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martedì 25 marzo 2025

RECENSIONE | "Il sentiero dei nidi di ragno" di Italo Calvino

Il primo romanzo di Italo Calvino è stato "Il sentiero dei nidi di ragno" pubblicato nel 1947. Con l'intenzione di partecipare a un concorso per giovani scrittori indetto dall'editore Mondadori, Calvino scrisse il romanzo che però non vinse il concorso, ma incontrò l'approvazione di Pavese e venne pubblicato da Einaudi nella collana "I coralli".

Nell'immediato dopoguerra vi furono molti romanzi che trattavano la vicenda bellica appena conclusa. Calvino però racconta la guerra vista con gli occhi di un bambino, Pin, che non sa distinguere il bene dal male, a causa della sua superficialità con cui supera le difficoltà, e non sa decifrare gli eventi della storia.

Pin, il protagonista della vicenda, osserva il mondo dei grandi di cui vorrebbe far parte.



Il sentiero dei nidi di ragno
Italo Calvino

Editore: Mondadori
Pagine: 159
Sinossi

Dove fanno il nido i ragni? L'unico a saperlo è Pin, che ha dieci anni, è orfano di entrambi i genitori e conosce molto bene la radura nei boschi in cui si rifugiano i piccoli insetti. È lo stesso posto in cui si rifugia lui, per stare lontano dalla guerra e dallo sbando in cui si ritrova il suo piccolo paese tra le colline della Liguria, dopo l'8 settembre 1943. Ma nessuno può davvero sfuggire a ciò che sta succedendo qui e nel resto d'Italia. Neppure Pin. Ben presto viene coinvolto nella Resistenza e nelle lotte dei partigiani, sempre alla ricerca di un grande amico che sia diverso da tutte le altre persone che ha conosciuto. Ma esisterà davvero qualcuno a cui rivelare il suo segreto?




Tutti abbiamo una ferita segreta per riscattare la quale combattiamo.

Pin, un bambino ligure di circa dieci anni dalla vita vagabonda e solitaria in un mondo di adulti, vive insieme alla sorella, soprannominata la Nera di Carrugio Lungo, che si prostituisce con i tedeschi. Il bambino trascorre le sue giornate sulla strada e all'osteria raccontando storie di cui non capisce tutto il significato e cantando canzoni malinconiche che parlano di amori perduti e di prigionie. All'osteria c'è anche un gruppo di antifascisti che minaccia lui e la sorella, perché la loro casa è frequentata dai tedeschi e la Nera è una spia. Pin vorrebbe guadagnarsi la fiducia di quel gruppo di uomini e decide di impossessarsi della pistola di uno degli amanti della sorella, un marinaio tedesco. Rubata l'arma, Pin torna all'osteria ma si rende conto che gli uomini non prendono in gran considerazione il suo gesto. L'arma è un vecchio modello, pesante e facile a incepparsi. Il bambino allora decide di tenere per sé l'arma e la nasconde nel sentiero dei nidi di ragno, un luogo magico e segreto che conosce solo lui.

C'è un posto dove i ragni fanno i loro nidi. Solo Pin lo sa. È l'unico in tutta la valle, forse in tutta la zona. Nessun altro ragazzo, a parte Pin, ha mai sentito parlare di ragni che fanno i nidi. Forse un giorno Pin troverà un amico, che lo capisca e che lui possa capire, e allora a lui, e solo a lui, mostrerà il posto dove i ragni hanno le loro tane.

Arrestato e picchiato per il furto dell'arma, Pin conosce in prigione Lupo Rosso, giovane partigiano famoso per le sue imprese. Fugge con lui e si unisce alla brigata partigiana capeggiata dal Dritto. Qui conosce anche Amico, una persona con cui condividere sogni ed esperienze, e Cugino che ha fatto della guerra il suo scopo di vita.

Tuttavia Pin, lavora nella bottega di Pietromagro il ciabattino e fa "pubblicità" alla sorella, non riesce ancora a capire fino in fondo gli eventi che avvengono. Per lui la Storia è un mistero e la guerra un gioco per poter conquistare un posto nel mondo.

Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi, forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tutte le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di storia.

Questo primo libro di Calvino è molto scorrevole, i dialoghi si alternano a minuziose descrizioni dell'animo umano dei personaggi. Il narratore è esterno e la storia è narrata in terza persona. L'ambientazione è quella di un piccolo paese della Liguria, che richiama Sanremo, città dove crebbe lo scrittore, durante gli anni della Resistenza e dell'occupazione nazista.

È stato coinvolgente leggere il racconto dei fatti e le paure di una guerra visti da un bambino. Pin non può nulla nella dinamica del conflitto eppure è costretto a prendervi parte. Lui non ha legge, non ha una madre, la realtà è una guerra in cui la gente si ammazza e non è colpa sua se il mondo era ostile e non risparmiava nessuno .

È triste essere come lui, un bambino nel mondo dei grandi, sempre un bambino, trattato dai grandi come qualcosa di divertente e di noioso; e non poter usare quelle loro cose misteriose ed eccitanti, armi e donne, non poter mai far parte dei loro giochi.

Ho appreso anche alcuni termini militari e partigiani, ad esempio gap (Gruppi di Azione Partigiana), che indica gli appartenenti a un'organizzazione partigiana, e sten, "l'arma smilza che sembra una stampella rotta".

Nel romanzo i partigiani non sono sempre presentati come degli eroi. Calvino racconta nel romanzo di partigiani che si trovarono a combattere contro i fascisti per semplice casualità o per salvarsi dalla prigione.

Calvino, per rendere il testo più comprensibile, fa un uso frequente delle similitudini e di figure retoriche. Molti personaggi si esprimono in dialetto e Pin adotta il linguaggio dei grandi, proprio per mascherare la sua solitudine e la sua debolezza. Tuttavia non si ha mai il prevalere di una voce ma un coro uniforme e compatto che narra una realtà dove le durezze e i drammi del vivere non vengono nascosti. La condizione umana si manifesta in tutto il suo dolore e non c'è alcuna consolazione, nessuna edulcorazione.

La guerra porta solo violenza e crudeltà, sangue e morte. Calvino la racconta attraverso la mediazione della fiaba che permette all'autore di far intravedere la realtà sotto le spoglie del sogno. Il sesso, la guerra, la morte, l'amicizia, il desiderio, la passione fanno parte della realtà che accompagna la crescita di Pin.

Calvino, ponendo un bambino al centro del racconto, ha lo scopo di alleggerire il discorso. Il tema della Resistenza viene trattato "di scorcio" intrecciato alla storia di Pin che vive in un mondo di adulti che spesso non capisce nella continua ricerca di protezione che alla fine troverà in Cugino. Pin è alla ricerca di sé stesso, affascinato dal mondo degli adulti, ma l'arma è ancora nascosta e "Pin si sente solo e sperduto in quella storia di sangue e corpi nudi che è la vita degli uomini."

"Il sentiero dei nidi di ragno" mescola realismo e fantasia per una lettura che affascina lettori di tutte le età. Ispirata alle vicenda che Calvino ha realmente vissuto nel periodo della Seconda guerra mondiale, la storia rimane ai margini della guerra partigiana ma ne trasmette il suo cuore pulsante in un ritratto crudo e realistico.

Italo Calvino è stato uno dei più importanti scrittori di tutta la letteratura italiana. Il suo impegno culturale, politico e civile, è stato notevole ed è stato terreno fertile per i suoi scritti carichi di innovazione e profonda riflessione. Per le sue opere gli sono stati conferiti numerosi premi letterari ed ancor oggi rappresentano una pietra miliare della letteratura italiana.

giovedì 12 dicembre 2024

RECENSIONE | "Spinascura" di Federica Frezza e Martina Peloponesi

Federica Frezza e Martina Peloponesi, entrambe appassionate di misteri e di cronaca nera, sono le creatrici del podcast di true crime italiano Bouquet of Madness che tratta in particolare casi misteriosi e irrisolti.

"Spinascura" (Mondadori) è il loro primo romanzo, un giallo tagliente che ha le atmosfere del thriller e un thriller appassionante che ha i meccanismi del giallo. Il lettore sarà spettatore di un male oscuro che travolge e uccide.


STILE: 7 | STORIA: 7 | COVER: 8
Spinascura
Federica Frezza e Martina Peloponesi

Editore: Mondadori
Pagine: 416
Prezzo: € 20,00
Sinossi

A Spinascura, come negli altri paesini sparpagliati per l'Emilia, non cambia mai niente. Quando hanno aperto un discount la gente ne ha discusso per settimane. Non si può avere fretta a Spinascura. Qui il tempo è distorto e sembra impossibile staccarsi da quell'abbraccio che, a volte, diventa una morsa come la nebbia che stringe la Bassa. Tutti sanno tutto di tutto e di tutti. Niente potrà mai prenderti di sorpresa. Tranne il cadavere di una giovane ragazza abbondonato sull'argine del fiume. Suicidio? Cocktail di droga e alcol? Nessuno vuole credere che sia un omicidio. Nessuno tranne Alma e Dalia. Alma prima di conoscere Dalia si sentiva sola, nonostante il suo bar il Glicine sia il centro dei pettegolezzi e delle maldicenze che animano Spinascura. E anche Dalia prima di Alma si sentiva sconfitta: ha dovuto lasciare Milano per fare la tanatoesteta nell'agenzia funebre di famiglia abbandonando sogni e futuri possibili. Alma e Dalia sono due solitudini destinate a incontrarsi grazie alla morte. Perché entrambe avvertono la violenza strisciante e infida che alimenta l'apparente tranquillità di Spinascura, loro due l'hanno subita sulla loro stessa pelle, ma questa volta non accetteranno che la verità venga coperta per non turbare la placida ipocrisia del paese: devono trovare il colpevole, costi quel che costi. "Spinascura" è un giallo tagliente che ha le atmosfere del thriller e un thriller appassionante che ha i meccanismi del giallo. Una storia che si immerge in un male oscuro, sotterraneo e viscerale. Un male che ti trascina giù per non lasciarti andare via, un male di cui tutti siamo spettatori.





I pochi che hanno assistito alla macabra scena si riconoscono subito. Hanno lo sguardo perso, velato, e anche il loro passo ciondolante è una conseguenza dell'orrenda visione. La loro unica colpa è stata essere usciti troppo presto quella mattina. In poco tempo i carabinieri avevano cordonato la scena e si erano assicurati di coprire tutto per evitare che altri vedessero il corpo martoriato, ma Spinascura è una cittadina della Bassa. C'è sempre qualcuno che guarda.

Come in tutti gli altri paesini sparpagliati per l'Emilia, anche a Spinascura non cambia mai niente. Quando hanno aperto un discount la gente ne ha discusso per settimane. Il tempo è distorto qui, sembra impossibile staccarsi da quell'abbraccio che, a volte, diventa una morsa che stringe la Bassa. Non si può avere fretta. Tutti sanno tutto di tutti a Spinascura. La quiete viene spazzata via con il ritrovamento del cadavere di una giovane ragazza abbandonato sull'argine del fiume. Suicidio? Cocktail di droga e alcol? Nessuno vuole credere che sia un omicidio. Nessuno tranne Alma e Dalia.

Alma prima di conoscere Dalia si sentiva sola, nonostante il suo bar il "Glicine" sia il centro dei pettegolezzi e delle maldicenze che animano Spinascura. E anche Dalia, prima di Alma, si sentiva sconfitta: ha dovuto lasciare Milano per fare la tanatoesteta nell'agenzia funebre di famiglia abbandonando sogni e futuri possibili.

Alma e Dalia sono due solitudini destinate a incontrarsi grazie alla morte. Entrambe sentono che l'apparente tranquillità di Spinascura nasconde una violenza strisciante e infida. Le ragazza non accetteranno che la verità venga coperta per non turbare la placida ipocrisia del paese. Bisogna trovare il colpevole, costi quel che costi.

"Spinascura" è un romanzo che rivela la complessità umana, la difficile ricerca della verità, le debolezze di una società che appare sospesa nel tempo. Le vicende oscure prendono vita in una storia nera narrata con una prosa intensa che indaga i meccanismi della psiche umana che separano realtà e ossessione, potere e devozione. Indaga un male che trascina nel baratro e le sue conseguenze sono visibili a tutti. Tra segreti, manipolazioni e intrecci amorosi non vedi l'ora di scoprire cosa accadrà. La trama si sviluppa in modo lineare in un'erosione lenta ma continua delle apparenze. A smuovere le acque ci pensa un variegato panorama di personaggi ambigui e misteriosi, che vengono descritti portando alla luce i loro aspetti più intimi, segreti e tormentati. Tutti nascondono qualcosa agli altri, a volte, a se stessi.

Alma ha trascorso, fin da piccola, le sue vacanza estive a Spinascura a casa della nonna. Oggi Alma è subentrata, dopo la morte della nonna, nella gestione del bar Glicine.

Dalia, riservata e taciturna, ha rinunciato ai suoi sogni, ha lasciato Milano ed è tornata in paese. Lavora nell'impresa funebre di famiglia, in qualità di tanatoesteta: il suo compito è molto delicato perché deve fare tutto il possibile per presentare la salma nelle migliori condizioni, attenuando i segni lasciati dalla morte. Dalia ha un particolare interesse per la cronaca nera.

Syd, tornato da poco a Spinascura, è un ragazzo malvisto dagli abitanti del paese a causa del passato della sua famiglia. É timido e insicuro, la sua difesa è la fuga.

Il brigadiere Cesare Mancini che, in cerca di tranquillità, si è trasferito a Spinascura dalla grande città. Sicuramente non si aspettava di dover indagare su un caso complicato dove aleggiano le inquietanti ombre delle organizzazioni criminali, dei traffici illegali o di misteriose sette sataniche.

Si procede avendo come sfondo i pettegolezzi del paese, i segreti inconfessati di una certa provincia e i tentativi di depistaggio. Per arginare questa deriva vengono messi in campo temi importanti come l'amicizia, la lealtà e la capacità di affrontare scelte difficili senza trasgredire la moralità.

Spinascura affronta anche il tema della stampa sempre pronta a creare, con i suoi articoli, false piste e a trasformare persone innocenti in potenziali mostri. I drammatici eventi richiamano reporter senza scrupoli, uno in particolare è davvero detestabile, che vanno a caccia di testimonianze nel paese per poi scrivere articoli deliberatamente manipolati per alimentare l'interesse morboso del pubblico. Il mondo dell'informazione deve evitare il sensazionalismo, la manipolazione delle informazioni e deve invece fornire informazioni accurate ed equilibrate nel rispetto della privacy e della dignità umana.

"Spinascura" è un romanzo che racconta con inquietante vividezza le dinamiche oscure che legano gli abitanti della cittadina. Perchè a Spinascura ciò che appare non è mai la verità e nessuno si rivela per ciò che è. La cittadina con i suoi vicoli, la piazza, il bar, la chiesa, diventa una protagonista del romanzo, una prigione emotiva in cui sono intrappolati alcuni personaggi.  

Le autrici riescono molto bene a intrecciare le varie storie con una piacevole staffetta tra passato e presente. Il tutto è reso reale con una vivida descrizione della vita in paesino di provincia dove gli anziani ti chiedono a che sei figlia/o per poterti inquadrare nel tessuto sociale.

Per essere il primo romanzo, Federica e Martina, hanno fatto un bel lavoro e spero di leggere altri loro lavori. Magari un sequel di "Spinascura" che, a mio parere, potrebbe riservare ancora mille torbide sorprese. Brava Federica. Brava Martina.

giovedì 11 aprile 2024

RECENSIONE | "Ci vediamo in agosto" di Gabriel Garcia Marquez

"Ci vediamo in agosto" (Mondadori, a cura di Cristobal Pera, traduzione di Bruno Arpaia) è un romanzo inedito di uno degli scrittori più amati: il colombiano Gabriel Garcia Marquez, premio Nobel per la Letteratura nel 1982, scomparso dieci anni fa. Il romanzo, rimasto incompiuto, è una profonda riflessione sull'amore e sul desiderio che non hanno età.


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
Ci vediamo in agosto
Gabriel Garcia Marquez

Editore: Mondadori
Pagine: 120
Prezzo: € 17,50
Sinossi

Si sentì maliziosa, allegra, capace di tutto, e imbellita dalla mescolanza sacra della musica con il gin. Pensava che l’uomo del tavolo di fronte non l’avesse vista, però lo sorprese a osservarla quando lo guardò per la seconda volta. Lui arrossì. Lei sostenne il suo sguardo mentre lui controllava l’orologio da tasca con la catenina. Ogni anno, il 16 agosto, Ana Magdalena Bach – quasi cinquant’anni di età e una trentina scarsa di soddisfacente vita matrimoniale – raggiunge l’isola dei Caraibi dove è sepolta sua madre. Il traghetto, il taxi, un mazzo di gladioli e l’hotel: questo rituale esercita su di lei un irresistibile invito a trasformarsi – una volta all’anno - in un’altra donna, a esplorare la propria sensualità e a sondare la paura che silenziosa cova nel suo cuore. Lo stile inconfondibile di Márquez risplende in Ci vediamo in agosto, romanzo musicalissimo di variazioni sul tema che è nello stesso tempo un inno alla libertà, un omaggio alla femminilità, una riflessione sul mistero dell’amore e dei rimpianti.





Lei respirò. Aveva sognato ora dopo ora quel nuovo sedici agosto, e la lezione non ammetteva dubbi: era assurdo aspettare un anno intero per sottomettere il resto della vita alla casualità di una notte. Stabilì che la sua prima avventura gliela aveva messa a portata di mano un caso fortunato, però l'aveva scelta lei, mentre nella seconda era stata scelta.

Ana Magdalena Bach è una donna tranquilla, felicemente sposata, che vive nella routine, "il proprio profumo amaro".

La donna da ventisette anni era unita in un affiatato matrimonio con un uomo che amava e che l'amava, e con il quale si era sposata senza finire la facoltà di Arti e Lettere, ancora vergine e senza fidanzamenti precedenti.

Ma ogni anno, il 16 agosto, va nell'isola dei Caraibi in cui è sepolta sua madre e lì si trasforma in una donna diversa da quella che è nel resto dell'anno. Per una notte Ana si sente desiderabile e libera di desiderare. Ogni anno il rituale si ripete: il traghetto, il taxi, lo stesso albergo, un mazzo di gladioli da portare sulla tomba della madre. La sera diventa, per Ana, il tempo della trasformazione in vista di una notte per esplorare la propria sensualità e per sondare la paura che silenziosa cova nel suo cuore. Ogni anno un amante diverso, un'avventura rigeneratrice, una sfida al destino.

Si sentì maliziosa, allegra, capace di tutto, e imbellita dalla mescolanza sacra della musica con il gin. Pensava che l'uomo del tavolo di fronte non l'avesse vista, però lo sorprese a osservarla quando lo guardò per la seconda volta. Lui arrossì. Lei sostenne il suo sguardo mentre lui controllava l'orologio da tasca con catenina.

"Ci vediamo in agosto" è un racconto lungo pubblicato per volere dei figli dello scrittore, che aveva chiesto di non farlo. "Con un atto di tradimento, abbiamo deciso di anteporre il piacere dei suoi lettori a tutte le altre considerazioni. Se loro lo apprezzeranno, è possibile che Gabo ci perdoni. Noi ci contiamo."

L'autore l'ha scritto mentre combatteva con la perdita della memoria. Infatti Garcia Marquez aveva seri problemi cognitivi che cancellavano i suoi ricordi, i pensieri e il significato delle parole. Diceva Marquez: "La memoria è allo stesso tempo la mia materia prima e il mio strumento. Senza di lei non c'è nulla."

Ana Magdalena Bach nasce da uno sforzo creativo, è un'ombra che diventa corpo e conquista la nostra attenzione con il suo pellegrinaggio annuale alla tomba della madre. Dalla cima del cimitero si ammira la vista del mondo ed è qui che Ana si sente vicina alla madre, le parla e le confida ogni cosa "in quell'unico luogo solitario dove non poteva sentirsi sola."

La sera, nel bar dell'albergo, avviene la trasformazione: la donna tranquilla diventa audace, indipendente, trasgressiva.

La mattina dopo Ana riprende il traghetto per tornare a casa celando nel suo cuore un cambiamento che non la lascerà più. Le farà compagnia nell'attesa della prossima estate, del nuovo viaggio, del nuovo uomo, della nuova sé che non deve nascondere i suoi desideri. Ana è vissuta immersa nella sua felicità convenzionale, ora riemerge liberando quella parte di sé che si nascondeva ai suoi occhi. Vuol sentirsi ancora desiderabile, vuol provare i fremiti del desiderio e della paura, della speranza e della vulnerabilità, nell'eterno gioco della seduzione.

Con le prime canicole di luglio le cominciò in petto un fremito di farfalle che non le avrebbe dato tregua finchè non fosse tornata sull'isola. Fu un mese lungo, allungato ancor di più dall'incertezza.

Ogni agosto, per una notte, lei cancella marito e figli, apre a un nuovo rituale: conquistare uno sconosciuto per poi abbandonarlo all'alba. Questo è per lei libertà, libertà di essere se stessa, libertà di non dover reprimere nulla, libertà. Ma in questa libertà Ana è malinconicamente sola con i suoi sogni e i suoi rimpianti. Eppure c'è un uomo  che la umilierà e ciò diventerà per la donna la sua segreta ossessione. Lascio a voi il piacere di scoprire cosa succede durante queste "seduzioni".

"Ci vediamo in agosto" è una fuga dalla realtà, un tocco fugace di umanità, l'esplorazione della sensualità che sfida il trascorrere del tempo, è desiderio e seduzione unite al brivido della trasgressione. I temi di Garcia Marquez sono tutti presenti: la solitudine, il trascorrere del tempo, l'amore e le sue difficoltà, il destino, la musica, la prostituzione. Il finale, se così possiamo chiamarlo, vede Ana compiere un'azione su cui, noi lettori, dobbiamo riflettere per interpretarla secondo il nostro sentire.

Leggere "Ci vediamo in agosto" è stata una bella emozione, in poche pagine ho ritrovato, seppur non fulgente, il suo linguaggio poetico, lo stile accattivante, le ambientazioni. Il genio di Garcia Marquez si intravede anche tra la nebbia della sua malattia. Si percepisce chiaramente ciò che l'autore voleva trasmettere: l'amore e la passione non hanno età.

Gabriel Garcia Marquez è scomparso il 17 aprile 2014 ma ha conquistato, grazie ai suoi scritti, l'immortalità. "Cent'anni di solitudine" e "L'amore ai tempi del colera" sono i fratelli maggiori del romanzo minore e imperfetto "Ci vediamo in agosto", una gran bella famiglia!

martedì 7 marzo 2023

RECENSIONE | "Hide" di Kiersten White

“Hide” di Kiersten White, scrittrice americana autrice di libri di successo e vincitrice del Bram Stoker Award, è un romanzo horror pubblicato da Mondadori, traduzione di Aurelia Di Meo, nella collana Fantastica. La storia narra di una gara a nascondino che si trasformerà in una competizione mortale.

La sfida consiste nel trascorrere un’intera settimana a giocare a nascondino, dal sorgere del sole al tramonto, in un parco divertimenti abbandonato da decenni e fare di tutto per non essere presi (da chi non è dato saperlo).

STILE: 7 | STORIA: 8 | COVER: 8
Hide
Kiersten White

Editore: Mondadori
Pagine: 216
Prezzo: € 20,90
Sinossi

La sfida: trascorrere un'intera settimana a giocare a nascondino, dal sorgere del sole al tramonto, in un parco divertimenti abbandonato da decenni e fare di tutto per non essere presi (da chi non è dato saperlo). Il premio: denaro a sufficienza per rivoluzionare completamente la propria vita. Anche se gli altri concorrenti sono determinati a vincere – per ritagliarsi un futuro da sogno o sfuggire a un passato che li perseguita –, Mack è sicura di poterli battere tutti. In fondo, ciò che deve fare è nascondersi e lei, fin da bambina, non fa altro. Anzi, è proprio questa la ragione per cui è ancora viva mentre la sua intera famiglia è morta. Ma, quando capisce che l'eliminazione dei concorrenti nasconde qualcosa di sospetto, Mack comprende che il gioco è molto più sinistro di quanto potesse immaginare e che per sopravvivere sarà necessario unire le forze...



L’autobus procede a scossoni nella galleria buia della notte portando con sé quattordici sognatori disperati soli contro il mondo.

Sette giorni per cambiare la propria vita con un premio in denaro sufficiente a rivoluzionare ogni cosa. Anche se gli altri concorrenti sono determinati a vincere – per ritagliarsi un futuro da sogno o sfuggire a un passato che li perseguita –, Mack è sicura di poterli battere tutti. In fondo, ciò che deve fare è nascondersi e lei, fin da bambina, non fa altro. Anzi, è proprio questa la ragione per cui è ancora viva mentre la sua intera famiglia è stata sterminata dalla furia omicida del padre. Ma, quando capisce che l’eliminazione dei concorrenti nasconde qualcosa di sospetto, Mack comprende che il gioco è molto più sinistro di quanto potesse immaginare e che per sopravvivere sarà necessario unire le forze. 

Se tutto il mondo intero è un inferno e la malvagità li assedia, cosa possono fare se non aiutarsi a vicenda?

Una composita umanità di anime inquiete, che si dividono in due gruppi, partecipa alla sfida. Al primo gruppo appartengono coloro che hanno delle aspirazioni: una fitness model per i social media, uno street artist, la conduttrice di un programma di candid camera su YouTube, uno sviluppatore di app/house sitter, una designer di gioielli/dog sitter, un arrogante istruttore di CrossFit, un’attrice con gravi allergie alimentari. Del secondo gruppo fanno parte coloro che hanno un blocco: uno scrittore con una grave allergia alla gente, un ragazzino esiliato e smarrito, un addetto alla stazione di servizio, una reduce di guerra, un rappresentante di pannelli solari, un’eterna stagista. E poi c’è Mack, che non è nessuno e vuole continuarlo ad essere. 

Tutti vogliono vincere. 

Sono 14 i partecipanti, ognuno è determinato a vincere, per dare una possibilità ai propri sogni, per riscattarsi dopo i fallimenti di una vita. Sono i benvenuti nel Parco delle Meraviglie. Il Parco, inaugurato nel 1953, è rimasto vuoto per molti anni in seguito all’omicidio di una bambina di cinque anni. Isolato e fatiscente, il parco è lo scenario perfetto per un gioco mortale. Quattordici sacrifici umani basteranno per placare l’ambigua presenza che si aggira tra giostre, montagne russe e ruote panoramiche? 

“Hide” sicuramente non è il tipo di horror che mi aspettavo, non è un angoscioso incubo dai colori cruenti, ma un interessante horror sociale. Il romanzo non ha suscitato in me emozioni di ribrezzo e di raccapriccio in seguito agli eventi cruenti che pur avvengono all’interno del parco. Tutte le sensazioni forti che ho provato sono nate dall’incontro con demoni in carne e ossa che, pur di mantenere i propri privilegi sociali, sono pronti a tutto. Il tessuto sociale del romanzo è composto da varia umanità e i concorrenti rappresentano le fragilità umane, le difficoltà dell’esistenza, le scelte fatte per amore e il rispetto dell’amicizia. L’orrore nasce come paura di non farcela, come paura della morte, come paura del futuro, come disagio sociale. I concorrenti sono pedine in un gioco al massacro e l’horror è tutto in questa scelta di ruoli che sono caratterizzati dalla forza della memoria, dai traumi infantili, dai sensi di colpa, dalla grettezza umana che si nasconde dietro a fragili maschere. Gli istinti primordiali, presenti in ogni natura umana, si manifestano in breve tempo e agli orrori soprannaturali, si sostituiscono orrori reali che si nutrono delle ossessioni della psiche umana. L’ossessione dell’apparire, del potere, della superiorità sociale sono mostri che assumono altre forme. Nessun fantasma, nessun vampiro, nessuno zombie, troverete però l’ombra poco rasserenante di una figura mitica che vi ricorderà il Minotauro. Anzi l’orrore nasce da un patto maledetto di prosperità e di protezione che fa da specchio alla psicologia dei personaggi, alle loro situazioni famigliari e sociali sottilmente inquietanti. 

“Hide” è una storia ancor più terrificante perché è nel quotidiano, nella vita dei partecipante che si nasconde una concezione della paura molto più sottile. Continuare a vivere può essere, a volte, più difficile che morire. I mostri sono il cancro della nostra società: razzismo, violenza, abusi domestici, disturbo da stress post-traumatico, ricerca di un lavoro, avidità, potere, denaro, privilegi e superiorità sociale, emarginazione, solitudine, i social e la voglia di apparire. 

Tutti fingono che le cose vadano bene anche quando la realtà grida il contrario perché hanno troppa paura di guardare in faccia l’orrore, ciò che non va, hanno paura di affrontare la verità in tutta la sua gloria sconvolgente. Come bambini che giocano a nascondino. Se non vedono il mostro, il mostro non può scoprirli. E invece li trova. Li trova sempre. E, mentre chi si nasconde tiene gli occhi chiusi, il mostro divora tutti gli altri.

Di “Hide” ho molto apprezzato l’ambientazione. Varcare il cancello del parco giochi è stato inquietante, sorprendente, implacabile. È come un canto di sirena che ti attira in un gioco diabolico e trasforma il mito in realtà. Il parco è in stato di totale abbandono e offre molti posti in cui i giocatori possono nascondersi. Nel declino del mondo reale si specchia anche il declino della moralità di alcuni personaggi. Non sarà possibile tracciare una linea che divida in modo netto i cattivi dai buoni. I cattivi, però, nell’occulto trovano la loro piena realizzazione e la loro crudeltà si proietta nella società. È horror la crudeltà del mondo. È horror leggere di genitori che uccidono i figli. È horror la guerra che distrugge. Horror che si nutre della gioventù, della speranza e dei sogni sacrificati sull’altare dell’umanità. Altare circondato da alte mura nascoste dalla vegetazione che si riprende i suoi spazi all’interno del parco giochi dove l’eco di un mostro invisibile incute ancor più terrore perché foriero di una caccia in cui si è preda e cacciatore. 

“Hide” è una storia oscura dal sapore amaro, labirintica, intrisa di sangue e horror. È una sorta di bilancia esistenziale, un modo per sfidare le leggi che regolano la vita della società. I mostri sono davvero lontani da noi? 

Con una scrittura precisa e affilata come un bisturi, l’autrice incide ed esplora la personalità dei partecipanti, mi permetto di osservare che quattordici candidati al premio sono un po’ troppi perché si crea confusione nel ricordarli tutti, che nel giocare a “nascondino” vedono una via di fuga apparente che cela una voglia di cambiamento. Andranno incontro a violenze, sia fisiche che psicologiche, coinvolti in un disegno orribile in cui l’uomo forte pratica “una selezione” che di naturale non ha nulla. Il finale vi troverà del tutto impreparati. 

Quindi, cari concorrenti, che il gioco abbia inizio.

martedì 12 aprile 2022

RECENSIONE | "Quattro stagioni per vivere" di Mauro Corona

Con “Quattro stagioni per vivere” (edito da Mondadori), Mauro Corona torna in libreria e ci porta per l’ennesima volta in montagna, a respirare l’odore e il mistero dei boschi. Ci porta a conoscere persone semplici e grandi allo stesso tempo come Osvaldo che parte a caccia di camosci per soddisfare un desiderio della mamma gravemente malata. Lo scrittore di Erto narra una storia di cambiamento, di redenzione, di un uomo che si rende conto di aver perso tempo a essere vendicativo: la fuga disperata diventa una rinascita, un ritorno alla natura per capire chi è realmente.


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 8
Quattro stagioni per vivere
Mauro Corona

Editore: Mondadori
Pagine: 288
Prezzo: € 19,50
Sinossi

Per sostentare la madre malata, Osvaldo ha bisogno di carne, e parte a caccia di camosci. Si prepara a passare parecchio tempo nel freddo del bosco, quando si imbatte in quello che sembra un enorme colpo di fortuna. Un camoscio appena ucciso, e sepolto nella neve dai cacciatori, che verranno a riprenderselo. Osvaldo cede alla tentazione, e prende il camoscio. Non ci vorrà molto perché i legittimi proprietari, i gemelli Legnole, due brutte persone, di corpo e di anima, e per di più stupide, vengano a sapere chi ha rubato il loro camoscio. E decidono che il colpevole dovrà pagare con la morte. Inizia così per Osvaldo un anno di vita in mezzo ai boschi e alle montagne, tra agguati, pedinamenti, rischi mortali, in fuga dalla ottusa follia dei gemelli, fino al sorprendente finale.


Un piccolo paese di montagna, un camoscio rubato per fame, una fuga solitaria lunga un anno.

Fu per lei, per la mia mamma, che rubai il camoscio ai fratelli Legnole. Era malata, stava per morire. Io non sapevo che stava per morire. Lo seppi quando morì. Pensavo se la cavasse, era sempre stata forte. Un giorno sospirò che desiderava una scodella di brodo. <<Accoppo il gallo>> dissi prontamente. <<Camoscio, brodo di camoscio>> sospirò.

Per esaudire il desiderio della madre morente, un brodo di camoscio, Osvaldo ha bisogno di carne e parte a caccia di camosci. Si prepara a passare molto tempo nel bosco, quando vede un camoscio appena ucciso e sepolto nella neve dai cacciatori, che verranno a riprenderselo. Osvaldo cede alla tentazione e prende il camoscio. Non ci vorrà molto perché i due legittimi proprietari, i gemelli Legnole, due brutte persone, di corpo e di anima, e per di più stupide, vengano a sapere chi ha rubato il loro camoscio. E decidono che il colpevole dovrà pagare con la propria vita l’oltraggio che hanno subito. Inizia così per Osvaldo un anno di vita in mezzo ai boschi e alle montagne, tra agguati, pedinamenti, rischi mortali, in fuga dalla ottusa follia dei gemelli, fino al sorprendente finale.

Quel silenzio totale, ibernato di gelo e solitudine, non mi impressionava più come all’inizio della fuga. Ormai facevo parte della natura e lei di me. Ero diventato, o stavo per diventare, gufo, camoscio, martora, cervo, vento, neve.

“Quattro stagioni per vivere” è un romanzo travolgente, una tavolozza di colori, un susseguirsi di suoni e di scoperte. È lo scorrere delle stagioni, è la lotta per sopravvivere, è inseguimento e trappole, è un mosaico di paesaggi e colori: il bianco della neve, il rosso dell’autunno, il verde della primavera, il giallo dell’estate. Osvaldo con il suo fidato setter Papo, anche se in fuga, anche se braccato, anche se affamato, sarà felice in mezzo ai suoi boschi. Per lui le uniche leggi e autorità riconosciute sono quelle della natura, che è in egual misura madre e matrigna. Lassù, in montagna, per arrivare alla fine dell’inverno Osvaldo dovrà ascoltare la natura e cogliere i suoi insegnamenti. Accendere il fuoco con le mani, cacciare solo per nutrirsi, riconoscere le erbe che guariscono. Nelle difficoltà, si sa, si apprezza di più ogni piccola cosa.

Mi ero reso conto che mi mancava l’aria aperta, i boschi scheletrici, l’inverno, le notti interminabili al tepore del fuoco dentro una spelonca. E l’inquietante silenzio della montagna, solo ogni tanto rotto da grida di animali disperati o dai rantoli tribolati di uccelli notturni. Mi mancava tutto questo. E, seppur duole confessarlo, dovevo ai Legnole, alla loro ottusa ferocia, alla brutale ignoranza la scoperta di una vita nuova.

“Quattro stagioni per vivere” è un romanzo, splendida la cover realizzata da Matteo Corona figlio di Mauro, che emoziona, a tratti spaventa, insegna e porta a riflettere sul rapporto tra uomo e natura, sui  reali desideri degli uomini che spesso si scontrano con i fallimenti, le solitudini, le tristezze.

Mauro Corona ci prende per mano e ci guida tra i misteri della montagna: libertà, silenzio, memoria, fatica, amicizia, dolore e morte. La storia principale, sembra l’inizio di una favola, non vi recherà mai noia anzi prenderà sempre più vigore alimentata da narrazioni secondarie che vi faranno conoscere il mondo del protagonista, i suoi amici e le sue esperienze. I gemelli Legnole daranno vita a una crudele caccia all’uomo, sono il lato oscuro di una vita senza pietà a cui si contrappone la luce dell’amicizia tra un uomo e il suo fedele cane. Papo, il terranova di Osvaldo, ha un ruolo importante: aiuta il suo padrone a sopravvivere sulle montagne, fiuta da lontano i due gemelli che escogitano sempre nuove mosse per vendicarsi, fa da guida a Osvaldo verso una nuova vita. Le caverne di Bosconero diventano la loro dimora, condividono un affetto reciproco, momenti di rabbia e di paura, condividono il cibo e la dura quotidianità. Osvaldo stacca i ghiaccioli delle cascate congelate per bere acqua pura, accende il fuoco per sfuggire al freddo e aspettare il disgelo in primavera.

“Quattro stagioni per vivere” è un inno alla natura selvaggia, una storia ancestrale che ha il potere di spogliare l’uomo da tutti gli insegnamenti che lo hanno condizionato, per liberare il vero se stesso. Con magia antica le parole si trasformano in poesia, il tempo fluisce, ora lieve, ora burrascoso, con luci e ombre che disegnano un mondo selvaggio ma inebriante. Un mondo in cui è palpabile la fatica dell’avventurarsi in montagna, il piacere dell’essere a contatto con la natura, la sfida con se stessi, l’incertezza delle situazioni, la solitudine che ti fa considerare amici proprio quegli animali che prima cacciavi. È come procedere lungo un percorso che parte da un piccolo paese e sale su per le montagne per poi ritornare al punto di partenza. È come un cerchio della vita che ti accoglie, testa i tuoi limiti, ti fa comprendere ciò che realmente è importante e libera dalle sovrastrutture che la società impone. Osvaldo, e noi con lui, riflette sull’eterna beffa del destino:

È solo quando perdiamo le persone, o rischiamo di perderle, che ci accorgiamo di quanto erano importanti per noi.

Se pensate che un uomo e un cane non possano reggere un’intera storia, vi dico subito che siete in errore. Mauro Corona narra, infatti, una fuga tra le montagne che, vi assicuro, non annoia ma crea una partecipazione empatica coinvolgente. Si percepisce la voglia, direi quasi la necessità, dell’autore di narrare una storia con uno stile personale. Vivrete avventure che vi porteranno a sfidare le vette, sarete a contatto con la maestosità della natura e la cattiveria degli uomini. Corona narra di sconfitte, vendette, fragilità e pace interiore, lealtà e sogno. Un vortice incantevole vi catturerà tra le melodie dei boschi e la poesia elle parole narrandovi di un mondo diverso, semplice e affascinante, dove cercare noi stessi e sconfiggere le nostre paure. Bene, se siete pronti è ora di partire per questa nuova, indimenticabile, avventura.

giovedì 16 settembre 2021

RECENSIONE | "I guardiani del faro" di Emma Stonex

Ispirato da eventi reali, nel 1900 tre guardiani sparirono da un faro sull’isola di Eilean Mòr (Ebridi, Scozia), “I guardiani del faro” di Emma Stonex (Mondadori),  è la storia di un mistero, è una storia di isolamento e ossessione, è una storia di realtà e illusioni, è una storia di amore e dolore, che esplora il modo in cui le nostre paure offuscano il confine tra il reale e l’immaginario.


STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 7
I guardiani del faro
Emma Stonex

Editore: Mondadori
Pagine: 330
Prezzo: € 19,00
Sinossi

Cornovaglia, Inghilterra, fine dell'anno 1972. Una barca approda al faro dello Scoglio della Fanciulla, un isolotto remoto a miglia di distanza dalla costa, per dare il cambio ai custodi. Il primo guardiano Arthur Black, il primo assistente William "Bill" Walker e il secondo assistente Vincent Bourne sono svaniti nel nulla. La porta d'ingresso del faro è chiusa dall'interno. Gli orologi in soggiorno e in cucina sono fermi alle 8,45. La tavola è preparata per un pasto che non è mai stato consumato. E la torre è vuota. Il registro meteorologico del capo dei guardiani descrive una tempesta che infuria intorno all'isola, ma il cielo è stato sereno per tutta la settimana. Cos'è successo ai tre uomini? Il mare agitato sussurra i loro nomi. La marea si muove, annegando i fantasmi. E fuori dalle onde, come un dito di luce, la torre graffiata dal sale si erge solitaria e magnifica. I loro segreti potranno mai essere recuperati dalle onde? Vent'anni dopo, le donne dei tre guardiani stanno ancora cercando di andare avanti, anche se senza risposte. Helen, Jenny e Michelle avrebbero dovuto essere unite dalla tragedia comune, che invece le ha separate. Fino a quando, un giorno, uno scrittore le contatta: vuole scrivere un libro su quel mistero irrisolto e dare loro la possibilità di raccontare la propria versione della storia. Ma solo affrontando le paure più oscure di tutti i protagonisti della vicenda la verità può iniziare a emergere. Attraverso i racconti delle tre donne e le ultime settimane degli uomini al faro, i segreti a lungo custoditi vengono alla luce e le verità si trasformano in bugie mentre il giovane scrittore cerca di capire cosa è successo, perché e a chi credere.


Dicono che non sapremo mai cos’è successo a quegli uomini. Dicono che il mare mantiene i suoi segreti.

Cornovaglia, Inghilterra, fine dell’anno 1972. Una barca approda al faro dello Scoglio della Fanciulla, un isolotto perduto a miglia di distanza dalla costa, per dare il cambio ai custodi. Il primo guardiano Arthur Black, il primo assistente William “Bill” Walker e il secondo assistente Vincent Bourne sono svaniti nel nulla. La porta d’ingresso del faro è chiusa dall’interno. Gli orologi sono fermi alle 8,45. La tavola è apparecchiata per un pasto che non è mai stato consumato. La torre è vuota e il registro meteorologico del capo dei guardiani descrive una tempesta che infuria intorno all’isola, ma il cielo è stato sereno per tutta la settimana. Cos’è successo ai tre uomini? Il mare agitato sussurra i loro nomi. La marea si muove annegando i fantasmi. I loro segreti potranno mai essere recuperati dalle onde?

Vent’anni dopo uno scrittore torna sul posto per risolvere il mistero e chiede aiuto alle donne dei tre guardiani. Helen, Jenny e Michelle hanno reagito in modo diverso alla tragedia comune.

Helen, la moglie del capo guardiano Arthur, orgogliosa e pragmatica, se ne è fatta una ragione ed è decisa ad andare avanti. Per lei è stata un’onda anomala a portarsi via i guardiani.

In tutto questo tempo ho capito che esistono due tipi di persone. Quelle che quando sentono uno scricchiolio in una casa isolata e buia chiudono le finestre perché dev’essere stato il vento. E quelle che quando sentono uno scricchiolio in una casa isolata e buia, accendono una candela e vanno a dare un’occhiata.

Jenny, nervosa e depressa moglie di Bill, trascina con sé il peso della scomparsa e i segreti fallimenti del suo matrimonio. Beve molto ed è convinta che un giorno suo marito, sparito per magia, possa tornerà da lei nello stesso modo. Lei pensa che lo Scoglio della Fanciulla sia lì, in mezzo al mare, isolato, come una pecora distante dal gregge. Una preda facile. Chi è il lupo? Per Jenny il faro è come una rivale che teneva lontano da lei il marito.

Michelle, compagna di Vince, si è rifatta una vita con un altro uomo. Tuttavia vive nel ricordo della grande storia d’amore della sua vita, finita troppo presto.

La scomparsa dei mariti e fidanzati le ha allontanate e le donne vivono chiuse nel loro dolore decise a difendere a oltranza segreti inconfessabili.

Attraverso i racconti delle tre protagoniste e le ultime settimane degli uomini al faro, i segreti a lungo custoditi vengono alla luce ma è sempre più difficile capire cosa sia realtà e cosa sia frutto di menzogne. A chi credere? Tutte difendono la reputazione dei loro mariti e nascondono nei loro cuori ciò che nessuno dovrà mai scoprire.

“I guardiani del faro” non è solo la storia di tre donne che affrontano la tragedia in modo diverso, non è solo la storia di uno scrittore deciso a scoprire la verità, è soprattutto la storia di Arthur, Bill e Vincent, prima della loro scomparsa. Tre uomini diversi per età, esperienze, passioni. Tre uomini che vivono per lunghi periodi in isolamento. Il faro è la loro casa in mezzo al mare, circondato da onde ora placide ora tempestose, proietta la sua luce come guida per i marinai durante la navigazione notturna. Il mare diventa il confidente dei guardiani che si specchiano nelle acque profonde con un senso di smarrimento alla ricerca di una pace che non c’è.

Arthur, orgoglioso dei suoi trent’anni di servizio, ama il mare, e appena giunge sulla terraferma già sente la nostalgia di quella voce che parla alla sua anima. Bill odia il mare, lui non ha potuto scegliere cosa fare da grande. Proviene da generazioni di guardiani del faro e il suo destino era già scritto. Per Vincent, un tipo solitario, il mare è un’opportunità di redenzione dopo aver commesso molti errori.

“I guardiani del faro” è un romanzo che dà vita agli incubi neri dei tre uomini, è un cammino in salita per riannodare il filo del “prima” al “dopo”, è un mistero a porte chiuse, una storia suggestiva, un’indagine psicologica. Tra le nebbie, il mare testimone, s’intravede un mondo che appare e scompare, un mondo alimentato dalla repressione, dai sensi di colpa, dalle bugie. I peggiori timori diventano tangibili, se allunghi la mano puoi toccarli, ti sfiorano mentre dormi, si nutrono dei tuoi pensieri. I fari avvertono del pericolo i naviganti, ma chi protegge i guardiani dalla solitudine, dal desiderio di essere amati anche se imperfetti, dalla paura di perdere ciò che di più caro hanno al mondo? Le menzogne costruiscono un muro, giorno dopo giorno, tra loro e le persone che amano. Occorre, però, essere sinceri anche con sé stessi prima che i rimpianti possano cancellare le loro orme sul terreno.

“I guardiani del faro” è un romanzo fatto di quotidianità, coinvolgenti le pagine che narrano la vita all’interno del faro, che vede i tre guardiani cucinare, lavare, preparare innumerevoli tazze di thé, occuparsi della lanterna del faro, lucidare, usare la pistola antinebbia, dormire in cuccette che seguono la curva del muro, avere pochissimo spazio per sé. Ed è bellissimo, credetemi, entrare in quel mondo, toccare con mano il fascino del faro, percepire presenze che si confondono nei venti feroci, nella pioggia martellante, nei riflessi oscuri delle acque fredde. Ci si sente subito coinvolti, il mare selvaggio è come una sirena che attira e ammalia, e si percepisce un imminente senso di sventura e presagio. Il faro, complice di oscuri segreti, è l’unico testimone degli eventi e assiste ai tentativi dei tre guardiani di sfuggire a una realtà asfissiante. Maestoso, superbo, irremovibile, diventa il portale per entrare in un’altra dimensione dove si respira un’atmosfera gotica che inebria e travolge.

“I guardiani del faro” è un libro oscuro che cattura il lettore man mano che la verità si svela. Non tutto è però pura realtà e fredda ragione. Nel faro, luogo segreto in cui i tre uomini quasi si nascondono dalle loro famiglie, i protagonisti sembrano trovare consolazione alle brutture della vita.

Niente sopravviveva. Niente era permanente. Tutto si perdeva negli abissi.

Ed eccola la tempesta della vita scatenarsi.

La tempesta peggiorò. Le onde sempre più alte erano imbiancate di schiuma. Il vento infuriava e ululava. I tuoni rimbombavano per tutta la volta lampeggiante del cielo. Le onde crollavano, le creste si frangevano, gli schizzi esplodevano sulla superficie caotica dell’acqua. Lampi di luce spezzavano il turbinio delle tenebre, il nero del mare, il nero del cielo, l’oceano che si gonfiava e sbavava.

Ora chiudete gli occhi, immaginate di essere in cima al faro, lasciatevi travolgere dai rumori cupi della tempesta. Poi, pian piano, aprite gli occhi ed ecco lì davanti a voi comparire una barchetta in pericolo. Piccola. Di legno. Con la vela strappata. Una barchetta a remi, sollevata e sbattuta di qua e di là dalle onde. Nella barchetta una testolina fa capolino e un braccino si alza per salutare. Lo vedete. Sì, lo vedete. Sono le otto e tre quarti. È l’ora della scelta: vivere ma essere morti dentro o morire e finalmente poter risalire su quella barchetta. Piccola. Di legno. Con la vela strappata.

lunedì 26 aprile 2021

RECENSIONE | "Benedetto sia il padre" di Rosa Ventrella

“Benedetto sia il padre” (Mondadori) di Rosa Ventrella, scrittrice de “La malalegna” (Mondadori) e di “Storia di una famiglia perbene” (Newton Compton Editore), è un romanzo che vi porterà in un vortice di emozioni perché racconta una storia coraggiosa che narra il lungo e arduo percorso per arrivare a maturare la capacità di perdonare e rinascere a nuova vita. La protagonista si chiama Rosa, ma non coincide del tutto con la Rosa che scrive, ed è la voce narrante di un romanzo in cui realtà e interiorità si confondono, spostando i confini tracciati da una linea in cui l’amore e la paura prevalgono, a tratti, l’uno sull’altra. È la storia di una famiglia in cui la violenza è la misura della quotidianità. Il padre-padrone era detto “Faccia d’angelo” perché era bellissimo e invece era un diavolo che con gli occhi ti poteva incenerire, con uno schiaffo pietrificare. Uomo perfetto agli occhi degli estranei, anima nera nei confronti della moglie e dei figli. Per lui il rispetto passava attraverso l’autorità e la violenza.

Papà si chiamava Giuseppe. Un padre bellissimo, di una bellezza rara a trovarsi dalle mie parti. Una bellezza che non si piegava ad alcun altruismo e a nessuna indulgenza. Amabile e irresistibile, come solo le cose malvagie sanno essere.


STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 7
Benedetto sia il padre
Rosa Ventrella

Editore: Mondadori
Prezzo: € 18,00
Pagine: 240
Sinossi

Quanto di quel che abbiamo vissuto da bambini ci rimane attaccato alla pelle? Ci si può salvare dal male che abbiamo respirato crescendo? Rosa è nata nel quartiere San Nicola, il più antico e malfamato di Bari, un affollarsi di case bianche solcate da vichi stretti che corrono verso il mare, un posto dove la violenza "ti veniva cucita addosso non appena venivi al mondo". E a insegnarla a lei e ai suoi fratelli è stato il padre, soprannominato da tutti Faccia d'angelo per la finezza dei lineamenti, il portamento elegante e i denti bianchissimi; tanto quanto nera – " 'gniera gniera' come un pozzo profondo" – aveva l'anima. Faccia d'angelo ha riversato sui figli e soprattutto sulla moglie – una donna orgogliosa ma fragilissima, consumata dall'amore e dal desiderio che la tenevano legata a lui – la sua furia cieca, l'altalena dei suoi umori, tutte le sue menzogne e tradimenti. Ma Rosa è convinta di essersi salvata: ha incontrato Marco, ha creduto di riconoscere in lui un profugo come lei, è fuggita a Roma con lui, ha persino storpiato il proprio nome. Oggi, però, mentre il suo matrimonio sta naufragando, riceve la telefonata più difficile, quella davanti alla quale non può più sottrarsi alla memoria. Ed è costretta ad affrontare il viaggio a ritroso, verso la sua terra e la sua adolescenza, alla ricerca delle radici dell'odio per il padre ma anche di quelle del desiderio, scoperto attraverso l'amicizia proibita con una prostituta e l'attrazione segreta per un uomo più grande. E, ancora, alla ricerca del coraggio per liberarsi finalmente da un'eredità oscura e difficilissima da estirpare. Rosa Ventrella ha scritto un romanzo coraggioso, animato dalla volontà di smascherare la violenza che affonda le sue radici, dure e nodose come quelle degli olivi, nella storia di tante famiglie. Ma, con la sua lingua capace di dolcezza e ferocia, ha saputo mettere in scena a ogni pagina l'istinto vitale, la capacità di perdonare e rinascere.


Si può amare e odiare tutto in una volta? Si può sperare che chi amiamo scompaia, si disintegri come il pulviscolo nell’alone di luce, muoia? Perché certe volte volevo che mio padre scomparisse, che morisse. Ero brutta anche in questo forse. Brutto il mio cuore. Nero e catramoso.

Rosa è nata nel quartiere San Nicola, il più antico e malfamato di Bari vecchia, dove le case sono unite tra loro e i vichi stretti corrono verso il mare. È un luogo dove la violenza dilaga fuori e dentro le case. Ottimo maestro di violenza è “Faccia d’angelo”, il papà di Rosa, che ha riversato sui figli e sulla moglie – donna orgogliosa ma fragile, consumata dall’amore e dal desiderio che la tenevano legata a lui – la sua furia cieca, le sue menzogne e tradimenti. Quando Rosa incontra Marco, vede in lui la salvezza da quella vita infernale. Il matrimonio è il lasciapassare per ricominciare lontano dai vicoli di Bari, lontano dalla bambina che era stata, dalle mazzate, dalla rabbia. I due ragazzi si trasferiscono a Roma ma le cose non vanno come sperato. Il vero volto di Marco non tarderà a mostrarsi.

Si può essere felici con un marito ingombrante, autoritario, faticoso e insieme fragile? Si poteva essere felici con un padre che esigeva a ogni costo che le nostre vite ruotassero intorno alla sua?

Proprio mentre il suo matrimonio sta naufragando, Rosa riceve una telefonata che la porterà a intraprendere un viaggio a ritroso verso la sua terra e la sua adolescenza. Nella sua terra natia la giovane donna dovrà affrontare il suo passato alla ricerca del coraggio per liberarsi finalmente dalla sua oscura eredità.

Ai vecchi si perdona tutto, vero? E invece no, papà, io non ti perdono. Caccio indietro i sensi di colpa per non essere stata vicino a mia madre in tutti questi anni e lascio che si acquattino acidi nella gola. Sono certa che arriverà il giorno in cui sconterò anche questa, insieme alle altre colpe che mi sento addosso. Una su tutte, l’idea che mia figlia abbia vissuto quello che ha marchiato anche me, la mia infanzia incompiuta, la violenza riflessa. Come si salva un figlio dalle radici marce che ci sono cresciute tutt’intorno?

La scrittrice ha definito il suo romanzo “un viaggio d’amore e riconciliazione”.  Fin dalla prima pagina, mi sono sentita coinvolta in questa storia dura, a tratti feroce, che però cela un messaggio di riconciliazione. Tutti noi abbiamo un passato fatto di ricordi belli ma anche dolorosi. Crescendo Rosa non vede allentarsi la stretta emotiva che la lega al suo vissuto e il suo presente riflette gli errori del passato in un meccanismo di ripetizioni a spirale duro a morire. Rosa si porta dentro i fantasmi di una famiglia persa nella violenza, nel tacito subire, nel male che si annuncia come l’arrivo di una tempesta. La bambina di ieri, la donna di oggi, è cresciuta in questa oscurità. Forse, si arriva a pensare, il male è in noi e la violenza è in noi. Gli errori dei genitori ricadono sui figli e possono condizionare la loro vita da adulti. Sarà necessario attraversare la terra del dolore per approdare a una nuova consapevolezza di sé mentre si volge lo sguardo verso il futuro.

Che tu sia benedetto, papà, che tu sia maledetto. Benedetto sia il padre, dicevano durante le orazioni. Un grano, due grani, tre grani, li senti scorrere tra le dita e tutto si aggiusta, il mondo da rovesciato ritorna esatto.

La Rosa bambina è una figura spaventata e struggente, lei si sente come un burattino mosso dal volere degli altri. Il suo vero “io” è invisibile.

Negli ultimi tempi la mia inquietudine era aumentata. Fuori, ero una ragazzina di tredici anni con le gambe esili e dritte, un viso ovale e scuro e grandi occhi chiari. Dentro ero un’anima tormentata. Non ridevo mai e stavo sempre in silenzio. Avevo imparato che le parole erano inutili e ferivano le persone.

“Benedetto sia il padre” è una storia nera di violenza domestica, di dolore ma anche di rinascita. È uno tsunami emotivo che accompagna i ricordi di Rosa, anima viva e travolgente del romanzo. Bari vecchia, con il suo labirinto di viuzze acciottolate, le chiese e le edicole votive, il mare a cullarla, rappresenta un microcosmo nel capoluogo pugliese che offre scorci d’improvvisa bellezza. Tante le storie che sono passate per i vicoli del quartiere San Nicola dove la vita di ogni famiglia è sempre osservata da occhi curiosi e non si è mai soli. Un tempo quelli che infrangevano la legge ed erano diventati qualcuno, andavano rispettati. Erano i mariuoli al cui cospetto i vecchi levavano la bombetta e le donne chinavano la testa.

Anche Agata, la mamma di Rosa, chinava la testa davanti alla violenza del marito e nei suoi occhi portava i segni indelebili della sconfitta. I suoi figli erano spettatori silenziosi di quella bufera di rabbia che vedeva il padre infierire sulla loro mamma. Lei si lasciava castigare con rassegnazione mentre le parole e le mani del marito lasciavano segni indelebili sulla sua anima e sul suo corpo.

Una narrazione fluida e raffinata che travolge e coinvolge. Ho amato questo romanzo, le sue atmosfere, il suo finale spietato. Ogni personaggio cattura l’attenzione del lettore in una variegata sequela di caratteri, di scelte sbagliate, di desideri repressi, di vecchi legami e grandi cambiamenti. Si parla di donne e uomini che vivono in una terra senza tempo, in un rione fatto di soprusi ricevuti e inferti.

“Benedetto sia il padre” è il primo romanzo di Rosa Ventrella che leggo. Questo libro mi ha emozionata. Veramente bella la descrizione di Bari vecchia vista attraverso gli occhi di una bambina e il tema della violenza domestica è trattato con molta sensibilità. Dalle parole dell’autrice si percepisce il clima di malessere e le difficoltà che i protagonisti devono affrontare. Ed ecco far capolino i consigli dei vicini, i riti delle masciare, le abitudini di un quartiere dove solo chi è nato lì viene sentito parte integrante della comunità.

Nelle vene della protagonista scorre l’odio, nella sua mente i rari ricordi belli si schiantano contro quelli brutti. L’odio ha permesso a Rosa di considerare il padre invincibile, eterno. Come si fa a dimenticare l’odio? Ora che il tempo è passato, negli occhi del padre sembra brillare una  nuove luce. Come può aver dimenticato tutta la violenza inferta, le scorribande amorose, il dolore inferto alla moglie?

Per conquistare la serenità del cuore, occorre perdonare. Per poter costruire un ponte verso il futuro, occorre perdonare. Per perdonare il padre, Rosa deve perdonare se stessa. Per tornare alla vita, per non scappare più e rinascere nell’amore verso gli altri e soprattutto verso se stessa. Solo così c’è salvezza e riconciliazione.

martedì 23 luglio 2019

RECENSIONE | "Buona Apocalisse a tutti!" di Terry Pratchett e Neil Gaiman

“Buona Apocalisse A Tutti!” è un romanzo umoristico apocalittico del 1990 scritto a quattro mani da Terry Pratchett, noto per una lunga serie di romanzi ambientati nel Mondo Disco, e Neil Gaiman, che allora era solo un promettente sceneggiatore di fumetti. Dal loro lavoro nacque questo romanzo piacevolissimo, in Italia il libro esce nel 2007 per Mondadori, caratterizzato dall’humor fantastico di Pratchett e dalle ombre oscure di Gaiman. È, per il lettore, l’inizio di un viaggio rocambolesco che ha come meta la fine del nostro pianeta popolato da strani uomini, diavoli, angeli umani, streghe e molto altro. Bene e Male diventeranno alleati per evitare l’Armageddon e  vedremo comportamenti non proprio in linea con gli schieramenti di appartenenza. Un angelo e un demone, del tutto umanizzati e ormai abituati a vivere in mezzo alle comodità terrestri, vi daranno il benvenuto ma scusateli se non si tratterranno a lungo con voi, devono salvare il mondo dall’imminente giudizio universale. 

STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 8
Buona Apocalisse a tutti!
Terry Pratchett e Neil Gaiman (traduzione di L. Fusari)

Editore: Mondadori
Pagine: 392
Prezzo: € 14,00 
Sinossi
Sulla base delle Profezie di Agnes Nutter, Strega (messe per iscritto nel 1655 prima che Agnes facesse saltare in aria tutto il villaggio riunito per godersi il suo rogo), il mondo finirà di sabato. Sabato prossimo, per essere proprio precisi. È per questo motivo che le temibili armate del Bene e del Male si stanno ammassando, che i Quattro Motociclisti dell'Apocalisse stanno scaldando i loro poderosissimi motori e sono pronti a lanciarsi per strada, e che gli ultimi due scopritori di streghe si preparano a combattere la battaglia finale, armati di istruzioni clamorosamente antiquate e di innocue spillette. Atlantide sta emergendo, piovono rane dal cielo. Gli animi si surriscaldano... Bene bene. Tutto sembra proprio andare secondo il Piano Divino. Non fosse che un angelo un filo pignolo (ma giusto un filo, per carità) e un demone che apprezza la bella vita - ciascuno dei quali ha passato tra i mortali sulla Terra parecchi millenni e si è, come dire?, affezionato a usi e costumi umani - non fanno esattamente salti di gioia davanti alla prospettiva dell'incombente catastrofe cosmica. E allora, se quei due (Crowley e Azraphel) vogliono che quanto profetizzato non si compia, devono mettersi al lavoro subito per scovare e uccidere l'Anticristo (mica una bella cosa, visto che è un ragazzino simpaticissimo). Ma c'è un piccolo problema: sembra proprio che qualcuno lo abbia scambiato con qualcun altro...




L’Inferno non è una grande riserva di cattiveria, pensava Crowley, né il Paradiso è una sorgente di bontà; sono solo due fazioni opposte nella grande partita a scacchi dell’universo. Il fatto è che la vera grazia e la vera cattiveria albergano nella mente degli uomini.
Il mondo ha i giorni contati, finirà sabato prossimo. Sabato prima di cena. È questo la terribile rivelazione che si nasconde tra “Le belle e accurate profezie di Agnes Nutter, strega” l’unico libro di profezie assolutamente accurato al mondo, scritto nel 1655. A quanto pare non si tratta di menzogna. Le armate del Bene e del Male si stanno riunendo e tutto sembra andare secondo il Piano Divino. Intanto Sulla Terra succedono cose strane: i Quattro Motociclisti dell’Apocalisse stanno scaldando i loro motori e sono pronti a lanciarsi per strada, dal cielo piovono rane e Atlantide sta emergendo. Un gran caos ovunque mentre gli animi si scaldano. Tuttavia non tutto però procede come dovrebbe. Sulla Terra, infatti, un angelo un tantino pignolo e un demone che apprezza la bella vita, non sono entusiasti davanti alla prospettiva dell’imminente catastrofe cosmica. Non vogliono ritornare nei rispettivi regni. Il Paradiso e l’Inferno non possono competere con il mondo umano che può essere, a volte, più buono degli angeli ma anche più cattivo dei demoni. Per sabotare l’Armageddon, la strana coppia dovrà mettersi subito al lavoro per scovare l’Anticristo, che però è ancora un ragazzino, e fermarlo. Facile a dirsi, difficile a farsi. L’Anticristo non è dove dovrebbe essere, il Piano Divino inizia a presentare profonde crepe.

Leggere questo romanzo non è stato inizialmente facile. Non mi aspettavo una marea di situazioni bizzarre e protagonisti che spuntano ovunque. Devo confessare che in alcuni punti ho perso il filo logico della narrazione. Poi ho capito che dovevo procedere con più attenzione, il mio approccio a questa lettura era completamente sbagliato perchè divertente non è sinonimo di leggerezza. Quindi sono ritornata al primo capitolo e, procedendo a piccoli passi, ho iniziato ad amare questa straordinaria storia. Ho amato la babèle dei personaggi sopra le righe che mi hanno regalato belle emozioni con la proposta di un mondo biblico rivoluzionato e rivoluzionario. L’intreccio di storie e situazioni, spesso dissacranti, riflettono impietosamente le debolezze dell’uomo e della nostra società. Il finale è scontato e si porta dietro una montagna di temi interessanti su cui riflettere.

“Buona Apocalisse A Tutti!” è un romanzo irriverente ed esilarante,  dove avventura e immaginazione sfrenata danno vita a una favola surreale in cui devoti e dannati si alleano per salvare l’umanità.

Pietre miliari di questo romanzo sono alcuni protagonisti che mi sono rimasti nel cuore iniziando dal
 diavolo Crowley e dall’angelo Azraphel, la strana coppia decisa a salvare il nostro pianeta.

Crowley è un diavolo non troppo perfido che gira per le strade di Londra a bordo di una Bentley ascoltando solo i Queen, è stato mandato sulla Terra ai tempi della cacciata degli uomini dall’Eden. Ama la tecnologia e minaccia le piante del suo appartamento affinché crescano sane e rigogliose.

Azraphel è un angelo non troppo puro in incognito sulla Terra. Apprezza gli uomini, la vita e le sue comodità. Ama scoprire ristoranti, bere vini pregiati e collezionare libri d’epoca. È amico di Crowley da millenni ed è terrorizzato al pensiero di ritornare in Paradiso e vedere per l’eternità il solo musical ammesso: “Tutti insieme appassionatamente.”

Proseguendo con la lettura ho incontrato I quattro Cavalieri dell’Apocalisse, con giacche di pelle e rombanti motociclette. Morte, il più potente e temuto. Guerra, una lei dell’Apocalisse rappresentata da una rossa seducente portatrice di conflitti. Poi c’è Carestia, un ricco uomo d’affari che ha fatto montagne di soldi con una catena di fast-food e miracolose diete dimagranti. Infine appare il cavaliere Inquinamento che ha preso il posto di Pestilenza ritiratasi dopo l’invenzione della penicillina.

Sempre in comunicazione diretta con la Terra, sia Dio che Satana fanno sentire la loro voce e sono fermamente decisi a portare a compimento l’Armageddon. Così, come Dio aveva mandato il suo unico figlio a salvare l’umanità, anche Satana manda un pargoletto, l’Anticristo per iniziare il conto alla rovescia verso la distruzione.

La strana coppia cercherà d’impedire l’Apocalisse, avranno una settimana di tempo per cambiare il destini dell’umanità.

Nel caos degli eventi narrati è subito evidente che i temi trattati in modo bizzarro in questo romanzo sono ancor oggi, purtroppo, attuali. Tramite la sfrenata ironia si conferma, nel romanzo, che la pace è meglio della guerra, che i nostri politici dovrebbero imparare a mediare, che parlare è meglio del causare conflitti per dimostrare di aver ragione, che abbiamo solo la Terra per vivere anche se ci affanniamo a percorrere in lungo e largo lo Spazio. L’uomo dovrà promuovere un progresso mondiale sostenibile per dare un futuro alle prossime generazioni.

“Buona Apocalisse A Tutti!” è un libro ancora attuale anche se è stato scritto circa 30 anni fa. Con uno stile scorrevole e divertente, la trama lascia libero sfogo all’immaginazione dei due autori che stordisce piacevolmente il lettore e lo pone davanti a riflessioni che non pensava di dover affrontare. A noi non resta che goderci la lettura di questa sfrenata opera.