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lunedì 24 aprile 2017

RECENSIONE | "Gli Eredi" di Wulf Dorn

Buongiorno, cari lettori :) Wulf Dorn è sicuramente uno degli scrittori di gialli e thriller più acclamati d’Europa. Io ho letto e amato tutti i suoi romanzi, pubblicati in Italia, sin dal suo esordio con “La psichiatra”. Oggi, Wulf Dorn, conferma il suo grande talento di narratore con “Gli eredi”, edito Corbaccio.

Con una trama cupa e inquietante, che esplora i più oscuri anfratti della psiche umana, Dorn costruisce il suo edificio narrativo. La tensione, subito palpabile, accoglie il lettore e lo fa prigioniero lasciandolo con il fiato sospeso fino all’ultima pagina. Quindi, se siete pronti, fate un bel respiro perché l’incubo sta per iniziare.

STILE: 9 | STORIA: 8 | COVER: 8
Gli Eredi
Wulf Dorn (traduzione di A. Petrelli)

Editore: Corbaccio

Pagine: 300

Prezzo: € 17,60
Sinossi
Robert Winter è uno psicologo. Interpellato per una consulenza da un detective che segue un'indagine, si trova di fronte al suo caso più difficile. La paziente è una donna traumatizzata, unica sopravvissuta a un evento misterioso avvenuto in un paesino di montagna. Ma si tratta veramente di una testimone o la verità è molto diversa? Perché nel bagagliaio della sua macchina la polizia ha fatto una scoperta terribile. La donna sembra impazzita, la storia che racconta sembra uscita dai peggiori incubi di uno psicopatico. Tocca a Robert scoprire la verità. Una verità difficile da immaginare...

Mi creda, avrà bisogno ancora di un sacco di caffè oggi. Sarà una cosa lunga.
Frank Bennell, stimato criminologo, e Robert Winter, psicologo specializzato nel trattamento di soggetti traumatizzati, si trovano davanti a una donna sopravvissuta a un grave incidente su una strada di montagna. Il suo racconto oscilla tra realtà terribili e allucinazioni. Nel suo sguardo diffidenza e terrore. I due esperti dei lati oscuri della natura umana, sono messi a dura prova. La donna, Laura Schrader, nasconde nel bagagliaio della sua auto, il corpo senza vita di una bambina. Laura è davvero una testimone o la verità è molto diversa?

Con queste premesse inizia il thriller, ad alta tensione, scritto da Wulf Dorn. La storia si mostra subito intrigante e agghiacciante. I personaggi creano immediatamente un flusso di empatia con il lettore. Io mi sono ritrovata nella camera della clinica, con Laura e lo psicologo, avendo la netta percezione che qualcosa di terribile stesse per accadere. Non potevo sapere “cosa” ma la paura si è insinuata nella mia mente crescendo con il progredire della storia. Adoro queste sensazioni che riescono a trasmettermi vive emozioni.

Dorn, con penna affilata,seziona la psiche umana che ha in sé il seme di tutte le nostre paure. I demoni dell’uomo diventano protagonisti e seminano morte.

Un intero villaggio disabitato, tutti i suoi abitanti svaniti nel nulla.

Uccisioni, adulti terrorizzati e bambini dagli occhi di ghiaccio.

Questi elementi, nel loro complesso, formano la punta visibile di un iceberg narrativo che affonda il suo corpo in un profondo mare di sfruttamenti ed errori.

Non vi svelo “il cuore” del thriller, la vostra immaginazione verrà sedotta da una storia che non scopre subito le sue carte. Al nocciolo della questione si arriva dopo aver affrontato strani sogni, comportamenti insoliti, voci misteriose e misteriose immagini.

È possibile esser traumatizzati da una cosa immaginata?

La verità si nasconde in una fitta nebbia.
Voci. Tante voci.

Bisbigliavano, sogghignavano, sibilavano, piangevano.

Più forte, sempre più forte.
“Gli eredi” è un romanzo di contrasti e inquietudini, è un confronto tra generazioni, tra l’avidità della società e il difficile rapporto tra l’uomo e il pianeta Terra. La tensione anima l’intero romanzo. Il pericolo, camaleontica presenza, tesse il filo d’Arianna del racconto con frammenti riferiti a vicende appena trascorse. Come spesso avviene, nei romanzi di Dorn, paure, ossessioni, sogni fatti a occhi aperti, si mescolano non solo con il buio del senso di irrealtà ma anche con la luce della vita.

Adulti colpevoli di aver defraudato il futuro dei loro figli sono messi davanti alle loro colpe. Come scriveva Alfred Adler:
Un bambino che perde la speranza diventa pericolosissimo. Ci sono molte situazioni difficili nell’infanzia, ma un bambino non deve mai perdere la speranza.

In occasione della pubblicazione del libro “Gli eredi”, Wulf Dorn ha incontrato i suoi affezionati lettori per rispondere alle loro domande. Io ho avuto la possibilità di rivolgere all’autore due quesiti a cui Dorn ha risposto in modo esauriente. [ Ecco il LINK della Live ]
Sono felicissima di aver avuto questa opportunità. Dorn ha anche detto che gli piace il nome "Penna D'oro", potete immaginare la mia gioia *-*
Ecco le mie due domande:

 La psiche umana ha in sè il seme di tutte le nostre paure. Scriverne è, per lei, un modo per esorcizzare i demoni dell'uomo?
 Si, scrivere di cose che fanno paura, scrivere dei propri demoni è un modo per esorcizzarli e affrontarli. La cosa bella è che c'è la possibilità che i propri demoni siano anche quelli del lettore e in quel caso si entra in una sintonia speciale perchè quello che fa paura a te come autore farà paura anche al lettore e quello è il caso migliore in cui autore e lettore si incontrano.

 Nei suoi libri non c'è violenza plateale ma molta tensione. Ha un modello a cui fa riferimento per creare tensione senza scie di sangue?
 Prima di tutto sono contento che si noti che i miei libri siano privi di violenza, salvo dove serve. La tensione e la suspance vanno bene, le scene violente e truci ci sono solo se necessarie, verso la fine di questo libro c'è qualcosa di violento ma ciò deriva da una necessità della trama.


Nel salutarvi vi riporto la strofa finale di “It’s No Game”, no.2, di David Bowie:

“Children’ round the world,
put camel shit on the walls,
they’re making carpets on treadmills,
or garbage sorting
and it’s no game.”

Mai, sottolineo mai, togliere la speranza a un bambino. “Gli eredi” hanno diritto a un futuro.

lunedì 20 marzo 2017

INTERVISTA + RECENSIONE | "Il respiro del fuoco" di Federico Inverni

Cari lettori, cosa c’è di più misterioso della mente umana? Se avete voglia di scoprire cosa si nasconde negli anfratti della mente non vi resta che seguirmi con molta cautela perché “La luce che vedi nasce dal buio della mente. E la verità che cerchi è solo un’altra menzogna.”

Con “Il prigioniero della notte” (recensione), Federico Inverni, ha stregato lettori e editori internazionali. L’autore torna nelle librerie con un nuovo psicothriller, “Il respiro del fuoco”, edito Corbaccio.

STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 9

Il respiro del fuoco
Federico Inverni

Editore: Corbaccio
Pagine: 474
Prezzo: € 16,90
Sinossi
Manca poco al tramonto quando il cielo grigio e nero che incombe sulla città di Haven si accende di un rosso infuocato. Ma quel bagliore non proviene dal sole calante che tenta di illuminare uno degli ultimi giorni che precedono il Natale. È il rosso violento di un incendio scaturito sulla cima di una collina in periferia, nella cittadina abbandonata di Eden Crossing. Il respiro del fuoco non ha lasciato scampo: l'eccentrico tempio che accoglieva il reverendo Tobias Manne e i suoi adepti è ora un sepolcro ardente con decine di vittime. La profiler Anna Wayne e il detective Lucas sono arrivati troppo tardi per impedire quel devastante suicidio rituale... ma qualcosa appare assurdamente incongruo. Qualcuno è riuscito a dominare il fuoco, a farsene padrone. E forse quello non è un suicidio collettivo, ma la più efferata delle stragi, messa in atto da una mente visionaria e geniale. Perché esiste soltanto una cosa più affascinante e pericolosa del manipolare il fuoco: manipolare le menti. Mentre in città la notte arde di altri fuochi, Anna e Lucas devono sfidare il tempo per riuscire a elaborare un profilo del killer, ricostruire la storia delle vittime e individuare la più sfuggente delle ombre, prima che uccida ancora. Ma ogni indagine ha un prezzo, e quando sia Anna sia Lucas scoprono che quel caso affonda le radici nel loro passato, nei loro segreti, sono costretti a chiedersi se possono davvero fidarsi l'una dell'altro... O se invece, come predicava il reverendo Tobias Manne, non sia il momento di compiere l'ultimo passo: accettare l'inaccettabile.

“Cosa sai delle stelle, Anna?”

Domandò Lucas, immobile al mio fianco. Ci pensai su.

“Niente. Non c’è niente che io possa veramente sapere.”

“Non è corretto. Una cosa la sai.”

“Cosa?”

“Quello che sai delle stelle è che sono morte. Quello che credi sia una stella in realtà è un fantasma. E quella che vedi è l’eco del fuoco che la faceva ardere.”
La città di Haven è sconvolta da un violento incendio scaturito  sulla cima di una collina in periferia. Qui sorgeva il tempio che accoglieva il reverendo Tobias Manne e i suoi adepti. Il fuoco ha trasformato il tempio in un sepolcro con decine di vittime. Un suicidio di massa, un suicidio rituale o un’efferata strage?

Anna e Lucas sono chiamati a scoprire la verità. È una corsa contro il tempo per riuscire a elaborare un profilo del killer, ricostruire la storia delle vittime e individuare il colpevole, prima che uccida ancora.

“Il respiro del fuoco” cattura il lettore con un incipit in media res, lo colloca direttamente sulla scena del crimine e lascia che provi, direttamente sulla sua pelle, emozioni forti e coinvolgenti. Non c’è tempo da perdere, una marea di vittime reclama giustizia.

Appare chiaro come il fuoco rivesta un ruolo emblematico nella storia. È il giudice di ogni cosa, la sua azione distruttrice sembra possedere anche una funzione purificatrice. Brucia desideri e passioni mostrando la fragilità dell’uomo e le sue perversioni.

Anna e Lucas sono i protagonisti di questa storia ma ricoprono un ruolo secondario rispetto al gran tema del romanzo: la mente umana.

La nostra mente è fragile, facilmente suggestionabile, spesso manipolabile. Facendo leva sulle nostre paure più nascoste si possono condizionare i comportamenti umani.

Mi affascina il potere della manipolazione in campo criminologico, nel romanzo troverete “i culti della morte” legati a sette pseudo religiose. I sedicenti predicatori fanno leva sulla paura, reale o minacciata, e riescono a superare perfino l’istinto di auto preservazione degli adepti.

La setta dei Testimoni dell’Avvento è pronta a inglobare e fagocitare chi si lascia persuadere dalle parole del reverendo Tobias Manne.
È questa, la radice dell’umana esistenza; ed è questo il suo senso: far sì che la visione di un uomo diventi il sogno di un altro.
La setta fa leva sui sensi di colpa, su ciò che si agita nel profondo della nostra anima e ci tormenta notte e giorno, senza concederci mai una tregua. In questa dannazione terrena le parole del reverendo Manne sono una carezza di speranza, una luce nelle tenebre.
Ama come le ceneri di oggi amano la fenice che sorgerà domani.
L’autore mescola abilmente le carte, confonde e svela conferendo ai protagonista un carisma che cattura l’attenzione del lettore. In ogni pagina vi chiederete il perché di comportamenti che hanno radici in un passato drammatico che annoda il presente e lo tiene prigioniero. Le emozioni, o la loro mancanza, hanno un ruolo determinante nel romanzo assumendo, spesso, più importanza dei fatti.

Anna e Lucas sono anime complesse che mi hanno emotivamente coinvolta.

Anna una donna segnata, prigioniera delle sue paure. In lei vive una gran rabbia che diventerà il grimaldello per scardinare la cella mentale in cui è rinchiusa. Anna si mostra sicura sul lavoro, in privato è preda delle sue fragilità.

Lucas inizia a manifestare l’embrione di un nascente cambiamento. Riconquista, pian piano, le emozioni svanite. Sarà un bene o un male? Lui che ha crisi di depersonalizzazione e di derealizzazione, come reagirà al mutare degli eventi?

Nel romanzo vengono trattati molti temi attuali come il rapporto tra i media e il crimine, l’uso di Internet per far proseliti, il ruolo della memoria nella sofferenza umana.
La memoria è un assassino spietato. Uccide il meglio che c’è dentro di noi.
Internet ha cambiato tutto. Ovunque tu sia, mi puoi vedere, mi puoi ascoltare, grazie alla Rete. Puoi lasciare che le mie parole entrino dentro di te per cambiarti. E non devi aver paura del cambiamento. Il primo passo è smettere di aver paura.

“Il respiro del fuoco” ci pone davanti a un bivio, accettare o meno l’inaccettabile. Parole sibilline dal fascino indiscusso. Ma non lasciatevi convincere dal tragico destino che, secondo alcuni, incombe sull’umanità. Leggete questo romanzo che riconferma l’indiscusso talento dell’autore e prestate attenzione all’eco del fuoco, al suo respiro, alla sua purificazione.

http://i.imgur.com/wGWQrQ4.png
  Diamo il benvenuto, sul blog Penna D’oro, allo scrittore Federico Inverni. I misteri, contenuti nei suoi libri, iniziano già con la sua identità nascosta. Perché questa scelta?
  Grazie dell’ospitalità! Ho scelto di pubblicare con uno pseudonimo per una serie di ragioni che… non posso rivelare. Ma ho comunque sempre pensato che i libri, i romanzi, debbano viaggiare da soli, debbano conquistare e convincere, se ci riescono, con la forza della storia e dei personaggi.

  “Il fuoco sta arrivando. Senti il suo respiro? Senti il suo silenzio? Non ci resta che accettare l’inaccettabile”. Recita così il booktrailer de “Il respiro del fuoco”. A cosa si riferisce con “l’inaccettabile”?
  Accettare l’inaccettabile, nel romanzo, è una delle frasi attraverso cui il reverendo Tobias Manne cerca di fare proseliti. Il trucco è sempre convincere l’interlocutore che lo conosci meglio di quanto lui conosca se stesso. E spesso, il confine dell’inaccettabile non è esterno, ma è interiore: cosa accettiamo davvero della nostra vita e di noi stessi? E cosa c’è di inaccettabile in noi? Qualcosa di apparentemente estraneo, di oscuro, eppure fa parte di noi.

   Al centro dei suoi romanzi c’è la mente: fragile, facilmente suggestionabile, spesso manipolabile. Facendo leva sulle nostre paure più nascoste si possono condizionare i comportamenti umani. Perché ha scelto, per “Il respiro del fuoco”, il tema delle sette e dei suicidi di massa?
  Mi ha sempre affascinato l’insondabilità ultima della nostra mente, e la fragilità che contraddistingue la convinzione che ne siamo padroni in tutto e per tutto, quando invece la nostra mente nasconde delle sacche inesplorate, delle aree di tenebra. I cossiddetti ‘death cults’, le sette millenaristiche che, nel corso della storia, spesso mettono capo a un evento cataclismatico, come un suicidio di massa, sono in un certo senso la dimostrazione più eclatante di questa fragilità. Per esempio, siamo convinti che l’istinto di sopravvivenza sia insopprimibile, eppure se abilmente manipolate alcune persone arrivano al punto tale da scegliere una morte collettiva in nome di una felicità vagheggiata, profetizzata. È qualcosa di tragico e sorprendente insieme.

   “Il respiro del fuoco” apre le porte anche al mondo dei media. I giornalisti sono visti come lupi famelici. Internet diventa un tramite per diffondere il credo delle sette e fare proseliti. Ancora manipolazione mentale?
  Se mi è permesso un riferimento alla realtà quotidiana… Viviamo nell’epoca della cosiddetta ‘post truth’, della post-verità: i ‘fatti’ si trasmutano allo stato liquido e vengono diffusi a ondate sulla rete. E diventano bufale. Ne siamo continuamente bombardati, e trovo incredibile che siano addirittura nati dei siti che guadagnano soldi creando e diffondendo notizie false. Se non fosse una sconcertante e desolante verità, sarebbe materia da romanzo, senza dubbio.

  In questo romanzo ritroviamo Lucas e Anna. Qualcosa in loro sta cambiando. Nella mente di Lucas riappaiono schegge di memoria. Anna, prigioniera delle sue paure, userà la sua rabbia per evadere dalla sua prigionia mentale. Questi cambiamenti rappresenteranno un bene o un male per i due protagonisti?
  Non mi piacciono e non mi sono mai piaciuti i personaggi in bianconero, troppo rigidamente schierati dalla parte del bene o da quella del male. Io preferisco di gran lunga la zona grigia, perché è una linea che si attraversa di continuo, e questa è la sostanza del narrare, credo. Nel caso di Anna, la rabbia è come una belva fredda, una miccia sempre innescata. Prima o poi la condurrà a fare scelte sbagliate. Lucas invece è più complesso, e non sono sicuro nemmeno io di conoscerlo ancora bene. Adesso sì, sta riacquistando parte della sua umanità e della sua memoria, ma è davvero un bene?

  Quando è nata la sua passione per la scrittura e come si coniuga l’attività da scrittore con la vita di tutti i giorni?
  Credo di aver battuto a macchina il primo racconto lungo (un thriller/horror dal titolo Oltre la soglia, me lo ricordo ancora bene benché siano passati decenni!) quando avevo dieci, undici anni. La scrittura si concilia un po’ a forza con la vita quotidiana, e infatti di solito impiego sette, otto mesi a prendere appunti e immaginare trama e sviluppo, poi scrivo il romanzo nelle tre settimane di ferie estive, compatibilmente con gli impegni familiari.

  C’è un autore che ha influito sulla sua formazione?
  Tantissimi! Agatha Christie, Conan Doyle, Stephen King, Ruth Rendell, Bret Easton Ellis, Dean Koontz, David Leavitt, Umberto Eco, Jay McInerney, Martin Cruz Smith, Mario Puzo…

  Grazie a Federico Inverni per aver risposto alle mie domande. Le andrebbe di concludere parlandoci dei suoi progetti per il futuro?
  Grazie a voi! Progetti… Ho sempre pensato che quella di Anna e Lucas dovesse essere una trilogia, quindi se sarà fattibile quest’estate scriverò il terzo e ultimo capitolo… E se riesco, prima delle ferie vorrei fare una piccola sorpresa ai miei lettori, che ringrazio tantissimo!

venerdì 23 settembre 2016

BLOGTOUR "Erano due bravi ragazzi" di Giuramento e Scalia | Terza Tappa - Intervista agli autori

Carissimi lettori, benvenuti alla terza tappa del blogtour dedicato al romanzo "Erano due bravi ragazzi" di Mattia Giuramento e Emiliano Scalia (Newton Compton). Io ho già avuto il piacere di leggere questo libro che  ho trovato interessante e coinvolgente. Si narra di Napoli, di camorra e di due guaglioni che volevano farsi re. Per saperne di più vi lascio all’intervista con i due autori che ringrazio per la loro disponibilità :)

Erano due bravi ragazzi
Mattia Giuramento e Emiliano Scalia

Editore: Newton Compton | Pagine: 331 | Prezzo: € 9,90

Sinossi: Fabrizio appartiene alla Napoli bene, è figlio di un medico molto noto. Andrea invece viene da Miano, un quartiere di periferia, dove la camorra la fa da padrone. 

S’incontrano per caso a una festa e quell’incontro segna l’inizio e la fine di tutto. Perché i due, pur così diversi, si piacciono, e quando Fabrizio, seguendo Andrea, si trova coinvolto in un duplice omicidio, invece di scappare subisce il fascino di quel che non conosce. E la scalata ai vertici della criminalità è breve: Fabrizio e Andrea conquistano la fiducia di Totonno, il boss di Miano, e cominciano a lavorare per lui. Ma sono giovani, quel che hanno non gli basta: puntano più in alto e convincono Totonno a fare affari coi cartelli messicani. All’inizio tutto procede bene, poi, lentamente, qualcosa nel meccanismo che hanno messo a punto s’inceppa. Sequestri di droga, denunce sui giornali, morti scomode ed ecco che il sodalizio col boss si spezza. E la vendetta, quella più crudele, si scatena…

http://i.imgur.com/wGWQrQ4.png
 Mattia Giuramento e Emiliano Scalia, benvenuti nel mio blog. Senza indugi vi chiedo di presentarvi ai lettori di Penna d’Oro.
 Siamo due giornalisti con la passione per i libri. Lavoriamo insieme da tanti anni nella redazione di Sky Tg24. Mattia è pugliese con radici profonde nella sua terra. Emiliano è romano, ma con Napoli nel cuore. Cinque figli in due (quasi sei) e due vite piuttosto piene. Ci uniscono molte cose, ci divide solo la fede calcistica. Mattia ha già tre pubblicazioni di altro genere alle spalle, per Emiliano “Erano due bravi ragazzi” è il battesimo del fuoco.

 Quali sono le motivazioni che vi hanno portato a scrivere “Erano due bravi ragazzi”?
 Abbiamo gusti letterari molto simili. Ci piacciono gli stessi autori e un genere che in Italia è scritto poco. Un giorno ci siamo guardati e ci siamo detti: “Perché non proviamo a scriverne uno?”. Ci piace raccontare storie con intrecci movimentati e abbiamo trovato nella trama che poi si è sviluppata le dinamiche giuste in cui inserire il nostro plot. Ma le motivazioni sono essenzialmente di pura passione verso un genere che amiamo così tanto da sentirci spinti a metterci in gioco.

 Andrea e Fabrizio sono due ragazzi legati indissolubilmente alla camorra. Fabrizio appartiene alla Napoli bene, Andrea è cresciuto a pane e camorra. La loro è una scelta o un destino già scritto?
 La strada di uno dei due era già tracciata, mentre l’altro è completamente estraneo all’ambiente criminale. Ma la scelta è di entrambi. Anche grazie a un episodio decisivo, Fabrizio viene catapultato in una realtà che non conosce ma che subito lo attrae e lo spinge a compiere questo salto; Andrea trova l’anima gemella necessaria per dare una svolta a una carriera criminale di piccolo cabotaggio. Da lì in poi le loro due strade diventano una sola. 

 Criminalità organizzata, politica, economia spesso si confondono in un tutt’uno. Una comunione d’interessi che non stupisce più. Da dove nasce questa visione?
 Nasce dalla più pura realtà. Il nostro mestiere ci mette ogni giorno di fronte a episodi e notizie che non possono fare altro che ispirare chi ha voglia di raccontare qualcosa. “Erano due bravi ragazzi” è un romanzo, è pura fiction. Ma bisogna necessariamente partire dal reale per scrivere una buona storia. E la realtà dice che le mafie non sono apparati estranei alla società e alle sue mille espressioni ma, anzi, spesso le condizionano.

 Nel vostro romanzo emergono prepotentemente dei personaggi femminili potenti e spietati. Donne forti tra uomini forti?
 Al contrario che nella mafia siciliana, o ancora di più nella ‘ndrangheta, la camorra ha visto spesso le donne prendere le redini dei clan. Senza risalire alla storia di Pupetta Maresca (che è ancora viva e che meriterebbe un discorso a parte), negli ultimi anni le donne al vertice di clan camorristici sono state sempre di più. Mogli, compagne e figlie che –magari con i loro uomini in carcere- si assumono la responsabilità di portare avanti gli affari. Dalle cronache emergono ritratti interessanti per giornalisti, romanzieri e sociologi.

 Leggendo “Erano due bravi ragazzi” ho notato un intenso rapporto tra camorra e fede. Perché Dio dovrebbe proteggere uomini così violenti?
 Tutte le mafie, storicamente, fanno riferimento a Dio nel loro agire. Da quelle italiane a quelle sudamericane. Ma in parte anche i cinesi e i russi, a modo loro, giustificano le loro azioni e si nascondono dietro a riti e credenze. Pensiamo alla punciuta mafiosa, ai vari riti di iniziazione e alle leggende sulle origini delle mafie nostrane. La religione è uno strumento di controllo, oltre che un alibi morale.

 Quanto vi sentite emotivamente coinvolti nei personaggi che rendono vivo il vostro romanzo?
 Molto. Sentirsi coinvolti, immedesimarsi nei personaggi è una condizione imprescindibile per scrivere un buon romanzo e tratteggiarne decentemente i protagonisti. E’ un po’ una prova attoriale: cosa farei se fossi io il protagonista? Come mi muoverei in quel contesto? Ogni scrittore si affeziona ai suoi personaggi e in questo caso l’affetto è doppio, visto che i protagonisti sono due come gli autori. 

 Chi vince e chi perde in “Erano due bravi ragazzi”?
 Noi speriamo che vinca la storia. Qualsiasi altra risposta anticiperebbe troppo del romanzo.

 Progetti per il futuro?
 Continuare a scrivere. Siamo grosso modo a metà del nostro secondo romanzo. Scrivere è una cosa che ci piace moltissimo fare e  fare insieme. Abbiamo trovato una sintonia che speriamo ci possa portare verso nuove storie e sfide narrative anche diverse.






20 settembre /  Il giallista - Introduzione e incipit del romanzo
22 settembre / Liberi di scrivere - I personaggi del romanzo 
23 settembre / Penna d'oro - Intervista agli autori
26 settembre / Il Flauto di Pan - Recensione
27 settembre / GraphoMania - Recensione

Buon proseguimento e buona lettura :)