giovedì 27 agosto 2020

RECENSIONE| "Va tutto bene, signor Field" di Katharine Kilalea

“Va tutto bene, signor Field” è il sorprendente romanzo d’esordio, edito dalla Fazi, della giovane sudafricana Katharine Kilalea. L’autrice conquista conducendo il lettore in un mondo metafisico. Con una narrazione misteriosa, si ha l’impressione di osservare dei quadri in movimento, la lettura è emotivamente profonda e scava nel vuoto interiore dell’uomo. 


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
Va tutto bene, signor Field
Katharine Kilalea

Editore: Fazi
Prezzo: € 18,00
Pagine: 220
Sinossi

Quando un bambino nasce in un paesino di provincia dove di bellezza non c’è neanche l’ombra, è figlio di una ragazzina affetta da ritardo mentale e fin da piccolissimo viene messo in piedi su una cassa a spillare birra al bancone di una locanda, il fatto che da adolescente frequenti il liceo è piuttosto sorprendente; se poi diventa un professore universitario e decide di lasciarsi tutto alle spalle, l’evento è più unico che raro, e in paese c’è chi lo vive come un tradimento. Nel momento in cui, alla soglia dei cinquant’anni, l’uomo fugge da una vita accademica insoddisfacente e da un’ambigua convivenza a tre in un appartamento in cui non si diventa mai adulti per tornare a casa e prendersi cura dei nonni – Sönke, l’oste arroccato nella sua locanda semiabbandonata, ed Ella, che la vecchiaia ha reso capricciosa e imprevedibile –, due realtà apparentemente inconciliabili si scontrano, dando vita a una crepa profonda dalla quale tutto torna a galla. Il ritorno a Brinkebüll diventa così un’occasione per riscoprirsi e reinventarsi: ci sono conti da saldare, ruoli da invertire e tante tappe da rivisitare prima di muovere il primo passo verso il cambiamento.


Il primo sentimento che provavo al risveglio non era tristezza. Il secondo, invece, era tristezza, unita al desiderio di essere di nuovo stanco, perché ero stanco di essere triste. Talvolta mi sentivo così triste che immaginavo di sdraiarmi sui binari del treno e addormentarmi lì, se solo avessi avuto l’energia di arrivarci.
Il signor Field, pianista e concertista alla deriva, durante il ritorno in treno da una performance a Londra, viene coinvolto in un incidente ferroviario. Purtroppo riporta la frattura delle ossa della mano sinistra e con i soldi del risarcimento per il danno subito,acquista una casa che ha visto sul giornale. La casa, costruita dall’architetto Jan Kallenbach, è una replica di Villa Savoye di Le Corbusier ed è situata sulla costa fuori Città del Capo. Quando Field e sua moglie, Mim, si trasferiscono nella nuova abitazione, scoprono che la casa ha un effetto inquietante sui suoi abitanti. Field è un uomo triste e rassegnato, che vive in uno stato di sonnolenza perenne e di distacco dalla realtà. Qualche tempo dopo Mim decide di lasciare il marito e senza dir nulla si allontana dalla villa. Field inizia a riflettere e fa un bilancio di ciò che non va bene nella sua vita. Inizia a fare qualcosa. Incomincia a ricomporre i pezzi della propria identità grazie a un dialogo silenzioso e fittizio con Hannah Kallenbach, la vedova dell’architetto. Per lei, Field, sviluppa una vera e propria mania. La segue, si apposta ogni sera sotto la sua finestra, la spia nella sua vita privata e nelle conversazioni con un uomo misterioso. Field ormai è stanco di essere triste e capisce di dover riprendere a vivere. Non importa se ciò accadrà nella realtà o nel suo mondo onirico. 

“Va tutto bene, signor Field” è un romanzo narrato in prima persona, la trama è un’evoluzione di micro-eventi. Non succede mai nulla ma la lettura coinvolge ugualmente. La realtà diventa soggettiva con una narrazione che rappresenta la mente e i pensieri che il protagonista ha. Il signor Field racconta, a se stesso e al lettore, la progressiva disgregazione della propria identità. C’è un malessere esistenziale, il tempo scorre attraverso il fluire delle stagioni eppure è tutto fermo come in un fotogramma che racconta il lato oscuro della vita cristallizzato in un disperato presente. Field è al centro di una storia di ossessione, solitudine e rassegnazione. Fin dalle prime pagine vi sembrerà di entrare nella mente del pianista. Una mente alla deriva che diventa voce e si muove nel flusso di coscienza. Il protagonista tronca il suo rapporto con la realtà e inizia a vivere in un sogno dove ogni cosa pian piano si disintegra. In una nuova casa che avrebbe dovuto renderlo felice, Field è insoddisfatto e senza energia. L’architettura della casa, le sue strette finestre che lasciano intravedere solo un frammento di mare, i suoi spazi che danno al protagonista la sensazione di essere sempre più isolato dal mondo, hanno un effetto travolgente su Field. È un innesco affinchè le cose accadano ma non ha un effetto calmante sul protagonista, non lo rende meno infelice. Il protagonista, irascibile e bizzarro, fa di tutto per evitare la solitudine. La sua voce interiore dialoga con lui, con cupa ironia, formula fantasie oziose ma è come procedere al buio, è come trovarsi all’interno del proprio corpo. 

“Va tutto bene, signor Field” è un romanzo strano, enigmatico ma seducente e spiazzante che mette in luce il desiderio d’amore. 

Inizialmente c’era lei, c’era Mim. Field trascorre ore a scrivere dei pensieri sul mare e quando la moglie lo lascia, tutto precipita. La casa viene trascurata e quella necessità di non essere soli viene soddisfatta dalla vedova Kallenbach che diventa una voce nella sua testa, una fantasia, un’ossessione. Noi non sapremo perché Mim ha lasciato il protagonista, loro non hanno figli e queste assenze fanno parte della storia. La solitudine è la fedele compagna di Field, a casa non c’è nessuno che l’aspetta. Tutto è confuso, la vita diventa una percezione lontana persa nel labirinto della mente. 
 Sapevo dov’ero, ma nello stesso tempo avevo solo un vago senso di dov’ero.
Desiderare di essere amati è un’intima necessità. 
A nessuno importa niente delle difficoltà e dei dolori degli altri. Le difficoltà e i dolori altrui sono noiosi.
Nel romanzo, scritto bene con piglio poetico e onirico, convivono l’ordine esteriore e il disordine interiore. Ciò che doveva unire, divide. La musica è un viaggio nei sentimenti che unisce pianista e pubblico. Qui accade il contrario, l’interpretazione del pianista allontana il pubblico. La casa che dovrebbe essere l’emblema dell’unione familiare, divide il signor Field da sua moglie. 
I muri non dovrebbero essere forti e robusti ma soffici e avvolgenti.
Solo, nella sua casa, il signor Field guarda in se stesso e ascolta la voce della vedova che diventa l’oscuro sottofondo di giornate monotone rese meno tristi dall’affetto di un cagnolino, nuovo inquilino della Villa. Nel protagonista si fa largo il dubbio di esistere e la trascrizione delle sue riflessioni è un modo per tenersi compagnia. Field appare in perenne attesa, ma cosa sta aspettando? Nell’attesa ecco Field fare lunghi giri in macchina finendo sempre davanti alla casa di Hannah a osservare lei e i suoi vicini. Così lui ha la sensazione di conoscere quelle persone. Tutto però si ferma al gradino della sensazione, nulla accade per fare un passo in avanti, tutto diventa una routine che assorbe l’energia del protagonista. Field è infelicità, una bolla d’infelicità staccatasi dal tutto cosmico. Come rompere quella bolla? Per cosa val la pena lottare, investire il proprio tempo e i propri sentimenti? Forse occorre attendere il ritorno di Mim, attendere le effusioni e la compagnia di un cane, attendere che l’ossessione diventi realtà? La sua vita sembra un’attesa infinita in cui non si concretizza mai nulla. È vivere un presente perenne, nessun passato e nessun futuro, un infinito ripetersi delle stesse azioni. Field aspetta qualcosa che possa cambiare la sua vita e nell’attesa si sente solo e malinconico. Aspira a un cambiamento anche se non fa nulla e si rifugia nel suo mondo onirico azzerando ogni forma di interazione interpersonale tra lui e la realtà. 

“Va tutto bene, signor Field” è uno specchio narrativo che riflette le inconsistenze e le assurdità della vita. Field non lotta per cambiare il suo futuro. Racchiude il suo non esistere tra le pareti della mente dove parla tra sé e sé mentre la sua identità si sgretola. Tutto si confonde in quella tragica e buffa condizione di vita. Solitudine, infermità, immobilità sono le sbarre della prigione in cui si è chiuso Field. Sbarre rese solide dalla passività del protagonista che non si oppone al suo destino. Destino che lo annienta in una spirale e lo trascina sempre più giù verso il nulla.

martedì 28 luglio 2020

RECENSIONE | "Sei sospetti per un delitto" di Raffaele Malavasi

Raffaele Malavasi, geniale autore di “Tre cadaveri” e “Due brutali delitti”, torna in libreria con “Sei sospetti per un delitto”. Il nuovo, appassionante thriller è ambientato a Genova e segna il ritorno dell’ex poliziotto Goffredo Spada, protagonista di tutti i precedenti romanzi di Malavasi editi dalla Newton Compton.

“Sei sospetti per un delitto” sonda i lati oscuri della vita e si mostra anche come uno strumento di denuncia sociale. La mia attenzione è stata subito attratta non tanto dall’evento criminale quanto dalle relazioni sociali e umane, dai personaggi e dalla difficoltà del vivere. I protagonisti, le persone, diventano il fulcro del romanzo. Genova è il perfetto sfondo per questa storia perché offre una grande ricchezza di scenari andando dal centro storico al porto, dai palazzi alti ai vicoli stretti che sembrano svanire nel mare. Nel romanzo non troverete miracoli ma una flebile luce di speranza. Si può iniziare proprio da quella flebile luce, un passo alla volta verso il futuro.


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 6
Sei sospetti per un delitto
Raffaele Malavasi

Editore: Newton Compton
Pagine: 448
Prezzo: € 9,90
Sinossi
Mentre la folla defluisce dal salone nautico di Genova, un fuoristrada invade il sottopassaggio pedonale di accesso al polo fieristico e investe decine di persone. Quando cessa la sua corsa, due uomini escono dall'abitacolo e, armati di coltelli, lasciano dietro di sé una scia di morte. A fine giornata si contano sette vittime e ventotto feriti. Tra questi un poliziotto, casualmente presente durante l'azione terroristica, colpito mentre tentava di salvare due bambini. Si tratta di Riccardo Giustini, il collaboratore più alto in grado nella squadra coordinata dall'ispettore Gabriele Manzi. Sono passati due mesi dalla tragedia, quando alla squadra di Manzi viene segnalata la sparizione di Nino Barbieri, un giovane convertito all'Islam che in passato è stato indagato per il suo coinvolgimento nella causa fondamentalista. L'ispettore Manzi avrà ancora bisogno dell'aiuto dell'ex poliziotto Goffredo-Red Spada e della giornalista Orietta Costa per ritrovare Nino, prima che una nuova ondata di terrore si abbatta su Genova.

Poi, all’improvviso, succede. Diverse file davanti a lui il vociare si fa schiamazzo, lo schiamazzo si fa urlo. L’andatura della folla forzatamente ordinata è colta dallo scompiglio… E di colpo compaiono il parabrezza e i fari rotondi di un fuoristrada che avanza nella sua direzione. Si fa avanti con sobbalzi e sbandate. Sobbalza sui corpi. Sbanda per liberare le ruote da chi è rimasto sotto, o forse per mietere nella sua furia distruttiva il raccolto più vasto che può.
Il romanzo si apre con un epilogo davvero coinvolgente. Mentre la folla defluisce dal salone nautico di Genova, un fuoristrada investe, a folle velocità, decine di persone. A un tratto la macchina si ferma e due uomini escono dall’abitacolo. Sono armati di machete e continuano a uccidere senza alcuna pietà. Tra i feriti c’è un poliziotto, casualmente presente durante l’azione terroristica, colpito nel tentativo di salvare due bambini. Si tratta di Riccardo Giustini, un collaboratore dell’ispettore Gabriele Manzi. Due mesi dopo l’attentato, alla squadra di Manzi viene segnalata la scomparsa di Nino Barbieri, un giovane convertito all’Islam e già indagato per il suo coinvolgimento nella causa fondamentalista. A coadiuvare le indagini dell’ispettore Manzi ci son l’ex poliziotto Goffredo-Red Spada e la giornalista Orietta Costa. Occorre agire in fretta, ritrovare Nino e impedire che una nuova ondata di terrore sconvolga la città.

La strage al Salone nautico viene rivendicata dal misterioso gruppo dei Combattenti di Dio e si sospetta sia solo un primo passo verso una nuova stagione di terrore prona a dilaniare l’intera città di Genova. Per porre un freno a quest’onda distruttiva, entrano in scena tre personaggi in grado di rendere più avvincente e intrigante la storia. Ve li presento con piacere.

L’ispettore Gabriele Manzi è a capo di una squadra di uomini decisi e risoluti. Non ama sottostare ai dictat dei suoi superiori. Non emette condanne se non supportate da un attento esame delle prove e non si lascia deviare dalle apparenze.

Orietta Costa è una giornalista di cronaca nera e scrive per “Il Secolo XIX”. Appare coraggiosa e determinata, conosce le sue fragilità e le trasforma in punti di forza perché è consapevole “di essere nata per combattere, in quanto guerriera, in quanto cocciuta, in quanto donna.”

A guidare le sue azioni è l’istinto, scoprire a tutti i costi la verità anche se occorre prima scalare una montagna di menzogne.
Orietta si nasconde dietro a una maschera fatta di sicurezza e ambizione. Ma è pur sempre una maschera con la quale cerca di nascondere la sua fragilità. Si butta nella mischia per vincere le sue paure. Sfida i pericoli e le situazioni estreme per dimostrare a sé stessa che i suoi timori sono falsi, superati. Prima o poi, però, questo comportamento le procurerà seri guai.
Goffredo e Lorenzo Spada, rispettivamente padre e figlio. Goffredo, ex poliziotto, ha notevoli doti nell’arte della deduzione e della logica investigativa. Ha l’innata capacità di leggere i dettagli e ricostruire gli eventi. Nel suo passato c’è tanto dolore e un tormento che non riesce a placare.
Sono proprio i dettagli anomali che ci devono guidare. È nelle pieghe delle scelte all’apparenza insensate che dobbiamo intrufolarci per scovare le motivazioni di chi ha ucciso.
Suo figlio Lorenzo ha 12 anni e si sente terribilmente solo e invisibile agli occhi del padre. La sua inesperienza lo porterà a cedere alle lusinghe di un misterioso sito, Black Bears, che propone delle prove da superare per mostrare il proprio coraggio, sincerità e forza interiore. Per diventare uno di loro, il ragazzo è deciso a dimostrare di non essere un debole, un rinunciatario, un bambino da controllare. Le prove, però, diventano sempre più pericolose. La figura di Lorenzo mi ha coinvolta emotivamente, ho percepito il suo disperato tentativo di richiamare l’attenzione su di sé. Coloro che avrebbero dovuto stargli vicino erano, secondo lui, distratti da altro. Il suo allenatore lo escludeva dalla riunione di fine partita, i professori spesso dimenticavano il suo nome, i compagni di scuola gli stavano alla larga. Soprattutto voleva richiamare l’attenzione del padre, voleva annullare quel distacco che percepiva intorno a sé.

Manzi, Spada, Costa sono le punte di diamante di questo intricato e intrigante romanzo. Ognuno conduce indagini per proprio conto per poi giungere a una collaborazione fruttuosa anche se difficile. La storia ci apre le sue porte con un attentato terroristico ponendo le basi di una vicenda che vede temi reali della nostra società intrecciarsi con la fantasia dell’autore. Entrare in una zona grigia, tra verità e false piste, permette a Malavasi di muoversi, con abilità, in un campo minato dove i pericoli si moltiplicano ad ogni passo. Il centro storico genovese, con il suo dedalo di caruggi, diventa teatro d’indagine per una storia complessa. La ricerca dei mandanti dell’attentato, la scomparsa di un sospettato, personaggi loschi dalla doppia vita, creano un tessuto narrativo molto efficace.

“Sei sospetti per un delitto” è il primo romanzo di Malavasi che leggo e ho molto apprezzato la sua narrazione veloce, il suo mescolare le carte e confondere gli indizi. La storia, ben scritta, ha il fascino del crimine che indossa la maschera della religione per condurci nella notte buia del terrorismo. La storia si tinge di nero anche a causa di altri temi come il bullismo, la manipolazione dei più fragili, i pericoli del web. L’autore, grazie a personaggi pronti a raccogliere ogni sfida, crea una storia che trasmette sensazioni di ansia, angoscia e paura ma l’arricchisce anche con momenti di pura suspense all’interno di un indagine atipica. Il legame con il lettore è immediato, il prologo conquista e si procede senza pensare mai di abbandonare la lettura.

Conoscerete personaggi che si mostrano vulnerabili e coinvolgenti, pronti a farvi da guida nel difficile mondo dei rapporti umani. Fate attenzione, non distraetevi, in questo romanzo gli indizi giocano a nascondino. Inizialmente sfacciatamente evidenti sembrano condannare un personaggio già noto alla polizia, poi avviene una metamorfosi e gli indizi accusatori si trasformano in prove d’innocenza. Tutto a posto? Assolutamente no. Le carte si mescolano ancora e ancora, cambiano pelle lasciando il lettore piacevolmente confuso.

“Sei sospetti per un delitto” è una storia nera, a tratti feroce, con uno sguardo impietoso sul presente e sulle lacerazioni di una parte della società che sceglie la cultura della Morte e volta le spalle alla vita. 

È un thriller a tre voci, una storia da brivido, inquietante e misteriosa. Oltre alla narrazione degli eventi, Malavasi racconta le persone con le loro aspirazioni, fragilità, difficoltà e pregiudizi. Guardando oltre la natura thriller del romanzo, Malavasi pone il lettore davanti a temi profondi che rispecchiano drammi devastanti sullo sfondo di scelte radicali e delusioni esistenziali.

martedì 21 luglio 2020

BLOGTOUR | “Solo Dio è innocente" di Michele Navarra | I 5 motivi per leggere il romanzo

“Solo Dio è innocente” di Michele Navarra, Fazi Editore, è un intrigante legal thriller ambientato tra la Roma degli studi legali e la Sardegna primitiva. Oscure minacce, vendetta, ricerca della verità, sono gli elementi portanti di questo romanzo scritto da Navarra con maestria e ritmo incalzante. Una lettura avvincente scandita da complesse dinamiche familiari, in cui le colpe dei padri, coinvolti in faide interminabili, ricadono inevitabilmente sui figli. Io amo le storie a matrioska, l’intreccio abile che semina indizi qua e là, l’opportunità di conoscenza e riflessione che la trama mi offre. Quindi, senza indugi, ecco i cinque motivi per leggere “Solo Dio è innocente”.




Solo Dio è innocente
Michele Navarra
Editore: Fazi

Prezzo: € 16,00
Sinossi
L’assassinio di un ragazzo nella terra appartata e misteriosa del Gennargentu dove il codice barbaricino, tramandato fin da tempi antichissimi, è ancora una realtà difficile da contrastare.
Nella Sardegna profonda, tra le alture della Barbagia, l’omicidio a sangue freddo di un quindicenne riapre vecchie ferite. La faida implacabile che oppone da sempre due famiglie rivali sembra non risparmiare proprio nessuno. Il principale sospettato del delitto, Mario Serra, ha già alle spalle una lunga storia di crudeltà e di sangue, forse troppo per poter credere che vi sia ancora un briciolo di umanità in lui. Questo è il dubbio che tormenta l’avvocato incaricato della sua difesa, Alessandro Gordiani, che, dal suo studio di Roma, parte per l’isola in vista di un processo che minerà le sue convinzioni sulla natura umana e sulla giustizia, che non sempre coincide con il giudizio espresso in tribunale. Costretto a immergersi in una società antiquata e omertosa, Gordiani si sposterà tra Roma e la Sardegna per prepararsi, anche emotivamente, a un complicato processo penale.



I 5 motivi per leggere il romanzo

1. Perchè il romanzo di Michele Navarra è un legal thriller, un romanzo giudiziario all’italiana con protagonista l’imperfetto avvocato Gordiani. Navarra è uno scrittore di genere, scrive storie giudiziarie prendendo spunto dalla realtà. In “Solo Dio è innocente” ad affascinare il lettore è la storia più che il delitto. L’avvocato Gordiani, incaricato della difesa del presunto colpevole d’omicidio, è una ricca fonte di riflessioni con le sue convinzioni sulla natura umana e sulla giustizia. Giustizia che non sempre coincide con il giudizio espresso in tribunale. Non aspettatevi numerosi colpi di scena, nel mono giudiziario italiano prevale un lavoro certosino di ricerca e studi preparatori. Nel romanzo troverete i dubbi e le perplessità di un avvocato alle prese con un cliente difficile. Toccherete con mano il mondo giudiziario italiano con i suoi aspetti accattivanti e le sue disfunzioni. Fare l’avvocato, riflette Gordiani, è sempre difficile, le cause durano all’infinito e ottenere giustizia è un’impresa quasi impossibile. Attraverso i suoi romanzi, Michele Navarra ci offre l’opportunità di comprendere come funziona il processo penale italiano. Il presunto colpevole, che nel romanzo risponde al nome di Mario Serra, è già noto. Occorre dissolvere i dubbi, analizzare l’azione delittuosa, esaminare e capire se ciò che sembra è verità. Una cosa è certa: spesso i due concetti di “legge” e “giustizia” vengono confusi. Il romanzo ci permette di seguire, con vivo interesse, il susseguirsi degli eventi e la preparazione della difesa. Realtà, fantasia, esperienze personali, sentimenti, si mescolano per dare origine aduna storia che parte da un frammento di verità ma che, occorre ricordare, è opera della fantasia generatrice di un gioco d’intrecci abilmente distribuiti nella storia. 

2. Perchè non potete non subire il fascino oscuro di una sanguinosa faida che si protrae da anni tra le due famiglie protagoniste di “Solo Dio è innocente”. I Serra e i Rutzu si odiano da sempre. Da una parte Davide Rutzu, 19 anni, era convinto della propria invulnerabilità, non aveva paura di nulla, quasi di nulla, temeva solo un nome che nella sua famiglia tutti conoscevano ma evitavano di pronunciare: Mario Serra, Mario il bastardo, Mario l’assassino. Per colpa di un muretto, sconfinato per neanche mezzo metro nelle terre di Serra, Mario aveva ucciso Efisio Rutzu. I Rutzu non avevano ottenuto giustizia dal tribunale e quindi ecco farsi avanti la “vendetta” feroce e inesorabile: il millenario codice barbaricino. 
Giustizia di tribunale che tarda, giustizia di fucile che interviene.

3. Perchè la vicenda si svolge nel cuore della Sardegna, in Barbagia, un tempo terra di un codice barbaricino composto da leggi non scritte. È un codice basato sull’onore, il rispetto e sulla vendetta. Contano solo i vincoli della famiglia. La vendetta assume il compito di ricostruire l’ordine che è stato destabilizzato. L’offesa del sangue è la più grave, non può essere mai dimenticata. Le parole “perdono” e “misericordia” erano state per sempre cancellate a vantaggio di lutti e rovine. Chi non vendica le offese, che non cadono mai in prescrizione, non è un uomo d’onore. Così gli odi si stratificano nel tempo e le vendette sono inesauribili. Lo Stato è impotente.

4. Perché i personaggi principali del romanzo conferiscono alla storia un fascino che cattura il lettore e lo aiutano a calarsi nella storia. Alcuni personaggi si amano immediatamente, sono simpatici e ispirano fiducia. Altri si odiano profondamente, senti a pelle la loro cattiveria, non ti fidi e ne hai paura. L’imperfetto avvocato Gordiani ispira fiducia. Per accettare la difesa di un presunto colpevole, doveva esser convinto lui per primo dell’innocenza del suo cliente o avere un ragionevole dubbio. Ciò che lo rende umano, non un eroe, è la sua paura di poter deludere le aspettative del cliente, l’ansia di aver tralasciato qualche particolare importante, di sottovalutare una testimonianza, un documento. Il presunto colpevole, Mario Serra, è un uomo sicuramente cattivo che ha già alle spalle una lunga storia di crudeltà e sangue, sicuramente è un assassino, ma c’è il ragionevole dubbio che in questo evento criminale sia innocente. La vittima è il giovane Gregorio Rutzu. Mario si difende dall’accusa di omicidio dando la sua versione dei fatti. Non è completamente colpevole. Non è del tutto innocente. 

Poi c’è il super cattivo che risponde al nome di Salvatore Cossu, un uomo prepotente che esercita una violenza psicologica e fisica su sua moglie. Lui lo odierete con tutto il cuore. 

Nel mezzo conoscerete molti altri personaggi e seguirete le loro vicissitudini con passione scoprendo una morale e un finale che ha il sapore amaro della vittoria.

5. 
Unu solu Deus est senza defetu. 
Perché solo Dio è senza peccato, solo Dio è innocente. E forse nemmeno lui. Sicuramente tutti sono, in qualche modo, colpevoli. In questo romanzo non ci sono vinti e vincitori. Tutti sono perdenti. Tutti colpevoli. Non aspettatevi una rigorosa divisione tra buoni e cattivi. Non ci sono buoni da salvare e innocenti da assolvere. Il finale vi mostrerà la sconfitta di tutti i personaggi coinvolti nella drammatica vicenda. 
Tutti colpevoli, a eccezione di Dio, perché solo Lui poteva dirsi senza peccato, solo Lui poteva essere considerato innocente. Ma era davvero così?
“Solo Dio è innocente” è un romanzo che intrappola il lettore in un labirinto di dubbi e supposizioni. La trama è un intrigante insieme di storie che si incastrano l’una nell’altra. L’avvocato Gordiani si muove in un mondo nero alla ricerca inquieta dei colpevoli tra ingiustizie, violenze, omertà. Una spirale di menzogne che crea un gioco di specchi appassionante.