“Il coraggio
di Rachel DuPree” è un romanzo di Ann Weisgarber pubblicato da Neri Pozza, nella
traduzione di Maddalena Togliani, nella collana I Narratori delle Tavole.
L’autrice narra la vita dei coloni neri nella prateria e dà voce a un’eroina
che, in una terra desolata, scopre la vacuità del sogno americano e dei suoi
valori, illusori come una manciata di polvere.
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![]() STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 7 |
Pagine: 272
Manca l’acqua, nella terra che Isaac e Rachel DuPree hanno scelto per la loro famiglia, e un vento violento soffia sulla prateria sollevando sabbia ed erbacce. Siamo nelle Badlands, South Dakota, e l’anno è il 1917. Non piove da mesi e ogni cosa è secca, come le labbra screpolate di Rachel o gli occhi opachi dei suoi figli. Nonostante le asperità di quella vita, Isaac e Rachel non possono abbandonare la casa di legno e i duemilacinquecento acri che affacciano sulle colline, il loro avamposto sulla frontiera dove è così raro vedere, fra i coloni, un uomo che non sia bianco. Dopo anni vissuti in uno spazio scavato nel fianco di una collina, hanno finalmente una casa, e una casa è segno di rispetto, così come la terra, soprattutto se sei nero. La sete, tuttavia, continua a farsi sentire. Un giorno Isaac chiede alla piccola Liz di calarsi dentro il pozzo. La bambina potrebbe cadere e rimanere uccisa o essere morsa dal serpente con gli occhi rossi che tanto la terrorizza. Qualcosa allora si rompe dentro Rachel. La ribellione comincia a farsi strada nella sua testa. Nella sua città d’origine, Chicago, basterebbe aprire un rubinetto per avere dell’acqua. Perchè, dunque, vivere di stenti al solo scopo di permettere a Isaac di coltivare il suo sogno di proprietario terriero? L’amore e il sacrificio sono davvero tali quando ne va della vita dei figli e della propria esistenza? E che cosa sono sottomissione e rassegnazione se non una forma di tradimento verso i suoi figli e verso se stessa? Aprendo uno squarcio sulla vita dei coloni neri nella prateria, Ann Weisgarber dà voce a un’eroina indimenticabile che, in una terra desolata, scopre la vacuità del sogno americano e dei suoi valori, illusori come una manciata di polvere.

Davanti a me c’erano le Badlands. Al mio arrivo la loro vastità mi aveva spaventata. Erano senza fine. C’erano solo canyon che tagliavano la terra, erbe delle praterie alte fino al ginocchio che fremevano e oscillavano come fossero vive, e catene di colline che si stagliavano contro il cielo. Le Badlands mi facevano paura, ma finché Isaac era con me, era quello il posto dove volevo vivere.
Manca l’acqua, nella terra che Isaac e Rachel DuPree hanno scelto per costruire il loro futuro, e un vento violento soffia sulla prateria sollevando sabbia ed erbacce. Siamo nelle Badlands, South Dakota, nell’anno 1917. Non piove da mesi e ogni cosa è secca, come le labbra screpolate di Rachel o gli occhi opachi dei suoi figli. Nonostante le difficoltà, Isaac e Rachel non vogliono abbandonare la casa di legno e i duemilacinquecento acri che affacciano sulle colline. Ora, dopo tante privazioni, hanno una vera casa, e una casa è segno di rispetto, così come la terra, soprattutto se sei nero. La siccità però incombe senza pietà su tutta la zona e un giorno Isaac decide di calare la piccola Liz dentro il pozzo per recuperare l’acqua rimasta sul fondo. La bambina è terrorizzata, potrebbe cadere e rimanere uccisa o essere morsa dal serpente dagli occhi rossi che le incute tanta paura. Isaac è sordo ai pianti della bambina.
«Noi siamo qui
» le dissi. «Il papà ti regge».
Lei mi guardò, il viso scuro paralizzato dalla paura. Il vento soffiava e Liz sussultò, gli occhi ridotti a due fessure.
«Sei coraggiosa» le dissi mentre scendeva a occhi chiusi. Le spalle le tremarono. Emise un gorgoglio, poi scomparve nel pozzo. Non ero tipo da rivolgermi a Gesù per chiedergli favori. Ma quel giorno lo feci.
Gesù misericordioso. Dolcissimo Gesù misericordioso. Accompagna mia figlia in questo pozzo.
South Dakota. La terra delle opportunità. Ma quello era stato prima della siccità, prima che io e Isaac mandassimo una bambina giù nel pozzo. Prima che lo facessimo per la seconda volta. La seconda volta, Liz urlò quando Isaac le disse che avevamo bisogno di lei. Urlò finché non le misi una mano sulla bocca e le tenni chiuse le labbra… Al pozzo sapevamo tutti cosa fare, sapevamo cosa aspettarci, e questo non fece che peggiorare la situazione. Ci stavamo abituando. Ci eravamo rassegnati.
La terra determinava il valore di una persona. Avevo perso il conto del numero di volte che Isaac me l’aveva detto. Ma nessuna distesa di terra sarebbe bastata per soddisfarlo. Ci sarebbe sempre stato un nuovo terreno dove far pascolare le mucche, o un angolino con un torrente che non si prosciugava mai, o delle praterie per coltivare il frumento invernale. Non sarebbe mai finita.

