è un’amante subdola. Mostra a ogni occasione le sue impudiche nefandezze e si fa detestare e maledire quasi quotidianamente. Poi, quando il tuo disappunto verso di lei sta per trasformarsi in odio, come una discinta cortigiana ti concede generosa la vista di quella bellezza sensuale e conturbante che ti imbambola facendoti dimenticare per un attimo tutto il male.

“Memorie di un delitto” è un romanzo scorrevole e intrigante. Un mosaico realizzato da molteplici voci rende il percorso narrativo vivo e coinvolgente. Quando credi di guardare negli occhi la verità ecco che un particolare, un nuovo indizio, ti suggeriscono altre soluzioni. Poi, quando meno te l’aspetti, la verità si erge granitica e un errore giudiziario viene scoperto. 

“Memorie di un delitto” è una lettura piacevolissima, i battibecchi tra i fratelli strappano più di un sorriso, si respira un’aria di inganni e omissioni e ci si commuove nell’affrontare le difficoltà della vita. La pluralità di voci è ben gestita dall’autore che è molto bravo ad alternare le indagini con la quotidianità delle due famiglie Corsaro. C’è un mix perfetto di ironia e tensione narrativa, un giallo italiano godibile per un’estate da brividi.