giovedì 27 novembre 2025

RECENSIONE | "Il Grane Bob" di Georges Simenon

 "Il Grande Bob" (Adelphi, traduzione di Simona Mambrini) è un romanzo del 1954, un capolavoro di uno degli scrittori di lingua francese più amati di tutti i tempi, il belga Georges Simenon. 

Simenon scrisse questo romanzo quand'era in Connecticut nel 1954. É una storia che indaga i lati oscuri di un uomo che a tutti sembrava l'immagine della gioia di vivere.


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
Il Grande Bob
Georges Simenon

Editore: Adelphi 
Pagine: 166
Prezzo: € 19,00
Sinossi

«Negli ultimi tempi aveva un modo particolare di guardarsi allo specchio dietro le bottiglie. Quando un uomo come lui comincia a scrutarsi negli specchi, mi creda, non è un buon segno». Una riflessione, questa del padrone del bistrot dove il suo amico Bob, morto da pochi giorni, andava a giocare a carte, che colpisce profondamente il dottor Charles Coindreau. Non appena ha saputo che quella di Bob non è stata una morte accidentale, come sulle prime si credeva, bensì un suicidio, ha deciso di condurre una sorta di indagine, e di interrogare chiunque l’abbia conosciuto, a cominciare dalla moglie e dall’ultima delle numerose amanti. Perché lui, come tutti, ma più di tutti gli altri, si arrovella sul motivo che ha indotto a togliersi la vita uno come Bob: sempre allegro, e allegramente sfaccendato, sempre pronto alla battuta, gran giocatore di belote e gran consumatore di «bianchini» a qualunque ora del giorno – non per caso lo avevano soprannominato il Grande Bob. Nella casa di Montmartre dove abitava insieme alla sua polposa, esuberante, forse un po’ volgare ma radiosa moglie Lulu, la porta era sempre aperta, e vi si potevano incontrare persone di ogni estrazione sociale, e «ognuno era libero di comportarsi o di parlare a suo piacimento, con la certezza di non scandalizzare nessuno». Così come nessuno si scandalizzava del fatto che Lulu accettasse i tradimenti di Bob: le bastava che lui fosse felice. Scavando nel passato dell’amico, immergendosi nei lati oscuri di un uomo che a tutti sembrava l’immagine stessa della gioia di vivere, e persino, a volte, sovrapponendosi a lui, Coindreau finirà per scoprire la verità sulla morte di Bob – ma soprattutto qualcosa su sé stesso.





Bob è morto 

Il Beau Dimanche è una popolare locanda sulla Senna, poco lontano da Parigi, molto frequentata soprattutto d'estate nei fine settimana. Qui viene praticata anche la pesca del luccio. 

Tra i frequentatori ci sono anche Bob e Lulu. 

Bob, nato a Poitier, è un uomo alto e forte, sempre con un bicchiere di vino bianco tra le mani, amante della vita e delle belle donne, sempre allegro e giocoso, allegramente sfaccendato passa da un mestiere all'altro senza angosce, non si prende mai troppo sul serio. 

Lulu, moglie di Bob, è piccola, di modestissima origine, ha il corpo sformato dai numerosi aborti, dirige una modisteria che le ha donato Bob. 

La sera prima tutto procedeva come al solito. È sabato, sono nella loro camera alla locanda, disfano i bagagli. Lui inizia a bere e a giocare a carte. All'alba, mezzo sbronzo, Bob esce per andare a pesca di lucci. Nella camera Lulu si sveglia e accanto a lei c'è il letto vuoto. Non si preoccupa, non è certo la prima volta che, aprendo gli occhi, non trova il marito accanto a sè. Qui inizia il dramma. 

La piccola barca di Bob è incagliata oltre la diga, lui ha una gomena girata due volte intorno alla caviglia. All'altro capo della corda c'è un peso. Dall'acqua spunta un braccio, quello di un morto, quello di Bob. Incidente o suicidio? Non ci sono testimoni. 

Il dottor Coindreau medico di base, amico della coppia, sposato, padre di due figli, resta sbalordito nell'apprendere la ferale notizia. 

Perché il grande Bob avrebbe dovuto suicidarsi? Lui era la gioia di vivere fatta persona, voleva far felice tutti, non aveva una preoccupazione al mondo, non mostrava mai ansia e non dava fastidio agli altri. La sua morte sconvolge tutti. 

Nella casa di Montmartre dove abitava con la moglie, la porta era sempre aperta, e vi si potevano incontrare persone di ogni estrazione sociale, e "ognuno era libero di comportarsi o di parlare a suo piacimento, con la certezza di non scandalizzare nessuno". 

Così come nessuno si scandalizzava del fatto che Lulu accettasse i tradimenti di Bob: le bastava che lui fosse felice. 

Ma chi è dunque il Grande Bob? Un uomo originale, uno scontento, un sognatore? 

Coindreau parla con Lulu, con la sorella e con il cognato di Bob. Fa scoperte inaspettate sull'amico. E anche su sé stesso. 

Come sempre Simenon mette in scena una doppia verità: quella sotto gli occhi di tutti e quella legata al passato di Bob. 

 Robert, Bob è un soprannome, era figlio di un importante giurista, rettore della facoltà di Giurisprudenza a Poitiers. Uomo integerrimo approva la decisione del figlio di volere continuare gli studi a Parigi. Le cose però non vanno come previsto. Robert non si presenta in facoltà per sostenere l'ultimo esame. Il padre lo trova, in una stanza, in compagnia di una ragazza. 

Robert ha deciso di non volersi più laureare, si ribella all'autorità paterna e vuol essere libero di scegliere. Il padre prende atto di questa decisione e senza dir nulla va via. 

Bob aveva sposato Lulu e aveva fatto di tutto per renderla felice. 

In fondo, se ciascuno di noi s'incaricasse di rendere felice una sola persona, il mondo intero sarebbe felice.

Ora che il Grande Bob è morto non c'è più nulla da scoprire. È chiaro, esplicitato fin dalle prime pagine, Bob si è suicidato. Ed è qui che si manifesta la vera magia di Simenon. Le indagini del dottor Coindreau scivolano in un'altra direzione e mettono sotto esame non la vita di Bob ma quella dello stesso dottore. 

Coindreau diventa il soggetto delle sue stesse indagini psicologiche. Sotto la lente dell'analisi pone se stesso, il suo matrimonio infelice, i suoi desideri, il vuoto. Un altro essere umano disperato che nasconde un'amara verità. 

Con grande talento Simenon narra i mali dell'esistenza umana. I suoi romanzi non sono rassicuranti e l'umanità mostra sempre il suo volto peggiore. I personaggi sono sempre alle prese con tormenti e sensi di colpa. Simenon racconta le paure, le ossessioni e le atmosfere del Secolo breve. Ogni uomo rappresenta un mistero che nessuno ha svelato. 

"Il Grande Bob" è un romanzo dalla costruzione serrata, dall'eleganza delle osservazioni psicologiche, dalla limpidezza del narrare. Tra le righe aleggia lo spettro di una domanda sempre valida in ogni tempo: "Che cosa sappiamo degli altri, in definitiva, quando neanche di noi stessi sappiamo granché?" 

La ricerca "dell'uomo nudo", senza maschere, continua.

lunedì 10 novembre 2025

RECENSIONE | "L'erede" di Camilla Sten

 "L'erede" (Fazi, Collana Darkside, traduzione di Renato Zatti) è un romanzo di Camilla Sten, figlia della scrittrice di gialli Viveca Sten. Nel nuovo romanzo, "L'erede", troverete verità inconfessabili sepolte nel tempo, una storia familiare disseminata di segreti e una casa che non li lascerà mai andare.

STILE: 7 | STORIA: 8 | COVER: 6
L'erede
Camilla Sten

Editore: Fazi
Pagine: 360
Prezzo: € 19,50
Sinossi

Eleanor convive con la prosopagnosia, l’incapacità di riconoscere i volti delle persone. Un disturbo che causa stress, ansia acuta, e può farti dubitare di ciò che pensi di sapere. Una sera la ragazza si reca a casa della nonna Vivianne per la consueta cena domenicale. Ad accoglierla sull’uscio non trova però la nonna, ma una persona cui non riesce a dare un nome, che scappa via per le scale. Dentro casa, la nonna è distesa sul tappeto accanto a un paio di forbici con le lame spalancate. Nella stanza, odore di ferro e carne. La nonna, quella nonna che l’ha cresciuta come una madre, è stata uccisa. Passano i giorni, e l’orrore di essersi avvicinata così tanto a un assassino – e di non sapere se tornerà – inizia a prendere il sopravvento su Eleanor, ostacolando la sua percezione della realtà. Finché non arriva la telefonata di un avvocato: Vivianne le ha lasciato in eredità una tenuta imponente nascosta tra i boschi svedesi. È la casa in cui suo nonno è morto all’improvviso; un posto remoto, che da oltre cinquant’anni custodisce un passato oscuro. Eleanor, il mite fidanzato Sebastian, la sfrontata zia Veronika e l’avvocato vi si recano in cerca di risposte. Tuttavia, man mano che si avvicinano alla scoperta della verità, inizieranno a desiderare di non aver mai disturbato la quiete di quel luogo. Chi era davvero Vivianne? Quali segreti si è portata nella tomba?





Eleanor, una giovane donna che soffre di prosopagnosia, un deficit percettivo che non permette di riconoscere i volti delle persone, assiste all'omicidio di sua nonna: vede una persona che scappa via per le scale, ma non riesce a ricordare il suo viso. Dentro casa la nonna è distesa sul tappeto accanto a un paio di forbici con le lame spalancate. Passano i giorni e l'orrore di essersi avvicinata così tanto a un assassino, inizia a prendere il sopravvento. Eleanor (che solo la nonna chiamava Victoria) non sa se quell'uomo tornerà e la sua vita viene invasa da stress e ansia acuta. Un giorno arriva la telefonata di un avvocato: la nonna Vivianne le ha lasciato in eredità una tenuta imponente nascosta tra i boschi svedesi. Il suo nome è Solhoga, "sole alto". 

Una dimora signorile di due piani in ottime condizioni, imponente e intonacata di bianco, con file di finestre scure che ci fissano senza vederci. Dietro la casa scorgono altre costruzioni più piccole e un laghetto circondato da giunchi ghiacciati. 

È la casa in cui suo nonno è morto all'improvviso, un posto remoto che da oltre cinquant'anni custodisce un passato oscuro. Eleanor, il mite fidanzato Sebastian, la sfrontata zia Veronika e l'ambiguo avvocato vi si recano in cerca di risposte. Quindi l'azione si sposta nella grande casa isolata dove si incroceranno due linee narrative nel segno del mistero: il presente, con Eleanor che esplora la tenuta; e il passato, quando qualcosa di terribile è accaduto. Rivivremo gli eventi accaduti nella casa nel 1965 grazie al diario della cameriera Annushka che rivelerà la crudeltà di Vivianne, la padrona della casa. 

Camilla Sten è maestra nel creare personaggi sinistri e atmosfere inquietanti. I suoi romanzi offrono storie capaci di far sussultare i lettori a ogni pagina. Il buio e le tormente di vento e neve sono il contesto da brividi di questo thriller. Non mancano l'atmosfera cupa e minacciosa, i segreti di famiglia e i personaggi misteriosi. Mentre la neve si accumula al di fuori della casa, dentro aumenta la paura e sale la tensione. 

È stato intrigante scoprire le ombre che si muovono nel buio di Solhoga, percepire le vibrazioni spettrali e seguire gli strani eventi che iniziano a verificarsi nella villa. La tempesta di neve blocca tutti nella villa e prelude a una serie di colpi di scena che rende difficile smettere di leggere questo romanzo. 

L'autrice semina varie false piste per depistare i lettori e ciò ha reso la lettura piena di tensione. Non è una storia veloce ma ciò ha fatto crescere in me l'ansia di conoscere l'evolversi degli eventi. Orrore e mistero si mescolano creando una miscela esplosiva che vi farà dubitare di ogni vostra intuizione. In questo thriller il depistaggio regna sovrano: quando ho creduto di aver indovinato il colpevole ecco che sopraggiunge un nuovo flashback che mi ribalta le deduzioni precedenti. 

Seppur l'inizio sia abbastanza classico (un assassino, un mistero irrisolto del passato e una casa sperduta nei boschi), la storia è molto più complessa di come sembra e diventa sempre più interessante. 

I personaggi sono ben delineati e complessi. Li conosceremo attraverso il racconto del passato e il diario di Annushka avrà un ruolo importante per poter svelare la verità. I rapporti tra i protagonisti sono ricchi di sfaccettature e intrecci psicologici. 

Lo stile dell'autrice è diretto, mai noioso. Segue una linea temporale non troppo intricata e intreccia abilmente elementi di thriller, mistero e approfondimento sociale dando rilievo alle dinamiche sociali e psicologiche. 

"L'erede" è un giallo matrioska: l'omicidio iniziale è il pretesto per iniziare una serie di indagini personali e misteri paralleli. Solhoga è il filo che lega passato e presente, è la lunga ombra del passato che lancia un guanto di sfida con un crescendo di false piste, lettere e documenti che spariscono, testimoni che svaniscono. La verità metterà in chiaro che non ci sono vincitori e vinti. Il lettore si troverà davanti a un vaso di Pandora che è stato aperto portando alla luce circostanze e situazioni nascoste, dannose, dolorose. 

In questo romanzo l'attenzione si concentra sui segreti di famiglia, sull'eredità e sull'identità personale. La "prosopagnosia" di Eleanor è una metafora per le difficoltà nel riconoscere le verità nascoste nella propria genealogia e nelle persone care. Anche la fiducia è un tema importante del romanzo che evidenzia come le apparenze possano ingannare. 

In questo ingranaggio di morte Solhoga infrange la sua promessa di essere custode del passato. La sua promessa è infranta, spezzata, tradita. La verità che custodiva verrà alla luce e racconterà una storia senza giustizia.

mercoledì 22 ottobre 2025

RECENSIONE | "Lizzie" di Shirley Jackson

"Lizzie" (Adelphi) è un romanzo della regina del genere gotico, Shirley Jackson. Accolto con freddezza dalla critica del tempo, che lo definì incoerente e difficilmente leggibile, "Lizzie" (1954) è la storia di una donna tormentata da un disturbo di personalità. Oggi la critica lo ha rivalutato. Per me è stata una bella scoperta, un viaggio claustrofobico nella psiche frantumata della protagonista.

STILE: 7 | STORIA: 8 | COVER: 7
Lizzie
Shirley Jackson

Editore: Adelphi
Pagine: 320
Prezzo: € 13,00
Sinossi

La protagonista, Elizabeth Richmond, ventitré anni, i tratti insieme eleganti e anonimi di una "vera gentildonna" della provincia americana, non sembra avere altri progetti che quello di aspettare "la propria dipartita stando il meno male possibile". Sotto un'ingannevole tranquillità, infatti, si agita in lei un disagio allarmante che si traduce in ricorrenti emicranie, vertigini e strane amnesie. Un disagio a lungo senza nome, finché un medico geniale e ostinato, il dottor Wright, dopo aver sottoposto la giovane a lunghe sedute ipnotiche, rivelerà la presenza di tre personalità sovrapposte e conflittuali: oltre alla stessa Elizabeth, l'amabile e socievole Beth e il suo negativo fotografico Betsy, "maschera crudele e deforme" che vorrebbe fagocitare e distruggere, con il suo "sorriso laido e grossolano" e i suoi modi sadici, insolenti e volgari, le altre due. È solo l'inizio di un inabissamento che assomiglierà, più a che un percorso clinico coronato da un successo terapeutico, a una discesa amorale e spietata nelle battaglie angosciose di un Io diviso, apparentemente impossibile da ricomporre: tanto che il dottor Wright sentirà scosse le fondamenta non solo della sua dottrina, ma della sua stessa visione del rapporto tra l'identità e la realtà.





Veniamo tutti misurati, buoni e cattivi, dal male che facciamo agli altri.

Elizabeth era una timida ventitreenne che trascorreva la sua vita svolgendo un noioso lavoro in un museo. Non aveva amici, né conoscenti e "nessun progetto che non fosse sopportare l'ineludibile intervallo antecedente la sua dipartita stando il meno male possibile." Nell'ufficio del museo dove lavorava, la consideravano spenta e amorfa, poco interessante. Rimasta orfana, viveva con la prepotente zia Morgen. Al compimento dei venticinque anni, Elizabeth avrebbe ereditato la grande fortuna lasciata dal padre. Nel frattempo la ragazza riceveva spesso minacciose lettere, in cui si faceva riferimento a una certa Lizzie, che conservava gelosamente in una scatola rossa. 

Sotto un'ingannevole tranquillità si agitava in lei un disagio allarmante che si traduceva in terribili emicranie e amnesie, vertigini e insonnia. La zia decise di portarla dal medico e poi da uno psichiatra, il dottor Wright, che, dopo aver sottoposto la giovane a lunghe sedute ipnotiche, rivelerà la presenza di più personalità sovrapposte e conflittuali. 

Lentamente e con la freddezza caratteristica di Shirley Jackson scopriamo, seduta dopo seduta, la sconcertante verità: nella protagonista, intrappolata nel suo corpo e nella sua mente, convivono più personalità distinte: 

Elizabeth è la personalità nervosa e afflitta da dolori lancinanti, modesta, chiusa e oppressa dall'imbarazzo, è la stupida ma in qualche modo resistente; 

poi esiste Beth, la personalità serena e socievole, tutta sorrisi, graziosa e sensibile; 

a volte, però, emerge Betsy, la personalità disinibita, sfrenata, insolente, dozzinale e perfida. 

Tuttavia tre non è il numero ultimo delle identità. C'è anche Bess, la personalità arrogante e avara, diabolica e senza ritegno, pronta a schiacciare chiunque le impedisca di prendere il controllo. 

Ogni nuova personalità si rivelava più sgradevole della precedente, tutte sono in conflitto tra loro e ognuna cerca di emergere a scapito delle altre. 

È stato sicuramente angosciante leggere "Lizzie" perché ci si ritrova faccia a faccia con i terrificanti effetti del disturbo di personalità. La protagonista non esiste più nel suo tutto che si frantuma in più identità. 

È importante ricordare che l'approccio alla malattia mentale nel romanzo si basa su un modello di psicanalisi agli esordi. La paziente è un mistero da svelare. Il suo psichiatra si comporta come un detective che indaga per scoprire il trauma sepolto che ha generato tanti problemi. 

Jackson, con ironia, dà la possibilità alle varie personalità di presentarsi e raccontare la situazione dal loro punto di vista, cercando di prendere il controllo della storia. Più voci narranti che catturano l'attenzione del lettore che comprende subito quanto le "voci" siano inaffidabili. 

Tra tutti i protagonisti la figura dello psichiatra ha un fascino particolare. 

Il dottor Wright era un uomo pomposo, falsamente umile e incline all'autocompiacimento. Spesso veniva deriso da Betsy, la personalità cattiva, che lo chiamava dottor Wrong (cioè "sbagliato", in un gioco di parole fra right, "giusto", e wrong, "sbagliato"). Lui era sempre sul punto di tirarsi indietro, di mollare l'incarico. 

L'idea di una personalità che combinasse la stupidità di Elizabeth con la fragilità di Beth, la cattiveria di Betsy con l'arroganza di Bess, mi faceva venir voglia di nascondermi sotto le coperte! Mi vedevo come un dottor Frankenstein che ha per le mani il materiale necessario per costruire un mostro. 

Anche la zia di Elizabeth è una figura che riserverà grandi sorprese. 

La zia Morgen era una donna che non nascondeva la propria eccentricità, così come non nascondeva il suo amore per l'alcol. Donna poco empatica, a modo suo voleva bene alla nipote e si preoccupava per la sua salute. 

Figure negative? Andando avanti con la lettura ho scoperto lati inaspettati di questi personaggi che, sopravvissuti a un travagliato passato, riveleranno sensibilità e profondità. 

"Lizzie" non è sicuramente tra i libri più belli di Shirley Jackson ma merita comunque di essere considerato perché affronta un tema sicuramente poco conosciuto all'epoca e perché nulla sarà esplicitamente risolto. Si naviga a vista con "Lizzie", la storia non svela ma insinua. L'autrice semina abilmente indizi che permettono ai lettori di ricomporre la vicenda caratterizzata anche da tradimenti, abbandoni, violenze, soldi e rivalità. L'autrice adotta vari stili per scrivere questo romanzo, tanti stili quante erano le personalità di Elizabeth. A volte il libro appare serio, a volte ironico, a volte frivolo, a volte noioso. Sicuramente il soggetto è originale ma la confusione di Elizabeth, tra follia e delirio, diventa anche la confusione del lettore. "Lizzie" è un'audace indagine psicologica, una discesa spietata nelle battaglie angosciose di un Io diviso, apparentemente impossibile da ricomporre. Il finale ambiguo annuncia la vittoria di una battaglia, non della guerra. Una volte scoperchiato il vaso di Pandora non si torna indietro, parola di Elizabeth, Beth, Betsy e Bes.  

venerdì 10 ottobre 2025

RECENSIONE | "La donna della porta accanto" di Freida McFadden

"La donna della porta accanto" (Newton Compton) è un thriller mozzafiato dell'americana Freida McFadden. Dopo anni di sacrifici, Mille riesce a comprare, con suo marito, la casa dei suoi sogni. Tuttavia i suoi nuovi vicini hanno qualcosa di strano e inquietante. Infatti anche un quartiere residenziale ha le sue zone d'ombra. La gentilezza e la riservatezza degli abitanti possono convivere con la malvagità, i segreti e le bugie che sarebbe meglio non svelare mai.

STILE: 7 | STORIA: 7 | COVER: 7
La donna della porta accanto
Freida McFadden

Editore: Newton Compton
Pagine: 352
Prezzo: € 12,90
Sinossi

Una volta pulivo gli appartamenti degli altri, ora non posso credere che questa casa sia davvero mia. L’incantevole cucina, il tranquillo vicolo sul quale si affaccia, il giardino dove i bambini possono giocare. Io e mio marito abbiamo risparmiato anni per dare ai nostri figli la vita che meritano. Anche se sono diffidente nei confronti della nostra nuova vicina, la signora Lowell, quando ci invita a cena è la nostra occasione per fare amicizia. La domestica ci apre la porta indossando un grembiule bianco, i capelli raccolti in una crocchia stretta. So esattamente cosa vuol dire essere nei suoi panni. Ma il suo sguardo freddo mi fa venire i brividi... La domestica dei Lowell non è l’unica stranezza: sono sicura di vedere una figura che ci osserva minacciosa dalla finestra. Mio marito, inoltre, comincia a uscire la sera sempre più tardi. Quando incontro una donna che abita dall’altra parte della strada, le sue parole mi gelano il sangue: «Fai attenzione ai tuoi vicini». Ho commesso un terribile errore trasferendomi qui con la mia famiglia? Pensavo di essermi lasciata alle spalle i segreti più oscuri. Ma questo quartiere tranquillo potrebbe rivelarsi il luogo più pericoloso di tutti...





Ho commesso un terribile errore trasferendomi qui con la mia famiglia? Pensavo di essermi lasciata alle spalle i segreti più oscuri. 

Millie, la protagonista, va a vivere con il marito e i due figli in una nuova casa in un quartiere tranquillo. La dirimpettaia l'accoglie con un enigmatico benvenuto: "Fai attenzione ai tuoi vicini". Da lì è un crescendo di stranezze inquietanti. 

"La donna della porta accanto" è il terzo libro della serie che vede protagonista la ex domestica Millie dal passato oscuro. Dopo "Una di famiglia" e "Nella casa dei segreti", ritroviamo Millie che si è trasferita dal Bronx in una bella villetta a Long Island. Il quartiere si presenta come un posto sicuro in cui le famiglie possono vivere in tranquillità. Millie è sposata con Enzo, un bell'uomo di origine italiana. Hanno due figli: Nico di nove anni e Ada di undici. 

Tutto sembra andare per il meglio. L'incantevole cucina, il tranquillo vicolo sul quale si affaccia, il giardino dove i bambini possono giocare, sono i punti di forza della nuova casa. Tuttavia all'orizzonte si addensano nuvole nere. Millie è da subito diffidente nei confronti della nuova vicina, Suzette Lowell, che, per fare amicizia, invita tutta la famiglia a cena. La domestica, che apre la porta, indossa un grembiule bianco, i capelli raccolti in una crocchia stretta. 

Millie sa esattamente cosa vuol dire essere nei suoi panni, ma il suo sguardo freddo le fa venire i brividi. Brividi che aumentano quando Millie è sicura di vedere una figura che li osserva minacciosa dalla casa di fronte. Anche Enzo inizia a comportarsi in modo strano: comincia a uscire la sera sempre più tardi, riceve più telefonate del solito e la sua gestione delle finanze non è poi così chiara. C'entra qualcosa la bella e ricca Suzette che inizia a flirtare sfacciatamente con Enzo anche in presenza di suo marito Jonathan? 

Forse Millie ha commesso un terribile errore trasferendosi nella nuova casa con la famiglia. Pensava di essersi lasciata alle spalle i segreti più oscuri, ma il quartiere tranquillo potrebbe rivelarsi il luogo in cui si cela l'incubo più nero. Millie sta per vivere il suo inferno in terra: Jonathan, il marito di Suzette, viene trovato morto nella sua casa con la gola squarciata. Chi l'ha ucciso? 

"La donna della porta accanto" è un romanzo che vede i segreti di famiglia tornare a galla. Il male è molto, molto vicino, e rischia di frantumare il rapporto tra Millie e il marito. 

Leggere questo romanzo, ricco di suspense, è come inoltrarsi in un labirinto di specchi in cui la realtà si trasforma continuamente. Ogni personaggio sembra avere una doppia personalità ed è impossibile distinguere la verità dal suo riflesso distorto. La narrazione è in prima persona, ciò ci permette di conoscere la protagonista condividendo con lei timori e dubbi, si crea un legame immediato e coinvolgente. Nel romanzo troviamo temi come la fiducia alla base dei rapporti tra uomo e donna, le maschere sociali che mostrano come si vuol apparire e nascondono il vero essere, la violenza domestica che spazza via il concetto di casa come luogo sicuro, il rapporto genitori-figli. Appare evidente, fin dai primi capitoli, quanto, per alcune persone, sia importante l'apparenza e come sia facile essere ingannati da ciò che crediamo di vedere. Un senso di inquietudine serpeggia per tutto il romanzo e regala una lettura scorrevole e un coinvolgimento nel cercare di scoprire chi è il colpevole. 

Infatti in un gioco di inganni in cui niente è come sembra, Millie sa che le resta un solo modo per proteggere la sua famiglia. Perché lei sa dove iniziano le bugie, ma non sa dove la porterà la verità.

martedì 30 settembre 2025

RECENSIONE | "Le lupe" di Boileau e Narcejac

"Le lupe" (Adelphi, 2024, traduzione di Lorenza Di Lella e Francesca Scala) è un romanzo del 1955 dei maestri del noir francese: Pierre Boileau e Thomas Narcejac. Tra i loro lavori più noti ricordiamo "I diabolici" e "La donna che visse due volte", che hanno ispirato registi come Clouzot e Hitchcock.

"Le lupe" narra di un uomo di nome Gervais che, dopo aver rubato l'identità a un suo compagno di prigionia, seduce due sorelle contemporaneamente e pensa di riuscire a usarle per i propri scopi. Presto scoprirà che le due sorelle sono più astute di lui, e soprattutto più cattive. Dal romanzo "Le lupe" sono stati realizzati, in Francia, una versione cinematografica e un adattamento televisivo.


STILE: 9 | STORIA: 8 | COVER: 8
Le lupe
Pierre Boileau e Thomas Narcejac

Editore: Adelphi
Pagine: 179
Prezzo: € 18,00
Sinossi

Lione, 1941. Fuori, la guerra, l’occupazione, il coprifuoco, il razionamento. Dentro, nell’immenso appartamento borghese, buio, deserto e polveroso, come «perduto al fondo del tempo», due donne temibili e un uomo che pensava di usarle per i propri scopi – e invece somiglia sempre più a un condannato a vita. E dire che, quando si era presentato in casa della «madrina di guerra» del suo compagno di prigionia Bernard (morto durante la loro evasione dallo Stalag), Gervais era convinto di avercela fatta: si era spacciato per l’amico, la donna e la di lei sorella minore lo avevano accolto (almeno in apparenza) con assoluta fiducia, e lui si era lasciato avvolgere in un tiepido bozzolo di carezzevoli premure, riuscendo a sedurle entrambe senza troppa fatica. O forse erano state loro a sedurlo... e quel tiepido bozzolo non era che una ragnatela inestricabile... Quando ne arriverà una terza, di donna, la sorella di Bernard, il gioco si farà durissimo. Se non altro perché la posta è un’eredità di venti milioni di franchi. A poco a poco, tra ambiguità, sottintesi e secondi fini (tutti deliziosamente malvagi), assisteremo a una vertiginosa partita di scacchi, in cui da ogni frase e da ogni sorriso sembra nascere una minaccia, e ogni mossa può essere mortale.





La porta si richiuse. Ero solo, con quelle tre donne che avevano in mano il mio destino e avrebbero potuto distruggermi in qualsiasi momento. A questo punto non c'era più nulla da fare. Ero in loro balìa.

Lione,1941. Durante la seconda guerra mondiale, due giovani soldati francesi riescono ad evadere da un imprecisato Stalag tedesco: Bernard Pradalié, ricco e rozzo commerciante, e Gervais Larauch, colto pianista.

Devono raggiungere a Lione la casa di una madrina di guerra di nome Hélène. Donna colta e raffinata, ha avviato con Bernard un rapporto epistolare. L'uomo ha di lei un'unica foto sbiadita che gli permette di volare con la fantasia immaginando un loro amore e quindi un possibile matrimonio. Nascosti in un vagone merci riescono a raggiungere la periferia di Lione. Proprio nei dintorni della stazione di smistamento, Bernard si accorge di aver perso il suo portafortuna, dono di uno zio. Così decide di ritornare indietro per cercarlo e viene investito da alcuni vagoni. Ormai prossimo alla morte, Bernard mette nelle mani di Gervais tutti i suoi documenti e gli suggerisce di raggiungere Hélène e di nascondersi nella sua casa. Dopo un iniziale tentennamento, Gervais si reca a casa della "madrina di guerra". Viene accolto da Hélène e Agnès, le due donne non sospettano nulla. Nell'immenso appartamento borghese, buio, deserto e polveroso, come "perduto al fondo del tempo", l'uomo ha una camera tutta per sé, un letto caldo, abiti, cibo a volontà, dolci e liquori. Tra di loro c'è cortesia, fiducia e premura. L'appartamento è un'isola felice mentre fuori infuria la guerra. Gervais si sente protetto, avvolto da carezzevoli premure, e riesce a sedurre entrambe le sorelle senza troppa fatica. O forse erano state loro a sedurlo?

Quando arriva una terza donna, la sorella del vero Bernard, il gioco si farà durissimo. Se non altro perché la posta è un'eredità di venti milioni di franchi.

Ben presto le cose cambiano, gli equilibri si ribaltano e il finto Bernard si ritroverà prigioniero in un microcosmo tutto al femminile dove pericolose rivalità e tabù vengono infranti in un'imprevista serie di eventi. La presenza dell'uomo sarà fonte d'eccitazione e di tensioni sempre meno controllabili.

"Le lupe" é una classica storia di suspense con cui, la coppia diabolica del noir francese, ipnotizza i lettori stregandoli con una miscela di ambiguità e false identità. Non c'è tregua per il protagonista. Prigioniero di donne astute e malvagie, Gervais, che finge di essere Bernard, rimane intrappolato nella sua stessa rete. Tutti i personaggi indossano una maschera, nessuno si fida di nessuno, ognuno cerca di sfruttare gli altri a proprio vantaggio mettendo in scena un gioco crudele di sottintesi e secondi fini, tutti incantevolmente malvagi. Le tre donne intrappolano "il maschio" che pensa di aver trovato il paradiso in terra e invece  precipita nell'inferno. A poco a poco, sedotto dal fascino ambiguo e perturbante delle due sorelle, il falso Bernard si ritroverà invischiato in una ragnatela intrisa di eros e morte. Lui vorrebbe rivelare la verità

Se fossi stato capace di parlare di me alle donne che mi hanno amato, forse avrei pensato meno a me stesso. Forse il mio cuore ora non sarebbe una grossa varice piena di sangue nero e velenoso. Parlare! Sì, ma quando?

"Le lupe" é un noir coinvolgente, raffinato. Stile e narrazione essenziali, ben distribuiti i momenti dell'intrigo e la tensione non ti dà un attimo di tregua. I personaggi sono poliedrici e il loro agire mette in luce l'enigma del Male di cui è intrisa la natura umana. Nessuno si salva.

Gervais è un bugiardo patologico, astuto e uomo di cultura, dal passato travagliato. Sempre sull'orlo della depressione è una preda ideale per "le lupe". Il suo vittimismo lo rende debole e codardo.

Ero un reietto, lo ero sempre stato, un'anima viva a metà, smarrita in questo limbo, in questo universo instabile di vento e acqua. Non avrei mai trovato un approdo.

Le tre donne sono manipolatrici, hanno i propri scopi, sorridono e nascondono le loro trame.

Hélén, la fidanzata, ha un carattere forte ed è una borghese altezzosa, fredda e decisa.

Agnès, sorella di Hélèn, è una giovane donna sensuale che fa credere a tutti di essere una medium. Diventa ben presto l'amante di Gervais.

Julia, la vera sorella di Bernard, è un'approfittatrice che, per interesse, non smaschera Gervais.    

Il protagonista perde progressivamente la percezione della realtà e precipita in una voragine di angoscia. Il senso d'impotenza lo paralizza, il rimorso inizia a tormentarlo. Sedotto dal fascino ambiguo delle due sorelle, Gervais si muove in un'atmosfera tesa che mescola realtà e incubo. Ne resta prigioniero, a tratti scorge una regia nascosta, ma non riesce a opporsi agli eventi, non sa che parte di preciso lui stesso reciti. Chi sono le vittime? Chi sono i cacciatori e chi le prede?

Riuscirà Gervais - Bernard, vigliacco e disonesto, a portare a buon fine la sua finzione? Le donne, le lupe, lo circondano. È un gioco al massacro, nessuno è ciò che sembra. Tutto è mistero.

"Le lupe" è un breve romanzo che ha catturato subito la mia attenzione perché ogni pagina è intrigante, non c'è spreco di parole e ogni cosa succede inesorabilmente con conseguenze spesso spiacevoli. Il meccanismo narrativo non concede tregua, tutti vanno incontro al proprio destino in un crescendo emozionante che mi ha guidato sino al finale freddo e crudele. Finale drammatico e inevitabile di cui si ha sentore fin dalle prime pagine. Non ci sono buoni sentimenti ma solo il desiderio di sopravvivere.

"Le lupe" è un altro piccolo gioiello di Boileau e Narcejac. Un libro da scoprire ricordando che "Non è in nostro potere amare o odiare, perché la volontà in noi è sconfitta dal fato." (Christopher Marlowe)

venerdì 26 settembre 2025

RECENSIONE | "Qui tutti mentono" di Shari Lapena

 "Qui tutti mentono" (Bollati Boringhieri) è un thriller mozzafiato di Shari Lapena, scrittrice, avvocato e insegnante canadese. La storia è la lucida dimostrazione di come la gente può essere vendicativa e manipolatrice. Soprattutto in una piccola comunità suburbana, dove tutti sembrano farsi i fatti degli altri.


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
Qui tutti mentono
Shari Lapena

Editore: Bollati Boringhieri
Pagine: 256
Prezzo: € 18,00
Sinossi

William Wooler, sposato con due figli, ha una relazione segreta. Il giorno in cui la sua amante tronca la loro storia, William torna a casa, trova la figlia Avery, 9 anni, inaspettatamente rientrata a casa da scuola troppo presto. William perde la pazienza nei confronti della bambina, le dà una sberla, poi esce. Qualche ora dopo la bambina scompare. La polizia indaga, concentrandosi sugli abitanti della strada dove abita Avery e da dove è sparita. Ma ricostruire quanto potrebbe essere accaduto è difficilissimo per i due detective incaricati dell’indagine: in quella strada tutti sembrano mentire. Presunti testimoni si fanno avanti con informazioni che forse sono vere o forse no. Il vicinato è sempre più in allarme. E dunque dov’è Avery? È stata rapita?





William la accompagna in silenzio alla macchina parcheggiata dietro il motel; non lasciano mai le auto davanti, dove qualcuno potrebbe riconoscerle. Nessuno saprà mai che sono stati lì. O almeno è quello che si dicono, quello che si sono detti ogni volta negli ultimi mesi, quando la loro storia si è accesa, bruciando intensamente. Adesso, però, si è spenta di colpo. È stata lei. William non se l'aspettava.

Benvenuti a Stanhope, un quartiere residenziale sicuro per le famiglie. William Wooler, sposato e padre di due figli, ha una relazione segreta. Il giorno in cui la sua amante tronca all'improvviso la loro storia, William devastato e arrabbiato torna a casa in anticipo e trova la sua problematica figlia Avery, nove anni, inaspettatamente rientrata a casa da scuola troppo presto. William perde la pazienza nei confronti della bambina, le dà una sberla, poi esce. Qualche ora dopo la piccola sparisce misteriosamente. La polizia indaga concentrandosi sui compagni di Avery, sugli abitanti della strada dove abita la bambina e da dove è sparita. Ogni testimone ha qualcosa da nascondere. Quindi ricostruire quanto potrebbe essere accaduto è difficilissimo. Le informazioni raccolte sono sempre sibilline, forse sono vere o forse no. Il vicinato è sempre in allarme. E dunque dov'è Avery? 

Lapena costruisce un thriller psicologico ad alta velocità. Tutto è simile a un campo minato perché ogni affermazione può essere un inganno, ogni certezza si nasconde in una tela di misteri. Ho letto il libro con molta curiosità per l'originalità della trama e per un intreccio, simile a una bomba a orologeria, che mi ha tenuta con il fiato sospeso fino al gran finale. Il ritmo veloce non ammette distrazioni, non c'è tempo da perdere: occorre ritrovare la piccola Avery. Non sarà facile perché tutti, nessuno escluso, mentono. Le bugie si accumulano, le manipolazioni nascoste rendono vivo il velo che copre la verità. Tanti i personaggi, tutti ben introdotti nel microcosmo del quartiere dove la gentilezza, i sorrisi e la riservatezza delle famiglie, apparentemente felici, convivono con la malvagità, i segreti e le bugie. Conosceremo genitori inquieti e figli difficili cresciuti in ambienti apparentemente confortevoli dove nulla manca. Luoghi ideali per una crescita sana, base ideale per essere proiettati verso un futuro di realizzazioni. Invece, raschiando la brillante superficie, si arriva a storie sommerse nelle ombre, storie di orrore e di perversione. Nessuno sembra innocente. Nessuno sembra colpevole. Nelle apparenze ognuno sceglie ciò che vuol essere e ciò che vuol mostrare agli altri, le maschere abbondano. Tuttavia qualcuno ha preso Avery. 

Chi è il mostro? Preparatevi a vedere il male che entra nelle case e toglie il respiro. 

"Qui tutti mentono" è un complesso puzzle che nasconde le sue tessere in una profonda voragine fatta da tradimenti, da ossessioni, da sensi di colpa, da manipolazioni. Tutti mentono perché hanno qualcosa da nascondere. 

Per intrigarvi ancora di più, vi presento i personaggi ambigui e sgradevoli. 

Lui è William, il bel dottore. Sicuramente non vincerebbe il premio dell'anno come marito fedele e padre esemplare. Ha un debole per le belle donne e si sottrae di buon grado alle responsabilità familiari. Ha un carattere irascibile. 

Lei è Erin, donna amorevole e tanto paziente. Madre affettuosa cerca di sopperire al mancato interesse del marito per i loro figli, Avery e Michael. Erin dedica molto tempo ad Avery, cresciuta nella bambagia perché gli esperti dicono che ha bisogno di pazienza e di sostegno. La donna si sente in colpa per non poter far lo stesso con l'adolescente Michael, il classico bravo ragazzo. 

L'altra, l'amante, abita nella strada di William ed Erin. Anche lei è sposata. É una donna molto bella ma infelice. Ha due figli. 

Lapena tesse un thriller familiare in cui il senso di colpa e la fragilità dei legami si fondono con i dubbi e i sospetti di essere parte di un evento orribile. Sappiate, però, che la verità porterà a una sola soluzione ancora più stupefacente di qualsiasi ipotesi. Le sorprese non finiscono mai e se vi piacciono le emozioni che regala una corsa sulle montagne russe, allora questo thriller è pane per i vostri denti. 

"Qui tutti mentono" è un romanzo inquietante di brave persone che commettono azioni spiacevoli. L'autrice descrive spietatamente i personaggi, svela i loro conflitti, sbircia dietro le porte socchiuse, creando una trama ingegnosa per una lettura sempre sul filo del rasoio. 

Cari lettori, segnatevi questo titolo e ricordate che, nel romanzo, tutto è il contrario di tutto e tutti sono, in qualche modo, colpevoli. Un'inesorabile discesa all'inferno nei segreti di una comunità. Prima di salutarvi vorrei dirvi che anch'io non ho detto proprio tutta la verità per non guastarvi il piacere della sorpresa. Buona lettura!

mercoledì 17 settembre 2025

RECENSIONE | "Il giudice e il suo boia" di Friedrich Durrenmatt

"Il giudice e il suo boia" (Adelphi) è il primo romanzo poliziesco dello scrittore svizzero Friedrich Durrenmatt, che si è conquistato un ruolo importante nella letteratura del secondo Novecento europeo grazie alle sue trame investigative che intendono dimostrare come sia il caso a governare i destini umani. 
Un tenente svizzero viene assassinato. Le indagini sono affidate a un commissario veterano e a un novellino. Saranno ostacolati da alcuni politicanti svizzeri.

STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 7
Il giudice e il suo boia
Friedrich Durrenmatt

Editore: Adelphi
Pagine: 121
Prezzo: € 11,00
Sinossi

Esiste il delitto perfetto? Gastmann, "demonio in forma umana", ne è convinto, e per dimostrarlo al commissario Bärlach – e vincere la temeraria scommessa fatta in una bettola sul Bosforo – getta uno sconosciuto dal ponte di Galata. Ormai i due sono incatenati l'uno all'altro. Per oltre quarant'anni il commissario seguirà imperterrito le orme di Gastmann, nel vano tentativo di fornire le prove dei delitti via via più audaci, efferati e sacrileghi che costui ha commesso per capriccio. Finché un giorno l'assassinio dell'ispettore Schmied della polizia di Berna – la città dove Bärlach è nato, e che lui chiama il suo "aureo sepolcro" – lo metterà nuovamente di fronte al suo nemico, e al sinistro viluppo di trame politiche e finanziarie di cui questi tira le fila. A Bärlach non resta molto da vivere: giusto il tempo di regolare i conti una volta per tutte. Ormai ha emesso il suo verdetto – ed è una condanna a morte.



Non ho saputo incastrarti per i delitti che hai commesso, ora ti incastro con quello che non hai commesso. 

Protagonista della vicenda è il commissario Barlach, ormai prossimo al pensionamento per seri motivi di salute. Col suo giovane assistente Tschanz deve risolvere un caso di omicidio. La vittima è un ispettore della polizia di Berna. L'uomo viene ritrovato senza vita nella sua auto, nei pressi di un piccolo paese, vicino a Bienne. 

Durante le indagini appare evidente una diversità di base nel portare avanti le indagini. 

Barlach era più riflessivo e pacato, Tschanz era per le maniere forti. Tutto precipitò quando Barlach trovò sulla sua strada l'acerrimo nemico Gastmann con il quale si scontrava da tutta la vita. 

Il primo incontro, tra i due, avvenne in una bettola nel sobborgo di Tophane, dove sostennero tesi opposte. 

Barlach sosteneva che "l'imperfezione umana è il motivo per cui la maggior parte dei delitti viene inevitabilmente alla luce: siamo incapaci di prevedere con sicurezza come agiranno gli altri, e nei nostri ragionamenti non riusciamo a integrare il caso, che in tutto mette lo zampino." 

Invece Gastmann affermava che "proprio il garbuglio dei rapporti umani ti permette di compiere delitti che non si possono scoprire. È questo il motivo per cui i crimini, nella loro stragrande maggioranza, non solo rimangono impuniti ma non destano nemmeno sospetto, quasi avvenissero in gran segreto." 

Il confronto porta a una scommessa: Gastmann avrebbe compiuto un delitto in presenza di Barlach, senza che lui fosse poi in grado di fornirne le prove. 

Tre giorni dopo Gastmann uccide un uomo, gettandolo giù da un ponte, sotto gli occhi di Barlach che non riuscirà a trovare le prove per farlo incriminare. Da quel momento i due uomini vivranno "incatenati" per sempre l'uno all'altro. Per oltre quarant'anni il commissario seguirà imperterrito le orme di Gastmann, nel vano tentativo di fornire le prove dei delitti via via più audaci, efferati e sacrileghi che costui ha commesso per capriccio. 

Ora che i due uomini si erano nuovamente incrociati, Gastmann era tra gli indiziati per l'omicidio del poliziotto, era giunta l'ora della resa dei conti. Barlach aveva solo un anno, questa era la sua aspettativa di vita, per dare scacco matto alla belva Gastmann, per chiudere la partita. 

Il male è davanti a noi, inutile negarlo, ma sappiamo combatterlo e vincerlo con le forze della logica, della filosofia e della scienza? 

Barlach non accetta "le grandi acquisizioni della moderna criminologia", lui conosce già la soluzione nel groviglio umano. E inizia la sua ultima partita muovendo gli uomini come pedine ma ben presto il "fattore umano" prevale, menzogna e verità si mescolano. Il commissario, prima di morire, tesse con astuzia una rete che costringerà un carnefice a eseguire una sentenza di morte che egli stesso ha decretato. Si può ricorrere a comportamenti illegali, pensa Barlach, pur di colpire criminali che altrimenti sfuggirebbero alla Legge. Così il poliziotto diventa giudice e ha già scelto il boia per regolare i conti. 

Io ti ho giudicato, Gastmann, e ti ho condannato a morte. Tu non sopravvivrai a questa giornata. Il boia che ho scelto per te ti ucciderà, perché in nome di Dio questa cosa va fatta una buona volta. 

Tutto andrà come pianificato o il caso ci metterà lo zampino? 

"Il giudice e il suo boia" è un racconto poliziesco breve, conciso, ipnotico, ricco di tensione e ambiguità. La trama intricata e affascinante si avvale di un'atmosfera cupa e ricca di suspense. Il finale è assolutamente sorprendente. 

Questo romanzo è una delle opere che meglio esprime il pensiero dell'autore che intende dimostrare l'impossibilità della legge di arrivare alla verità. Nelle sue opere il concetto di giustizia é sempre presente al centro di una girandola di criminali, enigmi e detective. I personaggi si muovono nel labirinto dell'ingiustizia e del male. 

Per Durrenmatt tutte le nostre azioni sono dominate dal caso, un misterioso concatenarsi di eventi. Il caso, mescolate le lettere e otterrete "caos", porta il mondo a vivere nel caos. L'investigatore tradizionale rivela la sua incapacità a muoversi in una realtà complessa e incomprensibile. 

"Il giudice e il suo boia" è un noir raffinato, imprevedibile e movimentato, che introduce il Caso, parola chiave che racchiude la concezione del mondo di Durrenmatt. 

I suoi romanzi criminali, come "Il giudice e il suo boia", hanno un sottofondo filosofico e spesso sono intrisi di macabra satira. L'autore analizza con critica pungente e sarcastica i problemi della società e smaschera la meschinità che si cela dietro la facciata perbenista della società svizzera. 

Quando Durrenmatt scrisse "Il giudice e il suo boia" aveva appena trent'anni. Georges Simenon, che di noir se ne intendeva, lesse questo romanzo cupo, implacabile, e disse: "Non so che età abbia l'autore. Se è alla sua prima prova, credo che farà strada." Ben detto!

venerdì 12 settembre 2025

RECENSIONE | "La donna nel pozzo" di Piergiorgio Pulixi

"La donna nel pozzo" (Feltrinelli) di Piergiorgio Pulixi è la storia di due scrittori che si ritrovano in Sardegna per indagare sulla morte di Cristina Mandas e su un misterioso delitto di trent'anni prima.


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
La donna nel pozzo
Piergiorgio Pulixi

Editore: Feltrinelli
Pagine: 304
Prezzo: € 18,00
Sinossi

Un dettaglio. È sempre un dettaglio a fare la differenza. Capita a Cristina Mandas di dimenticare il compleanno del marito. Che vuoi che sia. Invece, la svista è il primo scricchiolio di una vita che sta per andare in frantumi. Perché a quarant’anni Cristina non è la maestra, la moglie, la madre, stimata e ben voluta dalla comunità di quel paesino sardo in cui si è trasferita tempo prima. Dietro la cortina di un’esistenza comune, custodisce un segreto che deve rimanere sepolto nelle profondità di un pozzo. E così è stato, almeno fino a un particolare colto di sfuggita, fino a quella dimenticanza. Qualcuno, però, si è accorto che Cristina non è più la stessa, che è sul punto di cedere. Qualcuno rimasto nell’ombra a spiarla per anni. Lorenzo Roccaforte è stato uno degli scrittori più amati d’Italia e ha anche vinto il Premio Strega. Ora che il successo è volato via a causa della sindrome da pagina bianca, si ritrova ad aver mancato lo status di “solito stronzo”, lui che puntava a rimanere un “venerato maestro”. Ermes Calvino ha un cognome di peso, nessuna parentela con il grande Italo e un abbonamento premium coi guai. Generoso, legatissimo alla madre e alla sorella, è anche uno sconosciuto scrittore di talento. Diversi come il giorno e la notte, Roccaforte e Calvino diventano gli involontari contraenti di un patto diabolico: Ermes scrive i romanzi che Lorenzo firma. Lo chiamano ghostwriting. L’ideatore del piano è Arturo Panzirolli, un ex galeotto che in carcere ha avuto l’idea del secolo: diventare editore! Sotto la regia di Panzirolli, un Roccaforte senza più speranze è ritornato sulla scena come autore di thriller e podcaster true crime. Scrittore e ghostwriter si ritroveranno in Sardegna a indagare sulla morte di Cristina Mandas e su un misterioso delitto di trent’anni prima, che sconvolse l’isola.





Si era dimenticata del suo compleanno. In diciotto anni di matrimonio non era mai successo. Quella consapevolezza l'aveva fulminata non appena era entrata in sala insegnanti. Aveva posato la tazzina di caffé e, dando una sbirciata all'agenda, si era sentita ghiacciare. Aveva ricontrollato per sicurezza, scorrendo all'indietro i giorni della settimana, salvo rendersi conto dell'imbarazzante concretezza di quella mancanza: Angelo, suo marito, aveva compiuto gli anni quarantotto ore prima, e lei se n'era del tutto dimenticata.

Tutti noi, inutile nasconderlo, subiamo il fascino del male ma non oltrepassiamo la soglia oscura. Sicuramente non conosciamo i pensieri che si agitano nella mente delle persone con cui condividiamo la nostra quotidianità. Se fossimo in grado di farlo, sarebbe un dono o una dannazione?

Piergiorgio Pulixi si è ispirato a fatti reali per scrivere questo thriller intenso che, una volta iniziato, non puoi più lasciare fino all'ultima pagina.

Nel 1898, a Carbonia, venne uccisa Gisella Orrù, una bella ragazza di sedici anni. Scomparve misteriosamente e venne ritrovata in un pozzo. L'autopsia rivelò che era stata violentata. Furono condannate due persone ma, forse, i veri colpevoli non erano quelli. Seguirono altri omicidi, che sembravano collegati. Tante domande rimasero senza risposte. Troppe verità nascoste, troppi silenzi. La paura ha tenuto le bocche cucite e dopo tanti anni nessuno si è fatto avanti per dire la verità.

Questo cold case è l'innesco per narrare una storia intrigante intrisa di amara ironia. A muovere le fila del racconta sarà un trio di nuovi protagonisti che daranno vita a una narrazione incalzante che alterna pagine oscure a denunce sociali, oscillando fra il noir e la commedia.

Un dettaglio. È sempre un dettaglio a fare la differenza. Capita a Cristina Mandas di dimenticare il compleanno del marito. La svista è il primo scricchiolio di una vita che sta per andare in frantumi. Perché a quarant'anni Cristina non è la maestra, la moglie, la madre, stimata e ben voluta dalla comunità del paesino sardo in cui si è trasferita tempo prima. La donna custodisce un segreto ed è sul punto di cedere. Qualcuno rimasto nell'ombra la spia ormai da anni.

Decise che doveva uscire dall'ombra e impedirglielo, perché la verità di cui Cristina era a conoscenza doveva rimanere sepolta nel fondo melmoso di quel vecchio pozzo.

Quando il corpo di Cristina Mandas viene ritrovato in fondo a un pozzo, il caso viene archiviato come suicidio. Mentre in Sardegna si consuma questa tragedia, a Roma facciamo la conoscenza con i tre protagonisti: Lorenzo, Ermes e Arturo.

Lorenzo Roccaforte è stato uno degli scrittori più amati d'Italia e ha anche vinto il Premio Strega. Tuttavia il successo è volato via a causa della sindrome da pagina bianca. Dietro la facciata di celebrità si cela un uomo disilluso e tormentato, che odia tutto e tutti.

Ermes Calvino, un talentuoso ghostwriter di romanzi noir, sembra avere un abbonamento premium coi guai. Generoso e legatissimo alla madre, che fa la donna delle pulizie, e alla sorella, che si droga e fa debiti con i mafiosi, il ragazzo vorrebbe diventare uno scrittore.

Diversi come il giorno e la notte, Roccaforte e Calvino diventano gli involontari contraenti di un patto diabolico. Ermes scrive i romanzi che Lorenzo firma. Roccaforte si gode il successo, l'editore si arricchisce e Calvino nulla stringe, né fama né soldi.

L'ideatore del piano, il terzo protagonista, è Arturo Panzirollo, un ex galeotto che in carcere ha avuto l'idea del secolo: diventare editore! A volte, purtroppo, i desideri si avverano e Arturo diventa un cinico editore truffaldino senza scrupoli. Sotto la sua regia, Roccaforte è ritornato sulla scena come autore di thriller e conduce il podcast "Trame e delitti". Il vero autore è però Ermes, sempre relegato all'ombra del grande scrittore. Proprio per cercare materiale per il loro programma, Calvino e Roccaforte si ritroveranno in Sardegna a indagare sulla morte di Cristina Mandas che richiama  alla mente un misterioso delitto di trent'anni prima che sconvolse l'isola.

Così mentre Roccaforte, cinico e opportunista, decide di trascorrere i giorni "d'indagine" in un resort di lusso, dove incontrerà una signora con la figlia disabile, sarà Ermes a svolgere il lavoro sporco indagando sull'omicidio della "donna nel pozzo".

Il romanzo mostra un cancro della nostra società, la violenza di genere. Viene anche mostrato un nuovo tipo di criminalità economica che si basa sull'applicazione delle regole del business: i criminali rilevano i debiti della droga o del gioco e li fanno fruttare con gli interessi, distruggendo intere famiglie.

La parte noir del romanzo ci porta a voler scoprire la verità su segreti che, anche a distanza di tempo, non possono proprio essere svelati. Ci sono verità che condannano all'inferno, seppellirle in fondo al cuore non serve a nulla. Il tempo non alleggerisce le coscienze e non si possono dimenticare le proprie colpe.

Il romanzo vede Calvino e Roccaforte frugare tra le pieghe dell'animo umano, mettere insieme deduzioni e riflessioni per rendere giustizia a chi ha subito un'ingiustizia. La loro caparbietà riuscirà a infrangere la bolla di silenzi e complicità che ha protetto i colpevoli?

"La donna nel pozzo" è una sapiente miscela di noir, thriller e commedia e spietata autoanalisi sul funzionamento della fabbrica del racconto crime. I personaggi sono accattivanti e caratterizzati dall'uso del dialetto romano che rende ancor più vivaci i battibecchi e le battute sarcastiche. L'ambientazione è ben caratterizzata sia nelle vicende che si svolgono a Roma, sia quando siamo in Sardegna con la bellezza incontaminata dei suoi territori.

Squadra che vince nun se cambia. Me dovete cerca' 'n artro delitto irrisolto. Vojo de novo scrive in fascetta 'na roba tipo "Ispirato dal terribile caso de 'sto cazzo". Oppure: "Roccaforte ce riporta sul luogo der delitto con la sua sapiente penna, prospettando nuove piste investigative". O ancora: " Il romanzo verità sul caso de, puntini puntini. O magari: "Dove la giustizia se ferma arriva er castigo della letteratura". Senti come sona bene? Me stai a capì', Calvi'? vojo 'n effetto stile er Mostro de Firenze.

L'autore mostra un indubbio talento narrativo e riesce a coinvolgere il lettore in questa storia che segna l'inizio di una nuova serie con una coppia di indagatori che cerca la verità tra le troppe mutevoli bugie. Una verità che giace in fondo al pozzo.

mercoledì 10 settembre 2025

RECENSIONE | "La preda" di Damon Galgut

"La preda" è uno dei primi romanzi di Damon Galgut, pubblicato originariamente nel 1995 e ora edito in Italia da Edizioni E/O nella traduzione di Tiziana Lo Porto, è una parabola suggestiva sul peccato e sulla colpa. La speranza, invece, sarà sacrificata sull'altare del pessimismo. Tutto ha inizio in un tratto di strada solitaria quando due sconosciuti si incontrano. Il primo è un fuggitivo, il secondo è un prete.

STILE: 7 | STORIA: 7 | COVER: 8
La preda
Damon Galgut

Editore: E/O
Pagine: 160
Prezzo: € 17,00
Sinossi

In un tratto di strada solitario due sconosciuti si incontrano. Il primo è un fuggitivo e viaggia a piedi apparentemente senza una meta precisa, il secondo guida un furgone ed è un prete diretto verso la nuova parrocchia che gli è stata assegnata. Temendo di essere consegnato alla polizia, dopo un momento di strana e folgorante intimità, il fuggitivo uccide il prete, nasconde il cadavere in una cava, ne assume vesti e identità, raggiunge la nuova parrocchia e si ritrova a presenziare il funerale del prete ucciso. Il fortuito ritrovamento del cadavere nella cava metterà il capo della polizia sulle tracce dell’assassino. Ma il crimine commesso dal fuggitivo non è un caso isolato, così come la sua fuga, trasformando la caccia all’uomo in una caccia collettiva al crimine, dove a inseguire è la legge e a essere inseguito è chiunque sia fuorilegge.





Un uomo che inseguiva un altro uomo attraverso la terra bruna, non erano più persone, erano un principio in atto: legge e fuorilegge. Cacciatore e preda. 

Il protagonista è un uomo senza nome che, in un tratto di strada solitaria, commette un omicidio. La vittima è un prete in viaggio verso una città vicina dove si trova la sua nuova parrocchia. 

La bottiglia si ruppe a mezz'aria dove prima c'era la testa del prete e il vino esplose rosso, come sangue. O forse era sangue. Poi l'uomo si chinò e sollevò un sasso che era rimasto lì immobile fino a quel momento e lo lasciò cadere sul cranio dell'uomo sotto di lui e lo piantò dentro.

L'omicida, in fuga nel Sudafrica natio dello scrittore, nasconde il cadavere in una cava dismessa e ruba l'identità del prete. Si reca in città e si presenta alla missione. Il suo primo incarico ufficiale è presenziare il funerale dell'uomo che lui ha ucciso. Il fortuito ritrovamento del cadavere nella cava metterà il capo della polizia sulle tracce dell'assassino. Il poliziotto, sospettoso per natura, si interessa sempre più al lavoro del nuovo ministro: osserva, ascolta, gira lentamente intorno alla sua preda. Il falso prete fugge. La legge lo insegue. La caccia all'uomo si trasforma in una caccia collettiva al crimine. 

In appena 160 pagine, Galgut realizza la metafora della colpa e del rimorso. Come in un eterno duello, il Poliziotto e il Fuggiasco si fronteggiano, si inseguono . Le vicende si svolgono attorno a una cava: un buco, nella terra, buio e freddo che, dice Galgut, è il massimo che gli esseri umani possono aspettarsi dal futuro. Puro pessimismo o realtà? 

L'elemento naturale (la cava) e quello umano sono intimamente legati simboleggiando la precarietà della vita umana, del sepolto, del nascosto e della solitudine spettrale. 

Poi il sole tramonta e l'ombra nella cava si trasforma. L'ombra si addensa. A quel punto non è più ombra. É oscurità e l'oscurità nel buco non è diversa dall'oscurità sopra di essa. Potrebbe esserci acqua nella cava, o movimento, o niente. Potrebbe non esserci fondo. 

I personaggi, infatti, sono uomini tormentati senza alcuna speranza nel futuro. Il loro disagio esistenziale nasce da un oscuro passato che proietta la sua ombra anche sul presente in un quadro di sconfitta globale. La posta in gioco è la libertà. Ottenerla è una lotta impari. 

Leggendo questo romanzo ho ripensato a un lavoro di John Steinbeck, "Uomini e topi", che narra la storia di due braccianti itineranti desiderosi di possedere un pezzo di terra dove lavorare e vivere in pace. Ma il sogno si infrange su una realtà fatta di solitudine, pregiudizio, tormento e crudeltà. La libertà anche per loro, come per il Fuggiasco, è una chimera. 

"La preda" è un'indagine che scava nelle profondità dell'animo umano, è un viaggio tra le zone d'ombra dell'esistenza, è un percorso sempre alla periferia dell'identità. È l'esplorazione di un territorio intimo che sconfina nell'onirico. Si percepisce la lama affilata che incide non solo le carni di una persona ma incide il corpo della società del Sudafrica e proietta l'oscurità sui cambiamenti reali nel Sudafrica post apartheid. 

L'incipit ci proietta in un'azione già iniziata, non conosciamo il passato del fuggitivo e non possiamo far altro che seguirlo nel suo viaggio alla continua ricerca di un luogo dove potersi fermare. Sembra, però, condannato a una fuga perpetua: 

C'era dentro di lui la sensazione di eventi che si esaurivano, di molle che si srotolavano e di ruote che rallentavano e sapeva che nella sua fuga azzurra e spettrale di movimento e sonno si stava rapidamente avvicinando al limite estremo delle cose. 

Uccidere è rinascere con un'altra identità. Tuttavia il destino del nostro assassino è già segnato. Fuggire e nascondersi a nulla servono. Il sospetto è come una spada di Damocle sempre pronta a colpire. "La preda" è un breve romanzo che narra di uomini in perpetuo movimento. La prosa concisa, cupa e intrisa di pessimismo, ben si adatta al paesaggio sudafricano, spoglio e suggestivo. I capitoli brevi, alcuni solo frammenti, rendono bene il susseguirsi veloce degli avvenimenti. Non c'è tempo per approfondimenti psicologici, non c'è modo di conoscere il passato, si respira una violenza repressa pronta a esplodere. Galgut non offre nessun conforto a chi legge. Appare subito chiaro che vittime e carnefici non sono poi così diversi, si è perseguitati dai propri demoni interiori e si insegue una verità che ogni volta ci sfugge tra le mani. Il capitolo finale del romanzo ci congeda ricordandoci l'inevitabilità del destino e il contagio dell'oscurità. Siamo tutti prede. Siamo tutti cacciatori.