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martedì 30 giugno 2026

RECENSIONE | "La vecchia" di Georges Simenon

Ogni romanzo di George Simenon mi attira irresistibilmente e devo ringraziare Adelphi per la pubblicazione delle sue opere. Questa volta la casa editrice pubblica un inedito in Italia, "La vecchia", nella traduzione di Simona Mambrini. Si tratta di un romanzo che Simenon scrisse durante un suo soggiorno in Svizzera nel 1959. La vicenda si svolge quasi interamente fra le mura di un appartamento dell'Ile Saint-Louis, a Parigi. L'opera a porte chiuse pone al centro della scena le dinamiche di potere e la convivenza forzata. Sophie, una giovane donna dalla vita anticonformista e dissipata, accetta di ospitare la nonna ottantenne, Juliette, che non vede da quindici anni. Tra lei, la nonna, la domestica e un'amica di Sophie, la tensione cresce a poco a poco fino al punto di rottura. Quattro donne, che diffidano l'una dell'altra, si osservano e si spiano, pronte in ogni momento a umiliare e a colpire.


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
La vecchia
Georges Simenon

Editore: Adelphi
Pagine: 167
Prezzo: € 18,00
Sinossi

«Lei non ha mai scritto niente di simile» disse una volta Paul Morand a Simenon, dopo aver letto La vecchia. Il romanzo è quello che, a teatro, si definirebbe un huis clos: una vicenda la cui azione si svolge quasi interamente in uno spazio chiuso. La scena è un appartamento dell’Île Saint-Louis, a Parigi, dove quattro donne si osservano, si spiano, pronte in ogni momento a umiliare e a colpire. Sophie Émel, la proprietaria – celebre paracadutista che conduce un’esistenza molto dissipata e molto alcolica, e condivide la propria stanza da letto con giovani donne più o meno sbandate –, ha accettato, per una sorta di svagata curiosità, di ospitare la nonna, che non vede da tempo: una temibile ottantenne che si era barricata nella sua casa destinata alla demolizione, minacciando di buttarsi dalla finestra. Tra la giovane e la vecchia si innesca un complicato gioco al massacro, fatto di reciproci sospetti e sottili crudeltà, che finisce per coinvolgere anche l’ultima amichetta di Sophie e l'occhiuta domestica. In un’atmosfera ogni giorno più claustrofobica e inquietante, Simenon compone, in modo magistrale, un crescendo che sfocerà, inesorabilmente, nella violenza.





Quattro donne, ciascuna intenta a studiare i movimenti delle altre tre, sensibile alla minima variazione di tono, alla natura di un silenzio. 

Siamo alla fine degli anni Cinquanta. Il commissario di polizia Charon annuncia a Sophie Emel che sua nonna non vuole lasciare l'appartamento in cui vive e che verrà abbattuto, con l'intero stabile, a breve. L'ottantenne nonna, davanti alla prospettiva di essere portata via con la forza e magari rinchiusa in manicomio, si era chiusa in casa, al quinto piano di un palazzo già sgomberato, minacciando di buttarsi dalla finestra. La nipote riesce a convincere la nonna, dopo lungo patteggiamento, a trasferirsi nella casa dove lei vive con un'amica e una cameriera. Inizia così una convivenza in un microcosmo femminile che verrà improvvisamente sconvolto dall'arrivo della nuova ospite. Nascono incomprensioni e diffidenze, ben presto la personalità dispotica della "vecchia" si manifesterà in tutto il suo negativo splendore. 

Come sempre leggere Simenon non è solo un piacere ma induce alla riflessione. I suoi romanzi, dopo una lettura distratta, possono sembrare tutti uguali eppure sono sempre diversi. Ad ogni nuovo romanzo non so resistere, il richiamo è troppo forte e io so già che troverò una storia pacata che mette in luce le solitudini, i dolori, le parole non dette, le lacerazioni esistenziali di umani personaggi travolti dalla forza irresistibile del destino. Storie caratterizzate da dialoghi semplici e brevi, descrizioni ridotte ai minimi termini e personaggi, spesso sgradevoli, messi a nudo. Leggere Simenon è come sentire sulla propria pelle l'attimo in cui tutto cambia nella vita e sbirciare dalla porta socchiusa, quella della cover, è come guardare nell'abisso dell'animo umano. 

La giovane protagonista, celebre paracadutista, è una donna indipendente, emancipata e libera. 

Il suo appartamento diventa emblema di spazi intimi e sociali. Il salotto è un'agorà dove si parla ridando vita a memorie custodite per lungo tempo. La casa si rivela un territorio ambiguo, dove la dimensione emotiva gioca un ruolo predominante tra ricordi e quotidianità. La convivenza sembra procedere per il meglio ma è solo l'inizio di una parabola inarrestabile. Nella dolcezza degli sguardi, nei gesti riservati, nella discrezione, si può nascondere un pericolo inatteso che mescola le carte dell'adattamento a una convivenza che promette, ma non mantiene, stabilità e protezione. Tra le protagoniste i discorsi hanno il doppio volto della sincerità e della scaltrezza. Nonna e nipote si fronteggiano, ognuna cerca di minare le certezze dell'altra, nascondendo diffidenze e rancori. 

La donna, dice nonna Juliette, non è mai un essere completo. Una donna è un pezzo di qualcosa, qualcosa che forse non esiste.

Sophie, si mostra come una donna forte ma è solo apparenza. La nonna la spia per scoprire i suoi punti deboli e si rivede in molti dei comportamenti della nipote. Chi si sente debole cerca rifugio in chi crede sia più forte. Credere ed esserlo veramente sono, però, due affermazioni ben diverse. In superficie le apparenze regnano sovrane. Siamo, in verità, pianeti da esplorare, territori vergine da scoprire. Siamo estranei l'uno per l'altro: genitori e figli, mariti e mogli, nonni e nipoti. 

L'anziana donna assume il ruolo di "grillo parlante", dice quello che pensa, quello che gli altri vogliono nascondere anche a se stessi. Lei sostiene di aver fatto, nella sua vita, tutto quello che non bisogna fare, tutto quello che le avevano detto di non fare. 

Il suo tormento è l'impossibilità di avere uno spazio tutto suo. Da ragazzina si sentiva ospite nella casa dei suoi genitori, anche quando è diventata la ricca moglie di un borghese (il nonno di Sophie), si è sentita estranea in casa del marito. Ora si sente nuovamente estranea in casa della nipote che liberamente fa ciò che vuole ed è padrona della sua esistenza tanto da non aver neanche bisogno di un uomo. 

La nonna, con fare innocente, semina frammenti di frasi e di pensieri. Lascia che questi semi germoglino nella nipote. Tutto ciò che "la vecchia" dice "sembrava vero, tutto era vero, di una verità gelida, malvagia, spietata." 

Juliette riusciva a individuare i punti deboli delle persone e vi affondava, sempre con garbo, un bisturi affilato fatto di parole. Così le piaghe si allargavano, si infettavano e il male si diffondeva come un cancro che divorava senza alcuna pietà. Tra lei e la nipote inizia uno spietato gioco di potere psicologico. La nonna costruisce il suo "rifugio" in casa della nipote minandone la sicurezza e la forza. 

In questo breve romanzo non ci sono delitti ma c'è comunque un'indagine che si basa sull'incomunicabilità, l'ossessione e il disagio esistenziale. 

Sua nonna sosteneva che loro due si assomigliavano!

Entrambe amano l'indipendenza ed entrambe bevono tanto. Whisky per la giovane e vino rosso per la nonna, rendono Sophie silenziosa e Juliette ciarliera. Sicuramente Sophie non è una donna felice, benché viva tra feste e night. Non si pone domande e ha apparentemente tutto sotto controllo. La nonna, al contrario, parla tanto raccontandole della sua lunga vita, delle scelte che ha fatto, delle attenzioni che gli uomini le hanno rivolte. Così vengono a galla ricordi, sogni e rancori, fallimenti e bugie. Bastano le parole dell'anziana per dar corpo alle paure e alle fragilità di Sophie. 

Ti vedevo così forte!...Perché tu sei forte, vero?

Così la bolla, in cui Sophie vive, va in mille pezzi. Nel silenzio si può ignorare ciò che temiamo, ma le parole rendono tutto reale e bisogna guardare in faccia la realtà. 

"La vecchia" fa parte dei romans durs di Simenon, caratterizzati da una profonda introspezione dei personaggi a cui fa da contro altare un'ambientazione spesso asfissiante. 

L'indagine psicologica scava nel mistero delle relazioni, non c'è un giudizio morale ma il mondo di nonna e nipote è privo di colori e di felicità. Un mondo grigio, struggente, velato da ipocrisie e sospetti. Un groviglio che nessuno, tantomeno Simenon, riuscirà mai a sbrogliare.  

mercoledì 13 maggio 2026

RECENSIONE | "L'uomo di Londra" di Georges Simenon

Composto nel 1933 a Marsilly, dove Simenon aveva acquistato una residenza di campagna chiamata La Richardière, "L'uomo di Londra" apparve presso Fayard l'anno successivo e ha conosciuto diversi adattamenti cinematografici. 

In Italia Adelphi continua a pubblicare i romanzi di Simenon e ha in catalogo un numero elevato di titoli che abbracciano l'intera produzione dell'autore belga. 

"L'uomo di Londra", nella traduzione di Giorgio Pinotti, è stato pubblicato da Adelphi nel 1999.

STILE: 8 | STORIA: 7 | COVER: 7
L'uomo di Londra
Georges Simenon

Editore: Adelphi
Pagine: 144
Prezzo: € 12,00
Sinossi

La cabina di vetro di Louis Maloin - ferroviere addetto agli scambi - è l'occhio col quale, notte dopo notte, egli scruta ossessivamente la città e il porto, mettendo a fuoco dettagli minimi, impercettibili. Come l'uomo con l'impermeabile grigio e la sigaretta tra le labbra in attesa sulla banchina. E l'ombra che, dal traghetto, gli lancia una valigetta. Dettagli minimi e fatali: perché l'uomo in grigio sta per uccidere, freddamente, brutalmente, il suo compagno.





Sul momento ci sembrano ore come tutte le altre. Solo in seguito ci rendiamo conto che erano eccezionali, e allora cerchiamo disperatamente di ricostruirne il filo smarrito, di ripercorrere in sequenza ogni singolo minuto.

Maloin, uomo schivo e taciturno, addetto agli scambi in una piccola stazione ferroviaria di un porto, è testimone di un omicidio. Una notte Maloin vede un uomo vestito di grigio che attende fumando sulla banchina. Un'altra figura giunge col traghetto proveniente da Londra e prima di scendere dall'imbarcazione lancia una valigetta all'uomo in grigio. Poco dopo nasce una colluttazione, l'uomo di Londra uccide freddamente e brutalmente l'uomo in grigio. Durante la colluttazione la valigetta cade in mare e l'assassino fugge. Sarà Maloin a recuperare la misteriosa valigetta e ad aprirla scoprendo ciò che contiene. 

È l'inizio di una caccia febbrile e segreta. Maloin e l'uomo di Londra, si cercano, si spiano e Maloin sceglie per sé un destino diverso e una nuova dignità. Da testimone di un crimine, il ferroviere si trasforma in complice e protagonista. Da quel giorno la sua vita non sarà più la stessa. 

Ormai lo sapete, per me leggere Simenon è scoprire, ogni volta, una narrazione semplice ma universale che rispecchia il tumulto interiore dei protagonisti ed esplora la tentazione, la colpa e la povertà, temi tipici della narrativa di Simenon. Le illusioni e le tentazioni sono dietro l'angolo, nascoste eppur presenti. 

"L'uomo di Londra" è una storia malinconica e crudele, un viaggio nella coscienza di un uomo umile e mediocre. Un uomo piegato dai sensi di colpa, intrappolato in un'abitudinaria e monotona quotidianità, che non riesce a soddisfare in pieno le esigenze della famiglia e si sente soffocare dal senso di inferiorità che lo tormenta. La storia ha un ritmo lento, una scrittura elegante e l'atmosfera cupa che si respira in questo romanzo pare avvolgere gli eventi e sottolinea come un evento imprevisto possa sconvolgere gli equilibri di un uomo. Nelle opere di Simenon si può sempre constatare come un piccolo o grande evento porti al frantumarsi di tutte le certezze del protagonista. Un'altra caratteristica dei suoi scritti è il ruolo secondario della trama poliziesca che lascia il primo piano al dramma personale di uomini segnati dalla vita. Nessuno può essere certo del proprio agire in determinate situazioni e Simenon lo ricorda attraverso l'agire di Maloin che scopre un altro se stesso fatto di impulsi e sensazioni contrastanti. Il protagonista con timore si guarda allo specchio e vede una possibilità di cambiamento, l'amore cede al male e la tragedia trionfa. 

"L'uomo di Londra" è un romanzo in bianco e nero che esprime un sentimento tormentato. Il protagonista è costretto a chiedersi cosa separi il bene dal male e quale sia il confine tra innocenza e complicità. Il romanzo si svolge in gran parte nella mente di Maloin e lui oltrepassa quel confine. Tuttavia il suo sforzo di ribellarsi alle sconfitte inferte dalla vita è inutile. Il suo destino è di soccombere e nei romanzi dello scrittore belga il destino si fa certezza. 

Un bel romanzo di Simenon che consiglio vivamente.

giovedì 11 dicembre 2025

RECENSIONE | "La morte della Pizia" di Friedrich Durrenmatt

 "La morte della Pizia" (Adelphi, traduzione di Renata Colorni) è un breve romanzo dello scrittore svizzero Friedrich Durrenmatt. Fu pubblicato nel 1976 all'interno della raccolta di racconti "Mitmacher".


STILE: 7 | STORIA: 8 | COVER: 7
La morte della Pizia
Friedrich Durrenmatt

Editore: Adelphi 
Pagine: 68
Prezzo: € 10,00
Sinossi

«Stizzita per la scemenza dei suoi stessi oracoli e per l’ingenua credulità dei Greci, la sacerdotessa di Delfi Pannychis XI, lunga e secca come quasi tutte le Pizie che l’avevano preceduta, ascoltò le domande del giovane Edipo, un altro che voleva sapere se i suoi genitori erano davvero i suoi genitori, come se fosse facile stabilire una cosa del genere nei circoli aristocratici, dove, senza scherzi, donne maritate davano a intendere ai loro consorti, i quali peraltro finivano per crederci, come qualmente Zeus in persona si fosse giaciuto con loro». Con queste parole spigolose e beffarde ha inizio La morte della Pizia e subito il racconto investe alcuni dei più augusti miti greci, senza risparmiarsi irriverenze e furia grottesca.





Stizzita per la scemenza dei suoi stessi oracoli e per l'ingenua credulità dei Greci, la sacerdotessa di Delfi, Pannychis XI, lunga e secca come quasi tutte le Pizie che l'avevano preceduta, ascoltò le domande del giovane Edipo, un altro che voleva sapere se i suoi genitori erano davvero i suoi genitori, come se fosse facile stabilire una cosa del genere nei circoli aristocratici, dove, senza scherzi, donne maritate davano a intendere ai loro consorti, i quali peraltro finivano per crederci, come qualmente Zeus in persona si fosse giaciuto con loro. 

Con queste parole beffarde ha inizio "La morte della Pizia" che riserverà irriverenza ai più augusti miti greci. 

La Pizia Pannychis XI ha sempre trovato insopportabile la credulità dei suoi contemporanei. Per divertirsi alle loro spalle, indifferente alle fragilità umane, pronuncia gli oracoli più improbabili che le passano per la testa. Un giorno, volendo fare uno scherzo crudele all'ennesimo visitatore del santuario di Delfi, vaticina ad un giovane zoppo che avrebbe ucciso il suo stesso padre per poi giacere con la sua stessa madre. Il giovane era Edipo e la Pizia mai avrebbe immaginato l'avverarsi della sua profezia. 

...una profezia che più insensata e inverosimile non avrebbe potuto essere, la quale, pensò, non si sarebbe certamente mai avverata, perché nessuno al mondo può ammazzare il proprio padre e andare a letto con la propria madre, senza contare che per lei tutte quelle storie di accoppiamenti incestuosi fra dèi e semidei altro non erano che insulse leggende. 

Anni dopo, ignorando la verità, Edipo, figlio di Laio, uccide accidentalmente il padre e sposa la madre Giocasta; quando la verità viene a galla, lei si impicca e lui si acceca. 

Ormai in fin di vita, la Pizia deve fare i conti con gli spiriti di Laio, assediato dai dubbi di paternità, e di Giocasta, che rivela chi è il vero padre di Edipo. Anche Edipo e la bellissima Sfinge si presentano al cospetto della Pizia. 

Gli spiriti le fanno visita nella sua umida grotta e raccontano la propria versione di quella tragedia, in un crescendo di dubbi, contraddizioni e mezze verità. Quale delle quattro storie corrisponde a verità? 

"La morte della Pizia" è un racconto che ci apre le porte del mondo mitologico. Siamo nella Grecia antica, nel santuario di Delfi, dove la Pizia, seduta sul tripode posto in una rupe caverna davanti al Tempio di Apollo, affascina con i suoi vaticini. 

Per intrigare ancor di più gli eventi, alla Pizia, che rappresenta il caos, si presenta un'ombra con le sembianze dell'assennato Tiresia, il famoso veggente cieco, che rappresenta l'ordine. Queste sono le sue parole: 

Pannychis, anch'io come te sono una persona sensata, come te non ho fede negli dèi e credo invece nella ragione, e proprio perché credo nella ragione sono persuaso che l'insensata fede negli dèi debba essere sfruttata in maniera ragionevole.

Il destino di Edipo è il mezzo per raccontare il conflitto tra ordine e caos. 

A guidare l'uomo deve essere la razionalità e non la mitologia. Tuttavia, qui emerge il pessimismo dell'autore, gli uomini sono opportunisti, spesso incompetenti e arroganti. Il proprio tornaconto è il dio in cui tutti credono. La verità è l'unica base possibile per una società imparziale e libera. 

La verità è il mezzo per cercare la giustizia. 

Pizia e Tiresia espongono i loro dubbi mentre cercano di far luce sulla capacità dell'uomo di scegliere il proprio destino. L'uomo ha il diritto di poter pensare liberamente senza le catene del soprannaturale e dei miti. A complicare le cose per la ragione, c'è l'esistenza della casualità che lascia il mondo in balia del caos. Si crea, così, un groviglio di coincidenze e intricatissime connessioni che portano l'uomo a brancolare nel buio. L'enigma regna nelle nostre vite e a nulla valgono i tentativi per influenzare gli eventi. 

"La morte della Pizia" è un libro sorprendente che regala una lettura intrigante e ironica. L'attività dell'oracolo di Delfi appare fuori dal tempo, perfettamente aderente ai nostri giorni. Pensate ai vari aspetti politici, economici, morali, che caratterizzano la nostra società e immaginate "un gran burattinaio" che dispone, a suo piacimento, delle nostre vite. Ognuno ha la sua verità, come gli spiriti che si presentano alla Pizia. Una verità viva nel limbo delle nostre certezze che non va confusa con la Verità, enigma che si nasconde dietro le apparenze. Alcuni uomini comprendono che i tentativi per cambiare il mondo sono tutti inutili e lo accettano così com'è. Altri non si arrendono e provano a realizzare i propri sogni. Chi ha ragione, chi ha torto? Durrenmatt lascia la risposta a Tiresia. Una risposta che potrebbe non essere definitiva: 

Pannychis, disse il veggente in tono paterno, solo la non conoscenza del futuro ci rende sopportabile il presente. Mi sono sempre stupito e continuo a stupirmi immensamente che gli uomini siano tanto smaniosi di conoscere il futuro. Sembra quasi che preferiscano l'infelicità alla felicità. 

La razionalità riuscirà a riportare l'ordine nel caos? 

"La morte della Pizia" è un gioiellino letterario, dallo stile travolgente e irriverente, che vi esorto a leggere per riflettere sui pericoli che si corrono quando ci si mette nelle mani degli altri (dèi inclusi) rinunciando a costruirci un nostro pensiero critico su ciò che accade. Cedere la propria libertà in cambio di un illusorio senso di protezione è un grave errore. Lasciatevi conquistare dalla magica seduzione della parola e dal fascino del partecipare alla vita della collettività. Ricordando che è bene guardare la realtà con occhio critico, accettandone l'irrazionalità e la complessità ed è auspicabile riflettere sul ruolo dell'individuo in un mondo in cui il caos e il paradosso sembrano avere il sopravvento. Quindi buona lettura e non date mai ascolto alla Pizia che è in voi.

giovedì 27 novembre 2025

RECENSIONE | "Il Grane Bob" di Georges Simenon

 "Il Grande Bob" (Adelphi, traduzione di Simona Mambrini) è un romanzo del 1954, un capolavoro di uno degli scrittori di lingua francese più amati di tutti i tempi, il belga Georges Simenon. 

Simenon scrisse questo romanzo quand'era in Connecticut nel 1954. É una storia che indaga i lati oscuri di un uomo che a tutti sembrava l'immagine della gioia di vivere.


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
Il Grande Bob
Georges Simenon

Editore: Adelphi 
Pagine: 166
Prezzo: € 19,00
Sinossi

«Negli ultimi tempi aveva un modo particolare di guardarsi allo specchio dietro le bottiglie. Quando un uomo come lui comincia a scrutarsi negli specchi, mi creda, non è un buon segno». Una riflessione, questa del padrone del bistrot dove il suo amico Bob, morto da pochi giorni, andava a giocare a carte, che colpisce profondamente il dottor Charles Coindreau. Non appena ha saputo che quella di Bob non è stata una morte accidentale, come sulle prime si credeva, bensì un suicidio, ha deciso di condurre una sorta di indagine, e di interrogare chiunque l’abbia conosciuto, a cominciare dalla moglie e dall’ultima delle numerose amanti. Perché lui, come tutti, ma più di tutti gli altri, si arrovella sul motivo che ha indotto a togliersi la vita uno come Bob: sempre allegro, e allegramente sfaccendato, sempre pronto alla battuta, gran giocatore di belote e gran consumatore di «bianchini» a qualunque ora del giorno – non per caso lo avevano soprannominato il Grande Bob. Nella casa di Montmartre dove abitava insieme alla sua polposa, esuberante, forse un po’ volgare ma radiosa moglie Lulu, la porta era sempre aperta, e vi si potevano incontrare persone di ogni estrazione sociale, e «ognuno era libero di comportarsi o di parlare a suo piacimento, con la certezza di non scandalizzare nessuno». Così come nessuno si scandalizzava del fatto che Lulu accettasse i tradimenti di Bob: le bastava che lui fosse felice. Scavando nel passato dell’amico, immergendosi nei lati oscuri di un uomo che a tutti sembrava l’immagine stessa della gioia di vivere, e persino, a volte, sovrapponendosi a lui, Coindreau finirà per scoprire la verità sulla morte di Bob – ma soprattutto qualcosa su sé stesso.





Bob è morto 

Il Beau Dimanche è una popolare locanda sulla Senna, poco lontano da Parigi, molto frequentata soprattutto d'estate nei fine settimana. Qui viene praticata anche la pesca del luccio. 

Tra i frequentatori ci sono anche Bob e Lulu. 

Bob, nato a Poitier, è un uomo alto e forte, sempre con un bicchiere di vino bianco tra le mani, amante della vita e delle belle donne, sempre allegro e giocoso, allegramente sfaccendato passa da un mestiere all'altro senza angosce, non si prende mai troppo sul serio. 

Lulu, moglie di Bob, è piccola, di modestissima origine, ha il corpo sformato dai numerosi aborti, dirige una modisteria che le ha donato Bob. 

La sera prima tutto procedeva come al solito. È sabato, sono nella loro camera alla locanda, disfano i bagagli. Lui inizia a bere e a giocare a carte. All'alba, mezzo sbronzo, Bob esce per andare a pesca di lucci. Nella camera Lulu si sveglia e accanto a lei c'è il letto vuoto. Non si preoccupa, non è certo la prima volta che, aprendo gli occhi, non trova il marito accanto a sè. Qui inizia il dramma. 

La piccola barca di Bob è incagliata oltre la diga, lui ha una gomena girata due volte intorno alla caviglia. All'altro capo della corda c'è un peso. Dall'acqua spunta un braccio, quello di un morto, quello di Bob. Incidente o suicidio? Non ci sono testimoni. 

Il dottor Coindreau medico di base, amico della coppia, sposato, padre di due figli, resta sbalordito nell'apprendere la ferale notizia. 

Perché il grande Bob avrebbe dovuto suicidarsi? Lui era la gioia di vivere fatta persona, voleva far felice tutti, non aveva una preoccupazione al mondo, non mostrava mai ansia e non dava fastidio agli altri. La sua morte sconvolge tutti. 

Nella casa di Montmartre dove abitava con la moglie, la porta era sempre aperta, e vi si potevano incontrare persone di ogni estrazione sociale, e "ognuno era libero di comportarsi o di parlare a suo piacimento, con la certezza di non scandalizzare nessuno". 

Così come nessuno si scandalizzava del fatto che Lulu accettasse i tradimenti di Bob: le bastava che lui fosse felice. 

Ma chi è dunque il Grande Bob? Un uomo originale, uno scontento, un sognatore? 

Coindreau parla con Lulu, con la sorella e con il cognato di Bob. Fa scoperte inaspettate sull'amico. E anche su sé stesso. 

Come sempre Simenon mette in scena una doppia verità: quella sotto gli occhi di tutti e quella legata al passato di Bob. 

 Robert, Bob è un soprannome, era figlio di un importante giurista, rettore della facoltà di Giurisprudenza a Poitiers. Uomo integerrimo approva la decisione del figlio di volere continuare gli studi a Parigi. Le cose però non vanno come previsto. Robert non si presenta in facoltà per sostenere l'ultimo esame. Il padre lo trova, in una stanza, in compagnia di una ragazza. 

Robert ha deciso di non volersi più laureare, si ribella all'autorità paterna e vuol essere libero di scegliere. Il padre prende atto di questa decisione e senza dir nulla va via. 

Bob aveva sposato Lulu e aveva fatto di tutto per renderla felice. 

In fondo, se ciascuno di noi s'incaricasse di rendere felice una sola persona, il mondo intero sarebbe felice.

Ora che il Grande Bob è morto non c'è più nulla da scoprire. È chiaro, esplicitato fin dalle prime pagine, Bob si è suicidato. Ed è qui che si manifesta la vera magia di Simenon. Le indagini del dottor Coindreau scivolano in un'altra direzione e mettono sotto esame non la vita di Bob ma quella dello stesso dottore. 

Coindreau diventa il soggetto delle sue stesse indagini psicologiche. Sotto la lente dell'analisi pone se stesso, il suo matrimonio infelice, i suoi desideri, il vuoto. Un altro essere umano disperato che nasconde un'amara verità. 

Con grande talento Simenon narra i mali dell'esistenza umana. I suoi romanzi non sono rassicuranti e l'umanità mostra sempre il suo volto peggiore. I personaggi sono sempre alle prese con tormenti e sensi di colpa. Simenon racconta le paure, le ossessioni e le atmosfere del Secolo breve. Ogni uomo rappresenta un mistero che nessuno ha svelato. 

"Il Grande Bob" è un romanzo dalla costruzione serrata, dall'eleganza delle osservazioni psicologiche, dalla limpidezza del narrare. Tra le righe aleggia lo spettro di una domanda sempre valida in ogni tempo: "Che cosa sappiamo degli altri, in definitiva, quando neanche di noi stessi sappiamo granché?" 

La ricerca "dell'uomo nudo", senza maschere, continua.

mercoledì 22 ottobre 2025

RECENSIONE | "Lizzie" di Shirley Jackson

"Lizzie" (Adelphi) è un romanzo della regina del genere gotico, Shirley Jackson. Accolto con freddezza dalla critica del tempo, che lo definì incoerente e difficilmente leggibile, "Lizzie" (1954) è la storia di una donna tormentata da un disturbo di personalità. Oggi la critica lo ha rivalutato. Per me è stata una bella scoperta, un viaggio claustrofobico nella psiche frantumata della protagonista.

STILE: 7 | STORIA: 8 | COVER: 7
Lizzie
Shirley Jackson

Editore: Adelphi
Pagine: 320
Prezzo: € 13,00
Sinossi

La protagonista, Elizabeth Richmond, ventitré anni, i tratti insieme eleganti e anonimi di una "vera gentildonna" della provincia americana, non sembra avere altri progetti che quello di aspettare "la propria dipartita stando il meno male possibile". Sotto un'ingannevole tranquillità, infatti, si agita in lei un disagio allarmante che si traduce in ricorrenti emicranie, vertigini e strane amnesie. Un disagio a lungo senza nome, finché un medico geniale e ostinato, il dottor Wright, dopo aver sottoposto la giovane a lunghe sedute ipnotiche, rivelerà la presenza di tre personalità sovrapposte e conflittuali: oltre alla stessa Elizabeth, l'amabile e socievole Beth e il suo negativo fotografico Betsy, "maschera crudele e deforme" che vorrebbe fagocitare e distruggere, con il suo "sorriso laido e grossolano" e i suoi modi sadici, insolenti e volgari, le altre due. È solo l'inizio di un inabissamento che assomiglierà, più a che un percorso clinico coronato da un successo terapeutico, a una discesa amorale e spietata nelle battaglie angosciose di un Io diviso, apparentemente impossibile da ricomporre: tanto che il dottor Wright sentirà scosse le fondamenta non solo della sua dottrina, ma della sua stessa visione del rapporto tra l'identità e la realtà.





Veniamo tutti misurati, buoni e cattivi, dal male che facciamo agli altri.

Elizabeth era una timida ventitreenne che trascorreva la sua vita svolgendo un noioso lavoro in un museo. Non aveva amici, né conoscenti e "nessun progetto che non fosse sopportare l'ineludibile intervallo antecedente la sua dipartita stando il meno male possibile." Nell'ufficio del museo dove lavorava, la consideravano spenta e amorfa, poco interessante. Rimasta orfana, viveva con la prepotente zia Morgen. Al compimento dei venticinque anni, Elizabeth avrebbe ereditato la grande fortuna lasciata dal padre. Nel frattempo la ragazza riceveva spesso minacciose lettere, in cui si faceva riferimento a una certa Lizzie, che conservava gelosamente in una scatola rossa. 

Sotto un'ingannevole tranquillità si agitava in lei un disagio allarmante che si traduceva in terribili emicranie e amnesie, vertigini e insonnia. La zia decise di portarla dal medico e poi da uno psichiatra, il dottor Wright, che, dopo aver sottoposto la giovane a lunghe sedute ipnotiche, rivelerà la presenza di più personalità sovrapposte e conflittuali. 

Lentamente e con la freddezza caratteristica di Shirley Jackson scopriamo, seduta dopo seduta, la sconcertante verità: nella protagonista, intrappolata nel suo corpo e nella sua mente, convivono più personalità distinte: 

Elizabeth è la personalità nervosa e afflitta da dolori lancinanti, modesta, chiusa e oppressa dall'imbarazzo, è la stupida ma in qualche modo resistente; 

poi esiste Beth, la personalità serena e socievole, tutta sorrisi, graziosa e sensibile; 

a volte, però, emerge Betsy, la personalità disinibita, sfrenata, insolente, dozzinale e perfida. 

Tuttavia tre non è il numero ultimo delle identità. C'è anche Bess, la personalità arrogante e avara, diabolica e senza ritegno, pronta a schiacciare chiunque le impedisca di prendere il controllo. 

Ogni nuova personalità si rivelava più sgradevole della precedente, tutte sono in conflitto tra loro e ognuna cerca di emergere a scapito delle altre. 

È stato sicuramente angosciante leggere "Lizzie" perché ci si ritrova faccia a faccia con i terrificanti effetti del disturbo di personalità. La protagonista non esiste più nel suo tutto che si frantuma in più identità. 

È importante ricordare che l'approccio alla malattia mentale nel romanzo si basa su un modello di psicanalisi agli esordi. La paziente è un mistero da svelare. Il suo psichiatra si comporta come un detective che indaga per scoprire il trauma sepolto che ha generato tanti problemi. 

Jackson, con ironia, dà la possibilità alle varie personalità di presentarsi e raccontare la situazione dal loro punto di vista, cercando di prendere il controllo della storia. Più voci narranti che catturano l'attenzione del lettore che comprende subito quanto le "voci" siano inaffidabili. 

Tra tutti i protagonisti la figura dello psichiatra ha un fascino particolare. 

Il dottor Wright era un uomo pomposo, falsamente umile e incline all'autocompiacimento. Spesso veniva deriso da Betsy, la personalità cattiva, che lo chiamava dottor Wrong (cioè "sbagliato", in un gioco di parole fra right, "giusto", e wrong, "sbagliato"). Lui era sempre sul punto di tirarsi indietro, di mollare l'incarico. 

L'idea di una personalità che combinasse la stupidità di Elizabeth con la fragilità di Beth, la cattiveria di Betsy con l'arroganza di Bess, mi faceva venir voglia di nascondermi sotto le coperte! Mi vedevo come un dottor Frankenstein che ha per le mani il materiale necessario per costruire un mostro. 

Anche la zia di Elizabeth è una figura che riserverà grandi sorprese. 

La zia Morgen era una donna che non nascondeva la propria eccentricità, così come non nascondeva il suo amore per l'alcol. Donna poco empatica, a modo suo voleva bene alla nipote e si preoccupava per la sua salute. 

Figure negative? Andando avanti con la lettura ho scoperto lati inaspettati di questi personaggi che, sopravvissuti a un travagliato passato, riveleranno sensibilità e profondità. 

"Lizzie" non è sicuramente tra i libri più belli di Shirley Jackson ma merita comunque di essere considerato perché affronta un tema sicuramente poco conosciuto all'epoca e perché nulla sarà esplicitamente risolto. Si naviga a vista con "Lizzie", la storia non svela ma insinua. L'autrice semina abilmente indizi che permettono ai lettori di ricomporre la vicenda caratterizzata anche da tradimenti, abbandoni, violenze, soldi e rivalità. L'autrice adotta vari stili per scrivere questo romanzo, tanti stili quante erano le personalità di Elizabeth. A volte il libro appare serio, a volte ironico, a volte frivolo, a volte noioso. Sicuramente il soggetto è originale ma la confusione di Elizabeth, tra follia e delirio, diventa anche la confusione del lettore. "Lizzie" è un'audace indagine psicologica, una discesa spietata nelle battaglie angosciose di un Io diviso, apparentemente impossibile da ricomporre. Il finale ambiguo annuncia la vittoria di una battaglia, non della guerra. Una volte scoperchiato il vaso di Pandora non si torna indietro, parola di Elizabeth, Beth, Betsy e Bes.  

martedì 30 settembre 2025

RECENSIONE | "Le lupe" di Boileau e Narcejac

"Le lupe" (Adelphi, 2024, traduzione di Lorenza Di Lella e Francesca Scala) è un romanzo del 1955 dei maestri del noir francese: Pierre Boileau e Thomas Narcejac. Tra i loro lavori più noti ricordiamo "I diabolici" e "La donna che visse due volte", che hanno ispirato registi come Clouzot e Hitchcock.

"Le lupe" narra di un uomo di nome Gervais che, dopo aver rubato l'identità a un suo compagno di prigionia, seduce due sorelle contemporaneamente e pensa di riuscire a usarle per i propri scopi. Presto scoprirà che le due sorelle sono più astute di lui, e soprattutto più cattive. Dal romanzo "Le lupe" sono stati realizzati, in Francia, una versione cinematografica e un adattamento televisivo.


STILE: 9 | STORIA: 8 | COVER: 8
Le lupe
Pierre Boileau e Thomas Narcejac

Editore: Adelphi
Pagine: 179
Prezzo: € 18,00
Sinossi

Lione, 1941. Fuori, la guerra, l’occupazione, il coprifuoco, il razionamento. Dentro, nell’immenso appartamento borghese, buio, deserto e polveroso, come «perduto al fondo del tempo», due donne temibili e un uomo che pensava di usarle per i propri scopi – e invece somiglia sempre più a un condannato a vita. E dire che, quando si era presentato in casa della «madrina di guerra» del suo compagno di prigionia Bernard (morto durante la loro evasione dallo Stalag), Gervais era convinto di avercela fatta: si era spacciato per l’amico, la donna e la di lei sorella minore lo avevano accolto (almeno in apparenza) con assoluta fiducia, e lui si era lasciato avvolgere in un tiepido bozzolo di carezzevoli premure, riuscendo a sedurle entrambe senza troppa fatica. O forse erano state loro a sedurlo... e quel tiepido bozzolo non era che una ragnatela inestricabile... Quando ne arriverà una terza, di donna, la sorella di Bernard, il gioco si farà durissimo. Se non altro perché la posta è un’eredità di venti milioni di franchi. A poco a poco, tra ambiguità, sottintesi e secondi fini (tutti deliziosamente malvagi), assisteremo a una vertiginosa partita di scacchi, in cui da ogni frase e da ogni sorriso sembra nascere una minaccia, e ogni mossa può essere mortale.





La porta si richiuse. Ero solo, con quelle tre donne che avevano in mano il mio destino e avrebbero potuto distruggermi in qualsiasi momento. A questo punto non c'era più nulla da fare. Ero in loro balìa.

Lione,1941. Durante la seconda guerra mondiale, due giovani soldati francesi riescono ad evadere da un imprecisato Stalag tedesco: Bernard Pradalié, ricco e rozzo commerciante, e Gervais Larauch, colto pianista.

Devono raggiungere a Lione la casa di una madrina di guerra di nome Hélène. Donna colta e raffinata, ha avviato con Bernard un rapporto epistolare. L'uomo ha di lei un'unica foto sbiadita che gli permette di volare con la fantasia immaginando un loro amore e quindi un possibile matrimonio. Nascosti in un vagone merci riescono a raggiungere la periferia di Lione. Proprio nei dintorni della stazione di smistamento, Bernard si accorge di aver perso il suo portafortuna, dono di uno zio. Così decide di ritornare indietro per cercarlo e viene investito da alcuni vagoni. Ormai prossimo alla morte, Bernard mette nelle mani di Gervais tutti i suoi documenti e gli suggerisce di raggiungere Hélène e di nascondersi nella sua casa. Dopo un iniziale tentennamento, Gervais si reca a casa della "madrina di guerra". Viene accolto da Hélène e Agnès, le due donne non sospettano nulla. Nell'immenso appartamento borghese, buio, deserto e polveroso, come "perduto al fondo del tempo", l'uomo ha una camera tutta per sé, un letto caldo, abiti, cibo a volontà, dolci e liquori. Tra di loro c'è cortesia, fiducia e premura. L'appartamento è un'isola felice mentre fuori infuria la guerra. Gervais si sente protetto, avvolto da carezzevoli premure, e riesce a sedurre entrambe le sorelle senza troppa fatica. O forse erano state loro a sedurlo?

Quando arriva una terza donna, la sorella del vero Bernard, il gioco si farà durissimo. Se non altro perché la posta è un'eredità di venti milioni di franchi.

Ben presto le cose cambiano, gli equilibri si ribaltano e il finto Bernard si ritroverà prigioniero in un microcosmo tutto al femminile dove pericolose rivalità e tabù vengono infranti in un'imprevista serie di eventi. La presenza dell'uomo sarà fonte d'eccitazione e di tensioni sempre meno controllabili.

"Le lupe" é una classica storia di suspense con cui, la coppia diabolica del noir francese, ipnotizza i lettori stregandoli con una miscela di ambiguità e false identità. Non c'è tregua per il protagonista. Prigioniero di donne astute e malvagie, Gervais, che finge di essere Bernard, rimane intrappolato nella sua stessa rete. Tutti i personaggi indossano una maschera, nessuno si fida di nessuno, ognuno cerca di sfruttare gli altri a proprio vantaggio mettendo in scena un gioco crudele di sottintesi e secondi fini, tutti incantevolmente malvagi. Le tre donne intrappolano "il maschio" che pensa di aver trovato il paradiso in terra e invece  precipita nell'inferno. A poco a poco, sedotto dal fascino ambiguo e perturbante delle due sorelle, il falso Bernard si ritroverà invischiato in una ragnatela intrisa di eros e morte. Lui vorrebbe rivelare la verità

Se fossi stato capace di parlare di me alle donne che mi hanno amato, forse avrei pensato meno a me stesso. Forse il mio cuore ora non sarebbe una grossa varice piena di sangue nero e velenoso. Parlare! Sì, ma quando?

"Le lupe" é un noir coinvolgente, raffinato. Stile e narrazione essenziali, ben distribuiti i momenti dell'intrigo e la tensione non ti dà un attimo di tregua. I personaggi sono poliedrici e il loro agire mette in luce l'enigma del Male di cui è intrisa la natura umana. Nessuno si salva.

Gervais è un bugiardo patologico, astuto e uomo di cultura, dal passato travagliato. Sempre sull'orlo della depressione è una preda ideale per "le lupe". Il suo vittimismo lo rende debole e codardo.

Ero un reietto, lo ero sempre stato, un'anima viva a metà, smarrita in questo limbo, in questo universo instabile di vento e acqua. Non avrei mai trovato un approdo.

Le tre donne sono manipolatrici, hanno i propri scopi, sorridono e nascondono le loro trame.

Hélén, la fidanzata, ha un carattere forte ed è una borghese altezzosa, fredda e decisa.

Agnès, sorella di Hélèn, è una giovane donna sensuale che fa credere a tutti di essere una medium. Diventa ben presto l'amante di Gervais.

Julia, la vera sorella di Bernard, è un'approfittatrice che, per interesse, non smaschera Gervais.    

Il protagonista perde progressivamente la percezione della realtà e precipita in una voragine di angoscia. Il senso d'impotenza lo paralizza, il rimorso inizia a tormentarlo. Sedotto dal fascino ambiguo delle due sorelle, Gervais si muove in un'atmosfera tesa che mescola realtà e incubo. Ne resta prigioniero, a tratti scorge una regia nascosta, ma non riesce a opporsi agli eventi, non sa che parte di preciso lui stesso reciti. Chi sono le vittime? Chi sono i cacciatori e chi le prede?

Riuscirà Gervais - Bernard, vigliacco e disonesto, a portare a buon fine la sua finzione? Le donne, le lupe, lo circondano. È un gioco al massacro, nessuno è ciò che sembra. Tutto è mistero.

"Le lupe" è un breve romanzo che ha catturato subito la mia attenzione perché ogni pagina è intrigante, non c'è spreco di parole e ogni cosa succede inesorabilmente con conseguenze spesso spiacevoli. Il meccanismo narrativo non concede tregua, tutti vanno incontro al proprio destino in un crescendo emozionante che mi ha guidato sino al finale freddo e crudele. Finale drammatico e inevitabile di cui si ha sentore fin dalle prime pagine. Non ci sono buoni sentimenti ma solo il desiderio di sopravvivere.

"Le lupe" è un altro piccolo gioiello di Boileau e Narcejac. Un libro da scoprire ricordando che "Non è in nostro potere amare o odiare, perché la volontà in noi è sconfitta dal fato." (Christopher Marlowe)

mercoledì 17 settembre 2025

RECENSIONE | "Il giudice e il suo boia" di Friedrich Durrenmatt

"Il giudice e il suo boia" (Adelphi) è il primo romanzo poliziesco dello scrittore svizzero Friedrich Durrenmatt, che si è conquistato un ruolo importante nella letteratura del secondo Novecento europeo grazie alle sue trame investigative che intendono dimostrare come sia il caso a governare i destini umani. 
Un tenente svizzero viene assassinato. Le indagini sono affidate a un commissario veterano e a un novellino. Saranno ostacolati da alcuni politicanti svizzeri.

STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 7
Il giudice e il suo boia
Friedrich Durrenmatt

Editore: Adelphi
Pagine: 121
Prezzo: € 11,00
Sinossi

Esiste il delitto perfetto? Gastmann, "demonio in forma umana", ne è convinto, e per dimostrarlo al commissario Bärlach – e vincere la temeraria scommessa fatta in una bettola sul Bosforo – getta uno sconosciuto dal ponte di Galata. Ormai i due sono incatenati l'uno all'altro. Per oltre quarant'anni il commissario seguirà imperterrito le orme di Gastmann, nel vano tentativo di fornire le prove dei delitti via via più audaci, efferati e sacrileghi che costui ha commesso per capriccio. Finché un giorno l'assassinio dell'ispettore Schmied della polizia di Berna – la città dove Bärlach è nato, e che lui chiama il suo "aureo sepolcro" – lo metterà nuovamente di fronte al suo nemico, e al sinistro viluppo di trame politiche e finanziarie di cui questi tira le fila. A Bärlach non resta molto da vivere: giusto il tempo di regolare i conti una volta per tutte. Ormai ha emesso il suo verdetto – ed è una condanna a morte.



Non ho saputo incastrarti per i delitti che hai commesso, ora ti incastro con quello che non hai commesso. 

Protagonista della vicenda è il commissario Barlach, ormai prossimo al pensionamento per seri motivi di salute. Col suo giovane assistente Tschanz deve risolvere un caso di omicidio. La vittima è un ispettore della polizia di Berna. L'uomo viene ritrovato senza vita nella sua auto, nei pressi di un piccolo paese, vicino a Bienne. 

Durante le indagini appare evidente una diversità di base nel portare avanti le indagini. 

Barlach era più riflessivo e pacato, Tschanz era per le maniere forti. Tutto precipitò quando Barlach trovò sulla sua strada l'acerrimo nemico Gastmann con il quale si scontrava da tutta la vita. 

Il primo incontro, tra i due, avvenne in una bettola nel sobborgo di Tophane, dove sostennero tesi opposte. 

Barlach sosteneva che "l'imperfezione umana è il motivo per cui la maggior parte dei delitti viene inevitabilmente alla luce: siamo incapaci di prevedere con sicurezza come agiranno gli altri, e nei nostri ragionamenti non riusciamo a integrare il caso, che in tutto mette lo zampino." 

Invece Gastmann affermava che "proprio il garbuglio dei rapporti umani ti permette di compiere delitti che non si possono scoprire. È questo il motivo per cui i crimini, nella loro stragrande maggioranza, non solo rimangono impuniti ma non destano nemmeno sospetto, quasi avvenissero in gran segreto." 

Il confronto porta a una scommessa: Gastmann avrebbe compiuto un delitto in presenza di Barlach, senza che lui fosse poi in grado di fornirne le prove. 

Tre giorni dopo Gastmann uccide un uomo, gettandolo giù da un ponte, sotto gli occhi di Barlach che non riuscirà a trovare le prove per farlo incriminare. Da quel momento i due uomini vivranno "incatenati" per sempre l'uno all'altro. Per oltre quarant'anni il commissario seguirà imperterrito le orme di Gastmann, nel vano tentativo di fornire le prove dei delitti via via più audaci, efferati e sacrileghi che costui ha commesso per capriccio. 

Ora che i due uomini si erano nuovamente incrociati, Gastmann era tra gli indiziati per l'omicidio del poliziotto, era giunta l'ora della resa dei conti. Barlach aveva solo un anno, questa era la sua aspettativa di vita, per dare scacco matto alla belva Gastmann, per chiudere la partita. 

Il male è davanti a noi, inutile negarlo, ma sappiamo combatterlo e vincerlo con le forze della logica, della filosofia e della scienza? 

Barlach non accetta "le grandi acquisizioni della moderna criminologia", lui conosce già la soluzione nel groviglio umano. E inizia la sua ultima partita muovendo gli uomini come pedine ma ben presto il "fattore umano" prevale, menzogna e verità si mescolano. Il commissario, prima di morire, tesse con astuzia una rete che costringerà un carnefice a eseguire una sentenza di morte che egli stesso ha decretato. Si può ricorrere a comportamenti illegali, pensa Barlach, pur di colpire criminali che altrimenti sfuggirebbero alla Legge. Così il poliziotto diventa giudice e ha già scelto il boia per regolare i conti. 

Io ti ho giudicato, Gastmann, e ti ho condannato a morte. Tu non sopravvivrai a questa giornata. Il boia che ho scelto per te ti ucciderà, perché in nome di Dio questa cosa va fatta una buona volta. 

Tutto andrà come pianificato o il caso ci metterà lo zampino? 

"Il giudice e il suo boia" è un racconto poliziesco breve, conciso, ipnotico, ricco di tensione e ambiguità. La trama intricata e affascinante si avvale di un'atmosfera cupa e ricca di suspense. Il finale è assolutamente sorprendente. 

Questo romanzo è una delle opere che meglio esprime il pensiero dell'autore che intende dimostrare l'impossibilità della legge di arrivare alla verità. Nelle sue opere il concetto di giustizia é sempre presente al centro di una girandola di criminali, enigmi e detective. I personaggi si muovono nel labirinto dell'ingiustizia e del male. 

Per Durrenmatt tutte le nostre azioni sono dominate dal caso, un misterioso concatenarsi di eventi. Il caso, mescolate le lettere e otterrete "caos", porta il mondo a vivere nel caos. L'investigatore tradizionale rivela la sua incapacità a muoversi in una realtà complessa e incomprensibile. 

"Il giudice e il suo boia" è un noir raffinato, imprevedibile e movimentato, che introduce il Caso, parola chiave che racchiude la concezione del mondo di Durrenmatt. 

I suoi romanzi criminali, come "Il giudice e il suo boia", hanno un sottofondo filosofico e spesso sono intrisi di macabra satira. L'autore analizza con critica pungente e sarcastica i problemi della società e smaschera la meschinità che si cela dietro la facciata perbenista della società svizzera. 

Quando Durrenmatt scrisse "Il giudice e il suo boia" aveva appena trent'anni. Georges Simenon, che di noir se ne intendeva, lesse questo romanzo cupo, implacabile, e disse: "Non so che età abbia l'autore. Se è alla sua prima prova, credo che farà strada." Ben detto!

lunedì 1 settembre 2025

RECENSIONE | "I vedovi" di Boileau e Narcejac

Buongiorno lettori, oggi vi parlo de "I vedovi" (Adelphi) scritto a quattro mani da Boileau e Narcejac. È un noir ambientato in una Parigi di fine anni Sessanta, fitto di misteri intricati con al centro la gelosia ossessiva del protagonista.


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
I vedovi
Boileau e Narcejac

Editore: Adelphi
Pagine: 172
Prezzo: € 18,00
Sinossi

Quando si varca la soglia di una delle storie costruite, con abilità diabolica, da Boileau e Narcejac, si prova sempre una lieve inquietudine – che però, com’è ovvio, fa parte del piacere della lettura. Sappiamo, infatti, che verremo trascinati in un gioco perverso e saremo le consapevoli e appagate vittime di quei due temibili creatori di angosciosa suspense, capaci come pochi altri di tenerci inchiodati alla pagina così come di infliggere un tormento dopo l’altro ai loro protagonisti. Che sono sempre, a ben vedere, uomini – in genere irresoluti, inconsistenti, spesso infantili – che si ritrovano prigionieri di un ingranaggio infernale, al quale, per quanto si dibattano, non riescono a sfuggire. E che, soprattutto, a poco a poco smarriscono la capacità di percepire la differenza tra la realtà e le proprie farneticazioni. E quale sentimento umano si presta meglio a mettere in moto un delirio se non la gelosia? Sarà appunto la gelosia, una gelosia furibonda, autoalimentata, incontrollabile, a condurre all’omicidio il protagonista dei Vedovi – titolo che solo alla fine del romanzo svelerà il suo ambiguo significato. Ma attenzione: l’omicidio non è che l’inizio – il bello deve ancora venire.





Fa davvero così male dover ammettere che ci si è sempre sbagliati? 

Serge, voce nei drammi radiofonici e scrittore occasionale, è morbosamente geloso. Perseguita la moglie Mathilde, la fa seguire, perquisisce i suoi effetti personali, controlla il contachilometri della sua auto. Quando si rende conto del suo errore, è già troppo tardi: ha ucciso il presunto amante della moglie. Da marito fragile, "il nostro amore era un gigante mansueto", Serge si ritrova a essere un assassino ricercato dalla polizia. Nel frattempo un altro fatto si mette di traverso a complicare la vita a Serge. Il suo secondo libro dal titolo "Strani Amori", presentato anonimo a un concorso letterario, vince il prestigioso premio Messidor e sua moglie lo esorta a farsi conoscere. 

Le cose non sono mai come appaiono e al centro del narrare c'è una fissazione paranoica di cui non si comprende se sia fondata su una realtà effettiva o figlia di un puro idillio. Gli autori modificano a loro piacimento realtà e incubo, mescolandoli e confondendoli fra loro. Nel romanzo "I vedovi" la gelosia opprime il protagonista che vede tradimenti ovunque. Le sue sono fantasie dolorose alimentate dall'ambiente che la moglie frequenta. Modella di successo, Mathilde è sempre circondata da stilisti, fotografi, persone importanti che vivono una mondanità luccicante. 

Serge non è famoso, non è brillante, non è ricco. La gelosia diventa frustrazione, la frustrazione lo trasforma in un assassino, il delitto lo pone al centro di un complotto. Complotto reale o immaginario? L'uomo ne resta prigioniero. Tormentato da dubbi e divorato dalla gelosia, Serge non sa che parte di preciso lui stesso reciti. 

Pagina dopo pagina emerge il lato oscuro, l'ambiguità, la disperazione dei personaggi che attirano il lettore e non danno tregua per cui è impossibile chiudere il libro prima del gran finale. È interessante vedere come l'atto delittuoso diventa un pretesto per raccontare non solo la psicologia dei personaggi ma anche per mostrare una visione esistenziale negativa, angosciosa, amara. Tenendo ben stretto il filo d'Arianna è intrigante entrare in questo labirinto mentale dove il malessere esistenziale regna sovrano. Non ci sono regole e la diabolica storia evolve in un universo ossessivo e inquietante. I personaggi si ritrovano prigionieri di un ingranaggio infernale, al quale, per quanto si dibattano, non riescono a sfuggire. 

Quel tiepido bozzolo non era che una ragnatela inestricabile. 

È sempre coinvolgente vedere come, a poco a poco, smarriscono la capacità di percepire la differenza tra la realtà e le proprie farneticazioni. Per Serge l'amore è dubbio, diffidenza, sospetto e angoscia. Il suo è un amore tossico, cupo e possessivo. 

"I vedovi" è un romanzo attualissimo perché racconta l'incapacità dell'uomo di accettare, tra le altre cose, la libertà della donna. Serge è un uomo insicuro che vede possesso il suo potere e si autoconvince di essere stato ingannato, manipolato, umiliato da colei che dice di amarlo. Allora nella mente del protagonista si fa strada la necessità di punire la moglie che rappresenta, ai suoi occhi, uno specchio che riflette la sua immagine di uomo mediocre, incapace di realizzarsi, insoddisfatto. L'ego maschile si sente minacciato e la sua fragilità è messa a nudo. Quindi l'ossessione emerge dalla nebbia del vittimismo e l'inevitabile si compie. 

Gli autori raccontano un male che attraversa le varie epoche e giunge sino ai nostri giorni, sempre vitale e sempre presente, come una ferita che non riesce mai a guarire. Nel romanzo non c'è condanna, non c'è assoluzione, ma c'è l'opportunità per una riflessione doverosa. 

L'omicidio non è che l'inizio, infatti nel corso del romanzo gli eventi si complicano, il ritmo cresce, l'incubo incombe e Serge comprenderà che la vendetta ha mille volti. Il piacere di amare e di essere amati su basi paritarie sembra così lontano.

mercoledì 6 agosto 2025

RECENSIONE | "La morte di Auguste" di Georges Simenon

Continua il mio viaggio tra le opere di Georges Simenon, questa volta si tratta di un romanzo breve, "La morte di Auguste", scritto nel 1966.  Simenon, uno dei più prolifici ed eccezionali scrittori del Novecento, racconta i difetti e l'animo umano attraverso le dinamiche che si sviluppano fra tre fratelli alla morte del loro anziano padre.

STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 7
La morte di Auguste
Georges Simenon

Editore: Adelphi
Pagine: 155
Prezzo: € 18,00
Sinossi

Arrivato cinquant’anni prima dalla nativa Alvernia senza un soldo in tasca, Auguste Mature, che muore, schiantato da un ictus, all’inizio di questo romanzo, è riuscito a trasformare il piccolo bistrot di rue de la Grande-Truanderie, dove andavano a bere un caffè corretto o a mangiare un boccone i lavoratori dei mercati generali – il «ventre di Parigi», come li chiamava Émile Zola –, in un ristorante che, pur conservando i vecchi tavoli di marmo e il classico bancone di stagno, è ora frequentato dal Tout-Paris. Gli è sempre stato accanto il figlio Antoine, il quale, prima ancora che la camera ardente sia stata allestita, deve fare i conti – alla lettera – con il fratello maggiore, un giudice istruttore aizzato da una moglie arcigna, e con quello minore, un cialtrone semialcolizzato che millanta fumosi progetti immobiliari e sopravvive spillando soldi al mite, generoso Antoine. Lo stesso Antoine contro cui ora si accanisce, sospettandolo di aver sottratto il testamento del padre e di volersi appropriare di un «malloppo» sicuramente nascosto da qualche parte. 



Come aveva potuto vivere tanti anni senza rendersene conto? Per lui, fino al giorno prima, i suoi fratelli, erano i suoi fratelli. Se non li vedeva spesso era perché ciascuno aveva preso una strada diversa. Soltanto lui era rimasto nella casa dov'era nato, e probabilmente per questo non aveva mai intuito i loro problemi. 

Un uomo, l'anziano ristoratore Auguste, muore all'improvviso mentre sta lavorando nel ristorante che aveva aperto a Parigi. Ci andavano ministri, delegazioni diplomatiche e persone famose. Aveva vinto anche due stelle Michelin. Il ristorante rendeva bene ma Auguste non aveva mai confidato a nessuno cosa ne facesse di tutti quei soldi. 

Arrivato cinquant'anni prima dalla nativa Alvernia senza un soldo in tasca, Auguste Mature, era riuscito a trasformare il piccolo bistrot di rue de la Grande-Truanderie, dove andavano a bere un caffè corretto o a mangiare un boccone i lavoratori dei mercati generali, in un ristorante frequentato dal Tout-Paris. Gli era sempre stato accanto il figlio Antoine che, prima ancora che la camera ardente sia stata allestita, deve fare i conti con una famiglia già sul piede di guerra per reclamare l'eredità. 

"Chi si occupa della successione?"

"Cosa vuoi dire?"

"A quanto pare c'è in gioco un milione, senza contare il ristorante... Noi siamo tre... Queste faccende non si trattano alla leggera... Di solito c'è un notaio che ha cura degli interessi di ciascuno e bada a che tutto si svolga nella debita forma"

"Non so se nostro padre aveva un notaio..."

"Lo trovi normale, tu, che non abbia fatto testamento?"

"Probabilmente pensava che i suoi figli si fidassero di me." 

"Ma pensa! Papà muore, e non c'è traccia del milione che ha guadagnato negli ultimi vent'anni. Il tuo, di milione, te lo sei messo al sicuro. Il suo è sparito come per incanto." 

Auguste aveva tre figli, diversissimi tra loro: Antoine, mite e fedele, lavorava con il padre ed era diventato socio anche se non c'era un documento per dimostrarlo; 

Ferdinand non amava il lavoro del padre, aveva studiato ed era diventato giudice, si era trasferito con la famiglia in un moderno appartamento che deve ancora terminare di pagare. Un po' di soldi sarebbero ben accetti; 

Bernard è la pecora nera della famiglia. Vive di espedienti e affari non proprio cristallini. È un sognatore fallito, semialcolizzato. Sopravvive spillando soldi al mite e generoso Antoine. Diffida di tutti e senza nemmeno onorare la salma del padre, inizia a chiedere: "Dove sono i soldi?". 

La moglie di Auguste, madre dei tre fratelli, non riconosce più nessuno, sembra "immateriale da tanto era diventata magra." 

Naturalmente anche le cognate non volevano rimanere in disparte e intervengono in questa interessante vicenda ereditiera esprimendo a mezza voce la loro esortazione verso i rispettivi mariti e compagni: "Spero che non ti lascerai mettere i piedi in testa. Ad ogni modo io sarò lì". 

Ognuno mostra il peggio di sé. Il denaro è una cartina al tornasole dei caratteri, migliori e peggiori, degli esseri umani. La tensione tra i personaggi è palpabile così come è evidente la loro normale mediocrità. I figli di Auguste hanno dentro un gran caos, sono individui aridi e manipolabili. 

Bernard e Ferdinand si accaniscono contro Antoine sospettandolo di aver fatto sparire il testamento del padre e di volersi appropriare del "malloppo" nascosto da qualche parte. 

Cosa succederà? Riuscirà la famiglia Mature a superare lo scoglio dell'eredità o entrerà nel limbo delle cose non dette, dei sospetti sussurrati, delle identità mai pienamente acquisite? 

Simenon, ancora una volta, mette in scena un dramma familiare scoperchiando il vaso di Pandora da cui fuoriescono risentimenti, attriti, segreti, invidie e menzogne. I legami familiari sono analizzati alla luce delle dinamiche di potere tra i personaggi. Sospetti, ipotesi senza alcun fondamento, realtà distorte e bramosia di una ricchezza che, pur a portata di mano, sembra evaporare. 

Così mentre Auguste riposa nel suo letto eterno, i suoi figli, tranne uno, sono pronti a scontrarsi senza alcuna pietà. 

Per Antoine, forse anche per altri, lui non era soltanto morto. Non esisteva più. Al suo posto non restava niente. Non lasciava niente dietro di sé. 

"La morte di Auguste" è un libro intenso e amaro, un libro che non teme la verità. I personaggi sono persone che si sentono sole nell'affrontare problemi e ansie. Con uno stile sobrio, con attenzione alle atmosfere, ai profumi, ai quartieri cittadini, ai gesti quotidiani e agli interni domestici, Simenon tratteggia le debolezze umane dando un'immagine non confortante dell'umanità. Bastano poche pagine all'autore per narrare, avendo come sfondo la presenza della morte, un conflitto familiare generato dall'avidità. La storia, siamo nel 1961, si svolge nell'arco temporale di pochi giorni, dal venerdì sera (quando muore Auguste) al martedì mattina (funerali dell'uomo). 

I libri di Simenon sono, per me, un tuffo dal trampolino nel mare oscuro dell'umanità. Si entra in contatto con un mondo che crediamo di conoscere. Nuotiamo tra le onde del vivere e del morire. Guardiamo gli uomini che non vivono ma sopravvivono. Si avanza in un percorso tortuoso, pericoloso e tormentato. L'incontro con la morte è inevitabile ma prima c'è la vita, lo scorrere del tempo che tutto deforma e a volte cancella. Se poi abbiamo ancora un po' d'energia, allora ci immergiamo per esplorare gli anfratti più reconditi dell'animo umano alla ricerca di possibili tracce lasciate dai personaggi che tanto ci somigliano. 

Dopo aver letto questo breve romanzo ho chiuso il libro con la consapevolezza che l'opera di Simenon è un piccolo gioiello per chi cerca nella letteratura anche il piacere della riflessione: 

C'era una volta una famiglia che, al cospetto del dio denaro, si trasformò in un nido di vipere. A noi decidere se è immaginazione o realtà.