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mercoledì 13 luglio 2016

RECENSIONE | "Una presenza in quella casa" di Paige McKenzie

Carissimi lettori, per chi non mi conoscesse devo confessare di essere una persona curiosa che si lascia attirare dalle cover carine, forse dovrei usare l’aggettivo “inquietanti”, e non sa resistere ai titoli che promettono storie ad alto tasso adrenalinico. Il libro che ho letto mi ha promesso molto ma si è rivelato una piacevole lettura senza troppe pretese. Se volete seguirmi vi porto in una casa misteriosa dove accadono fatti che non hanno nulla di razionale. Pronti? Fate un bel respiro, iniziamo.

Una presenza in quella casa
Paige McKenzie (traduzione di A. Tissoni)

     The Haunting of Sunshine Girl     
#1 Una presenza in quella casa

Editore: Giunti
Pagine: 300
Prezzo:  € 16,00

Sinossi: Tutto comincia nel 2010, quando una sedicenne simpatica e carina posta su YouTube un brevissimo filmato e confessa il sospetto che nella sua casa ci siano i fantasmi. Nel giro di pochi anni la serie di brevi filmati che la vedono protagonista diventa virale. "Una presenza in quella casa", ispirato alla serie web che ha già fatto tremare così tanti amanti del genere horror e non solo, è il primo romanzo della giovanissima Paige McKenzie. Nella nuova casa di Sunshine - questo il soprannome della ragazza - si avverte qualcosa di inquietante: oggetti che si spostano, risatine nel cuore della notte, ombre misteriose nelle foto che scatta... La madre adottiva, con cui Sunshine ha un rapporto aperto e affettuoso, insiste nel dire che è tutto frutto di immaginazione e comincia a comportarsi in modo sempre più incomprensibile. C'è solo una persona che dà credito ai timori di Sunshine: Nolan, un compagno di liceo che condivide la sua passione per la fotografia ed è disposto ad affiancarla per studiare i vecchi casi di cronaca nel tentativo di capire cosa stia davvero succedendo. La tensione sale inarrestabile e le cose peggiorano quando le risatine si trasformano in urla e singhiozzi. Cosa nasconde quella casa? Sunshine è in preda al terrore, ma deve farsi forte se vuole salvare la madre da una sorte peggiore della morte.

STILE: 7 | STORIA: 7 | COPERTINA: 7

Nell’istante in cui sto per cedere al sonno, sento una voce di bambina, poco più di un sussurro: ‘Notte, notte.
Sunshine si trasferisce, con la mamma adottiva, nella cittadina di Ridgemont. Nella nuova casa la ragazzina avverte subito qualcosa di inquietante: oggetti che si spostano, voci nel cuore della notte, ombre che appaiono nelle foto che scatta. Sunshine confida i suoi timori alla mamma che non condivide le sue preoccupazioni.  Solo Nolan, compagno di liceo con la passione per la fotografia, crede a Sunshine e l’aiuterà a capire cosa stia davvero succedendo. La situazione precipita quando la mamma inizia a comportarsi in modo sempre più strano. Toccherà ai ragazzi scoprire cosa si nasconde in quella casa.

“Una presenza in quella casa” è tratto dalla serie web “The Haunting of Sunshine Girl”. Un successo con oltre 130 milioni di visualizzazioni. Tutto ha inizio nel 2010, quando una simpatica sedicenne posta su YouTube un breve filmato confessando il sospetto che nella sua casa ci siano i fantasmi. I filmati ottengono un gran successo e nasce il primo libro della saga.

Ho iniziato la lettura di questo libro pregustando un’atmosfera horror che non ho trovato. Tuttavia, pagina dopo pagina, ho familiarizzato con i personaggi che hanno un loro fascino. Sunshine è una ragazzina maldestra che indossa sempre abiti vintage, ama la fotografia, colleziona uccelli impagliati e crede nell’ipotetica possibilità di vite passate. La ragazzina ama rileggere “Orgoglio e pregiudizio” e, a volte, si ritrova a parlare come una delle sorelle Bennet.

La mamma mi è stata subito simpatica perché ama i thriller e ha totale fiducia nella logica e nella medicina. Il cane Oscar e il gatto Lex completano il quadretto familiare.

La prima parte del romanzo  ci avvolge in un mistero che si presenta con rumori improvvisi, porte che si aprono e chiudono da sole, folate di vento,  percezioni sonore e visive poco rassicuranti.

Il romanzo prende corpo grazie alla voce narrante di Sunshine. Per aumentare la tensione ogni tanto c’è un capitolo in cui a parlare è una voce sconosciuta non riconducibile a nessun personaggio del romanzo. A chi appartiene questa voce misteriosa? Per complicare ancor più il quadro del soprannaturale, nella seconda metà del libro, spunta fuori la storia del Luiseach, un angelo custode che scaccia gli spiriti oscuri e acquisisce i suoi poteri a sedici anni.  Fantasmi, demoni e spiriti oscuri aleggiano in questa storia che diventa sempre più complessa con il procedere degli avvenimenti.

“Una presenza in quella casa” è un romanzo ben scritto che mi ha subito incuriosita ma non ho trovato stimoli paurosi caratterizzati da una forte tensione. Anzi spesso mi sono ritrovata a provare una profonda tenerezza per un “fantasma” bisognoso di una guida e che stabilisce un rapporto con la protagonista. Ciò  mi ha fatto pensare alla serie Ghost Wisperer. La protagonista di questa serie è Melinda, una giovane donna, capace di vedere e comunicare con i fantasmi che rappresentano le anime dei morti che per vari motivi non sono passate nell’aldilà. Melinda ha il potere di aiutarle a “passare oltre”. Anche Sunshine ha dei poteri anche se lei ancora non lo sa. L ‘evoluzione della storia implica la comparsa di vari personaggi che sicuramente verranno meglio descritti nel seguito del romanzo. Il finale apre nuovi scenari e lascia con molte domande senza risposta.

Terminata la lettura ho chiuso il libro con il sorriso sulle labbra. Mi aspettavo un romanzo mozzafiato con emozioni forti che coinvolgono il lettore. Sicuramente non ho perso il sonno anche se mi piacerebbe sapere come evolve la storia del “fantasma” che ha movimentato la vita nella casa regalandomi qualche brivido non di paura ma di tenerezza.

giovedì 17 marzo 2016

RECENSIONE | "Pista nera" di Antonio Manzini

Carissimi lettori, la pioggia cade incessante da ieri. L’arrivo della primavera sembra ancor lontano e io, per ingannare l’attesa, ho deciso di leggere un romanzo ambientato in montagna. Tra piste da sci, impianti di risalita, scuole di sci, si consumerà la prima inchiesta di un vicequestore che possiamo definire “l’anima nera di Montalbano”.

Pista nera
(Serie con Rocco Schiavone #1)
Antonio Manzini

Editore: Sellerio
Pagine: 278
Prezzo:  € 13,00

Sinossi: Semisepolto in mezzo a una pista sciistica sopra Champoluc, in Val d'Aosta, viene rinvenuto un cadavere. Sul corpo è passato un cingolato in uso per spianare la neve, smembrandolo e rendendolo irriconoscibile. Poche tracce lì intorno per il vicequestore Rocco Schiavone da poco trasferito ad Aosta: briciole di tabacco, lembi di indumenti, resti organici di varia pezzatura e un macabro segno che non si è trattato di un incidente ma di un delitto. La vittima si chiama Leone Miccichè. È un catanese, di famiglia di imprenditori vinicoli, venuto tra le cime e i ghiacciai ad aprire una lussuosa attività turistica, insieme alla moglie Luisa Pec, un'intelligente bellezza del luogo che spicca tra le tante che stuzzicano i facili appetiti del vicequestore. Davanti al quale si aprono tre piste: la vendetta di mafia, i debiti, il delitto passionale. Quello di Schiavone è stato un trasferimento punitivo. È un poliziotto corrotto, ama la bella vita. Però ha talento. Mette un tassello dietro l'altro nell'enigma dell'inchiesta, collocandovi vite e caratteri delle persone come fossero frammenti di un puzzle. Non è un brav'uomo ma non si può non parteggiare per lui, forse per la sua vigorosa antipatia verso i luoghi comuni che ci circondano, forse perché è l'unico baluardo contro il male peggiore, la morte per mano omicida ("in natura la morte non ha colpe"), o forse per qualche altro motivo che chiude in fondo al cuore.

STILE: 7 | STORIA: 6 | COPERTINA: 6

Rocco Schiavone aveva una sua personalissima scala di valutazione delle rotture di coglioni che la vita insensibilmente gli consegnava ogni giorno. La scala partiva dal sesto grado, ovvero tutto ciò che riguarda i doveri casalinghi. Al settimo c’erano invece i centri commerciali, la banca, le poste, i laboratori di analisi, i dottori in generale con un’attenzione particolare ai dentisti, per finire con le cene di lavoro o con i parenti, che almeno quelli grazie a Dio se ne stavano a Roma. L’ottavo grado vedeva in primis il parlare in pubblico, poi le pratiche burocratiche di lavoro. Al nono i tabaccai chiusi, i bar senza l’Algida, e soprattutto gli appostamenti con agenti che non si lavavano. Poi per ultimo c’era il decimo grado della scala. Il non plus ultra, la madre di tutte le rotture di coglioni: il caso sul groppone.
Da questo primo approccio appare evidente che ci troviamo al cospetto di un vicequestore molto particolare.

Rocco Schiavone è nato e cresciuto a Trastevere. Ama la sua città, il clima dolce e temperato della capitale, il sole, il cielo stellato. Odia la montagna, il freddo, la neve. In seguito a una condotta poco cristallina, gli viene imposto un trasferimento punitivo in val d’Aosta. Schiavone non riesce ad ambientarsi e dopo quattro mesi dal suo trasferimento deve affrontare un’indagine per omicidio. Semisepolto in mezzo a una pista sciistica sopra Champoluc, viene rinvenuto un cadavere. Anzi, i resti di un cadavere poiché sul corpo è passato un “gatto delle nevi” in uso per spianare la neve. Il vicequestore inizia le indagini che appaiono subito complesse. Forse si tratta di una vendetta di mafia, di un delitto passionale, di debiti. Pochi i testimoni, le loro deposizioni sono alquanto discordanti e gira che ti rigira, nel paesino di montagna tutti sono parenti, a loro agio in quelle straricche contrade, tra negozi ultracari, turisti, scuole di sci e ristoranti dalla cucina divina. La ricerca del colpevole coinvolge il lettore in modo pacato senza grandi colpi di scena e picchi adrenalinici. Il finale, decisamente tradizionale, spiazza però per l’ambientazione in cui avviene.

L'ANIMA NERA DI MONTALBANO
Rocco Schiavone è un poliziotto che appare come un concentrato di valori negativi. Pur vestendo l’uniforme è un uomo corrotto, ama la bella vita, ha un concetto del tutto negativo delle donne, è cinico e odia il suo lavoro. E’ violento, infedele, sarcastico. Ma non fatevi ingannare. Schiavone ha talento. Osserva, interroga, indaga a modo suo. Sa far bene il suo lavoro anche se non è un brav’uomo.  Se Montalbano è il paladino della giustizia, Schiavone è l’antieroe.

HO BEN COMPRESO?
Ho iniziato la lettura di questo giallo senza conoscerne la trama. Quando mi sono imbattuta nei primi comportamenti sospetti del vicequestore mi sono molto meravigliata. Alcune volte ho riletto la pagina per esser sicura di aver ben compreso. Mi sono resa cosa che il personaggio che si andava delineando, fin dall’inizio, era una figura complessa che dalla negatività traeva la sua forza. Schiavone prova una profonda antipatia verso i luoghi comuni che lo circondano. I suoi comportamenti creano una difesa contro il male peggiore, la morte. La sua personalità ricca di imperfezioni diventa il punto di forza delle indagini che riescono a sbrogliare le matasse più contorte. Così descritto Schiavone appare un uomo duro poco incline alle emozioni tuttavia egli racchiude, in fondo al cuore, un passato che per lui vive ancora nel presente.
Il passato è un morta il cui cadavere non la smette mai di venirti a trovare. Di notte come di giorno. E la cosa ti fa pure piacere. Perché il giorno che il passato non dovesse più farsi vivo a casa tua, significa che ne fai parte. Sei diventato passato.
AMORE O ODIO?
“Pista nera” è un romanzo caratterizzato da una scrittura scorrevole, ironica, essenziale. La storia è sostenuta da un buon ritmo e l’intreccio, non originalissimo, appaga la curiosità del lettore. Ancora non ho deciso se amare o odiare il personaggio di Rocco Schiavone. In lui ci sono tanti lati negativi che forse nascondono un cuore imbrigliato in un passato tragico che mi piacerebbe scoprire completamente. La serie dedicata al vicequestore Rocco Schiavone è costituita da più libri che devo recuperare per farmi un’idea completa del protagonista. Nel frattempo lo promuovo con sufficienza.

lunedì 14 marzo 2016

RECENSIONE | “Segreto di famiglia” di Mikaela Bley

Buon dì cari lettori :) “Segreto di famiglia” è  un thriller presentato come “il libro dell’anno” e “il bestseller svedese diventato un caso mondiale”. Potevo mai resistere? Certamente no! 
Così ho iniziato a leggere questo romanzo pregustando una storia adrenalinica e ricca di emozioni. L’ho letto in due giorni. Non è sicuramente il massimo ma una giusta dose di intrecci psicologici lo rendono un thriller piacevole dai risvolti inaspettati.

Segreto di famiglia
Mikaela Bley (traduzione di  L. Raspanti)

Editore: Newton Compton
Pagine: 336
Prezzo:  € 12,00

Sinossi: A Stoccolma è un freddo e piovoso venerdì di maggio, quando la piccola Lycke, di soli otto anni, scompare improvvisamente nel centro della città.
La rete nazionale, la TV4, si lancia subito sulla notizia e manda sul campo un'inviata specializzata in cronaca nera: Ellen Tamm. Davanti alle prime indagini della polizia, i due genitori interrogati cominciano a darsi la colpa a vicenda. Il padre e la madre di Lycke sono separati ed è stata la nuova moglie del padre ad accompagnare Lycke all'ingresso dei campi di tennis, senza però scendere dalla macchina. Non si è così accorta che il centro fosse chiuso per ristrutturazione. La donna, madre a sua volta da poco, cerca di tutelare la propria serenità familiare, ma ci sono delle ombre nella sua testimonianza e i rapporti con il marito sembrano incrinarsi. Mentre la madre di Lycke non si dà pace e invoca un maggior aiuto delle forze dell'ordine, la tragedia incombe. Nel frattempo la reporter Ellen Tamm si impegna in una ricerca sempre più spasmodica, nonostante la corruzione della polizia, i sempre più strani comportamenti dei genitori di Lycke e le frecciate velenose dei colleghi. Ma ha deciso di fare di tutto per fronteggiare la situazione da vera professionista, perché questo caso le ricorda da vicino ciò che conosce troppo bene: segreti di famiglia, bugie, inganni che la obbligheranno a confrontarsi necessariamente con il suo doloroso passato, mentre le speranze di ritrovare la bambina scomparsa si assottigliano...

STILE: 7 | STORIA: 7 | COPERTINA: 7

Stoccolma. In un freddo e piovoso venerdì di maggio, scompare improvvisamente la piccola Lycke, di soli otto anni. La polizia inizia le indagini e anche i giornalisti accorrono come api sul miele.

La rete televisiva tv4 manda sul campo Ellen Tamm, giornalista specializzata in cronaca nera. La bambina sembra esser svanita nel nulla. I genitori di Lycke, separati da tempo, raccontano le loro verità in cui s’incastra l’operato di Chloè, nuova moglie del padre della bambina. Apparenze e verità si scontrano inevitabilmente. Le prime tendono a inquinare i fatti, la verità, dolorosa e sorprendente, coglie tutti impreparati. Solo la tata Mona appare sinceramente addolorata per la scomparsa di Lycke. Man mano che i giorni passano le speranze di ritrovare la bambina scomparsa si assottigliano.
Per l’ennesima volta si rigirò nel letto. Dormire era impossibile. Le gambe non trovavano pace. Fissò la parete. Chiuse le palpebre, ma le riaprì dopo qualche secondo. Si tirò il cuscino sopra la testa, cercando di isolare le voci…

Perdono, sussurrò.

Le lacrime le scorrevano  lungo le guance mentre mormorava:

Prego te, Nostro Signore,

Dei bambini il protettore,

Pensa a chi così piccino

Nel mondo avvia il suo cammino, e la felicità affida al Divino.

La felicità viene e la felicità se ne va, pensa a chi mai amore riceverà.

PERSONAGGI, SPECCHIO DEI NOSTRI TEMPI
“Segreto di famiglia” è un romanzo che si basa su un delicato ingranaggio in cui i personaggi sono esempi di una società in continua evoluzione. Procediamo con ordine tenendo conto che i temi trattati nel romanzo sono attualissimi: la famiglia allargata, la depressione post partum, il senso di colpa, la solitudine, il diritto a una infanzia serena e felice. Tutto questo in un thriller? Si, miei cari lettori, questo e molto altro.

Lycke, la bambina scomparsa, ha otto anni. Frequenta una scuola privata. E’ introversa, non ha amici. I suoi genitori si occupano di lei a settimane alterne: sette giorni con la mamma e sette con il papà e la sua nuova famiglia.

Helena, madre di Lycke, è un agente immobiliare. Appare come una donna fredda, incapace di provare vere emozioni. Non ha superato la sofferenza per il divorzio dal marito e non ha mai affrontato la depressione post partum.

Harald, padre di Lycke, gestisce un albergo a conduzione familiare. Si è risposato con Chloé, da cui ha avuto un bambino. E’ un padre assente, non conosce realmente sua figlia, non si preoccupa per lei, non vede i suoi problemi.

Chloé è colei che ha accompagnato la bambina al centro sportivo , dove se ne sono perse le tracce. Non sopporta Lycke, la considera un pericolo in quanto trait d’union tra il marito e l’ex moglie. Prova per la piccolina un odio viscerale.

Ellen, giornalista di nera, si occupa del caso considerato, dal direttore della rete televisiva, “il genere di notizia per cui i telespettatori impazziscono. La sindrome della graziosa bambina scomparsa.”
Ellen ha un passato doloroso che la tiene prigioniera. Occupandosi di questo caso rivivrà il suo dramma.

La tata Mona, anziana signora prossima alla pensione, si occupa con amore di Lycke condividendo con lei sofferenze e solitudine. La bambina appare invisibile agli occhi dei genitori che invece d’amarla e proteggerla si rimpallano accuse e responsabilità.

PERCHÈ SI, PERCHÈ NO
“Segreto di famiglia” non è sicuramente un thriller che raggiunge momenti di insostenibile tensione anche se ben strutturato e dalla fluida lettura. I capitoli danno voce ai vari protagonisti che si mostrano in un gioco di specchi tra apparenze e verità. Il disagio esistenziale fa da sfondo all’intera vicenda resa ancora più amara dal cinismo dei giornalisti pronti a tutto pur di attirare l’attenzione degli spettatori e arrivare per primi a render noti eventuali sviluppi della storia. Come appassionata di thriller non posso che biasimare il comportamento della polizia, fin dall’inizio delle indagini appare evidente un modo di approcciarsi all’evento drammatico del tutto erroneo. I poliziotti chiedono ai genitori di Lycke se la bambina aveva dei programmi, se aveva l’abitudine di scappare. Mah! Novelli Sherlock Holmes cercasi. Come se ciò non bastasse l’autrice ci mostra anche alcuni poliziotti che s’inchinano al dio denaro. Corruzione dove dovrebbe regnare la giustizia.

Ogni personaggio mostra zone d’ombra nei suoi comportamenti. Nel corso del romanzo sono stati seminati numerosi indizi che fanno sospettare, a turno, di tutti. Io ho creduto spesso di aver individuato il colpevole, ho fallito miseramente.

Ho letto il romanzo con molta curiosità, volevo conoscere “il segreto di famiglia” a cui il titolo faceva riferimento. Ho dovuto aspettare un bel po’ prima di vedere la mia curiosità appagata. E’ un segreto che porta con sé un profondo e logorante senso di colpa. A chi appartiene questo segreto? Lasciamo un po’ di mistero e leggendo il romanzo capirete come gli scheletri negli armadi possano minare l’intera esistenza.

RIFLESSIONE
Man mano che procedevo nella lettura avevo la sensazione di trovarmi al cospetto di un libro apripista. Mi spiego.

La figura che emerge preponderante dalle pagine del libro è quella di Ellen. La scomparsa di Lycke appare un pretesto narrativo per presentare al lettore un personaggio complesso, dalle mille sfaccettature. Sicuramente ritroveremo la giornalista coinvolta in altre storie di cronaca nera. Spero che, nei prossimi romanzi sia data maggiore importanza all’indagine, quasi inesistente in questo primo caso, e mi piacerebbe poter conoscere meglio tutti i protagonisti implicati nella storia.

IN CONCLUSIONE
Ad essere sincera il finale mi ha spiazzato positivamente e mi ha dato l’opportunità di riflettere sui comportamenti umani. Il male si nasconde ovunque e può assumere forme impensabili.

In conclusione posso dirvi che “Segreto di famiglia” non è, per me, il libro dell’anno anche se ha un suo fascino che risiede nei temi affrontati e nelle motivazioni di taluni comportamenti. E’ un romanzo ben scritto e una piacevole lettura anche se non raggiunge i vertici del thriller altamente coinvolgente.

lunedì 19 ottobre 2015

RECENSIONE | "Il caso della donna sepolta nel bosco" di Unni Lindell

Buongiorno, amati lettori :) Iniziamo una nuova settimana con la recensione di un thriller scandinavo pubblicato a luglio 2015.  Si tratta di un romanzo che ha riscosso grande successo internazionale: “Il caso della donna sepolta nel bosco” di Unni Lindell, Newton Compton Editori.

Il caso della donna sepolta nel bosco
Unni Lindell

Editore: Newton Compton
Pagine: 384
Prezzo: € 12,90

Sinossi: Vivian Glenne – una donna di quasi quarant’anni, madre di tre figli – viene ritrovata uccisa brutalmente in un bosco vicino casa. Il figlio maggiore Dan, di quindici anni, e un suo amico, Jonas, decidono di portare avanti un’indagine privata, convinti di sapere chi sia l’assassino. Nel frattempo, Marian Dahle e Cato Isaksen iniziano a lavorare sul caso. Scoprono che la vita della donna aveva molti aspetti oscuri, che coinvolgevano parecchie persone, come una strana coppia di vicini, Birgit e Frank Willmann, o lo stesso padre di Jonas. All’improvviso Roy Hansen – il compagno di Vivian Glenne, padre dei suoi due figli minori – scompare nei gelidi boschi circostanti la diga. La detective Dahle ha la sensazione di trovarsi di fronte a una storia malata, intricata, dove ogni personaggio gioca un ruolo di cui è all’oscuro, e cerca di districarsi in un groviglio di piste confuse come quelle delle foreste fradice di pioggia. Turbata lei stessa, cerca aiuto nel suo infallibile intuito e nel pragmatismo del collega-amico Cato. Poco a poco, i due ricostruiscono l’infernale puzzle che ha portato all’omicidio di Vivian Glenne, fino a trovare la risposta più sconvolgente alla domanda: per quale ragione la donna è stata uccisa?

STILE: 7 | STORIA: 7 | COPERTINA: 6


Baciavi come un demonio, ma ti detesto! Perché adesso so che non c’ero soltanto io: eravamo in molti. Mi sento gelare, come se dentro di me stessi andando in putrefazione. Ti auguro ogni male!

Vivian Glenne, giovane donna madre di tre figli, viene ritrovata brutalmente uccisa nel bosco vicino a casa. Mentre la polizia indaga sull’omicidio, Dan, figlio maggiore di Vivian, e il suo amico Jonas, decidono di condurre un’indagine privata convinti di conoscere il nome dell’omicida. Molti i sospettati. Roy Hansen, attuale compagno della donna e padre dei due figli minori. Birgit e Frank Willmann, vicini di casa di Vivian. Colin, ex marito di Vivian e padre di Dan. A condurre le indagini sono l’ispettore Cato Isaksen e la sua collega Marian Dahle, che si troveranno alle prese con una storia cupa, intricata, dove i personaggi hanno mille volti che proiettano le loro ombre in un groviglio di piste. Chi ha ucciso Vivian Glenne? E per quale motivo?

Miei cari, devo confessare che per finire questo romanzo ho impiegato un tempo spropositato. La prima parte del thriller è lenta, tanti i personaggi, la polizia, almeno inizialmente, brancola nel buio interrogando ripetutamente testimoni e indiziati senza concludere nulla. Non vi nascondo che ho anche pensato di lasciar perdere, non riuscivo ad appassionarmi a una storia che risultava piatta, senza alcun mordente. Avevo tra le mani un thriller senz’anima. Poi c’è stato il miracolo. La narrazione ha preso ritmo, i personaggi si son tolti la maschera svelando la loro anima nera con vivo piacere della sottoscritta. La storia è diventata avvincente, ogni pagina regalava colpi di scena e macabre verità. Finalmente! L’elemento che mi ha coinvolto maggiormente è stato l’ottimo intreccio psicologico che ha caratterizzato la seconda parte del thriller. Ogni personaggio aveva qualcosa da nascondere mostrando come tradimenti e menzogne, passione e odio, sono fonti di dolori che stravolgono l’esistenza. Nella seconda parte è evidente un’intensa energia narrativa che manca completamente fino a metà romanzo.

La storia si apre su Vivian, sexy  e giovane donna, che si reca nella serra del suo giardino, per recidere un fiore che suo figlio porterà a scuola il giorno dopo. Dalla serra la donna non tornerà più e verrà ritrovata uccisa nel bosco. Subito entrano in scena l’ispettore Cato, sposato con Bente ma non indifferente al fascino femminile, e la sua collega Marian, donna dal passato doloroso, sempre in compagnia del cane Birka. I due intraprendono subito le ricerche dell’assassino, interrogatori e riunioni si susseguono per vari giorni. Tanti i sospettati, l’indagine è a un punto fermo mentre qualcuno prende ispirazione da “Criminal Minds” per confondere ancor di più la polizia. Questa pluralità di storie rende la prima parte un po’ confusa ma poi tutte le vicende confluiscono in una trama unica e la lettura diventa più fluida. Molte le figure femminili che agiscono nell’intreccio degli avvenimenti. Il finale, cupo e drammatico, vi sorprenderà.

giovedì 23 luglio 2015

RECENSIONE | "L'invito" di Ruth Ware

Cari lettori, l’estate avanza implacabile e il gran caldo non concede tregue. Per distrarmi un po’ non mi resta che leggere e la mia scelta è caduta su un thriller dalla copertina molto accattivante: “L’invito” di Ruth Ware, edito Corbaccio.

L'invito

Autrice: Ruth Ware

Editore: Corbaccio
Genere: Thriller
Pagine: 352
Prezzo: € 16,50 (cartaceo)  

Sinossi: 
Dieci anni cambiano una persona. A dieci anni dalla fine del liceo Leonora Shaw, Nora, ne ha fatta di strada: è diventata una scrittrice, la sua vita è scandita dal lavoro alla scrivania nel suo monolocale dell’East End londinese, dalle tazze di caffè e dalle corse nel parco. Della vecchia Leonora non resta più nulla, nemmeno il nomignolo di allora, Lee. Tutti possono avere mille buoni motivi per non frequentare gli amici di un tempo, per troncare con il passato, per incominciare una nuova vita. E Nora ha un ottimo motivo. Eppure, quando riceve l’invito all’addio al nubilato della sua ex amica del cuore, si fa strada in lei un assurdo senso di colpa unito a un assurdo sentimento di riconoscenza verso Clare per essersi fatta viva dopo dieci anni. Sebbene con riluttanza, accetta di trascorrere un weekend in una villa nei boschi del Northumberland insieme ai vecchi amici, e di colpo si trova catapultata indietro nel tempo di dieci anni, in quel passato che ha meticolosamente cercato di cancellare. E capisce di aver commesso un errore.
Il peggior errore della sua vita.



STILE: 6
STORIA:  5
COPERTINA: 6



“In un bosco scuro scuro c’era una casa nera nera.

E nella casa nera nera c’era una stanza scura scura.
E nella stanza scura scura c’era un armadio nero nero.
E nell’armadio nero nero c’era…uno scheletro.”

Filastrocca popolare.


Sto correndo. 

Corro nel bosco rischiarato dalla luna, tra i rami che mi strappano i vestiti mentre inciampo in mezzo alle felci, appesantite dalla neve, le braccia frustate dai rovi. 

Il respiro mi ferisce la gola, mi fa male. Sono tutta dolorante. Però continuo a correre. Sì, questo posso farlo. 

Quando corro ho sempre dentro un mantra che mi batte nel cervello: il ritmo che voglio prendere o le frustrazioni da calpestare sotto ogni passo contro l’asfalto. Ma stavolta c’è un’unica parola, un unico pensiero che mi batte dentro.
James. James. James.
Nora e Clare non si vedono da 10 anni.

Un giorno arriva a Nora una e-mail, un invito per un addio al nubilato: Clare si sposa.

Nora è indecisa, non comprende il motivo dell’invito che richiede la sua presenza alla festa ma non alla celebrazione del matrimonio. Incuriosita decide di accettare. Così i sei partecipanti all’addio al nubilato si ritrovano in una casa isolata nel bosco, appena fuori Stanebridge. Superato il primo imbarazzo iniziale, gli invitati si sistemano nelle loro stanze, iniziano a conoscersi e aspettano l’arrivo della futura sposa. Quando tutto sembra volgersi al meglio ecco che una presenza misteriosa metterà a dura prova i nervi dei ragazzi. La paura prenderà il sopravvento e qualcuno sparerà a un’ombra misteriosa che si è intrufolata in casa. Il fucile che si riteneva caricato a salve, contiene invece vere pallottole. Ma chi ha sparato? Chi è stato colpito? L’incubo prende vita.

Ho iniziato a leggere questo thriller con vivo interesse, una cover così avvincente era la promessa per un romanzo altrettanto avvincente. Mai fidarsi delle cover! Ma procediamo con ordine.

Flo,  Melanie, Tom, Nina, Nora sono i prescelti per partecipare all’addio al nubilato di Clare.

Nora e Clare hanno interrotto i loro rapporti da circa 10 anni e ora, la futura sposa spera nella presenza dell’ex amica per trascorrere alcuni giorni insieme ad altri conoscenti. Perchè?

La comitiva si dà appuntamento in una casa isolata, persa tra i boschi. La casa ha delle pareti di vetro, dall’interno si può godere della maestosa vista della foresta e nulla vieta a coloro che stanno fuori di guardare tra le mura domestiche. Tutto sembra un gran palcoscenico su cui gli attori recitano nascondendosi dietro una maschera fatta di rancori, sfide, desideri di vendetta. Nella grande e modernissima casa non c’è campo per i telefonini e la linea telefonica fissa è inspiegabilmente interrotta. Attenzione!

Clare e Nora si sono conosciute all’età di 5 anni e la loro amicizia si è andata consolidando giorno dopo giorno. Clare è sicura di sé in ogni situazione, è bellissima, con un carattere deciso e temerario. Accanto a lei Nora si sente più forte, protetta e accettata da tutti proprio per la sua amicizia con la ragazza più popolare della scuola. Ma all’improvviso, come nelle più belle favole, appare un principe azzurro che, forse, tanto principe non è. Comunque questo fatto appartiene al passato, il presente è luminoso e senza ombre. Forse.

Il weekend procede in modo quasi piacevole ma poi succede qualcosa che darà inizio all’incubo che Nora  vivrà  quando, svegliatasi in un letto d’ospedale, si accorgerà di non ricordare più nulla dei drammatici avvenimenti. Tra ricordi confusi, mezze verità, immersioni nel passato e rivelazioni poco avvincenti, la scrittrice ci condurrà verso un finale prevedibile.

“L’invito” è un romanzo che molto promette e poco mantiene. Sicuramente è una lettura piacevole per chi vuole cimentarsi con il mondo del thriller ma per lettori-divoratori di questo genere non è sicuramente una storia che conquista.

“L’invito” è un romanzo che si legge velocemente, pone subito un enigma che verrà risolto senza le tradizionali indagini della polizia. Molti indizi verranno seminati lungo la narrazione ed è subito chiaro che il colpevole è nascosto all’interno della ristretta cerchia dei personaggi. Tutto ciò ci riporta alla mente un famosissimo giallo, “10 piccoli indiani” di Agatha Christie, che viene ricordato all’interno del romanzo di Ruth Ware. Anche la filastrocca iniziale ricorda la più famosa filastrocca del giallo di Agatha Christie. Ma questo è tutto.

Ritornando al romanzo “L’invito” devo riconoscere che è una storia ben scritta con particolare attenzione alle descrizioni dei luoghi. Ma ci sono tanti, troppi assenti: i colpi di scena sono rarissimi, nessun brivido, adrenalina zero, intreccio psicologico presente a tratti, finale scontato.

L’ambientazione è invece un punto a favore dell’autrice: la Casa di Vetro, isolata sul margine del bosco, è un luogo che non rassicura anzi permette al cuore nero, presente fra gli ospiti, di portare a termine il suo piano. Mi sarebbe piaciuto scrivere il suo “diabolico piano” ma, in questo romanzo di diabolico nulla c’è. Nel salutarvi consiglio la lettura di questo romanzo a che si avvicina per la prima volta al genere thriller, per tutti gli altri sarà opportuno rifiutare, con educazione ma con piglio deciso, “L’invito”.

giovedì 9 luglio 2015

RECENSIONE | “L’isola nello spazio” di Osman Lins

Carissimi lettori, oggi vorrei presentarvi un libricino, piccino piccino, che contiene un racconto surreale e visionario. L’ho acquistato attratta dal mini formato e da una copertina blu: il mio colore preferito. Sto parlando de “L’isola nello spazio” di Osman Lins, traduzione di Angelo Morino, Sellerio editore.

L'isola nello spazio

Autore: Osman Lins

Editore: Sellerio 
Pagine: 42
Prezzo: € 6,00 

Sinossi: 
Un brivido metropolitano che a noi italiani potrebbe far pensare a quei racconti che scriveva Dino Buzzati sugli incubi delle città del boom degli anni Sessanta. E infatti è di quegli anni, e alle svolte di allora sembra allegoricamente connesso, questo racconto di uno dei maggiori scrittori brasiliani del secolo. Una serie di morti indecifrabili colpisce, come una epidemia metafisica, gli inquilini di un grattacielo appena costruito sul lungofiume di una grande città brasiliana. Però l'atmosfera magica e inquietante, in conclusione di questa cronaca del terrore, lascia il posto a una realissima cospirazione abietta e a una vendetta micidiale e beffarda.




STILE: 8
STORIA:  7
COPERTINA: 6

Nel settembre del 1958, la scomparsa di Claudio Arantes Marinho, sposato, quarantunenne, lasciò attonita la popolazione di Recife. Non per la scomparsa in sé, ma per le circostanze in cui si produsse e che dovevano trasformarsi nel punto culminante degli oscuri fatti di cui stampa e radio, per diversi mesi, si sarebbero occupate, facendo sì che rimanesse in prima pagina il maestoso Edificio Capibaribe, dove Arantes Marinho abitava. 

All’inizio, si credette che fosse morto: il suo appartamento, al diciottesimo piano, era chiuso dall’interno, con catenaccio e chiave. Arrivarono giornalisti, poliziotti, e sfondarono la porta: la finestra di fronte, che dava sul fiume e sul mare, era aperta, una tendina svolazzava, ma non c’era nessuno nell’appartamento. Il copriletto leggermente stropicciato, il segno della testa su uno dei guanciali e il paio di pantofole sopra il tappetino di ciniglia davano l’impressione che lui fosse lì disteso, invisibile.
“L’isola nello spazio” è un breve e intenso racconto: solo 42 pagine per narrare “la liberazione” di Caudio Arantes Marinho, il protagonista. Ci troviamo a Recife, la capitale dello stato del Pernambuco, nel Nord-Est brasiliano. Qui, sulla zona costiera della città, sorge l’Edificio Capibaribe: due blocchi di venti piani ognuno affacciati sul mare. In uno di questi blocchi, al diciottesimo piano, abita Claudio Arantes Marinho con la sua famiglia. Egli  è un impiegato di banca, sposato con due figlie, ma l’amore non è presente nella sua vita: è prigioniero della quotidianità e di tre donne pronte sempre a dargli contro. Quando iniziano a verificarsi strani avvenimenti nell’Edificio, l’inquietudine si diffonde in ogni appartamento. Gli inquilini del Capibaribe, muoiono nel sonno. Nessuno sa perché, non c’è alcuna spiegazione, la Morte sembra aver scelto Capibaribe come sua fissa dimora. La situazione precipita quando molti inquilini decidono di lasciare gli appartamenti. Ma lui no, Arantes non fugge davanti alla Morte, è deciso a rimanere, è pronto a sfidare il mistero. Il coraggio di Arantes non è, però, una qualità contagiosa: la moglie e le figlie lo lasciano solo. Così Arantes rimane l’unico inquilino del palazzo e comincia ad assistere a misteriosi accadimenti: l’ascensore si muove attraverso i piani ma dentro non c’è nessuno, le luci si accendono da sole negli appartamenti desolatamente vuoti, il telefono squilla ma dall’altro capo della cornetta non c’è nessuno. Solo Arantes resiste, lui non ha paura. Forse.

Poi tutto cambia nella mente del protagonista scatta l’idea truffaldina: sparire per rinascere a nuova vita. Così il fu Claudio Arantes Marinho fugge, con uno stratagemma, via dal grattacielo della Morte e …

La lettura de “L’isola nello spazio” è veloce e fluida, le descrizioni e i dialoghi sono ridotti all’essenziale, l’atmosfera lugubre è resa intrigante da fatti inspiegabili che però rivelano la loro natura “terrena e reale” in un finale sbrigativo che lascia il lettore non completamente soddisfatto. Il romanzo è scritto bene, sembra un esercizio di scrittura creativa, ma non mi è piaciuto del tutto. Il richiamo a Pirandello e al suo “Il fu Mattia Pascal” è evidente anche se i due protagonisti avranno destini diversi. Il terrore che si diffonde a Capibaribe non mi ha coinvolta più di tanto e la spiegazione degli avvenimenti ha sminuito l’intero racconto.

“L’isola nello spazio” può rivelarsi una piacevole lettura estiva a patto che le vostre aspettative non siano molto alte. Buona lettura!

martedì 31 marzo 2015

RECENSIONE | “L’uomo di Primrose Lane” di James Renner

Buongiorno carissimi lettori :)
Non credevo fosse possibile, invece è successo: ho letto un thriller che mi ha mandata in confusione. La prima parte del romanzo è coinvolgente, intrigante, emozionante. Poi succede l’irreparabile e a metà romanzo si ha la metamorfosi: il thriller sfocia nella fantascienza con venature horror. L’incomprensibile libro a cui mi riferisco è “L’uomo di Primrose Lane” di James Renner, traduzione di Fabiano Massimi, edito Einaudi.


L'uomo di Primrose Lane

Autore: James Renner
Editore: Einaudi 
Pagine: 504
Prezzo: € 19,50 (cartaceo)

Sinossi:  David Neff, giornalista e scrittore, ha pubblicato un libro sulla vita di un serial killer, che è diventato un best seller ma ha lasciato segni profondi nella sua psiche. Da cinque anni non scrive più nulla, e ha bisogno al più presto di una nuova storia che lo appassioni e gli permetta di tornare al successo, uscendo dal vortice di dolore seguito al suicidio della moglie Elizabeth. Si lascia coinvolgere dal caso dell'Uomo di Primrose Lane, un personaggio solitario e avvolto nel mistero, assassinato brutalmente e senza motivi apparenti quattro anni prima. Le sue indagini si trasformano in un'autentica ossessione quando, sul letto dell'uomo, viene ritrovata un'impronta di Elizabeth, segno di un legame che sembra avere le sue origini nel passato e nel grande trauma che ha segnato la vita della moglie di David: il rapimento della sorella gemella, Elaine, svanita senza lasciare tracce e mai più ritrovata.



STILE: 6 | STORIA: 6 | COPERTINA: 6

Era noto perlopiù come l’Uomo di Primrose Lane, anche se a volte i vicini, parlandone alle feste, lo chiamavano eremita, recluso, svitato. Per l’agente di pattuglia Tom Sackett era sempre stato l’Uomo dai mille guanti, dalla bizzarra abitudine di portare guanti di lana anche in pieno luglio.
In pochi dovevano essersi accorti il vecchio indossava guanti diversi ogni volta che metteva piede fuori dalla sua casa in rovina. La maggior parte degli abitanti di West Akron distoglieva gli occhi incrociandolo o attraversava la strada per evitare di passargli accanto. Era strano. E a volte ciò che è strano è anche pericoloso.
David Neff, autore del bestseller “L’apprendista del serial killer”, vive un periodo drammatico della propria vita: sua moglie Elizabeth si è suicidata dopo aver dato alla luce il loro bellissimo bambino. Lo scrittore, affetto da stress post-traumatico, è schiavo dei farmaci che ingabbiano le sue emozioni. La sua vita sta scivolando via come sabbia tra le dita. La possibilità di rinascita gli viene offerta dal suo editore che lo sprona a rituffarsi nel lavoro per ritrovare passione e voglia di vivere. Lo scrittore si lascerà convincere a scrivere una nuova storia basata sul caso dell’omicidio dell’uomo di Primrose Lane, l’uomo dai guanti di lana. Il suo cadavere è stato ritrovato con le dita mozzate e triturate. Ben presto le indagini diventano per David Neff un’autentica ossessione: in casa dell’uomo assassinato, sul suo letto, sono state isolate le impronte di Elizabeth. Qual è l’oscuro legame che lega queste persone? Cosa si nasconde nel passato tormentato di Elizabeth segnato dal rapimento della sorella gemella Elaine, svanita nel nulla e mai più ritrovata?

Fin dalle prime pagine di questo romanzo la mia attenzione è stata catturata da una storia ben narrata e organizzata su più piani temporali. Il rapimento di Elaine, l’uomo misterioso che salva Elizabeth, le indagini inconcludenti della polizia, il senso di colpa che affligge la giovane protagonista. Poi l’arrivo di Neff, l’innamoramento e il matrimonio, per Elizabeth l’inizio di una nuova vita. 
Tutto sembra procedere per il verso giusto. Sembra. 
Quando Neff inizia le indagini per il suo libro tutto cambia. Il giovane cronista si lascia coinvolgere sempre più dalla personalità malata dei serial killer, fino a manifestare problemi psichici da stress post-traumatico. Lo scrittore vive gli omicidi interiorizzando la loro forza distruttiva, addirittura sente nella sua testa la voce del Killer. Neff riuscirà a finire il libro, diventerà molto ricco ma perderà la sua anima. Il suicidio della moglie segna il culmine dell’inferno in cui lo scrittore è precipitato. Dolore su dolore, come uscirne? Un’altra indagine che il destino beffardo lega con il dramma di Elizabeth. 
Ecco che, pagina dopo pagina, si verificano salti temporali repentini che conferiscono un ritmo incalzante alla narrazione. Il gran puzzle della verità prende forma, tanti frammenti, apparentemente non connessi tra loro, si incastrano alla perfezione facendo combaciare date, avvenimenti, testimonianze. Fin qui nulla da eccepire, romanzo intrigante e avvincente. 
Poi si verifica un cambiamento, forse inizia una sperimentazione letteraria che ha creato un romanzo ibrido che ha perso del tutto la propria identità. Mi spiego: David Neff è talmente assorbito dalle sue indagini da trasformare la ricerca della verità in un’ ossessione. Non ci sono più limiti: pur di sapere è disposto a tutto anche all’inverosimile. A questo punto il romanzo diventa caos. Il thriller lascia il posto alla fantascienza: i viaggi nel tempo generano una duplice esistenza, in contemporanea, dello stesso personaggio con età diverse e proveniente da mondi paralleli. Grazie a una navicella molto particolare, ad una sospensione vitae ingegnosa, alcuni personaggi attraversano il tempo a ritroso per andar dietro alle ossessioni personali. Questi piani temporali proiettati in mondi diversi danno vita a un miscuglio di personaggi che interagiscono con il passato. Il tutto raccontato in maniera confusa e disorganizzata. Peccato perché la prima parte del romanzo affascina, la seconda ti dà l’impressione di aver perso il filo del discorso. A volte succede di perdersi strada facendo, forse Renner voleva sperimentare qualcosa di cui non era totalmente sicuro. Io non amo molto i viaggi nel tempo soprattutto quando si inizia a incrociare mondi che vivono un tempo diverso: in uno l’accaduto si è già realizzato, nell’altro deve ancora verificarsi. Allora si può intervenire per cambiare l’evolvere dei fatti? Ha una sua logica lasciare il presente per proiettarsi nel  passato e cercare di deviare ciò che deve accadere nell’evolvere naturale dell’esistenza? E se questo non è sufficiente, ha senso dal futuro  fare un salto nel passato sapendo di non poter più tornare nella propria epoca? Aiuto, mi sono nuovamente persa. Vuol dire che, senza scomodare i viaggi nel tempo, mi limiterò a godere della prima parte del romanzo non considerando l’epilogo confusionario. I personaggi sono ben caratterizzati, viene data voce anche ai serial killer con i loro destini pericolosamente intrecciati, la suspense è notevole, il ritmo serrato rende piacevolissima la lettura e diventa impossibile staccarsi da quelle pagine che narrano crimini efferati e misteri a cui vuoi sia data una risposta. Alla prima parte del romanzo assegno ben quattro piume, alla seconda parte due misere piume.

Tuttavia sono curiosa di leggere altri romanzi di James Renner per vedere se ci sono altri thriller che non mutano aspetto strada facendo. Mi piace ciò che ho letto nei primi capitoli de “L’uomo di Primrose Lane” e confido in future letture più soddisfacenti sempre a firma Renner.