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mercoledì 22 ottobre 2025

RECENSIONE | "Lizzie" di Shirley Jackson

"Lizzie" (Adelphi) è un romanzo della regina del genere gotico, Shirley Jackson. Accolto con freddezza dalla critica del tempo, che lo definì incoerente e difficilmente leggibile, "Lizzie" (1954) è la storia di una donna tormentata da un disturbo di personalità. Oggi la critica lo ha rivalutato. Per me è stata una bella scoperta, un viaggio claustrofobico nella psiche frantumata della protagonista.

STILE: 7 | STORIA: 8 | COVER: 7
Lizzie
Shirley Jackson

Editore: Adelphi
Pagine: 320
Prezzo: € 13,00
Sinossi

La protagonista, Elizabeth Richmond, ventitré anni, i tratti insieme eleganti e anonimi di una "vera gentildonna" della provincia americana, non sembra avere altri progetti che quello di aspettare "la propria dipartita stando il meno male possibile". Sotto un'ingannevole tranquillità, infatti, si agita in lei un disagio allarmante che si traduce in ricorrenti emicranie, vertigini e strane amnesie. Un disagio a lungo senza nome, finché un medico geniale e ostinato, il dottor Wright, dopo aver sottoposto la giovane a lunghe sedute ipnotiche, rivelerà la presenza di tre personalità sovrapposte e conflittuali: oltre alla stessa Elizabeth, l'amabile e socievole Beth e il suo negativo fotografico Betsy, "maschera crudele e deforme" che vorrebbe fagocitare e distruggere, con il suo "sorriso laido e grossolano" e i suoi modi sadici, insolenti e volgari, le altre due. È solo l'inizio di un inabissamento che assomiglierà, più a che un percorso clinico coronato da un successo terapeutico, a una discesa amorale e spietata nelle battaglie angosciose di un Io diviso, apparentemente impossibile da ricomporre: tanto che il dottor Wright sentirà scosse le fondamenta non solo della sua dottrina, ma della sua stessa visione del rapporto tra l'identità e la realtà.





Veniamo tutti misurati, buoni e cattivi, dal male che facciamo agli altri.

Elizabeth era una timida ventitreenne che trascorreva la sua vita svolgendo un noioso lavoro in un museo. Non aveva amici, né conoscenti e "nessun progetto che non fosse sopportare l'ineludibile intervallo antecedente la sua dipartita stando il meno male possibile." Nell'ufficio del museo dove lavorava, la consideravano spenta e amorfa, poco interessante. Rimasta orfana, viveva con la prepotente zia Morgen. Al compimento dei venticinque anni, Elizabeth avrebbe ereditato la grande fortuna lasciata dal padre. Nel frattempo la ragazza riceveva spesso minacciose lettere, in cui si faceva riferimento a una certa Lizzie, che conservava gelosamente in una scatola rossa. 

Sotto un'ingannevole tranquillità si agitava in lei un disagio allarmante che si traduceva in terribili emicranie e amnesie, vertigini e insonnia. La zia decise di portarla dal medico e poi da uno psichiatra, il dottor Wright, che, dopo aver sottoposto la giovane a lunghe sedute ipnotiche, rivelerà la presenza di più personalità sovrapposte e conflittuali. 

Lentamente e con la freddezza caratteristica di Shirley Jackson scopriamo, seduta dopo seduta, la sconcertante verità: nella protagonista, intrappolata nel suo corpo e nella sua mente, convivono più personalità distinte: 

Elizabeth è la personalità nervosa e afflitta da dolori lancinanti, modesta, chiusa e oppressa dall'imbarazzo, è la stupida ma in qualche modo resistente; 

poi esiste Beth, la personalità serena e socievole, tutta sorrisi, graziosa e sensibile; 

a volte, però, emerge Betsy, la personalità disinibita, sfrenata, insolente, dozzinale e perfida. 

Tuttavia tre non è il numero ultimo delle identità. C'è anche Bess, la personalità arrogante e avara, diabolica e senza ritegno, pronta a schiacciare chiunque le impedisca di prendere il controllo. 

Ogni nuova personalità si rivelava più sgradevole della precedente, tutte sono in conflitto tra loro e ognuna cerca di emergere a scapito delle altre. 

È stato sicuramente angosciante leggere "Lizzie" perché ci si ritrova faccia a faccia con i terrificanti effetti del disturbo di personalità. La protagonista non esiste più nel suo tutto che si frantuma in più identità. 

È importante ricordare che l'approccio alla malattia mentale nel romanzo si basa su un modello di psicanalisi agli esordi. La paziente è un mistero da svelare. Il suo psichiatra si comporta come un detective che indaga per scoprire il trauma sepolto che ha generato tanti problemi. 

Jackson, con ironia, dà la possibilità alle varie personalità di presentarsi e raccontare la situazione dal loro punto di vista, cercando di prendere il controllo della storia. Più voci narranti che catturano l'attenzione del lettore che comprende subito quanto le "voci" siano inaffidabili. 

Tra tutti i protagonisti la figura dello psichiatra ha un fascino particolare. 

Il dottor Wright era un uomo pomposo, falsamente umile e incline all'autocompiacimento. Spesso veniva deriso da Betsy, la personalità cattiva, che lo chiamava dottor Wrong (cioè "sbagliato", in un gioco di parole fra right, "giusto", e wrong, "sbagliato"). Lui era sempre sul punto di tirarsi indietro, di mollare l'incarico. 

L'idea di una personalità che combinasse la stupidità di Elizabeth con la fragilità di Beth, la cattiveria di Betsy con l'arroganza di Bess, mi faceva venir voglia di nascondermi sotto le coperte! Mi vedevo come un dottor Frankenstein che ha per le mani il materiale necessario per costruire un mostro. 

Anche la zia di Elizabeth è una figura che riserverà grandi sorprese. 

La zia Morgen era una donna che non nascondeva la propria eccentricità, così come non nascondeva il suo amore per l'alcol. Donna poco empatica, a modo suo voleva bene alla nipote e si preoccupava per la sua salute. 

Figure negative? Andando avanti con la lettura ho scoperto lati inaspettati di questi personaggi che, sopravvissuti a un travagliato passato, riveleranno sensibilità e profondità. 

"Lizzie" non è sicuramente tra i libri più belli di Shirley Jackson ma merita comunque di essere considerato perché affronta un tema sicuramente poco conosciuto all'epoca e perché nulla sarà esplicitamente risolto. Si naviga a vista con "Lizzie", la storia non svela ma insinua. L'autrice semina abilmente indizi che permettono ai lettori di ricomporre la vicenda caratterizzata anche da tradimenti, abbandoni, violenze, soldi e rivalità. L'autrice adotta vari stili per scrivere questo romanzo, tanti stili quante erano le personalità di Elizabeth. A volte il libro appare serio, a volte ironico, a volte frivolo, a volte noioso. Sicuramente il soggetto è originale ma la confusione di Elizabeth, tra follia e delirio, diventa anche la confusione del lettore. "Lizzie" è un'audace indagine psicologica, una discesa spietata nelle battaglie angosciose di un Io diviso, apparentemente impossibile da ricomporre. Il finale ambiguo annuncia la vittoria di una battaglia, non della guerra. Una volte scoperchiato il vaso di Pandora non si torna indietro, parola di Elizabeth, Beth, Betsy e Bes.  

martedì 1 luglio 2025

RECENSIONE | "La strada oltre il muro" di Shirley Jackson

"La strada oltre il muro" è il primo esperimento narrativo di Shirley Jackson, la maestra della letteratura gotica americana, portato in libreria da Adelphi nella traduzione di Silvia Pareschi. Il romanzo è stato pubblicato per la prima volta nel 1948, lo stesso anno in cui appare uno dei suoi più famosi racconti, "La lotteria".

La storia, scritta da una giovane Shirley, ha in sé le caratteristiche dei futuri scritti. Si riconosce subito la cura del dettaglio, la presenza di ombre nell'animo umano, la visione distorta di microtragedie che generano eccitazione, panico, suspense.

STILE: 7 | STORIA: 8 | COVER: 6
La strada oltre il muro
Shirley Jackson

Editore: Adelphi
Pagine: 219
Prezzo: € 19,00
Sinossi

È una tipica strada dei sobborghi americani Pepper Street, abitata ancora – siamo nel 1936 – da una maggioranza Wasp che non si arrende all’arrivo degli invasori: cattolici, ebrei, cinesi. Gli uomini sono altrove, nella vicina San Francisco, assorbiti dal loro lavoro. Tocca dunque soprattutto alle donne puntellare le barricate del conformismo: «Per quanto desideriamo trovare nuovi amici degni di stima, persone che ci entusiasmino per le loro idee nuove, o perché sono diverse, dobbiamo fare ciò che ci si aspetta da noi» afferma una di loro con infernale candore – e quando la figlia le chiede ottusamente che cosa ci si aspetta da lei, risponde: obbedire. Di queste donne, murate vive nell’ostilità, impettite nella difesa del loro piccolo mondo, Shirley Jackson penetra, come solo lei sa fare, i pensieri e le abitudini; e penetra le case, decifrando il codice dell’arredamento e della cura del giardino. La facciata radiosa vela infatti l’orrore quotidiano e i cupi segreti che lo sorreggono: infedeltà, pregiudizi, malignità morbose, tensioni pronte a esplodere – e che puntualmente esploderanno.





In certi luoghi il clima è più mite che in altri, a certe persone il mondo riserva uno sguardo più benevolo che ad altre. Certe località sono proverbialmente calde, e mantengono intatta, anche quando nevica, la loro reputazione di mete estive; certe persone sono automaticamente al di sopra di ogni sospetto.

È una tipica strada dei sobborghi americani Pepper Street, abitata ancora, siamo nel 1936 a Cabrillo, da una maggioranza Wasp che non si arrende all'arrivo degli invasori: cattolici, ebrei, cinesi. Gli uomini sono altrove, nella vicina San Francisco, assorbiti dal loro lavoro. Tocca dunque alle donne mantenere alte le barricate del conformismo.

Per quanto desideriamo trovare nuovi amici degni di stima, persone che ci entusiasmano per le loro idee nuove, o perché sono diverse, dobbiamo fare ciò che ci si aspetta da noi.

Afferma una di loro con infernale candore. E quando la figlia le chiede che cosa ci si aspetta da lei, risponde: obbedire.

A delimitare la strada c'è un muro che isola e intrappola, in un’ampolla di spazio e tempo, gli abitanti. Tutti sono ligi al dovere. Conosceremo le famiglie Perlman, esclusi perché ebrei; i Terrel che sono considerati maleducati e hanno una figlia con una disabilità dello sviluppo. I Martin sono poveri. I Desmond si sentono superiori a tutti.

La signora Desmond non era né intelligente né poco intelligente, perché il pensiero e tutti gli attributi correlati erano completamente al di fuori del suo programma di vita; i suoi valori non includevano la mente e nulla di ciò che intendeva richiedeva mai più del denaro.

 Ma cosa c'è dall'altra parte del muro?

Al di là vivevano i ricchi, su una lunga strada sinuosa da cui non si vedeva alcuna casa; al di là c'era un quartiere così esclusivo che le vie erano senza nome, le case senza numero. I proprietari del muro vivevano lì.

Quando il muro viene abbattuto cade anche la patina di rispettabilità. Come sosteneva Hercule Poirot, uno dei personaggi della letteratura gialla che amo di più, creato dalla mitica Agatha Christie, "il mondo è pieno di brave persone che fanno brutte cose".

Fu la distruzione del muro ad aprire la prima crepa nella sicurezza di Pepper Street, una sicurezza così fragile che, una volta incrinata, andò in frantumi nel giro di poche settimane.

Gli abitanti della strada sono sempre pronti a giudicare, questo è giusto e quello è sbagliato. Le donne organizzano infinite ore del te. Gli uomini, che di sera rinascono a nuova vita, non disdegnano qualche scappatella.

Sempre la stessa vita, un giorno dopo l'altro, alla fine ci si stufa di tutto. Ma ne vale la pena?

I bambini, educati alla crudeltà e alla superiorità di classe, emarginano coloro che non hanno un corpo perfetto, chi è stato adottato o chi è ebreo.

Con il bisturi dell'introspezione, Shirley Jackson penetra nel piccolo mondo di queste donne che vivono nella perenne ostilità per difendere "il loro territorio". L'autrice svela pensieri e abitudini, la facciata radiosa che cela l'orrore quotidiano e i cupi segreti che sorreggono questo mondo: infedeltà, pregiudizi, malignità morbose, tensioni pronte a esplodere e che puntualmente esploderanno.

"La strada oltre il muro" è un romanzo caratterizzato da un'ironia leggera e corrosiva, da un occhio a cui nulla sfugge, da una lingua che non perdona. Emozioni e brividi dispensati con generosità fino al gran finale, una festa di quartiere che svelerà il volto crudele della natura umana. Sotto la superficie si nascondono gli istinti più oscuri e Shirley Jackson ci costringe ad affrontare l'aspetto malvagio della nostra natura umana.

Sin dall'inizio si respira un clima avvelenato, la tensione si nasconde nella normalità, nelle utili finzioni. L'autrice ci permette di sbirciare dalle finestre nelle case degli abitanti di Pepper Street. Vedremo una giostra di pregiudizi, pettegolezzi, snobismo, bullismo, crudeltà e segreti. Alcuni si sentono più rispettabili e considerano gli altri inferiori a loro. Dietro il velo delle apparenze, esiste un mondo sconosciuto, pericoloso e minaccioso. L'orrore non ci dà scampo.

Una moltitudine di personaggi sembra camminare sull'orlo del baratro. In particolare i bambini si mostrano ipocriti, vanesi, imbroglioni, crudeli. Sembrano adulti in miniatura, possono essere cattivi tanto quanto gli adulti, ma sono vulnerabili nei loro complessi.

In un tempo sospeso tante storie si intrecciano e Shirley Jackson trasferisce nel romanzo la sua infanzia. L'autrice era stata a suo modo una bambina non convenzionale. Sicuramente non era interessata al ricamo e all'ora del te. Sua madre le preferiva suo fratello. Quando da bambina Shirley aveva iniziato a prendere peso, le cose si erano complicate ancor di più. I suoi lettori sanno che la scrittrice ha utilizzato la scrittura come un unguento per sanare le sue ferite, soprattutto quelle legate al rapporto con la madre e poi alla delusione della vita matrimoniale.

Quindi finzione e realtà si fondono, ma la realtà viene quasi del tutto inglobata dalla finzione. Il vero volto delle cose si mostra raramente e subito nuovamente mascherato, protetto dall'oblio.

Al lettore non resta che lasciarsi inghiottire dal "male incontrollato" che si cela sotto una placida superficie. Gli impulsi più oscuri sono dentro gli esseri umani e fanno di tutto per emergere. Sono le crepe sulla nostra rispettabilità che si manifestano senza alcun preavviso. Spezzano gli equilibri, alterano l'armonia, abbattono le mura del perbenismo. Il momento in cui "le crepe" appaiono è il focus del romanzo. Tutto gira attorno all'attesa, tutto è preparazione in funzione di quel momento. A ben vedere la risoluzione dei misteri non è importante e i finali non sono quasi mai del tutto risolutivi.

"La strada oltre il muro" non fa eccezione e con un triplo salto mortale ci mostra come gli uomini, senza alcuna distinzione di ruolo sociale, non sempre riescono a fermarsi prima dell'inizio della fine.

lunedì 18 settembre 2023

RECENSIONE | "La meridiana" di Shirley Jackson

“La meridiana” è un libro del 1959 della scrittrice americana Shirley Jackson, traduzione di Silvia Pareschi per Adelphi che ha pubblicato anche “Abbiamo sempre vissuto nel castello” e “L’incubo di Hill House”. Il romanzo narra l’annuncio di un’imminente fine del mondo, annuncio che causerà un intreccio di relazioni famigliari e terrore apocalittico per creare un mondo di relazioni sinistre e macabre. Il romanzo, pubblicato nel 1949,ci apre i cancelli di una villa sinistra dove il padrone di casa è appena deceduto e la vedova sospetta che sia stato spinto giù dalle scale proprio dalla madre di lui.


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
La meridiana
Shirley Jackson

Editore: Adelphi
Pagine: 251
Prezzo: € 19,00
Sinossi

Una famiglia che pullula di svitati, un codazzo di parenti e amici e servitori, una villa monumentale in mezzo a un parco. Sono gli ingredienti di questo travolgente romanzo di Shirley Jackson, che si apre con i protagonisti – di tutte le età e affetti da ogni forma di mania – di ritorno dal funerale del figlio di Mrs. Halloran, che, dice serafica la piccola Fancy, la nonna ha buttato giù dalle scale: per tenersi stretta la villa. Come se non bastasse, poco dopo zia Fanny riferisce di aver avuto un incontro in giardino con il padre, defunto da tempo, il quale le ha annunciato che la fine del mondo è imminente e che loro saranno gli unici a salvarsi. E non è finita: qualcuno va a riferire la notizia in città, ed ecco presentarsi la delegazione locale dei Veri Credenti, i quali non possono che condividere la logica apocalittica, ma, siccome sono convinti che a salvarli ci penseranno gli alieni, sono venuti a chiedere di farli atterrare nel parco. E noi lettori, ormai completamente in balìa di una Jackson in stato di grazia, che dispensa a piene mani uno humour che si potrebbe definire vitreo, ci lasceremo trascinare da un crescendo di follie e sorprese – sino, letteralmente, alla fine (del mondo?).





La nonna ha ucciso il mio papà. Lo ha spinto giù dalle scale e lo ha ucciso. È stata la nonna. Non è vero?

Quando si legge un romanzo di Shirley Jackson occorre lasciar libera la mente di correre per le distese, non verdeggianti, del gotico più timido e affascinante. Anche in questo romanzo un’abitazione, casa Halloran, è il fulcro dell’immaginazione della scrittrice. Una vecchia dimora, un fantasma e sullo sfondo il villaggio teatro di un raccapricciante sterminio familiare.

La storia ha inizio la sera del funerale di Lionel Halloran, il padrone della casa. La moglie di Lionel, Maryjane, è convinta che sia stato spinto giù dalle scale e ucciso da sua madre Orianna Halloran, per ereditarne la casa, almeno fino a quando la piccola Fancy, figlia di Lionel, non diventerà maggiorenne.

A sua volta Fancy, per nulla angelica, già pensa di spingere la nonna giù per le scale.

“Fancy, tesoro, ti piacerebbe vedere la nonna schiattare sulla soglia?”  

“Sì, mamma. Quando la nonna morirà sarà tutto mio, nessuno potrà impedire che la casa e tutto il resto diventino miei.”

Ah, che bello l’amore dei nipoti!

Nella villa abitano anche Mr Richard Halloren, il padre di Lionel,  costretto sulla sedia a rotelle e affetto da demenza; l’eccentrica zia Fanny, la sorella di Richard, che non si è mai sposata; Essex, assunto per catalogare i libri della biblioteca e Miss Ogilvie, governante della giovane Fancy. La famiglia disfunzionale per eccellenza vive nella vecchia villa fatta costruire dal primo  Mr Halloran, diventato ricchissimo. Tutta la proprietà è circondata da un alto muro che la separa dal villaggio, diventato una macabra attrazione, oggi diremmo turismo nero, da quando una ragazza ha ucciso a martellate “il padre, la madre e i due fratelli minori, mettendo bruscamente fine all’albero genealogico di famiglia.”

La villa, presenta un’architettura del tutto particolare, ha in cima allo scalone la scritta

 Se non ora, quando dovremmo vivere?

Nel giardino, invece, c’è la meridiana del titolo, testimone silenziosa di generazioni passate, che si erge come un pugno nell’occhio nel mezzo del terreno matematicamente perfetto e riporta il motto che racchiude l’anima del luogo:

 Che cos’è questo mondo?

Orianna prende subito il potere della direzione della casa, è decisa a mandar tutti via tranne la nipotina Fancy che un giorno, dopo la sua morte, erediterà la casa.

A sovvertire l’apparente quiete familiare è zia Fanny. Le si presenta, nel giardino segreto della magione, il fantasma del padre che la avverte che il mondo sta per finire.

Frances, c’è pericolo. Torna a casa. Di’ a quelli che sono in casa, di’ a quelli che sono dentro, di’ loro che c’è pericolo. Di’ a quelli che sono in casa che in casa sono al sicuro. Il padre veglierà sulla casa, ma c’è pericolo.

Solo coloro che vivono nella casa si salveranno. Il mondo verrà distrutto, “ci saranno fuoco nero e acqua rossa e la terra si rivolterà urlando”. Solo coloro che stanno nella casa avranno il privilegio di essere il popolo eletto.

“Credi che saremo felici laggiù?”

 “No.” Rispose Mrs Halloran.

 “Ma d’altronde non siamo felici neanche qui.”

Naturalmente Orianna si autoproclama regina, con tanto di corona, del nuovo mondo. Tutti le devono obbedienza e fedeltà se vogliono rimanere nella casa e sfuggire alla morte. A completare questa improbabile arca di Noè arriva la signora Willow, una vecchia amica di Orianna, con le sue due figlie Julia e Arabella. Alcuni giorni dopo oltrepassa i cancelli della villa un’altra giovane donna, Gloria, figlia di un cugino di Orianna. Gloria ha diciassette anni e scopre di avere poteri da veggente. Completa l’arca un uomo, uno sconosciuto, che Fanny ha incontrato al villaggio.

Shirley Jackson, con una scrittura essenziale e pacata, un’atmosfera soft gotica, ci offre un romanzo agghiacciante che ha il potere di sconvolgere e coinvolgere il lettore. Le cose non sono mai come sembrano: mentre il sole splende c’è sempre la minaccia della distruzione, dell’oscurità che pone fine a tutto. Tra le righe serpeggia una crescente follia mentre la villa Halloran e i suoi abitanti si preparano per un mondo nuovo che potrebbe, forse possiamo eliminare il condizionale, somigliare al vecchio mondo.

Fantasmi, bugie, un groviglio di voci che si rubano la scena a vicenda, personaggi stravaganti e per niente simpatici, degrado e pretese di classe, connubio tra realtà e magia sono i pilastri che sorreggono questa storia oscura, a tratti divertente, in perfetto stile Jackson.

Il soprannaturale apre i cancelli della casa, vi entra e prepotentemente ne prende possesso riflettendosi nel giardino non più curato, nel labirinto in cui si perde la strada dell’uscita, nell’arredamento delle stanze mai mutato negli anni. Tutto annuncia una catastrofe imminente ma la vera tragedia non è nella distruzione delle cose materiali ma nelle relazioni famigliari. A metter paura sono i vivi e non i morti. Ognuno pensa per sé manipolando gli altri per la propria sopravvivenza.

I personaggi sono inquietanti, nessun escluso, a cominciare dalla piccola Fancy esempio di bambina diabolica, viziata e spaventosa, che gioca sempre e soltanto con la sua casa delle bambole che rappresenta casa Halloran in miniatura. È risentita all’idea che il mondo sarà distrutto prima che lei abbia avuto la possibilità di viverci. È una creatura intrigante che si aggira furtiva all’interno della grande villa e mira alla corona, al potere, della nonna.

Naturalmente occorre prepararsi per il prossimo mondo e il piccolo gruppo inizia a far provviste. Bruciano i libri in biblioteca per far posto alle provviste che inizialmente sono scelte in modo utile, cibo e attrezzi, poi diventano una raccolta di cose inutili (creme solari, occhiali da sole, carta igienica) solo per soddisfare i lussi a cui nessuno vuole rinunciare. Per organizzare il dopo Orianna compila il vademecum del sopravvissuto, ergendosi a regina del paradiso che verrà.

La sera prima della fine del mondo, Orianna organizza una festa nell’ampio giardino della casa. Invita tutti gli abitanti del villaggio, un commiato prima della distruzione.

Ma l’Apocalisse verrà veramente? La sera dell’ultimo giorno tutte le finestre della casa vengono coperte e i mobili spostati per bloccare le porte. A un tratto si alza un vento impetuoso, inizia un violento temporale e le luci si spengono. Cosa succederà? Shirley Jackson non lo dice. Si, no, forse, probabile, improbabile. Domande, domande e ancora domande ma nessuna risposta.

Shirley Jackson è la regina del gotico sempre sul filo del rasoio tra umorismo e orrore. “La meridiana” è un gran bel romanzo raccapricciante in cui si muovono personaggi crudeli e superficiali. Tutti vivono nell’attesa della fine del mondo ma nessuno guarda dentro di sé, un esame di coscienza sarebbe auspicabile e invece ciò non avviene. Nel romanzo si respira un’atmosfera opprimente. Ovunque si percepiscono sinistre presenze ma il romanzo contiene anche un’analisi profonda del potere sociale, dei privilegi e della superiorità di classe. I più ricchi si dichiarano detentori della verità e del potere a discapito dei più fragili, sono sicuri di essere nel giusto e per questo degni di generare una nuova razza di uomini. Nel mondo verrà bandito il male, la cattiveria, la violenza e l’egoismo, verranno cancellate le imperfezioni e regnerà l’armonia. Se l’armonia che regnerà dipenderà dagli abitanti della casa, allora è stato bello sognare.

Di una cosa c’è certezza: nemmeno la fine del mondo sembra poter redimere la parte più oscura dell’animo umano. Nell’attesa del mondo che verrà proviamo a riflettere sulla domanda: “Che cos’è questo mondo?”