giovedì 27 marzo 2014

RECENSIONE "Piccole storie oscure" di Tina Caramanico


A volte succede di leggere un libro e continuare a rifletterci su anche quando si è giunti all’ultima pagina. Per una lettrice, come me, appassionata di thriller, il finale è fondamentale per decretare il successo o meno di un romanzo. Ma se il finale non c’è? 
Se il finale è aperto alle riflessioni e considerazioni personali?
Allora succede di diventare parte attiva del romanzo interagendo con la storia e con i personaggi. E’ questo ciò che ho provato leggendo  
“Piccole Storie Oscure” di Tina Caramanico,   
Editore Zerounoundici.


Autrice: Tina Caramanico


Genere: Narrativa


Editore: Zerounoundici

Pagine: 120 p.

Prezzo: €13,70

Trama: 
Tra horror e noir, in queste piccole storie oscure (alcune del tutto inedite, altre reduci da premi letterari e contest sul web) conoscerete vittime decisamente pericolose, morti che parlano, mostri apparentemente innocui e feroci assassini che ci somigliano forse troppo.





STILE: 8
STORIA: 8
COPERTINA: 7




Questo libro è costituito da brevi racconti che hanno un denominatore comune: sembrano vere!
Ogni storia ha un ritmo serrato, niente preamboli, nessuna perdita di tempo. L’autrice entra subito nel vivo degli avvenimenti, non c’è alcuna presentazione dei personaggi, le ambientazioni sono prive di descrizioni. La parola è diretta, tagliente e penetrante come un bisturi emozionale che segna la cute di vittime e carnefici. 
Ma attenzione, i ruoli non sono così netti a volte il carnefice non è colui che compie l’azione delittuosa perché dietro a ogni folle gesto c’è un perché. Nessuna giustificazione, solo un’analisi spietata di una società che indossa una maschera per celare l’orrore dei suoi comportamenti. Leggendo i racconti mi è sembrato di assistere a una pioggia di meteoriti che lasciano un segno ben evidente del loro passaggio. La scrittrice ci mette un attimo a catturare l’attenzione del lettore: tra le pagine di questo libro potrete trovare morti che parlano, vittime pericolose, uomini e donne dall’aria apparentemente normale ma che in realtà sono feroci assassini. Tutti hanno una caratteristica che gela il sangue: ci somigliano. 
Tina Caramanico ha scritto queste 12 storie in modo accattivante attirando il lettore nella sua ragnatela realizzata tessendo mistero, horror, suspance e colpi di scena. Tutto è racchiuso in 12 “schegge” che vi lasceranno senza fiato, vi sorprenderanno. Senza alcun preavviso vi ritroverete completamente coinvolte in un continuum emozionale alla scoperta del lato oscuro dell’uomo. Nei racconti il reale si mescola al fantastico, al macabro, in modo appassionante e imprevedibile. Il risultato è un piccolo, grande, libro affascinante e irresistibile per gli amanti del noir. La scrittrice,  dalla penna affilata, ci mostra come il confine tra la realtà e la finzione è molto labile. E’ sottile e non identificabile con precisione. Attenti, quindi, non sottovalutate mai il lato oscuro presente in ognuno di noi.
Vi riporto alcune citazioni “Oscure” che mi hanno fatto venire i brividi:
Dal racconto “Io ti conosco”:
“Madre, io ti conosco. Perché dal tuo sangue più oscuro fui generata e perché, per me ancora non nata, il ritmo del tuo cuore è stato voce misteriosa di ogni alterità, musica dell’universo. Madre, io ti conosco. Mi hai tenuta nascosta per vent’anni, coperta, negata, custodita, morta e non silenziosa, dentro una culla di legno di cedro, dentro l’utero assurdo di un armadio…Sono morta a tre anni…”
Dal racconto “Voci”:
“Stanotte i morti vengono, a incontrare le streghe. Stanotte i morti parlano, raccontano i segreti. Stanotte i bimbi mangiano dolcetti avvelenati. Saranno i bimbi morti a vendicare i torti”.
“Piccole Storie Oscure” è un libro consigliato a chi vuol provare sensazioni forti. La scrittrice, con maestria, tiene in ostaggio il lettore fino all’ultima pagina. Strano a dirsi ma, in questo caso, mi è piaciuto vestire il ruolo di “ostaggio”.

sabato 22 marzo 2014

Il sabato del sondaggio #27


"Il sabato del sondaggio" è una rubrica settimanale creata da me appositamente per il blog Penna d'oro. 
Ogni sabato elaborerò delle domande per scambiare, con voi lettori, opinioni, pareri, 
consigli su temi che riguardano il mondo dei libri.

Cari lettori,

Cosa ne pensate della scaramanzia? 
Se un gatto nero vi attraversa la strada, come vi comportate? Passate a cuor leggero sotto una scala? 
Essere 13 a tavola vi lascia indifferenti? 
Se versate l’olio o il sale fate subito strani gesti scaramantici?


Anche i nostri amati scrittori avevano dei “rituali di scrittura”:
Si dice che Shakespeare non correggesse mai e non usasse la punteggiatura per non dover interrompere il flusso.
Charles Dickens scriveva 55 parole al giorno (anche 4000 parole nei giorni più fecondi).
Sthendhal dettò “La Certosa di Parma”, 560 pagine, in meno di 52 giorni.
Lev Tolstoj spese 6 anni per scrivere “Guerra e Pace”; la moglie Sonja ricopiava ogni pagina in bella copia.
Tolkien scrisse “Il signore degli anelli” in 12 anni, usando il retro dei fogli dove i suoi studenti facevano i compiti.
John Cheever scrisse parte della sua opera in mutande, dopo aver raggiunto vestito di tutto punto in ascensore la cantina ed essersi nuovamente spogliato. Questo rituale era importante per non perdere l’ispirazione.
George Simenon, prima d’usare la macchina da scrivere, si preparava al lavoro appuntando 50 matite che allineava sulla scrivania, e se si spezzava la punta ad una cambiava subito matita senza perder tempo.
Marcel Proust scriveva sempre a letto tra le pareti ricoperte di sughero. Si svegliava tra le tre e le sei del pomeriggio.
Anche Moravia scrisse “Gli Indifferenti” a letto, ma perché era convalescente di una malattia alle ossa.
Émile Zola amava scrivere con la luce artificiale e oscurava la stanza con le tende anche quando scriveva di giorno.
Honoré de Balzac beveva, per restar sveglio, 50 tazze di caffè al giorno.
Thomas Hardy levava le scarpe o le pantofole.
Colette prima di mettersi a scrivere cercava almeno una pulce da levare ad uno dei suoi gatti.
John Keats si lavava simbolicamente le mani usando qualunque liquido, oltre l’acqua, come, ad es., il caffè.
Mark Twain indossava una camicia bianca prima di sedere al tavolo di lavoro.
Ernest Heminguway amava scrivere sui quadernetti di Moleskine.
Per superstizione:
George Orwell non proseguiva quel che stava scrivendo se non ne parlava con la moglie.
Gabriele D’Annunzio, invece, anche se si sospetta sia una sua invenzione, iniziò a scrivere la poesia “Le stirpi canore” su una giarrettiera d’una prostituta analfabeta.
Woddy Allen lavora su fogli rigorosamente gialli; 
Dumas, padre, scriveva le poesie su fogli gialli, i saggi su fogli rosa e narrativa su fogli azzurri.
Emily Dickinson doveva appuntare le prime stesure delle sue poesie su pezzi qualsiasi di carta ( liste della spesa, scontrini, ricevute, buste da lettera usate) perché i fogli bianchi quasi la intimorivano.
Isabel Allende non inizia mai un nuovo lavoro in un giorno diverso dall’8 gennaio.
Andrea Camilleri prima di scrivere, ogni mattina, si veste di tutto punto e si rade per bene come se dovesse uscire.
Truman Capote non iniziava e non terminava mai un libro di venerdì, cambiava stanza d’albergo se il suo telefono aveva il numero tredici, non lasciava mai più di tre mozziconi nel posacenere.

La superstizione è sempre stata compagna dell’uomo in tutti i tempi. Mi piacerebbe conoscere il vostro parere in proposito e vi saluto con questa frase di Paul Valéry:
“L’ingegno può coesistere con le superstizioni più grossolane”.

mercoledì 19 marzo 2014

RECENSIONE "Quando dal cielo cadevano le stelle" di Sofia Domino


Il male di Auschwitz ha contaminato gli uomini e si è diffuso come una pestilenza. Se non lo si fronteggia subito il contagio diventa inarrestabile. Primo Levi
Storia di una trasformazione:
1920. Mussolini, dalle colonne del Popolo d’Italia, dichiara:

“In Italia non si fa assolutamente nessuna differenza fra ebrei e non ebrei; in tutti i campi, dalla religione, alla politica, alle armi, all’economia…la nuova Sionne, gli ebrei italiani, l’hanno qui, in questa nostra adorabile terra”.


Maggio 1938: Adolf Hitler si reca in visita a Roma.

14 Luglio 1938: si ha l’avvio della campagna razzista del fascismo italiano. Viene pubblicato il “Manifesto della Razza”.

“La razza italiana è prettamente ariana, e va difesa da contaminazioni”.

“Gli ebrei sono estranei e pericolosi per il popolo italiano”.

5 Settembre 1938: furono emanate le prime leggi razziali contro gli ebrei. Essi furono esclusi da tutte le scuole, ebbero il divieto di possedere terreni e fabbricati, di lavorare negli Enti pubblici, di aver rapporti di lavoro con gli altri italiani…

1943. Dopo la caduta del fascismo, i Tedeschi, rastrellarono nel ghetto ebraico di Roma 1023 ebrei italiani. Donne, anziani, bambini, uomini, furono stipati in carri bestiami e portati ad Auschwitz: l’inferno sulla Terra. Tornarono in 17.

Anche l’Italia china il capo davanti al volere del Fuhrer, tutti diventano ariani, tutti contro gli Ebrei, tutti artefici di un’ignominia. Oggi le giovani generazioni guardano al passato con apprensione, ed è confortante vedere l’impegno di coloro che si adoperano per non dimenticare lo sterminio non solo del popolo Ebreo ma di tutti coloro che non erano considerati all’altezza della razza ariana.


“Quando dal cielo cadevano le stelle” di Sofia Domino 
è una struggente ricostruzione di quel periodo storico attraverso la storia di Lia Urovitz e della sua famiglia. 





Autrice: Sofia Domino


Genere: Narrativa


Editore: Autopubblicato

Pagine: 495 p.
Prezzo: € 1,99

Trama: Lia ha tredici anni. È una ragazzina italiana piena di sogni e di allegria, con l’unica colpa di essere ebrea durante la Seconda Guerra Mondiale. Dallo scoppio delle leggi razziali la sua vita cambia, e con la sua famiglia è costretta a rifugiarsi in numerosi nascondigli, a sparire dal mondo. Da quel mondo di cui vuole fare disperatamente parte. D’improvviso i nazisti arrivano in Italia e ha inizio la caccia agli ebrei. Tra lacrime, risate, primi amori e sogni, la vita di Lia va avanti, ma tutto crolla quando, il 16 ottobre 1943, la Gestapo rastrella il ghetto ebraico di Roma e lei viene catturata con la sua famiglia. Destinazione Auschwitz. Freddo, fame, morte, malattie… ma nessuno potrà fermare i sogni di Lia, di una ragazzina ebrea, di una ragazzina che vuole tornare a essere libera.


STILE: 8
STORIA: 8
COPERTINA: 7



Lia è una ragazzina ebrea, ha 13 anni ed è costretta a vivere in una buia cantina per sfuggire ai fascisti. La famiglia Urovitz è composta da papà Daniele, da mamma Giuditta, da nonna Myriam, da Lia e dai suoi fratelli Chalom e Tommaso. Sono Ebrei, devono nascondersi, devono diventare invisibili agli occhi dei loro persecutori. Così, una buia cantina diventa il loro nascondiglio. Sono aiutati dai coniugi Parisi e da altri amici di buona volontà. Nel rifugio le giornate trascorrono lente e si vive nella continua paura di esser scoperti. L’angoscia di ciò che potrebbe accadere rende tutti nervosi, demotivati tranne Myriam e Lia. La nonna mi è subito piaciuta perché mostra  la saggezza tipica delle persone che hanno fatto tesoro della loro esistenza. Dispensa consigli, cerca di mitigare le situazioni in cui si creano contrasti tra i ragazzi e i loro genitori,  spera nella fine della guerra per tornare finalmente a vivere in pace. Lia cerca di dare una parvenza di normalità alle sue giornate: studia, aiuta la mamma  nei lavori domestici e nella preparazione dei miseri pranzi e delle, ancor più misere, cene. Ma, questa ragazzina ama la vita, guarda con occhi sognanti quella botola che la divide e la protegge dalla dura realtà e sogna. Sogna il futuro, vorrebbe diventare un medico per aiutare le persone e viaggiare, anela a esser parte attiva di quella stessa società che oggi la disprezza e la considera “un pericolo da eliminare”. La situazione precipita quando i rastrellamenti si fanno più serrati. Lia e i suoi cari iniziano un pellegrinaggio che li porterà in vari nascondigli e saranno costretti a ritornare alla loro abitazione proprio all’alba del 16 ottobre 1943 quando la comunità ebraica, del ghetto di Roma, viene rastrellata dalla Gestapo. Gli Urivitz saranno deportati ad Auschwitz. In tutto saranno 1023 ebrei italiani a finire nei campi di concentramento. Tornarono in 17.

Nel campo di concentramento di Auschwitz inizia la lenta agonia di tutti i deportati privati di ogni cosa e costretti a subire violenze alla persona e alla dignità. Ho letto queste pagine provando un vivo dolore, non è facile ripercorrere le torture subite dai prigionieri nei campi di sterminio. Non è facile accompagnare con lo sguardo da lettore i bambini, gli anziani, le donne, tutti coloro che erano inabili al lavoro, attraverso i bui e stretti corridoi che conducevano “alle docce”. Non vi descrivo gli orrori ma vi vorrei parlare della “fiducia”, “della speranza” che Lia continua a provare in cuor suo. Naturalmente mi direte: “Speranza nei lager tedeschi?” Si, cari amici, Speranza. Ed è proprio questo il messaggio che si evince tra le righe del romanzo che veste i panni di una vera e propria ricostruzione storica. Tra queste pagine si ha un intreccio perfetto tra la parte storica reale e  il personaggio di Lia, emblema di tutti coloro che subirono la deportazione. Con un linguaggio forte, a volte necessariamente crudele, Sofia Domino ripercorre il dramma  dei prigionieri. Esperienze sconvolgenti vengono narrate per ricordare come nei lager si perdeva la dignità di essere uomini, la capacità di pensare, la memoria di sé. La parola “annientamento” assume un duplice significato: nel lager non solo si annienta l’uomo fisicamente, ma, prima che muoia, si annientano tutte le sue caratteristiche umane.
Lia affronterà la prigionia alternando momenti di rabbia e ribellione, con momenti di disarmante ingenuità senza mai perdere la speranza. I puri di cuore non conoscono confini, i puri di cuore non moriranno mai fino a quando si avrà memoria del loro sacrificio. Riflettiamo, cari lettori, riflettiamo quando ci lamentiamo nelle nostre case, con gli amici, in piena libertà. Quando non siamo mai contenti di nulla.

Leggendo “Quando dal cielo cadevano le stelle” ho ammirato il lavoro di ricerca e di studio condotto per realizzare questo libro.

La scrittrice si è posta di fronte alla Storia e con fedele e scientifica ricostruzione del passato, ci ha narrato la vita, le emozioni, le ingiustizie, i pensieri di coloro che hanno subito la violenza disumana e la sopraffazione infinita dei lager. Ho ammirato molto l’impegno di Rebecca e Sofia Domino che con i loro romanzi sull’Olocausto hanno voluto ricordarci queste esperienze dolorose. Spesso è necessario “ricordare” per poter apprezzare ciò che di positivo viviamo quotidianamente e che a volte non sappiamo riconoscere.
Vorrei concludere questa recensione-riflessione con un’immagine:
Lia ora è libera, finalmente può sognare, amare, vivere. Lia  è libera di oltrepassare il cancello di Auschwitz. Lia  è libera di salire su per una scala infinita i cui pioli sono formati dall’amore, dall’amicizia, dal rispetto, dalla libertà, dalla voglia di vivere, dal desiderio di realizzare i propri sogni, dalla fiducia. Sale sempre più su Lia e  raggiunge la volta celeste per riportarvi l’astro della speranza affinché dal cielo non cadano più le stelle.