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giovedì 21 ottobre 2021

RECENSIONE | "Tutto il cielo che serve" di Franco Faggiani

La notte del 24 agosto 2016, alle 3 e 36, la terra tremò per 142 secondi. Con un terremoto di magnitudine 6.0, nei pressi di Amatrice, iniziava una delle più importanti sequenze sismiche che abbia colpito l’Italia. Sotto le macerie perirono 299 persone, furono estratte vive dalle macerie 238 persone, vi furono 388 feriti e 41 mila sfollati. Un boato di morte aveva inghiottito un’intera comunità. A distanza di cinque anni da quel terribile terremoto, Franco Faggiani rende omaggio a quella terra ferita, alle vittime della tragedia e agli uomini e alle donne corsi in aiuto,  con il romanzo “Tutto il cielo che serve”, Fazi Editore. Un libro sulla forza della natura e sulla capacità dell’uomo di adattarsi a questa legge, ambientato in una delle zone meno conosciute e più belle d’Italia.


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
Tutto il cielo che serve
Franco Faggiani

Editore: Fazi
Pagine: 280
Prezzo: € 18,00
Sinossi

Nell’agosto del 2016, Francesca Capodiferro, giovane geologa e capo squadra dei Vigili del Fuoco di Roma, si trova per lavoro sui Monti della Laga, al confine tra Lazio, Marche e Abruzzo. La sera del 24, con i suoi due cani da ricerca, decide di accamparsi sulla montagna sopra Amatrice ma proprio quella notte violente scosse di terremoto distruggono il paese e tutte le frazioni limitrofe. Francesca sarà tra i primi ad arrivare sul luogo e a organizzare i primi soccorsi, inizialmente con mezzi di fortuna, poi aiutata dagli uomini della sua squadra. Con loro ha sempre avuto rapporti difficili, quasi conflittuali: i ‘suoi’ Vigili del fuoco le obbediscono ma non la amano e questo spesso le causa problemi anche durante le operazioni di emergenza. Dopo incontri inaspettati, allontanamenti e ricongiungimenti, arrivano i rinforzi e Francesca, provata emotivamente dalla tragedia e dai contrasti sorti con i colleghi, decide di partire da sola alla ricerca dei dispersi e delle persone rimaste bloccate nelle vallate circostanti, frugando nei casolari, nelle grotte e nei rifugi offerti dai boschi, dove la gente si è nascosta per la paura. Sarà un viaggio difficile il suo, nel dolore e nella bellezza della natura, a volte così violenta e indifferente alle vicende umane. Ma sarà anche un viaggio necessario per scoprire, dentro di sé, le ragioni della propria missione e riconciliarsi finalmente con la vita, i suoi uomini, il suo lavoro.


Spesso, in quei frangenti, avvertivo la solitudine, ma il più delle volte, come pure in quel caso, ero contenta di affrontarla, di possederla o almeno di comprenderla, visto che nessuno o quasi la ama. In cima alla montagna c’eravamo io, un pezzetto di terra su cui sdraiarsi e tutto il cielo immenso, dove veleggiavano nuvole e stormi di uccelli, minuscoli semi e foglie leggere, pensieri lievi come piccole piume. Potevo essere ovunque nel mondo o in nessuna parte, e questo mi dava una profonda sensazione di libertà. Quella intima, tutta mia, da non condividere mai con nessuno.

È la sera del 24 agosto del 2016, Francesca Capodiferro, giovane geologa e caposquadra dei vigili del fuoco di Roma, si trova in missione sul monte Gorzano per studiare anomale spaccature del terreno. Decide di accamparsi, con i suoi cani da ricerca, sulla montagna sopra Amatrice ma, proprio quella notte, violente scosse sismiche distruggono il paese e le frazioni limitrofe. Francesca sarà tra i primi ad arrivare sul luogo organizzando subito i soccorsi. Inizialmente si scaverà a mani nude poi, con l’arrivo della sua squadra, le operazioni di emergenza verranno ben organizzate. Francesca ha sempre avuto rapporti difficili con i componenti della sua squadra, le obbediscono ma non la amano. Dopo incontri inaspettati, arrivano i rinforzi ma la donna, provata emotivamente dalla tragedia e dai contrasti sorti con i colleghi, decide di partire da sola alla ricerca dei dispersi e delle persone rimaste bloccate nelle vallate circostanti. Non si ferma davanti a nulla. Fruga nei casolari, nelle grotte e nei rifugi offerti dai boschi, dove la gente si è nascosta per la paura. Nulla sarà facile. Il suo sarà un viaggio nel dolore e nella bellezza della natura, a volte così violenta e indifferente alle vicende umane. Ma sarà un viaggio necessario per scoprire, dentro di sé, le ragioni della propria missione e riconciliarsi finalmente con la vita, i suoi uomini, il suo lavoro.

Ancora una volta, dopo “La manutenzione dei sensi”, “Il guardiano della collina dei ciliegi” e “Non esistono posti lontano”, Franco Faggiani conferma la sua abilità nel descrivere paesaggi e situazioni che coinvolgono il lettore in una storia d’amore e di coraggio. L’autore scrive, ancora una volta, di natura e di montagne ma ci mostra una natura a noi avversa. L’uomo nulla può contro la forza distruttrice della natura ma deve trovare il coraggio e andare avanti.

Due i protagonisti del romanzo: l’uomo, con la sua capacità e la natura, con la sua forza. Il terremoto di Amatrice ci ricorda questo rapporto. Da un lato c’è la distruzione dei centri abitati e dall’altro ci sono le persone che scappano, disorientate e impaurite. Ci si sente impotenti e fragili ed ecco che i primi soccorsi rappresentano il risveglio della speranza.

Nel romanzo “Tutto il cielo che serve”, Franco Faggiani racconta il lavoro prezioso svolto dai vigili del fuoco nell’emergenza terremoto ad Amatrice e ci conduce sui monti della Laga, tra valli e boschi selvaggi. La devastazione mette a dura prova i soccorritori e i vigili del fuoco portano a termine i loro compiti con coraggio, determinazione, spirito di gruppo. Spesso rischiano la vita ma lo fanno senza clamore sempre pronti a  ripartire per altre missioni. I soccorritori sono medici, infermieri, poliziotti, volontari. Organizzano i campi base, scavano tra le macerie, aiutano chi, in un batter di ciglia, ha visto stravolta la sua vita. Quando riescono a salvare qualcuno, i loro occhi brillano di felicità e di speranza. Quando purtroppo recuperano corpi senza vita, soffrono ma non si fermano. Con loro portano traumi silenziosi e cicatrici profonde. In ogni borgo fantasma lasciano un po’ del loro cuore. La loro armatura scintillante è forgiata con il coraggio, la gentilezza, le idee, la saggezza.

“Tutto il cielo che serve” è un romanzo in cui i sentimenti svolgono un ruolo preponderante e si ergono a testimoni di quanto sia importante godere della bellezza e dei colori della natura. Occorre però ricordare che la natura non è solo bellezza ma un insieme di tante cose. Accanto alla pace c’è la tempesta, il gelo, la solitudine, le frane, i terremoti. A volte l’amiamo, a volte ci spaventa. Può essere madre ma anche matrigna, può regalare gioie ma spesso elargisce dolori. Accettare l’incomprensibile mistero della natura è forse l’unico modo per amarla e rispettarla davvero.

Il fulmine si mostra, la neve ha una vita palpabile, la pioggia la senti addosso e le nuvole assumono continue forme mutevoli. Il vento ha solo la voce e va in cerca di qualcuno che lo ascolti. E io sono sempre disposta a farlo. A volte vorrei essere vento leggero, quello che passa, accarezza e non lascia tracce.

lunedì 6 maggio 2019

RECENSIONE | "Il guardiano della collina dei ciliegi" di Franco Faggiani

L’anno scorso ho letto e apprezzato “La manutenzione dei sensi” di Franco Faggiani (recensione), pubblicato da Fazi Editore. Con “Il guardiano della collina dei ciliegi”, l’autore ci propone una storia davvero originale in cui realtà e fantasia si fondono. Tutto ha inizio quando casualmente lo scrittore legge un trafiletto su un giornale sportivo. La notizia riportata diventa materia per questa storia ambientata in paesi lontani e con tradizioni differenti. 

STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 8
Il guardiano della collina dei ciliegi
Franco Faggiani

Editore: Fazi
Pagine: 232
Prezzo: € 16,00 
Sinossi
Il guardiano della collina dei ciliegi, ispirato a una storia vera, ripercorre le vicende di Shizo Kanakuri, il maratoneta olimpico che, dopo una serie di vicissitudini e incredibili avventure, ottenne il tempo eccezionale di gara di 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti e 20 secondi.

Nato a Tamana, nel Sud del Giappone, Shizo venne notato giovanissimo per l’estrema abilità nella corsa. Grazie al sostegno dell’Università di Tokyo e agli allenamenti con Jigoro Kano, futuro fondatore del judo, Shizo ebbe modo di partecipare alle Olimpiadi svedesi del 1912 dove l’imperatore alla guida del paese, desideroso di rinforzare i rapporti diplomatici con l’Occidente, inviò per la prima volta una delegazione di atleti. Dopo un movimentato e quasi interminabile viaggio per raggiungere Stoccolma, Shizo, già dato come favorito e in buona posizione nella maratona, a meno di sette chilometri dal traguardo, mancò il suo obiettivo e, per ragioni misteriose anche a se stesso, sparì nel nulla dandosi alla fuga. Da qui ha inizio la storia travagliata di espiazione e conoscenza che porterà il protagonista di questo libro dapprima a nascondersi per la vergogna e il disonore dopo aver deluso le aspettative dell’imperatore, poi a trovare la pace come guardiano di una collina di ciliegi. 


Solo chi chiude i conti con il passato può riuscire a guardare oltre l’orizzonte e perdonare se stesso.
Ripercorre le vicende di Shizo Kanakuri, il maratoneta olimpico che, dopo una serie di incredibili avventure, ottenne il tempo eccezionale di gara di 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti e 20 secondi.

Nato a Tamana il 20 agosto del 1891, nel Sud del Giappone, Shizo ama la natura e ha una passione per la corsa.  Per lui correre in libertà, da solo, senza alcuna regola, tra i boschi e i monti della sua isola, lo faceva sentire in sintonia con il creato. La sua regola personale era una frase di un’opera di Lewis Carroll: “Comincia dall’inizio e vai avanti fino alla fine.”

Semplice a dirsi, difficile a farsi.

Venne notato giovanissimo e, grazie al sostegno dell’Università di Tokio e agli allenamenti con Jigoro Kano, Shizo ebbe modo di partecipare alle Olimpiadi svedesi del 1912. Questa scelta fu soprattutto per l’imperatore giapponese un modo per rinforzare i rapporti diplomatici con l’Occidente, soprattutto con l’America, e le Olimpiadi erano un’occasione imperdibile. Fu lo stesso imperatore Mutsuhito a chiedere a Shizo di partecipare ai Giochi Olimpici.
Mi hanno detto che la sua falcata ormai assomiglia a quella di una cicogna quando sta per spiccare il volo, che i suoi piedi sussurrano all’erba e che le sue braccia si alternano come gli stantuffi di una locomotiva che viaggia veloce.
Shizo dovette affrontare un quasi interminabile viaggio per raggiungere Stoccolma. Shizo avrebbe partecipato alla maratona, era tra i favoriti per la vittoria, ma a sette chilometri dal traguardo succede qualcosa che stravolge ogni previsione. Il maratoneta mancò il suo obiettivo, tutto era perduto: il rispetto l’onore, la famiglia, l’amicizia. Il grande maratoneta del Sol Levante, l’allievo prediletto della magnifica università di Tokyo, la speranza dell’imperatore e di tutto il Giappone, aveva fallito. Così Shizo sparì nel nulla dandosi alla fuga. Seguirono anni di espiazione e sensi di colpa che porteranno il protagonista di questo romanzo a nascondersi per la vergogna e il disonore. Shizo aveva tradito la fiducia dell’imperatore, per il disonore lui voleva sparire, diventare invisibile. Dopo varie traversie giungerà a Rausu, nel Nord del Giappone, un luogo adatto per espiare le proprie colpe e vivere in solitudine fino a lasciarsi annullare dal tempo. A Rausu, terre estreme protese sull’oceano buio e profondo in cui navigano i ghiacciai e i grandi capidogli, Shizo troverà la pace come guardiano di una collina su cui sorge un bosco di yamazakura.
È un ciliegio selvatico delle montagne, il più resistente al freddo e alla siccità. E anche il più longevo. Il suo tronco può diventare maestoso e salire nel cielo fino a trenta metri; anche lassù in primavera sbocciano i suoi fiori bianchi dai petali di neve. Lo yamazakura è il gran sacerdote degli alberi.
Shizo si prende cura di questi alberi custodendoli con competenza e amore. Prendersi cura dei ciliegi è un po’ come prendersi cura della propria anima.
Se si eliminano i rami improduttivi, quindi inutili, quelli che rimangono crescono più rigogliosi. Questo principio vale per ogni cosa, anche per le persone: eliminare i pensieri negativi per far sì che quelli positivi abbiano più spazio e vigore per svilupparsi.
“Il guardiano della collina dei ciliegi” è la storia di un uomo che dopo esser caduto nell’abisso del disonore, ha la possibilità e il coraggio di rialzare la testa e trovare, finalmente, la pace. È un romanzo dolce e malinconico che si legge volentieri e desta molta curiosita perché, fin dal primo capitolo, si sale su un treno immaginario per iniziare un viaggio straordinario alla scoperta di un Paese lontano e sconosciuto tra abitudini, situazioni sociali, politiche e religiose, aspetti culturali e stili di vita che non ci appartengono. Mi sono lasciata avvolgere dal fascino della filosofia orientale e mi hanno emozionata i pensieri, le riflessioni del protagonista. La resa non è mai contemplata nella vita dei giapponesi ma chi non ha mai sbagliato? Chi non ha tradito un’amicizia, una persona cara? Nessuno lo farebbe di proposito ma accade. Allora cerchiamo di relegare tutto in un angolo del nostro cuore, il passato nasconde il nostro dolore. Le radici della vita si nutrono di quel dolore e non c’è luogo sulla terra dove nascondersi. I rimorsi, i nostri errori, ritornano e a noi non resta che fermarci e guardarli in faccia. Ci fermiamo giusto un attimo e poi riprendiamo a correre, un passo dopo l’altro, senza dover sottostare alle leggi del tempo. Il fluire della vita diventa inevitabilmente il fluire della corsa, senza limiti, senza costrizioni, senza interruzioni. Mai cedere, con coraggio e determinazione occorre andare avanti perchè il rimpianto è pronto a trafiggerti il cuore. Shizo ha ascoltato le voci che lo spronavano a fermarsi solo per un attimo ed è stata la fine. Così il maratoneta è uscito dalle pagine della storia delle Olimpiadi, è scomparso, svanito nel suo disonore. Ha vissuto con un gran peso sul cuore. Tuttavia la vita è imprevedibile e Shizo ha avuto l’opportunità di riprendere e concludere la sua meravigliosa maratona stabilendo un record che nessuno potrà mai infrangere.

mercoledì 28 febbraio 2018

RECENSIONE | "La manutenzione dei sensi" di Franco Faggiani

“La montagna ci offre la cornice… 
tocca a noi inventare la storia che va con essa!” 

Questa citazione di Nicolas Helmbacher mi pare perfetta per introdurre un romanzo che scalda il cuore accarezzando l’anima. Si tratta de “La manutenzione dei sensi” di Franco Faggiani, Fazi Editore.
STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 6
La manutenzione dei sensi
Franco Faggiani

Editore: Fazi
Pagine: 250
Prezzo: € 16,00
Sinossi
A un incrocio tra casualità e destino si incontrano Leonardo Guerrieri, vedovo cinquantenne, un passato brillante e un futuro alla deriva, e Martino Rochard, un ragazzino taciturno che affronta in solitudine le proprie instabilità. Leonardo e Martino hanno origini ed età diverse, ma lo stesso carattere appartato. Il ragazzo, in affido temporaneo, non chiede, non pretende, non racconta; se ne sta per i fatti suoi e non disturba mai. Alle medie, però, a Martino, ormai adolescente, viene diagnosticata la sindrome di Asperger. Per allontanarsi dalle sabbie mobili dell'apatia che sta per risucchiare entrambi, Guerrieri decide di lasciare Milano e traslocare in una grande casa, lontana e isolata, in mezzo ai boschi e ai prati d'alta quota, nelle Alpi piemontesi. Sarà proprio nel silenzio della montagna, osservando le nuvole in cielo e portando al pascolo gli animali, che il ragazzo troverà se stesso e il padre una nuova serenità. A contatto con le cose semplici e le persone genuine, anche grazie all'amicizia con il burbero Augusto, un anziano montanaro di antica saggezza, padre e figlio si riscopriranno più vivi, coltivando con forza le rispettive passioni e inclinazioni. Una storia positiva è al centro di questo romanzo che trabocca di umanità e sensibilità autentiche e che contiene una riflessione sul labile confine che divide la normalità dalla diversità. Un romanzo sul cambiamento, la paternità, la giovinezza, in cui padre e figlio ritroveranno la loro dimensione più vera proprio a contatto con la natura, riappropriandosi di valori irrinunciabili come la semplicità e la bellezza.



Ma quando mi guardavo allo specchio consideravo quello di fronte a me un estraneo, un usuraio dei sentimenti, sempre più avaro nel concederli, sempre più arraffone nel pretendere quelli degli altri. La mia vita stava andando alla deriva, ne ero consapevole; ma non trovavo, o non volevo trovare, un relitto a cui aggrapparmi in questo triste navigare.
La storia narrata da Faggiani nasce da due fatti reali. Leonardo, il protagonista adulto, ripercorre la storia dello scrittore: un brillante giornalista in crisi. Anche il bambino, Martino nel romanzo, esiste realmente. Scrittore e ragazzino si sono incontrati in montagna, hanno trascorso del tempo insieme. Queste radici reali hanno dato vita a una storia positiva, ricca di sentimenti che fa del cambiamento un’ancora di salvezza per due persone alla deriva nella vita.

Leonardo Guerrieri, vedovo cinquantenne, un passato brillante e un futuro incerto, incontra Martino Rochard, un ragazzino taciturno che affronta da solo le proprie instabilità. Leonardo prende Martino in affido temporaneo. Martino non racconta, non chiede, non pretende. Ama starsene da solo e non disturba mai nessuno, non si lamenta mai, dove lo metti rimane. Alle medie, a Martino, viene diagnosticata la sindrome di Asperger. Guerrieri lascia Milano e per dare una svolta al suo rapporto con il ragazzino, si trasferisce in una grande casa in mezzo ai boschi, nelle Alpi piemontesi. A contatto con le cose semplici, con persone burbere ma genuine, riusciranno a coltivare le rispettive passioni costruendo un rapporto solido e sereno.
 Io non ero suo padre, lui non era mio figlio.
Conosciamo Leonardo e Martino pronti a lasciare Milano per la montagna. Perché un cambiamento così radicale, perché fuggire dalla città per offrire a se stessi la possibilità di un cambiamento? Cambiar vita per ritrovare se stessi non è una scelta facile. In città ci lasciamo fagocitare dal quotidiano, siamo abituati ai rumori, a correre a destra e a sinistra, prigionieri in celle dalle sbarre invisibili. Padre e figlio sono due estranei, tra loro non c’è comunicazione. Cambiando ambiente Leonardo vuol darsi e dare a Martino l’occasione per liberarsi dalle barriere che li dividono. Per affrontare la montagna, accogliente e crudele nello stesso tempo, devi liberarti dallo schema “vita in città”. Occorre abituarsi ai silenzi, a un tempo scandito dalla natura, a una vita semplice in cui trovano spazio le cose importanti. Il valore dei sentimenti e il rapporto tra le persone, il valore del lavoro manuale e dei sacrifici, il rispetto per la natura e la conoscenza del territorio, l’amicizia e il rispetto, le passioni di ognuno e la libertà di scelta, il crescere seguendo le proprie inclinazioni.
 In montagna bisogna imparare a fare ma bisogna imparare soprattutto a fare senza.
Per conoscere meglio i personaggi dobbiamo considerarli nella loro vita prima del cambiamento.

Leonardo, dopo la morte dell’amata moglie, ha imboccato la pericolosa strada della rassegnazione sia nel lavoro che nel quotidiano. È soffocato dai sensi di colpa: quando la moglie è deceduta lui era lontano per lavoro. La vita perde i suoi brillanti colori, i progetti fatti insieme, le difficoltà superate in due. La coppia svanisce, basta un attimo e si è soli. L’anima si incupisce, non prova più emozioni e il sorriso si spegne.
Ma tu, quando hai saputo che Chiara era morta, cos’hai detto?

Non scherzi stasera con le domande, eh? Vuoi proprio saperlo? Non ho detto niente. Non sono riuscito a dire una parola per giorni, avevo un dolore allo stomaco che non mi faceva stare in piedi. E la testa leggera, perché vuota. Sono andato avanti così per un bel po’.

E poi?

Poi qualcuno mi ha salvato.
Martino è un ragazzino a cui la vita sembra aver voltato le spalle. È orfano. La madre l’ha abbandonato quando aveva pochi mesi, per poi scomparire, e suo padre è morto in carcere. Viene dato in affido temporaneo a Leonardo ma il rapporto tra i due è difficile. Martino ama i documentari sulla natura, i cambiamenti climatici, le previsioni, gli uragani e le tempeste, il comportamento degli animali. Ha una capacità intellettiva superiore a quella di molti suoi compagni, ma la indirizza solo verso le materie che a lui piacciono. Momenti eccellenti si alternano a momenti di totale rifiuto. Martino non riesce a relazionarsi. Sa fare origami complicati e bellissimi, usa in modo eccellente il computer, ma rifiuta d’imparare le poesie a memoria, si fa i fatti suoi e non ama le smancerie.

Leonardo e Martino, imprigionati e imperfetti.

Non abbiate paura, questo romanzo non è una triste storia su una patologia ancora poco conosciuta. L’Asperger è considerata non come una malattia ma come una condizione. L’imprevedibilità fa parte della vita di un ragazzino come Martino ma l’imprevedibilità non è una condizione esclusiva dell’Asperger, fa parte del mondo, della vita di tutti noi. Tutti noi creiamo, nei momenti difficili, uno scudo per proteggerci dal mondo. In montagna Martino e Leonardo ritrovano pian piano la serenità e lo scudo svanisce.

“La manutenzione dei sensi” ha nel titolo il profondo significato della sua storia. I sentimenti non sopravvivono senza una cura costante, hanno bisogno di equilibrio. I sentimenti danno forza alla realtà, il dolore la demolisce. Appare evidente il contrasto tra il termine tecnico “manutenzione” e la sfera emozionale dei sensi lo stesso contrasto percepito tra la vita di città e la vita semplice, spesso difficile, in montagna.

Ho letto questo libro con totale coinvolgimento riflettendo sul labile confine tra normalità e diversità. È un romanzo in continua evoluzione che affronta i cambiamenti, la crescita, la giovinezza, la scelta di un futuro in cui si è protagonisti. La montagna, la salita verso la cima, è un invito a non porsi mai dei limiti anche se nulla è facile. La scalata, come la vita, costa sudore e fatica, perdono e speranza, scelte difficili e distacchi dolorosi, gioie e lacrime. Consiglio a tutti voi la lettura di questo romanzo. La montagna vi accoglierà a braccia aperte, vi regalerà emozioni e vi consiglierà di non sottovalutare mai la natura. Attenzione e prudenza per apprezzare solo la bellezza e il suo fascino senza incorrere in pericoli inutili. La montagna è l’opportunità per riprendersi la propria vita, per ritrovare la strada maestra. Tuttavia ricordate che

“La montagna più alta rimane sempre dentro di noi.” 
(Walter Bonatti)