lunedì 29 gennaio 2018

RECENSIONE | "Il monastero dei delitti" di Claudio Aita [Review Party]

Oggi, 29 gennaio 2018, esce in libreria un romanzo che ci offre un’immagine inquietante della splendida Firenze. La Newton Compton Editori pubblica “Il Monastero Dei Delitti” di Claudio Aita. Se siete tra gli ammiratori della bella Firenze, dove il genio dell’uomo si è espresso in una miriade di modi, questo viaggio, nell’anima nera della città, vi coinvolgerà mostrandovi una realtà sconvolgente.


STILE: 7 | STORIA: 8 | COVER: 7
Il monastero dei delitti
Claudio Aita

Editore: Newton Compton
Pagine: 384
Prezzo: € 9,90
Sinossi
Cosa hanno in comune i delitti del Mostro di Firenze, un antico manoscritto criptato e un inquietante monastero del Trecento? Geremia Solaris è allo sbando: un tempo uomo brillante e studioso di fama, dopo disillusioni e fallimenti, a cinquant'anni si ritrova senza soldi, ambizioni e interesse per il suo lavoro, e con una bottiglia di Chianti per amica. La sua vita, però, è destinata a cambiare radicalmente quando riceve un'inquietante e-mail da un suo ex professore. In allegato c'è la riproduzione di un misterioso manoscritto, ritrovato in un monastero, che l'anziano docente chiede a Geremia di decriptare. Geremia si riscuote dal torpore e, vinto dalla curiosità, si mette all'opera, ritrovandosi invischiato in un meccanismo che non riesce a comprendere fino in fondo. E quando in un secondo, sibillino messaggio il professore gli chiede di vederlo, ha la drammatica conferma di essere entrato in un labirinto da cui è difficile uscire. Senza contare che, nel frattempo, corpi orribilmente mutilati vengono rinvenuti nelle campagne intorno a Firenze e la paura si diffonde a macchia d'olio. Come una vera e propria epidemia di terrore...



Il fatto è che Firenze è una città consacrata al male, da sempre dedicata a un dio pagano, che la leggenda ha identificato con Marte. La sua statua campeggiava accanto a Ponte Vecchio fino a quando una provvidenziale alluvione, nel trecento, la sradicò dal suo piedistallo e la trascinò via per sempre.
Vediamo un po’, cari lettori, se riesco a stuzzicare la vostra curiosità.

Un monastero, il cadavere oltraggiato di una suora, l’Inquisizione, un misterioso manoscritto, i delitti del mostro di Firenze. La Firenze medievale legata a un filo sottile con la Firenze odierna. Una scia di sangue che attraversa i secoli nutrendosi del corpo di giovani donne. Atroci delitti che mostrano la città come un luogo consacrato a entità oscure e terribili.

“Il Monastero Dei Delitti” è un thriller le cui vicende si svolgono su due piani temporali che si alternano nella narrazione, uno contemporaneo e uno medievale.

Frate Lamberto è il protagonista degli eventi che si svolgono nella Firenze del Trecento. Nel monastero di Sant’Ambrogio è stato commesso un’atroce delitto: il cadavere violato di una suora apre le porte dell’inferno. Del caso si occupa frate Lamberto ma nulla può contro il malvagio potere di Frate Accursio Bonfantini, il “Grande Inquisitore”. Un veloce e sommario processo condannano a morte un’altra suora ritenuta colpevole dell’omicidio. La confessione falsa è ottenuta con disumane torture. Il Male vince indossando le vesti insanguinate della giustizia.

Lasciamo per un momento il medioevo e spostiamoci nel presente, a Firenze, per conoscere Geremia Solaris, un personaggio destinato a diventare, a sua insaputa, un eroe. Geremia, alla soglia dei cinquant’anni, è un uomo che dalla vita non si aspetta più nulla. La donna da lui amata è morta da alcuni anni e lui non riesce ad accettare questo doloroso destino. Ha un lavoro precario, nessuna ambizione, e, come fedele amica, una bottiglia di Chianti. La sua vita cambierà quando riceve un misterioso manoscritto da decriptare. Geremia,vinto dalla curiosità, inizia a lavorare sul manoscritto. Man mano che il lavoro procede, lo studioso si ritroverà al centro di fatti violenti a conferma di pericoli sempre più grandi che lo minacciano. Decifrare il manoscritto vuol dire ritrovare quel filo sottile che unisce passato e presente. Vuol dire accedere a una verità di morte che nei secoli è sopravvissuta nascondendosi nel lato oscuro della città toscana. Vuol dire toccare con mano il Male, esserne coinvolto e tentare di sfuggire alla morte.

"Il monastero dei delitti" è un romanzo che avvince e inquieta riportando il lettore indietro nel tempo e mettendolo di fronte alla crudeltà umana. Ieri come oggi. Ho molto apprezzato il rigore storico alla base dei capitoli in cui l’ambientazione ci riporta nel ‘300. È stato per me affascinante scoprire, in dettaglio, la vita nei monasteri e il rapporto tra Chiesa e potere. La bramosia di ricchezza perseguita da uomini di chiesa, disposti a condannare a morte uomini e donne pur di confiscare i loro beni. L’Inquisizione con torture e stragi in nome di una rinascita spirituale libera da eresia. L’eterna lotta tra il Bene e Male. Ho notato che alcuni dei personaggi sono realmente esistiti così come molti luoghi nominati sono, ancor oggi, presenti nella tormentata Firenze. Definisco la città “tormentata” perché le sue bellezze hanno visto commettere atroci delitti, come se ci fosse una vena di violenza pronta a travolgere vite umane. Chi non ricorda il Mostra di Firenze? Le indagini hanno indicato in Pacciani e nei suoi “compagni di merende”, i colpevoli di ben 8 duplici omicidi che insanguinarono le campagne fiorentine. Ma il castello accusatorio presentava molte crepe e forse la verità non si saprà mai. Di una cosa però possiamo esser sicuri: il male esiste, è una presenza concreta nella vita dell’uomo, non riusciamo a farne a meno. È nella natura dell’uomo esercitare il male. Ma può il male scomparire? Non svanirebbe così anche il bene? Consoliamoci, i malvagi andranno all’inferno e i buoni in paradiso. Intanto, però, ci tocca vivere sulla Terra e facile non è.

“E’ nel profondo del cuore la radice di ogni bene, e, purtroppo, di ogni male.”  Papa Paolo VI


sabato 27 gennaio 2018

BLOGTOUR "120, Rue De La Gare" di Léo Malet | L'investigatore Nestor Burma

Torna in libreria, edito da Fazi nella collana Darkside, uno dei libri più letti e apprezzati di Léo Malet: “120, Rue De La Gare”. Questo giallo, pubblicato per la prima volta nel 1943, vede la nascita di un personaggio affascinante, l’investigatore privato Nestor Burma, protagonista di una trentina di romanzi, inclusa una “serie nella serie” intitolata “I nuovi misteri di Parigi” e che comprende quindici racconti, ognuno dedicato a un diverso arrondissement di Parigi. Sarà proprio il personaggio di Burma a far riscuotere a Malet i primi consensi di pubblico. In Francia, dal 1991 al 2003, è andata in onda una serie televisiva con protagonista Burma. L’investigatore ha avuto anche una trasposizione a fumetti per opera del disegnatore Jacques Tardì.




120,Rue De La Gare
Léo Malet (traduzione di F. Angelini)

Editore: Fazi
Pagine: 216
Prezzo: € 15,00
Sinossi
Primi anni Quaranta. C'è la guerra. Nestor Burma è appena tornato dal campo di prigionia e vede per caso Colomer, suo socio all'agenzia investigativa Fiat Lux prima che venisse chiusa, davanti alla stazione di Perrache. Proprio quando i due si riconoscono e stanno per incontrarsi dopo tanto tempo, Colomer cade a terra, freddato da un colpo di pistola. Prima di morire, però, riesce a sussurrare all'amico un indirizzo: 120, rue de la Gare. Lo stesso che Burma aveva sentito ripetere all'ospedale militare da un prigioniero colpito da amnesia. Sulla scena del delitto c'è una ragazza armata. E lei l'assassina? Partendo dal rebus del misterioso indirizzo, iniziano le indagini. Ad aiutare l'investigatore ci saranno il poliziotto Florimond Faroux e la bella Hélène Chatelain, ex segretaria della Fiat Lux che, sospettata di nascondere qualcosa, verrà addirittura pedinata dalla polizia.



L'investigatore Nestor Burma.
Dica a Hélène…120, rue de la Gare

Primi anni Quaranta. La guerra è in atto. Nestor Burma è appena tornato dal campo di prigionia e casualmente, in stazione, incontra Colomer, suo socio all’agenzia investigativa Fiat Lux prima che venisse chiusa. Improvvisamente Colomer si accascia al suolo freddato da un colpo di pistola. Prima di morire l’uomo riesce a sussurrare all’amico un indirizzo: 120, Rue de la Gare. Burma aveva già sentito questo indirizzo: all’ospedale militare, un prigioniero colpito da amnesia, lo aveva detto in fin di vita. Che rapporto c’è tra i due uomini? Cosa nasconde il rebus del misterioso indirizzo? Burma indaga.

Io ho avuto il piacere di leggere questo giallo facendo, così, la conoscenza di un investigatore privato poco convenzionale. Nestor Burma, per tutti Dinamite Burma, è un tipo deciso, autoritario quando serve, ironico e poco ligio alle regole.
Sono Nestor Burma, l’uomo che ha messo KO il mistero.

L’investigatore, almeno in questa sua prima avventura, non è ben descritto fisicamente. Invece appare ben chiaro che non ama condividere ciò che scopre con gli altri. È un tipo sempre pronto al rischio e all’avventura, subisce il fascino delle donne, si mostra cinico, furbo e curioso. Ha un personale concetto di giustizia, mostra attenzione per i dettagli e si relaziona con uno spiccato sense of humour. 

Nestor Burma è un antieroe: irrequieto, fuma la pipa, beve, parla spesso con voce concitata, ma non sbaglia mai. Ama indossare completi principe di Galles, questo prima della guerra, e non teme la violenza. Queste caratteristiche segnano una parte del suo carattere e dei suoi comportamenti. È un uomo che incuriosisce, è un personaggio che attira per i suoi modi poco consueti. 

Naturalmente risolverà il caso in maniera brillante, ogni tessera del mosaico troverà il suo posto e il colpevole verrà assicurato alla giustizia. La figura di Nestor Burma sarà più complessa e ricca di sfaccettature, si evolverà nei tanti gialli di cui sarà protagonista. Lui, la sua inseparabile pipa e l’amore profondo per Parigi. Sarà sicuramente una conoscenza proficua e duratura nel tempo.



Vi invito a leggere il romanzo e a seguire il blogtour ad esso dedicato :) 
Ecco il calendario:


Buona lettura.

giovedì 25 gennaio 2018

RECENSIONE | "La fattoria dei gelsomini" di Elizabeth Von Arnim

Con "La fattoria dei gelsomini” (Fazi) continua la mia conoscenza della scrittrice Elizabeth Von Arnim. Mi piace il suo stile semplice ma elegante, l’ironia con cui tratta temi importanti, l’introspezione che caratterizza i suoi personaggi, le riflessioni che mostrano la società inglese con le sue debolezze. Non c’è noia nei suoi romanzi anzi spesso mi sono ritrovata a sorridere percependo la sottile ironia che caratterizza  i racconti. Sovente l’ironia maschera il fendente con cui l’autrice colpisce l’aristocrazia mostrando comportamenti superficiali camuffati dalla rispettabilità che il rango impone.

STILE: 7 | STORIA: 7 | COVER: 7
La fattoria dei gelsomini
Elizabeth Von Arnim (traduzione di S. Terziani)

Editore: Fazi
Pagine: 347
Prezzo: € 15,00
Sinossi
Lady Daisy e sua figlia Terry hanno invitato alcuni ospiti a trascorrere il fine settimana nella loro dimora di campagna. Ma la padrona di casa, di solito ineccepibile, non si rivela all'altezza. Più passa il tempo, più il soggiorno, che culmina in un interminabile pranzo, diventa un supplizio per tutti: il caldo è insopportabile, le interazioni obbligate alla lunga sfiancano, e il dolce all'uva spina, causa di imbarazzanti malesseri, è il colpo di grazia. Sempre più in- sofferenti, Mr Topham e il misterioso Andrew trovano rifugio in una lunga partita a scacchi, che si protrae fino a notte inoltrata, quando tutti gli altri sono già a letto. Peccato solo che la candida Terry, il mattino dopo, sappia chi ha vinto. A questo punto i sospetti di adulterio della moglie di Andrew diventano certezza: alla giovane Rosie non resta che mettere a punto la vendetta. E quale miglior alleata, se non la madre, l'esuberante Mrs de Lacy, scaltra come poche, che non vede l'ora di irrompere sulla scena, avendo già fiutato l'occasione per guadagnarci qualcosa?





Certo, la ricchezza e la posizione sociale erano insidie che Lady Midhurst si trovava a dover affrontare, unite ad alcuni aspetti decisamente spiacevoli della sua personalità, come per esempio l’abitudine di tingersi i capelli con l’henné, quando era ormai evidente che fossero grigi da tempo, o il fatto che non volesse lasciar sfiorire la giovinezza senza opporvi resistenza armata di trucco, rossetto e smalto rosso sulle unghie… Che tristezza, e con una figlia ormai grande, per giunta.
Lady Midhurst, donna affascinante, ricca e altera, ospita a Shillerton, dimora di campagna, illustri ospiti per il fine settimana. Gli ospiti appaiono irrequieti stremati dal caldo insopportabile, insoddisfatti dalle vivande non all’altezza dell’attenzione e cura di Lady Daisy. Il vecchio Mr Topham e l’amico Andrew, per sfuggire alla noia, iniziano una lunga partita a scacchi che durerà fino a notte inoltrata.
Hai vinto, allora.
Questa frase pronunciata da Terry, la giovane e deliziosa figlia di Daisy, è l’inizio di un domino emotivo e sociale, cadono tutte le pedine, gli avvenimenti precipitano ed è il caos. Infatti, se tutti gli ospiti sono già andati a dormire, come fa Terry, la mattina dopo, a sapere chi ha vinto?

In Rosie, moglie di Andrew, il sospetto dell’adulterio del marito diventa certezza e così racconta tutto alla madre,la scaltra e avida Belle. La donna si reca da Lady Daisy per ricattarla, il suo silenzio in cambio di una rendita a vita. Dasy, sconvolta dalla rivelazione, decide di fuggire in Provenza, in una piccola fattoria dono del marito defunto. Come ha potuto Terry avere un simile comportamento? La strada del disonore, già percorsa da Desy a causa dei continui tradimenti del marito, le si spalanca nuovamente davanti. Avrà il coraggio di percorrerla ancora? Potrà mai perdonare sua figlia?

Il romanzo si divide in due parti. L’inizio è un po’ lento con qualche descrizione di troppo e l’ingombrante, quanto fastidiosa, presenza di uva spina in più portate dei vari menù. Proprio attorno al tavolo conosciamo i vari personaggi descritti con penna arguta. È piacevolissimo leggere la descrizione dei comportamenti dell’aristocrazia londinese, ipocrisia e maschere a celare i veri pensieri di ognuno di loro. I personaggi femminili mostrano le loro debolezze, la perfezione è lontana dai loro cuori e dalle loro menti. Gli uomini si mostrano meschini, incapaci di affrontare difficili situazioni, pronti a pensare una cosa e a dire il contrario. Tutti indossano una maschera. Tutti sono peccatori ma pronti a diventare giudici degli errori altrui.

I personaggi femminili mi hanno coinvolta maggiormente, gli uomini ombra son un passo dietro alle signore.

Daisy è una donna dal cuore di ghiaccio. Prigioniera del ricordo di un matrimonio infelice, ossessionata dalla cura del suo aspetto, non riesce ad accettare il tempo che passa.

Terry ama sua madre, si dedica a opere di beneficenza. È una donna che affronta la vita senza alcun timore.

Mumsie, madre di Rosie, ha una visione tutta sua del matrimonio considerandolo “fonte di guadagno”. La sua filosofia di vita è “mai dire mai”, mai piangere sul latte versato, bensì ridere, ridere sempre.

Rosie è una pallida riproduzione del comportamento materno. È una bella donna ma senza carattere.

La seconda parte del romanzo acquista ritmo e mette a nudo nuove verità. Dasy decide di ritornare alla fattoria dei Gelsomini, nella Francia del sud, e qui si risvegliano dolci ricordi ripensando a quei lontani 15 giorni di assoluta felicità con il marito. Erano trascorsi ben 25 anni da quella luna di miele ma, alla fattoria, il tempo sembrava essersi fermato. Ricordare le umiliazioni e i tradimenti, giunti dopo poche settimane dalla celebrazione del matrimonio, riapre vecchie ferite mai guarite. L’amore tanto atteso, la felicità desiderata, la fiducia e il rispetto nel rapporto con il marito, avevano lasciato il posto al nulla.
Tutto ciò che aveva sperato e amato era nullo; lei stessa era nulla; il nulla la circondava; stava entrando in un futuro fatto di nulla.
Questa seconda parte, devo confessarlo, mi ha coinvolta maggiormente. C’è azione, i personaggi interagiscono maggiormente e si creano situazioni in cui l’introspezione cede il posto all’agire e a nuove tecniche di seduzione. Cadono le maschere dell’amore, dell’incapacità di perdonare e ci si libera da un passato che aveva tenuto prigioniero il presente. In una girandola di dialoghi affiorano i ripensamenti e la consapevolezza degli errori fatti. Il finale, prevedibile con un goccia di amaro, stringe in un lungo abbraccio i temi trattati: seduzione, solitudine, tradimento, amore, perdita della bellezza e della giovinezza, finto perbenismo della società inglese, emancipazione femminile, filosofia del matrimonio come riscatto sociale.

“La fattoria dei gelsomini” è una lettura piacevole. Trovo “Il giardino di Elizabeth” (recensione) un gradino più su senza nulla togliere al romanzo oggetto di questa recensione. L’autrice mi piace. Decisa e ironica percorre la sua strada di donna e scrittrice, affronta temi ancor oggi attuali. Leggerò sicuramente altri suoi lavori. Se voi già conoscete Elizabeth Von Arnim, consigliatemi un suo lavoro. Nell’attesa vi saluto augurandovi belle e intense letture.