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martedì 5 luglio 2022

RECENSIONE | "Che razza di libro!" di Jason Mott

“Che razza di libro!”(NN Editore, traduzione di Valentina Daniele) di Jason Mott, “è la storia, basata sui fatti e in completa buona fede, di un ragazzo matto, autenticamente americano, dai grandi sogni e dalla sorte avversa”. Vincitore del National Book Award 2021, il romanzo mette a nudo discriminazione e pregiudizi, mostrandoci la possibilità di un mondo dove il colore della pelle non è più un confine.


STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 8
Che razza di libro!
Jason Mott

Editore: NN Editore
Pagine: 320
Prezzo: € 19,00
Sinossi

Uno scrittore americano ha appena pubblicato un libro di successo: durante il tour promozionale, fra interviste, avventure amorose e sbronze colossali, incontra un ragazzino dalla pelle nerissima che da quel momento in poi lo segue come un’ombra. A ogni tappa il Ragazzino racconta qualcosa di sé, affermando che i suoi genitori gli hanno insegnato a diventare invisibile, per proteggersi dalla brutalità del mondo. E in effetti, lo scrittore è l’unico in grado di vederlo, ma poiché è affetto da una strana malattia che gli impedisce di distinguere la realtà dal sogno è certo che si tratti di una semplice allucinazione. Ben presto, però, le sue visioni hanno il sopravvento, mettendolo di fronte a un passato che da sempre cerca di sfuggire, una verità che preme per liberarsi e ritrovare corpo e voce.


Quando ti guardi allo specchio ti piace ciò che vedi? 

Cerco di non guardarmi. Credo che molte persone come me facciano così. 

Quando dici “persone come me” che cosa intendi?

Uno scrittore americano ha appena pubblicato un libro di successo: durante il tour promozionale, fra interviste, avventure amorose e sbronze colossali, incontra un ragazzino dalla pelle nerissima che da quel momento in poi lo segue come un’ombra. 

Mi volto e vedo un ragazzino in piedi accanto al mio tavolo. Avrà dieci anni. Un po’ dinoccolato, timido e con l’aria da secchione, si potrebbe dire. Quel tipo di ragazzino che ha passato troppo tempo sui libri e non abbastanza a prendere la vita per il bavero. A volte coi ragazzini basta uno sguardo per capire. Gli vedi negli occhi tutto il futuro. Ecco chi è questo ragazzino: tutto il suo futuro in una sola occhiata.

A ogni tappa il bambino, soprannominato dai bulli della scuola Nerofumo, racconta qualcosa di sé, affermando che i suoi genitori gli hanno insegnato a essere invisibile, per proteggersi dalla brutalità del mondo. 

Lo sai che sei nero, no? Nerofumo rimpianse di non essere invisibile. Ancora e ancora, colpevolmente, insisteva non solo a non essere invisibile ma a rimanere lo stesso bambino dalla pelle assurdamente scura. Certo che sapeva di essere nero. Non scuro di pelle, ma nero. Nero come gli occhi chiusi. Nero come una notte senza stelle. Nero come il nerofumo della stufa.

E in effetti, lo scrittore è l’unico in grado di vederlo, ma poiché è affetto da una strana malattia che gli impedisce di distinguere la realtà dal sogno è certo che si tratti di una semplice allucinazione. Ben presto, però, le sue visioni hanno il sopravvento, mettendolo di fronte a un passato che da sempre cerca di sfuggire, una verità che preme per liberarsi e ritrovare corpo e voce. 

Nel romanzo “Che razza di libro!”, l’autore afroamericano Jason Mott, narra la storia di un bambino che vede nell’invisibilità una promessa di vita, e di un uomo che vorrebbe uscire dalla propria pelle, per sottrarsi alla violenza. Le vicende di uno scrittore senza nome, impegnato in un tour per promuovere il suo romanzo, si intrecciano con la storia di Nerofumo. I genitori del bambino volevano proteggerlo dalla violenza e dalla cattiveria del mondo. Non volevano eliminare in lui l’ottimismo per il futuro ma metterlo in guardia sulla realtà, perché il fardello da portare, per chi ha la pelle nera, è davvero pesante. 

Il padre avrebbe voluto dirgli: “Tratta le persone come persone. Non guardare il colore. Ama apertamente. Ama tutti.” 

Poi, però, avrebbe dovuto dirgli: “Verrai trattato in modo diverso per via della tua pelle. Le regole per te sono diverse. Ecco come ti devi comportare se incontri la polizia. Ecco come ti devi comportare se sei nato nel Sud. Questa è la realtà del tuo mondo.” 

Il padre di Nerofumo verrà ucciso da un poliziotto sotto gli occhi di suo figlio. 

È difficile spiegare perché queste cose accadono, ma accadono. Ecco perché volevano insegnargli a svanire. A essere Non Visto. A essere Protetto. 

Allo scrittore senza nome e a Nerofumo, si aggiunge un terzo protagonista: un Ragazzino assassinato dalla polizia in North Carolina. Uno, nessuno e centomila, il fantasma di un bambino che rappresenta tutti i bambini neri la cui vita è stata fermata dalle pallottole dei poliziotti. 

Ogni bambino crescendo scoprirà che la vita non è facile, l’Eden sulla Terra non esiste. Essere neri in America vuol dire vivere in costante compagnia del pericolo. I genitori insegnano ai figli a essere invisibili per non diventare il centro delle attenzioni della polizia che, invece, vede sempre le persone di colore. Essere invisibili però ha il difetto di far perdere la propria identità, nessuno vorrebbe non essere visto e si può arrivare a odiare il colore della propria pelle. 

Il romanzo, commovente e dolorosamente attuale, si arricchisce di più punti di vista che poi convergeranno nel finale dove tutte le paure, le ossessioni, le tensioni razziali, i segreti verranno alla luce in una società fatta di dolore e ingiustizie. 

“Che razza di libro!” è un libro brillante, a tratti malinconico, che coinvolge emotivamente. Vi troverete rabbia e dolore, illusione e amore, ma anche un messaggio di speranza per poter spezzare il ciclo della violenza. È difficile imparare ad amare se stessi “in un paese dove ti dicono che sei una piaga per l’economia, che non sei altro che un potenziale carcerato, che la tua vita ti può essere tolta in qualsiasi momento senza che tu possa farci niente … imparare a volersi bene in tutto questo? Cazzo, è un miracolo.” 

“Che razza di libro!” parla al nostro cuore, fa appello alle nostre emozioni, ci proietta in un limbo dove realtà e immaginazione si fondono. Jason Mott semina il terreno narrativo con semi da cui nascono amici immaginari, malattie mentali, alcolismo e tanto dolore. Eppure c’è amore in questo romanzo: l’amore dei genitori afroamericani verso i figli. A loro spetta il compito di proteggerli ma anche di prepararli a un mondo severo fatto di ostacoli che cancellano la giustizia per chi ha il colore di pelle “sbagliato”. 

Il Non Visto, lo scrittore senza nome e il Ragazzino si fondono per diventare un’unica identità, attraversando una fitta schiera di fantasmi degli omicidi, dei pestaggi e delle battaglie per i diritti civili, nell’America ancora dilaniata da conflitti razziali e sociali. Si può cambiare il mondo? Proviamo a fermare questo virus del razzismo che semina odio e soffoca l’amore. Proviamoci!

giovedì 24 marzo 2022

RECENSIONE | "L'albero della nostra vita" di Joyce Maynard

“L’albero della nostra vita” di Joyce Maynard, pubblicato da NN Editore nella traduzione di Silvia Castoldi, è un romanzo che affronta la storia di una famiglia dai primi giorni del matrimonio alla genitorialità, al divorzio e alle sue conseguenze, creando un focus su come vengono tramandati gli errori dei genitori attraverso le generazioni.


STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 7
L'albero della nostra vita
Joyce Maynard

Editore: NN Editore
Pagine: 496
Prezzo: € 20,00
Sinossi
Eleanor è una donna giovane e indipendente, fa l’illustratrice di libri per bambini e vive da sola in una bellissima casa di campagna nel New Hampshire. Quando conosce Cam, a fine anni Settanta, è subito amore e sesso e famiglia, e in poco tempo nascono Alison, Ursula e Toby. Cam è un bravo padre ma non sa trovarsi un lavoro; e un giorno perde di vista il piccolo Toby, che ha un incidente dalle conseguenze irreparabili. Eleanor non riesce a perdonare il marito, e innalza un muro di rancori che diventa insuperabile quando scopre un tradimento. Così decide di andarsene, lasciando a Cam e ai figli la casa e la normalità in cui hanno sempre vissuto. Il suo silenzio avrà conseguenze sul rapporto con i ragazzi, che entrano in conflitto con lei e lentamente la abbandonano. Ma grazie alla sua tenacia, Eleanor saprà ricostruire se stessa e riavvicinare le persone che ama.




Toby era ancora un neonato – Alison aveva quattro anni, Ursula meno di tre – la prima volta in cui calarono in acqua gli omini di sughero. Da allora diventò la loro tradizione annuale. Era come diventare genitori, pensava Eleanor, guardando la piccola flotta di barchette oscillanti che si allontanava trasportata dalla corrente. Fabbricavi preziosi omini e donnine. Li sorvegliavi da vicino, animata da un unico scopo impossibile: tenerli fuori dai guai. Ma presto o tardi dovevi lasciare che gli omini di sughero salpassero senza di te, e a quel punto non ti restava altro che rimanere ferma a riva o correre lungo la sponda gridando parole di incoraggiamento, e pregare che ce la facessero.

Eleanor è una donna giovane e indipendente, fa l’illustratrice di libri per bambini e vive da sola in una bellissima casa di campagna nel New Hampshire. Quando conosce Cam, a fine anni Settanta, è subito amore e nascono tre bambini: Alison, Ursula e Toby. Cam è un bravo padre ma non sa trovarsi un lavoro e un giorno perde di vista il piccolo Toby, che ha un incidente dalle conseguenze irreparabili. Eleanor non riesce a perdonare il marito, e innalza un muro di rancori che diventa insuperabile quando scopre un tradimento. Così decide di andarsene, lasciando a Cam e ai figli la casa e la normalità in cui hanno sempre vissuto. Il suo silenzio avrà conseguenze sul rapporto con i ragazzi, che entrano in conflitto con lei e lentamente la abbandonano. Nei decenni che seguono, i cinque membri di questa famiglia fratturata, si allontaneranno ognuno impegnato ad affrontare le proprie sfide. Ma grazie alla sua tenacia, Eleanor saprà ricostruire se stessa e riavvicinare le persone che ama.

“Chi l’avrebbe mai detto?”. Eleanor entrò nella veranda. “I miei tre figli, riuniti nello stesso posto. Quando è stata l’ultima volta in cui è successo?”. Rimase ferma per un attimo a guardarli, tutti insieme. La sua famiglia. Era sempre stato il suo più grande desiderio, per tutta la vita, e si era avverato. Solo, non come lei lo immaginava.

Questo è il primo libro che leggo di Joyce Maynard e sicuramente non sarà l’ultimo. La rappresentazione della famiglia, nel bene e nel male, ha il fascino di una lettura che tocca il cuore. È un arazzo realizzato con momenti d’amore, di sogni e di speranza intrecciati con i fili dell’umano errare, di lotte sociali e  dell’avvento della tecnologia. Per chi, come Eleanor, non ha mai conosciuto la felicità, la vita è come un mare infinito di pensieri, aspirazioni e delusioni. La protagonista è una persona intelligente, sensibile e introspettiva che non vuol ripetere gli errori dei suoi genitori. La sua è stata un’infanzia terribile fatta di solitudine e mancanza di affetto, rimasta orfana in giovane età verrà abusata sessualmente da adolescente. Metaforicamente parlando,  Eleanor disegna il suo personale albero della vita. Le radici sono ciò che la tengono ancorata al passato ma rappresentano anche la linfa vitale della sua forza e dei suoi valori. Il tronco rappresenta la tenacia che la protagonista mette, anno dopo anno, nell’affrontare le insidie della vita. Questo tronco, in particolare, nasce dall’intreccio delle vite di Cam ed Eleanor, dal loro amore, dal loro matrimonio. Le foglie rappresentano il futuro e i frutti sono le nuove vite, tre splendidi bambini, che si affacciano al mondo e che dipendono in tutto e per tutto dall’albero. All’ombra di questo grande albero, chiamato nel romanzo il Vecchio Signor Frassino, Cam ed Eleanor formeranno la loro famiglia, un luogo colmo d’amore e di serenità, un’oasi felice dove la parola d’ordine è protezione. Passano gli anni e la loro è una vita apparentemente idilliaca fatta di partite di softball estive e grigliate del Labor Day, giornate di neve e pattinaggio sullo stagno. Eppure impercettibili crepe iniziano a minare il solido terreno famigliare. Cam aveva la capacità sorprendente di attraversare la vita, anche nei momenti più difficili. In lui c’era una calma grazie alla quale si scrollava di dosso i vecchi dolori e aspettava le nuove gioie. Eleanor non se l’era mai cavata bene nella vita normale. Subiva le ferite, l’ansia e il dolore che l’esistenza aveva in serbo per lei. Era sempre stata affamata d’affetto, era ossessionata dal voler realizzare i desideri dei figli prima che loro gli esprimessero.

Quanto valeva la sua casa? Tutto, se ci abitava una famiglia felice. Altrimenti, niente.

Nelle pagine di questo romanzo c’è un intreccio di sentimenti, le difficoltà del matrimonio e della maternità sono solo la punta di un iceberg che galleggia sulle acque mosse della vita. Non è una lettura facile, c’è angoscia e amarezza, tragedia e cambiamento. C’è la rappresentazione della famiglia nel bene e nel male, alcune verità vengono taciute con terribili conseguenze.

Fin dall’inizio mi sono schierata al fianco di Eleanor, ho percorso con lei un cammino che scandaglia le ombre dell’amore e delle relazioni, della genitorialità e della perdita. Ho percepito il suo dolore, la sua rassegnazione e la sua determinazione ad andare avanti. Con personaggi umanamente imperfetti e una profonda attenzione ai dettagli, Joyce Maynard realizza un romanzo in cui si possono cogliere i mille modi in cui si può amare.

“Come ti amo? Lasciamene contare i modi.”   Elizabeth Barrett Browning, Sonetto 43

“L’albero della nostra vita” è un romanzo che non ammette le mezze misure, si ama o si odia. Io l’ho amato. Ho amato la storia di Eleanor, il suo incontro con Cam, il matrimonio, la nascita dei suoi figli, il suo lavoro. Ho provato commozione nell’ascoltare i primi scricchiolii di questo profondo amore a riprova che le cose brutte, prima o poi, arrivano e tutti, grandi e bambini, conosceranno il dolore.

 È un romanzo collettivo di fughe, di dubbi e di cambiamenti mentre il tempo fugge via.

Mi dispiace. Ti amo. Grazie. Ti prego, perdonami.

Queste sono le prime parole che leggiamo all’inizio del libro. È un mantra Ho’ oponopono, frasi pronunciate in un ordine qualsiasi, per la riconciliazione e il perdono. Sono parole perfette per iniziare questa storia.

Il finale non è stato una sorpresa ma ha egregiamente completato una storia che porterò nel mio cuore, una storia emozionante sui legami tra i componenti di una famiglia, su cosa vuol dire casa, sulla forza dell’amore e sul devastante tradimento. Su tutto si erge il potere curativo del perdono, del conforto e della speranza.

giovedì 2 maggio 2019

RECENSIONE | "Canta, spirito, canta" di Jesmyn Ward

Ho amato “Salvare le ossa” e ho atteso con trepidazione il secondo volume della serie della trilogia di Bois Sauvage. Oggi l’attesa è finita, Jesmyn Ward torna nelle librerie con “Canta, spirito, canta”, traduzione di Monica Pareschi, per NN Editore. Così mi son comodamente seduta sul mio divano, pronta a rimettermi in viaggio verso Bois Sauvage, Mississippi. Ho portato con me il ricordo struggente del primo romanzo che dava voce a un gruppo di ragazzini nei giorni precedenti l’arrivo dell’uragano Katrina. Ho ripreso in mano il primo libro e ho ritrovato la frase citata nel finale:
Legherò i pezzi di vetro e mattone con lo spago e appenderò i frammenti sopra il letto, in modo che brillino nel buio e raccontino la storia di Katrina.
È in questo momento, come scrive la traduttrice Monica Pareschi, che i protagonisti di “Salvare le ossa” passano il testimone ai protagonisti di “Canta, spirito, canta. La furia della natura, infatti, cede il posto alla furia dell’uomo e in un canto di preghiera si erge la voce degli emarginati in un Paese segnato dalla ferita della schiavitù. Una ferita ancora sanguinante che lacera la carne con le catene del dolore che vola via sulle ali del tempo.

Scriveva Khalil Gibran: “La vita senza libertà, è come un corpo senza lo spirito.” Spiriti che fluttuano tra di noi, che trasformano il loro dolore in canto. Un canto dolce e disperato, un canto triste e pieno di speranza, un canto che è quasi un lamento e diventa un grido e poi un urlo. Un canto per poter tornare a casa. Finalmente a casa.

STILE: 9 | STORIA: 9 | COVER: 9
Canta, spirito, canta
(Trilogia di Bois Sauvage #2)
Jesmyn Ward (Traduzione di M. Pareschi)

Editore: NN Editore
Pagine: 320
Prezzo: € 18,00
Sinossi
Jojo ha tredici anni, e cerca di capire cosa vuol dire diventare un uomo. Vive con la madre Leonie, la sorellina Kayla e il nonno Pop, che si prende cura di loro e della nonna Mam, in fin di vita. Leonie è una presenza incostante nella vita della sua famiglia. È una donna in perenne conflitto con gli altri e con se stessa, vorrebbe essere una madre migliore ma non riesce a mettere i figli al di sopra dei suoi bisogni. Quando Michael, il padre di Jojo e Kayla, esce di prigione, Leonie parte con i figli per andarlo a prendere. E così Jojo deve staccarsi dai nonni, dalla loro presenza sicura e dai loro racconti, che parlano di una natura animata di spiriti e di un passato di sangue. E mentre Mam si spegne, gli spiriti attendono, aggrappati alla promessa di una pace che solo la famiglia riunita può dare.


Quando racconta, la sua voce è come una mano tesa che mi accarezza la schiena, e posso schivare la paura di non riuscire mai a stare a testa alta come lui, a essere sicuro di me come Pop è di se stesso. Allora rimango lì a sudare, incollato alla sedia della cucina, che adesso è così calda per la capra che bolle, così calda che le finestre sono appannate, e il mondo intero sta tutto in questa stanza dove siamo io e Pop.
Jojo è un ragazzino di 13 anni, e cerca di capire cosa vuol dire diventare uomo. Vive con la madre Leonie, la sorellina Kayla e il nonno Pop, che si prende cura di loro e della nonna Mam, in fin di vita. Leonie è una madre spesso assente, non riesce a mettere i figli al di sopra dei suoi bisogni. Quando Michael, il padre di Jojo e Kayla, esce di prigione, Leonie decide di andarlo a prendere portando con sé i bambini. Per Jojo, lasciare i nonni vuol dire staccarsi dalla loro presenza rassicurante e dai loro racconti che parlano di una natura animata di spiriti e di un passato di sangue. Mentre Mam dice addio alla vita, gli spiriti attendono sperando in una promessa di pace, in un ritorno a casa che solo la famiglia riunita può dare.

“Canta, spirito, canta” è un romanzo che sussurra alle ombre, che guarda nelle profondità dell’animo umano e coglie l’essenza dei legami,  dei vincoli di sangue, delle verità taciute, dei racconti iniziati e mai finiti. È una storia che si scaglia sulla coscienza del lettore e ne imprigiona il cuore cullandolo con nenie dolci e crudeli. Sì, il mondo si prende gioco dei vivi e li tormenta dal principio alla fine.

È così che il mondo ripaga Mam. Lei ha fatto sempre del bene, la vita le ha regalato il cancro, “un serpente che le strisciava lungo le ossa.” Al suo fianco c’è Pop, colonna della famiglia, un nonno che si occupa dei nipoti e cerca di guidarli lungo il sentiero dell’esistenza. Il cammino però è tutto in salita, ogni passo è reso difficoltoso dal peso delle catene che imprigionano l’animo dell’uomo e lo trascinano giù verso un passato di morte che canta il suo nome. La sua rabbia è chiusa nel suo cuore e attende l’arrivo della tempesta da cui sgorgherà la verità. Verità anelata da spiriti che si palesano al fianco dei più giovani componenti della famiglia e che “vivono” quando le strisce di meth vengono sniffate da Leonie regalandole la visione di Given, il giovane fratello morto in circostanze poco chiare. Leonie, tre sillabe piene di delusione. Leonie che ha in sé tanta rabbia e permette alla droga di aprirle le porte del baratro.

Jojo e Kayla sono “ciascuno la luce dell’altro”, il loro rapporto è unico e speciale. Jojo è il tronco che dà riparo a Kayla, è la sua forza, la sua speranza. Intorno a loro la vita non è facile, hanno una mamma incapace di liberare l’amore che ha in sé e hanno un papà Bianco allontanato dai suoi genitori Bianchi perché ama la Nera Leonie. Bianchi e Neri. Così, mentre i Neri ricordano le terribili catene, i Bianchi sono schiavi dei loro pregiudizi. Sicuramente non si può fuggire da ciò che è nella nostra testa e in loro non ci sarà pentimento, non ci sarà cambiamento. L’odio scorre nelle vene dei Bianchi e non c’è pace. La schiavitù ha però tanti aspetti: si è schiavi della fame, dell’amore, del desiderio, dei sogni. Si è schiavi dei ricordi, si è schiavi di una morte brutale e orribile, tanto che nemmeno Dio ce la fa a guardare. Allora il rumore delle catene si trasforma in canto, lo spirito cerca la pace come un assetato cerca l’acqua. È un canto di parole al contrario, un vento che scompiglia le acque, è una buca nella nuda terra, è una mano che stritola il cuore.

“Canta, spirito, canta” è un romanzo che ipnotizza e conquista con una storia struggente in cui la rabbia e l’odio per questo mondo lottano con l’amore per la vita. La Morte striscia silenziosa, lascia che gli uomini la guardino in faccia e sorride perché la vita, a volte, ferisce più della stessa morte. Non privatevi del piacere di leggere questo libro. Potrete rifugiarvi sotto una coperta di sogni, dissetarvi alla fonte della vita, accarezzare chi non c’è più e volare seguendo “l’Uccello a squame, che con tutti gli spiriti ha spiccato il volo su un’onda di vento, così da tornare, finalmente, a casa.”

venerdì 15 marzo 2019

RECENSIONE | "La versione della cameriera" di Daniel Woodrell

Dal 14 marzo è in libreria “La versione della cameriera” di Daniel Woodrell, nella traduzione di Guido Colza, NN Editore. Woodrell è considerato uno dei maggiori scrittori americani viventi, i suoi libri hanno ottenuto diversi premi e riconoscimenti. Ama ambientare le sue storie nei panorami dei monti Ozark, in Missouri, e lui stesso ha coniato la definizione di “country noir” per descrivere la sua opera. “La versione della cameriera” è  il primo episodio della Serie di West Table.

STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 8
La versione della cameriera
(Serie di West Table #1)
Daniel Woodrell (traduzione di G. Calza)

Editore: NN Editore
Pagine: 192
Prezzo: € 18,00
Sinossi
Il dodicenne Alek trascorre l’estate a West Table, Missouri, con sua nonna Alma. Vecchia, eccentrica e orgogliosa, la donna ha lavorato per cinquant’anni come cameriera per le famiglie ricche della città, allevando tre figli e sopportando un marito sempre assente. Alma conosce molte storie, ma quella che più la ossessiona è l’esplosione della sala da ballo che nel 1929 causò la morte di quarantadue persone, tra cui l’amatissima sorella Ruby. Nessuno ha mai scoperto com’è andata, né è mai stato trovato il responsabile: Alma è certa di sapere la verità, e la racconta ad Alek, per rendere giustizia alle vittime e donare pace a se stessa.




Mi spaventava all’alba di ogni giorno, nell’estate che trascorsi con lei. Si sedeva sul bordo del letto, i lunghi capelli sciolti, sciolti fino a terra e ondeggianti mentre li spazzolava senza posa, e nella stanza si ritiravano le ombre e dalle due finestre fluiva la prima luce. I capelli erano lunghi come la sua storia…
Alex, 12 anni, trascorre l’estate del 1965 a  West Table, Missouri, con sua nonna Alma.
Lei era felice di ospitarmi e si preoccupava che mi divertissi, che passassi un’estate memorabile, ma la spensieratezza non le veniva molto naturale; le sue ultime ore di gioco risalivano a prima della Grande guerra, un gioco d’infanzia dimenticato, con un cerchio di legno e una bacchetta.
La donna ha lavorato, per gran parte della sua vita, come cameriera per le famiglie ricche della città. Il suo matrimonio non sarà felice, crescerà tre figli e dovrà sopportare un marito sempre assente. Alma ha un’ossessione: nel 1929 c’era stata un’esplosione all’Arbor Dance Hall, 42 ballerini erano morti in un istante in quell’angolo dei monti Ozark. L’inchiesta si concluse senza aver scoperto il colpevole. Nessuno venne mai incriminato e tantomeno condannato. Tra le vittime, ventotto non vennero identificate, c’era Ruby, l’amatissima sorella di Alma.
A Ruby DeGeer non importava di spezzare cuori, ma preferiva spezzarli con serenità, senza brutte scene d’addio in cui un uomo in lacrime le torceva un braccio dietro la schiena, o gridava a piena voce da una finestra aperta l’elenco dei suoi molti difetti o delle sue fastidiose abitudini.
 Coloro che perirono nell’esplosione, vennero sepolti ai piedi di un monumentale angelo alto tre metri che pian piano divenne nero.
L’Angelo nero che sovrastava i defunti senza nome cominciò a ballare. La lapide su cui posava era lunga come due uomini, fitta di nomi cesellati nel marmo molti decenni prima, ma ancora lucida. Reggeva alta una torcia, nel caso che la Verità tentasse la fuga col favore delle tenebre.
Alma è sicura di sapere la verità sull’esplosione e la racconta ad Alex, per rendere giustizia alle vittime e donare pace a se stessa.

Alma è il cuore pulsante di questo romanzo. A lei era stato concesso di finire la terza elementare per poi andare a lavorare prima nei campi del padre e poi in città. Qui Alma faceva la lavandaia, la cuoca, la domestica a tempo pieno. Guadagnava pochi soldi ed era sempre a un passo dalla miseria più nera. La vita l’aveva resa ostile e sofferente, prigioniera delle sue oscure ossessioni e del bisogno di vendetta.
Alma crede di sapere chi è stato e perché, ma non può far nulla. Sapere e non poter agire è la sua maledizione.
“La versione della cameriera” è un romanzo americano a più voci, ogni personaggio si presenta e narra parte della sua vita. È un romanzo corale dal ritmo serrato, parla di condivisione e di comunità, di un passato mai dimenticato nell’attesa della verità. Tutti appaiono colpevoli e innocenti in una girandola di libere scelte e scherzi del destino.

Leggere questo romanzo è stato come intraprendere un viaggio le cui tappe sono i racconti che emergono dalla memoria dei personaggi e lasciano spazio a mille domande. È una perenne ricerca di giustizia con un grande assente, il perdono. I ricordi percorrono strade tortuose attraverso un paesaggio dell’animo in bianco e nero. Il bianco per illuminare tutto ciò che è ben accettato dalla società. Salvare le apparenze e il buon nome è tutto. Alcuni personaggi indossano una maschera, sono solo facciate pregiate per chi le guarda ma, in realtà, vuote e oscure. Oltrepassando lo specchio dell’apparire si entra nel lato oscuro. Il tempo si ferma e inizia il viaggio più difficile alla scoperta di sé. Nell’intimità di relazioni nascoste, cade la maschera e appare l’uomo che vive con difficoltà le proprie emozioni cercando una dannata quanto utopica felicità. I capitoli sfilano velocemente indossando parole che sono frammenti di vita dei personaggi immortalati nelle loro misere esistenze, nelle lotte contro la fame e la solitudine. Sullo sfondo il dramma della guerra che segnerà gli uomini con cicatrici profonde. Ognuno, a modo suo, cerca un riscatto tra il duro lavoro e i matrimoni d’interesse, tra amore e infedeltà, tra pregiudizi  e amicizia, tra rabbia e sospetti. C’è, tra le righe, anche una carezza di speranza. Non so se ciò, come scriveva Nietzsche, prolungherà la sofferenza degli uomini coinvolti in questa storia ma è comunque un volger lo sguardo verso il futuro. Coloro che sono perdenti, hanno un pathos coinvolgente e diventano ancore gettate nella profondità umana della sofferenza. Se si semina dolore, se si sparge sangue innocente, indosseremo sempre la lunga veste dell’indifferenza e della crudeltà sentendo, ogni notte, le urla tremende di coloro a cui abbiamo fatto del male.

lunedì 26 novembre 2018

RECENSIONE | "Vincoli" di Kent Haruf

E così, grazie a NN Editore, ho finalmente conosciuto la contea immaginaria di Holt, Colorado, “una terra piatta, brulla, arida che un tempo era appartenuta agli indiani. Era una maledetta distesa sabbiosa.” 

“Vincoli” di Kent Haruf è stato pubblicato, per la prima volta negli Stati Uniti, nel 1984. Questo romanzo va alle origini di Holt e anticipa i tre volumi della Trilogia della Pianura. I fedeli lettori dello scrittore americano, morto nel 2014, conoscono già i luoghi, i paesaggi che segnano l’inizio di un viaggio nell’America rurale, teatro di sofferenza e duro lavoro. Tutto è legato alla terra e alla famiglia. La felicità è una chimera. In nome del dovere e del rispetto si sacrifica la propria vita ostaggio di un codice di comportamento indiscutibile. Haruf racconta i suoi personaggi senza esprimere alcun giudizio ma ponendo una profonda fiducia nella dignità dello spirito umano.

STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 7
Vincoli
Kent Haruf (traduzione di F. Cremonesi)

Editore: NN Editore
Pagine: 260
Prezzo: € 18,00
Sinossi
È la primavera del 1977 a Holt, Colorado. Edith Goodnough giace in un letto d’ospedale, e un poliziotto sorveglia la sua stanza. Pochi mesi prima, un incendio ha distrutto la casa dove Edith abitava con il fratello Lyman. Un giorno, un cronista arriva in città a indagare sull’incidente e si rivolge a Sanders Roscoe, il vicino di casa, che non accetta di parlare per proteggere Edith. Ma è proprio la voce di Sanders a raccontarci di lei e del fratello, di una storia che inizia nel 1906, quando Roy e Ada Goodnough sono arrivati a Holt in cerca di terra e di fortuna.La storia di Edith si lega a quella del padre di Sanders, John Roscoe, che ha condiviso con loro la dura vita nei campi, in quella infinita distesa di polvere che era la campagna del Colorado.La Holt delle origini è l’America rurale, dove vige un codice di comportamento indiscutibile, legato alla terra e alla famiglia, e dove la felicità si sacrifica in nome del dovere e del rispetto. 

Ti faceva venir voglia di averla accanto a te in macchina su una strada di campagna, di stringerla, abbracciarla, baciarla, sentire l’odore dei suoi capelli, parlarle, dirle tutte quelle cose che non avevi mai detto a nessuno, tutte quelle cose che stanno oltre le battute e gli aspetti superficiali che gli altri vedono di te, cose che tu stesso non sapevi con certezza di provare o pensare finché non ti sei ritrovato a dirgliele mentre la abbracciavi al buio, nella macchina ferma, perché chissà come era giusto che lei sapesse e in quel modo sarebbero diventate vere.
Nella contea di Holt non c’è tempo per sognare, il lavoro assorbe ogni energia e non c’è la possibilità di scegliere il proprio futuro. È la primavera del 1977 a Holt. Edith Goodnough giace in un letto d’ospedale, e un poliziotto sorveglia la sua stanza. Pochi mesi prima, un incendio ha distrutto la casa dove lei viveva con il fratello Lyman. Un cronista indaga sull’incidente e si rivolge a Sanders Roscoe, il vicino di casa, per avere più informazioni. Lui però non parla e si rivolge a noi per raccontarci la vita di Edith e di Lyman. Una storia che ha inizio nel 1906, quando Roy e Ada Goodnough arrivano a Holt in cerca di terra e di fortuna. La storia di Edith s’intreccia a quella del padre di Sanders che ha condiviso con loro la dura vita nei campi.

“Vincoli”, nella preziosa traduzione di Fabio Cremonesi, è un romanzo camaleonte che si trasforma capitolo dopo capitolo. Si apre e si chiude indossando una veste noir ma, nel mezzo, c’è anche l’epica della colonizzazione del west, il proibizionismo, la Grande Depressione, la Guerra civile in Spagna, Roosevelt alla Casa Bianca e un pazzo scatenato in Germania. È un romanzo intenso, duro eppur poetico, travolgente a tratti malinconico. Mostra la Storia che proietta l’uomo verso un futuro da costruire giorno per giorno mentre Holt ristagna nel suo immobilismo.

Così mentre il mondo è in continuo fermento, nella contea di Holt, i Goodnough cercano di sopravvivere a se stessi. Edith è una bella ragazza prigioniera del suo senso del dovere e dell’affetto che prova per la sua famiglia. Le persone che le sono vicine non brillano certo per protezione, sentimenti e incoraggiamenti. Roy,il padre, è un uomo malvagio e dispotico. Uomo rude e avaro nei sentimenti come nel denaro, considera i figli come dei braccianti, dei lavoratori fatti in casa solo per ricevere ordini da lui. Ada, la madre, è una donna sottomessa al volere del marito padrone. Muore giovane, a 42 anni, lasciando tutto il peso della famiglia sulle spalle di Edith. Poi c’è Lyman, il fratello senza spina dorsale. È un giovane codardo e remissivo fino a quando non riesce a lasciare la fattoria con la scusa della guerra. Di lui, per circa vent’anni, resteranno come testimonianza delle cartoline spedite alla sorella da ogni angolo dell’America. Edith rimane alla fattoria, rinuncia all’amore e accetta remissiva di occuparsi del padre. Si sottomette al suo volere e aspetta il ritorno del fratello. Senza mai lamentarsi, senza mai pensare a se stessa, Edith continua a lavorare duramente senza un’attimo di tranquillità. Questa vita non è una scelta è un vincolo non vitale, una catena che inchioda Edith mostrandole le ingiustizie della vita. Tuttavia il romanzo non è la passiva accettazione del proprio destino. Accanto alla ferrea volontà dei pionieri, troveremo anche la luce di una speranza incrollabile. Edith, proprio quando tutto sembra ormai perso, sente che è arrivato il momento di spezzare le catene per volare sulle ali della libertà.

Kent Haruf è uno scrittore che ho imparato ad amare con il romanzo “Le nostre anime di notte” (recensione). Tra “Vincoli”, suo primo romanzo, e “Le nostre anime di notte”, si nota l’evoluzione della scrittura di Haruf. Nel primo lavoro i personaggi sono più ampiamente descritti e ci sono più dettagli. Holt viene descritto con molti particolari quasi a voler mostrare, in tutte le sue sfumature, il palcoscenico su cui si svolgeranno le future storie. L’intreccio di realtà e memoria ci accoglie e polverizza il silenzio dando voce a personaggi indimenticabili che esprimono il legame con la terra, le debolezze umane, le paure e la violenza. Haruf descrive meravigliosamente il grigio della vita che Edith rischiara ogni giorno con un sorriso. Nel suo cuore c’era l’arcobaleno delle emozioni che timidamente si affacciano colorando la vita.

Nei suoi successivi romanzi, invece, le descrizioni scompaiono e ci vengono fornite solo le informazioni necessarie. A noi lettori il compito di immaginare.

Io sono pronta a leggere la Trilogia, desidero vivamente ritornare a Holt per conoscere altri personaggi, vivere storie intense e ricche di emozioni. Sono pronta ad ascoltare le loro voci e condividere le loro storie in quella infinita distesa di polvere che era la campagna del Colorado.

martedì 15 maggio 2018

RECENSIONE | "Salvare le ossa" di Jesmyn Ward

Cari lettori, voglio condividere con voi le riflessioni e le emozioni provate leggendo un romanzo straordinario che mi ha lasciata senza fiato per la sua rude bellezza e per la dolcezza celata. Con “Salvare le ossa”, Jesmyn Ward (prima donna ad aver vinto per due volte il National Book Award) ci porta in una delle zone più povere dell’America, il Delta del Mississippi, dove i quartieri abitati solo da afroamericani si contrappongono alle fattorie dei bianchi. Dove ogni cosa non conosce le mezze misure. Dove la povertà materiale sconfina, a volte, nella povertà morale. Dove la nascita e la morte sono unite da un sottile filo rosso nel nome di Medea. Dove un terribile uragano provocherà danni ingenti. L’uomo pagherà un alto tributo, alla Natura, in vite umane. Katrina sta per arrivare. Mancano solo dieci giorni e la sua forza devastatrice non avrà pietà per nessuno.

STILE: 9 | STORIA: 9 | COVER: 8
Salvare le ossa
(Trilogia di Bois Sauvage #1)
Jesmyn Ward (Traduzione di M. Pareschi)

Editore: NN Editore
Pagine: 316
Prezzo: € 19,00
Sinossi
Un uragano minaccia di colpire Bois Sauvage, Mississippi. In un avvallamento chiamato la Fossa, tra rottami, baracche e boschi, vivono Esch, i suoi fratelli e il padre. La famiglia cerca di prepararsi all'emergenza, ma tutti hanno altri pensieri: Skeetah deve assistere il suo pitbull da combattimento dopo il parto; Randall, quando non gioca a basket, si occupa del piccolo Junior; ed Esch, la protagonista, unica ragazzina in un mondo di uomini, legge la storia degli Argonauti, è innamorata di Manny, e scopre di essere incinta. Nei dodici giorni che scandiscono l'arrivo della tempesta, il legame tra i fratelli e la fiducia reciproca si rinsaldano, uniche luci nel buio della disgrazia incombente. Salvare le ossa racconta la vita di ogni giorno con la forza del mito, e celebra la lotta per l'amore a dispetto di qualunque destino, non importa quanto cieco e ostile.


Legherò i pezzi di vetro e mattone con lo spago e appenderò i frammenti sopra il letto, in modo che brillino nel buio e raccontino la storia di Katrina, la madre che è entrata nel golfo come una regina per portare la morte. Il suo carro era una tempesta terribile e nera, e i greci avrebbero detto che era trainato dai draghi. La madre assassina che ci ha feriti a morte e tuttavia ci ha lasciati vivi, nudi, stupefatti e raggrinziti come bimbi appena nati, come cuccioli ciechi, come serpentelli appena usciti dal guscio, affamati di sole. Ci ha lasciato un mare buio e una terra bruciata dal sole. Ci ha lasciati qui perché impariamo a camminare da soli.
Con “Salvare le ossa”, libro del 2011 con cui l’autrice ha vinto il National Book Award, la casa editrice NN inaugura la Trilogia di Bois Sauvage, una cittadina immaginaria nel cuore del Mississippi. Rimanere indifferenti a questa lettura è impossibile, per me il coinvolgimento è stato totale e drammatico. Ho letto il romanzo con calma, gustando il sapore dolce-amaro degli eventi. Ho atteso con la famiglia Batiste l’arrivo di Katrina. Ho conosciuto personaggi che mi hanno fatto battere forte il cuore nella loro disperata ricerca d’amore. Ho letto dell’amore negato, dell’amore materno che crea e distrugge, dell’amore condivisione del poco che si ha, dell’amore tradito e dell’amore cercato e mai trovato. Dieci giorni per affrontare l’uragano, dieci giorni per scoprirsi fratelli, dieci giorni per prendere coscienza di sé, dieci giorni per svelare un gran segreto, dieci giorni per rivivere il mito di Medea e Giasone, dieci giorni per rivoluzionare la propria esistenza nel nome di un destino non ancora scritto. Su tutto e tutti incombe Katrina, la madre che tutto travolge.

Ora vi presento la famiglia Batiste, povera tra i poveri. Conosciamo Claude, padre violento e alcolizzato, e i suoi quattro figli. Randall, promessa del basket; Skeetah che ha occhi e cuore solo per il suo pitbull China; Junior, il piccolo di casa svezzato troppo presto, la cui nascita ha causato la morte della madre dei ragazzi. Completa il quadro famigliare, Esch. Lei, unica donna in un mondo di uomini, ha 15 anni ed è in attesa di un bimbo. È la voce narrante del romanzo, la nostra guida. Dalle pagine di un libro nascosto tra il muro e il suo letto, Esch da vita alla figura di Medea che la rimanda in un mondo dove la perfezione non esiste. Manny, novello Giasone, è il ragazzo amato da Esch, è il padre del suo bambino ma per lui, lei non è nulla se non una distrazione occasionale dalla sua fidanzata ufficiale. Anche lui, come Giasone, tradirà ripudiando amicizia e lealtà.
Non voglio che se ne accorga, ma non posso dirglielo perché mi mancano le parole per farlo. Non l’ho ancora detto nemmeno a me stessa, non sono riuscita a pronunciarle quelle parole.
Esch custodisce il segreto nella sua pancia. Tra poco sarà mamma di un bimbo non cercato, condannato prima ancora di nascere.

La famiglia vive in una casa nella Fossa, una depressione nel bayon causata da anni di estrazione dell’argilla. Attorno solo acquitrini, terra rossa e rifiuti. In questa desolazione abitativa, protagonista importante, vive China. Prossima al parto, la pitbull di Skeetah, è campionessa di combattimenti tra cani. Rappresenta il riscatto sociale per il suo padrone, fra loro c’è un rapporto di amore filiale: lui è suo padre, lei la sua diletta figlia. China partorisce ma invece di madre amorevole si riscopre strumento di morte. Un cuore di pietra? Prima il rifiuto poi l’accoglienza, nel mezzo la morte. China madre così come lo sarà Esch. La maternità rivela un volto violento. Sullo sfondo Medea.

Intanto passano i giorni e la famiglia si prepara all’arrivo dell’uragano. Fanno rifornimento di cibo, scarso e mal assortito, inchiodano assi alle finestre della casa, si riuniscono per farsi coraggio a vicenda. Sono pronti a lottare per vivere. Ed eccola Katrina in tutta la sua maestosa forza distruttrice. Il suo arrivo segna una netta linea di confine tra il mondo di prima e il mondo di domani. Non ha pietà Katrina, si abbatte sulla vita, la travolge, la sconvolge e si allontana. Si può ricominciare una nuova vita? Sì. Il nuovo inizio ha il nome del gesto sottile chiamato solidarietà, condivisione e amore per il prossimo. Non siamo soli, insieme per salvare le ossa, per guardare l’alba di un nuovo giorno, per sciogliere il cuore di pietra e affidare i nostri sogni alla speranza. Mano nella mano!

Con una scrittura cruda ed evocativa, che regala emozioni forti, la scrittrice narra una tragedia tutta al femminile. I personaggi sono resi vivi dalla forza della loro disperazione e vi conquisteranno. I dialoghi sono caratterizzati dall’uso di espressioni gergali che riflettono rabbia, risentimento e orgoglio. Il registro diventa ricercato soprattutto nei momenti in cui si descrive lo stretto rapporto, quasi una “vita in comune”, tra uomo e natura. Questo romanzo è una lettura che commuove con un finale drammatico che apre alla speranza.

Sicuramente l’amore è un tassello importante del romanzo. Lo vedrete in mille aspetti: l’amore non corrisposto da un ragazzo, l’amore paterno svanito sul fondo di una bottiglia, l’amore di una madre che supera i confini della morte, l’amore di un ragazzo per il suo cane. Mi sono congedata con rammarico da questo romanzo, affascinata da una storia a tratti violenta, cupa, commovente ma ricca di forza espressa con parole “che bruciano come una lacrima non versata”. Katrina segna la fine del mondo di ieri, il mondo di domani ha inizio. Tutti insieme proveranno a superare l’abisso oscuro che la luce della speranza trasformerà in una nuova alba. Per la vita che sopravvive, per la vita che verrà.

giovedì 23 febbraio 2017

RECENSIONE | "Le nostre anime di notte" di Kent Haruf

Carissimi lettori, se avete voglia di una carezza sul cuore non potete perdervi “Le nostre anime di notte” di Kent Haruf, NN Editore. Avrete tra le mani un breve romanzo delicato e struggente, ultimo dono dello scrittore ai suoi lettori.

STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 7
Le nostre anime di notte
Kent Haruf
(traduzione di F. Cremonesi)

Editore: NN Editore
Pagine: 200
Prezzo: € 17,00
Sinossi
La storia dolce e coraggiosa di un uomo e una donna che, in età avanzata, si innamorano e riescono a condividere vita, sogni e speranze. Nella cornice familiare di Holt, Colorado, dove sono ambientati tutti i romanzi di Haruf, Addie Moore rende una visita inaspettata a un vicino di casa, Louis Waters. Suo marito è morto anni prima, come la moglie di Louis, e i due si conoscono a vicenda da decenni. La sua proposta è scandalosa ma diretta: vuoi passare le notti da me? I due vivono ormai soli, spesso senza parlare con nessuno. I figli sono lontani e gli amici molto distanti. Inizia così questa storia di amore, coraggio e orgoglio.



Io non conoscevo Kent Haruf nella sua veste di scrittore anche se ho sentito parlare della Trilogia della Pianura. Se avete letto Canto della pianura, Crepuscolo e Benedizione fatemi sapere il vostro parere. Sono curiosa.

Ritornando a “Le nostre anime di notte”, uscito postumo, sappiate che la storia è ambientata nella fittizia cittadina di Holt, Colorado. Da questo libro sarà presto tratto un film che avrà come protagonisti Robert Redford e Jane Fonda.

Nella perfetta traduzione di Fabio Cremonesi, “Our Souls at Night”, parla direttamente al cuore dei lettori e adoro essere accolta con piacere in luoghi che non ho mai conosciuto. Holt è il centro dell’immaginario di Haruf,i suoi fan la conoscono già io l’ho conosciuta ora e già occupa un posto speciale nel mio cuore.
Amo questo mondo fisico. Amo questa vita insieme a te. E il vento e la campagna. Il cortile. La ghiaia sul vialetto. L’erba. Le notti fresche. Stare a letto al buio a parlare con te.
Un giorno Addie Moore si reca dal suo vicino di casa, Louis Waters, per proporli di trascorrere le notti con lei.
Probabilmente ti stai chiedendo cosa ci faccio qui, disse lei.

Be’, non penso tu sia venuta per dirmi che casa mia è graziosa.

No. Volevo suggerirti una cosa.

Eh?

Si. Una specie di proposta.

Okay.

Non di matrimonio, disse lei. […]

Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me. […]

Siamo tutti e due soli. Ce ne stiamo per conto nostro da troppo tempo. Da anni. Io mi sento sola. Penso che anche tu lo sia. Mi chiedevo se ti andrebbe di venire a dormire da me, la notte. E parlare.
Inizia tutto così, con la semplicità delle cose vere. Inizia una storia in cui amicizia, intimità, amore si intrecciano alla luce delle stelle. Ma la comunità di Holt non approva questa relazione considerandola inspiegabile. Anche il figlio di Addie, Gene, si oppone. Ai due protagonisti non resterà che scegliere tra la libertà e il rimpianto.

“Le nostre anime di notte” è un romanzo scritto in modo semplice e perfetto. I due protagonisti sono figure tranquille, pacate che decidono di percorrere insieme un tratto di vita. Affrontano un viaggio sulla linea di confine tra presente e passato, si raccontano frammenti delle loro vite ripescando, dalla scatola della memoria, momenti preziosi. Ho seguito le loro confidenze sentendomi quasi in colpa per ascoltare il fiume di parole che quieto scorre nella notte. Le parole aprono e chiudono i loro mondi colmi di affetti, di scelte, di sbagli e di ambizioni. I dialoghi tra i due protagonisti sono essenziali, privi di abbellimenti letterari. La semplicità regna per tutto il romanzo suddiviso in brevi capitoli.

Ho letto questo breve libro provando malinconia e uno struggente senso di compiutezza. Nella notte, come sul finire dell’esistenza, stesi uno accanto all’altra, Louis e Addie, si tengono per mano.
Addie spense la luce. Dov’è la tua mano?

Proprio qui accanto a te, dove sta sempre.

Gliela prese. Adesso possiamo di nuovo parlare, disse.

Di che cosa vuoi parlare?

Voglio sapere cosa pensi.
Che bella questa intimità di cuori e menti. È una specie di mistero in cui non c’è posto per la solitudine. I pensieri più intimi prendono vita con le parole, i desideri mai svelati prendono forma, il buio della notte protegge i due protagonisti. C’è in loro una specie di paura nel pensare di non avere tutto il tempo che vorrebbero. Dietro ogni loro gesto si nasconde questo timore. Il tempo vola via, ma non importa se ogni cosa è stata detta se, nell’ultima notte della vita, una mano stringe la nostra. Ma alla notte segue il giorno e la comunità di Holt mormora, è nervosa, non approva, non condivide. Tutto si complica.

“Le nostre anime di notte” è una lettura che consiglio vivamente per i temi delle relazioni, delle solitudini e delle scelte morali. Leggetelo con il cuore e vi conquisterà.