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venerdì 31 marzo 2023

RECENSIONE | “Althénopis” di Fabrizia Ramondino

“Althénopis” è un romanzo di Fabrizia Ramondino, pubblicato da Fazi e arricchito da una prefazione firmata da Chiara Valerio. Pubblicato nel 1981, apprezzato da Natalia Ginzburg e da Elsa Morante, vince il Premio Napoli e il Premio Lombardi-Satriani. È considerato un classico del Novecento. Ambientato nella Napoli  occupata dai Tedeschi, il romanzo è il prodotto originale di un perfetto mix realizzato con momenti evocati dalla memoria autobiografica, storia collettiva e invenzione romanzesca. La memoria, come una calamita, ripesca immagini di vita dai sette anni della protagonista alla prima adolescenza, narrate attraverso i luoghi, le cose, gli interni delle case. 


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
Althénopis
Fabrizia Ramondino

Editore: Fazi
Pagine: 318
Prezzo: € 18,50
Sinossi

Mentre la seconda guerra mondiale volge al termine e da Napoli giunge il grido di una città martoriata, a Santa Maria del Mare, paesino immaginario di poche anime annidato sulla costa, la protagonista di Althénopis trascorre le sue giornate tra giochi infantili e divertenti avventure. La piccola appartiene a una famiglia bizzarra, giunta lì dall’esotica isola di Porto Quì: il padre diplomatico è sempre in viaggio, la madre, donna algida e distante, è assillata da continue emicranie e la nonna, figura onnipresente e piena di fascino, è avvolta da un’aura di mistero dai contorni quasi onirici. Nell’esistenza quotidiana della bambina, ai parenti e agli amici si alterna la presenza degli “scugnizzi”, che rubano gli spiccioli ai passanti nella piazza del paese. Nonostante in casa si disapprovino certi comportamenti, la piccola, ignorando un atteggiamento che non le appartiene, si lascerà coinvolgere in mille peripezie mischiandosi con i coetanei di ogni ceto sociale, sospesa tra l’ingenuità dell’infanzia e le incomprensibili stranezze dell’età adulta. Quando all’improvviso il padre muore, la famiglia è costretta a trasferirsi altrove e viene ospitata da diversi parenti prima di stabilirsi definitivamente a Frasca. La ragazza, nel frattempo, diventa donna e all’inizio degli anni Cinquanta decide di intraprendere un misterioso e solitario viaggio al Nord. Al ritorno, il confronto con la madre, sempre più sola e bisognosa di attenzioni, sarà inevitabile, facendosi presto scontro drammatico e portando alla luce dinamiche complesse rimaste latenti troppo a lungo.





Era sempre vestita di nero, ma quando passava per la piazza di Santa Maria del Mare, come fiamme d’inferno i colori le guizzavano intorno, dei gialli, dei viola, perfino talora dei rossi e dei verdi; non portava bracciali, eppure bagliori dorati sembravano splenderle intorno ai polsi.

Il romanzo si compone di tre parti (Santa Maria del Mare, Le case degli zii, Bestelle dein Haus) che ripercorrono tre periodi della vita dell’autrice, periodi che hanno una collocazione ben precisa nel tempo. I nomi dei luoghi hanno invece subito una mutazione ma sono facilmente identificabili: Althénopis è Napoli, Santa Maria a Mare è un paese della costiera amalfitana, la Capitale è Roma. Le tre parti riflettono tre modi diversi di narrare: le prime sezioni sono narrate in prima persona, l’ultima parte in terza persona.

L’autrice narra di sé bambina insieme ai suoi fratelli. Mentre la seconda guerra mondiale volge al termine, a Santa Maria del Mare vive la protagonista di “Althénopis” con la nonna e la madre, ha molti amici, mentre il padre diplomatico è lontano da casa poiché lavora a Roma. È un uomo che riserva una rigida educazione ai figli ed è incapace di trasmettere affetto. La madre, donna algida e distante, è assillata da continue emicranie e concede più libertà ai figli. La nonna è una figura piena di fascino e di mistero. Compone canzoni d’amore, è generosa e ama cucinare in gran quantità anche in tempo di carestie.

La nonna aveva una colpa particolare. Allora potevo soltanto intuirle. Quella principale era di aver sperperato i beni della famiglia, ereditati in parte dai genitori, in parte dal marito, morto quando era una giovane madre venticinquenne!

Nell’esistenza quotidiana della bambina, oltre a parenti e amici, sono presenti gli “scugnizzi” con cui vivrà mille peripezie mischiandosi con i coetanei di ogni ceto sociale, sospesa tra l’ingenuità dell’infanzia e le stranezze dell’età adulta.

Quando il padre muore, la famiglia torna a Napoli e si trova in ristrettezze economiche. La famiglia riceve aiuto dai parenti (zia Callista, zia Cleope) e sono ospiti in varie case. Alcune volte sono costretti a dividersi finché un parente mette a loro disposizione una villa in un luogo chiamato Frasca. La ragazza nel frattempo, diventa donna e all’inizio degli anni Cinquanta decide di intraprendere un misterioso e solitario viaggio al nord.

Era tornata sconfitta dalla Madre, come a chiederle ragione della sua vita. Non era, al di fuori delle Maniere, che affanno e cuore aritmico. Alle Maniere rispondeva con altre Maniere. Al geroglifico con altro geroglifico. Intanto il mondo attorno crollava pezzo a pezzo.

L’autrice, ormai adulta, torna a Napoli dalla madre. La narrazione è in terza persona, i personaggi diventano la Madre e la Figlia. La Madre, ormai anziana, ha bisogno di un’assistenza costante. La Figlia assolve il gravoso compito. Nella casa ogni oggetto, ogni stanza, ha una voce ed è un ricordo a testimoniare il tempo passato. Il confronto tra Madre e Figlia diventa scontro drammatico portando alla luce dinamiche complesse rimaste nel limbo della memoria troppo a lungo.

Althénopis, ovvero “Occhio di vecchia”, così era chiamata Napoli dai tedeschi in tempo di guerra. La città descritta da Goethe come grandiosa, “occhio di vergine” è ormai devastata e imbruttita dalla guerra. Le truppe germaniche rimanendo perciò deluse, davanti a tale realtà, la chiamarono Althénopis. Intorno a questo nome e a questa città si svolge il libro di narrazioni della Ramondino. La narrazione è un crocevia di personaggi stravaganti e bizzarri, di vicissitudini familiari, incentrate soprattutto sul rapporto tra madre e figlia. Il filo autobiografico lega le tessere del mosaico che l’autrice traccia con mano sicura nei capitoli che  hanno titoli indicativi di luoghi come la piazza, le ville, la Marina, e sono contenitori di storie che tracciano la sua esistenza. Un vagabondare da una casa all’altra, case che sono “vive” in simbiosi con le persone che le abitano. Persone che non coglierete mai nell’atto di dialogare, l’autrice lascia che a parlare siano i loro gesti, i loro corpi. La nonna e la madre sono il cuore di queste narrazioni che fuggono via da una trama precostituita per percorrere nuovi sentieri e spogliandosi, pian piano, del superfluo tracciano il nitido ricordo di un microcosmo felice nonostante la guerra. All’interno del triangolo nonna-madre-figlia, rivivono le reminiscenze dell’io narrante. È un mondo al femminile intessuto di  figure solitarie e stravaganti, aneddoti, tradizioni e sentimenti, caratterizzato da solitudine e amore, dolore e felicità.

Con una scrittura evocativa ed elegante, Ramondino ci guida e ci permette di guardare ciò da cui proviene, il suo passato, la sua genesi, attraverso la memoria fatta di esperienze, immagini, personaggi, sapori e odori. Ogni capitolo presenta numerose note che sono parte integrante del romanzo perché spiegano costumi, abitudini, accenti dialettali e classi sociali del tempo.

Althénopis è il luogo in cui la memoria sopravvive, un limbo in cui i ricordi sono al sicuro e generano un caleidoscopio di narrazioni da cui si affacciano una miriade di volti che guardano al labirinto familiare dove si proiettano le immagini della guerra, della povertà, dell’amore e del dolore. “Althénopis” è un “piccolo mondo antico” che continua a vivere nella stagione dell’infanzia, sospesa nel tempo ma saldamente ancorata al cuore dell’autrice.

giovedì 20 gennaio 2022

RECENSIONE | "Guerra di infanzia e di Spagna" di Fabrizia Ramondino

Con “Guerra di infanzia e di Spagna”, prefazione di Nadia Terranova, la Fazi dà inizio alla ripubblicazione  delle opere di Fabrizia Ramondino, scrittrice italiana del Novecento. L’autrice nasce a Napoli nel 1936 ma subito si trasferisce con la famiglia a Maiorca per seguire il padre console. Ed è proprio a Maiorca che è ambientato questo romanzo. Qui l’autrice bambina impara l’italiano dai suoi genitori, il castigliano dal Collegio e il maiorchino dalla servitù. Sono anni belli, trascorsi nella villa di Son Batle in compagnia dell’amata balia Dida. Ramondino narra la sua infanzia, le sue fragili radici, le sue difficoltà, le insidie di una situazione che può di colpo cambiare. Narra di sé come se si guardasse dall’esterno e ogni capitolo diventa la tessera di un mosaico affascinante dove pubblico e privato si fondono.


STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 8
Guerra di infanzia e di Spagna
Fabrizia Ramondino

Editore: Fazi
Pagine: 504
Prezzo: € 18,50
Sinossi

Titita è una bambina curiosa e vivace che, a causa degli impegni diplomatici del padre, si trova a trascorrere i primi anni della sua infanzia sull’isola di Maiorca. È il 1937, in Spagna infuria la guerra civile e di lì a poco scoppierà un conflitto mondiale senza precedenti. Ma in quella bolla colorata e piena di sole che è Maiorca, Titita passa le sue giornate persa in una sua personalissima battaglia, un continuo incontrarsi e scontrarsi con tutto ciò che la circonda, a cominciare da se stessa.
Le esplorazioni nel lussureggiante giardino della villa in cui abita con la famiglia, i giochi e i travestimenti in compagnia del fratello maggiore Carlito, i rimproveri e gli insegnamenti dell’amata balia Dida; e poi i momenti di tenerezza con il padre, i ricevimenti formali organizzati dalla madre, i racconti sognanti della nonna in visita da Napoli: ogni giorno la piccola Titita scopre un pezzetto di mondo, trovando sempre più difficile conciliare, dentro di sé, il senso di libertà che percepisce nella natura con l’incomprensibile severità dell’universo adulto. In questo confronto, tuttavia, la sfida più grande sarà fare i conti con quel microcosmo segreto e sempre cangiante che è la propria individualità: gli impulsi, i capricci, i desideri, gli affetti, le paure che formeranno la sua persona.


Era il 13 febbraio del 1937. Il console Luigi Ferdinando Baldaro si accingeva a partire per la Spagna per prendere servizio a Maiorca. Dipinta di bianco e di azzurro, una corvetta, nel porto di Napoli, si infingeva sonnacchiosa come una nave da crociera; ma con potenti motori truccati conduceva in realtà a Maiorca la famiglia del console e un gruppo di consulenti e di spie.

A farci da guida è la voce della figlia del console, la piccola Titita, che ricorda la sua infanzia a Maiorca prima del rientro in Italia dopo l’armistizio del 1943. Il libro è diviso in varie parti e ogni capitolo ha un titolo che ne riflette l’argomento trattato. “Guerra di infanzia e di Spagna” è un libro da leggere con calma per poter cogliere le tante sfumature che dipingono un quadro della memoria in cui compaiono mondi così diversi che sembrano non aver alcun punto in comune. Siamo nel 1937, allo scoppio della guerra civile spagnola, l’isola di Maiorca è una roccaforte dei franchisti e il nuovo console, scelto da Ciano, ha il compito di sostenere Francisco Franco contro l’esercito repubblicano di Barcellona e Valencia. La famiglia del nuovo console fascista va a vivere in una bellissima villa e sua figlia Titita passerà gli anni più importanti dell’infanzia tra piante, alberi e animali meravigliosi, accudita da una servitù affettuosa. Tuttavia all’orizzonte si percepisce la presenza di una guerra sanguinosa. Al contrario, l’infanzia e la sua guerra sono al centro della scena. L’infanzia è coraggiosamente narrata come un conflitto crudele per conquistare la propria indipendenza. A combatterla è Titita, protagonista di mille vicende che vedono coinvolta lei e la sua famiglia. A Maiorca Titita giunge neonata, Son Batle è la sua dimora, un regno favoloso di giochi e carica    del fascino e del mistero dei precedenti abitanti. Qui nascono i fratelli, Carlito e Anita, i genitori conducono un’intensa vita mondana. Titita si scopre bambina buona ma a volte ribelle, vorrebbe imitare mamita, regina della casa e dei ricevimenti, ma finisce per essere una sfrenata compagna di giochi di Paco, figlio di contadini con cui scopre la vita dei campi e dà libero sfogo alla fantasia. In famiglia i rapporti sono altalenanti. Titita è gelosa della sorellina Anita, troppo coccolata dai genitori; è quasi sempre in conflitto con la madre per la quale prova ammirazione e amore, ma dalla quale non si sente compresa; ama il padre che le fa tanti regali ma spesso appare lontano in un mondo fatto di parole difficili per lei incomprensibili; adora la nonna che vive a Napoli e la coccola con le sue lettere scrivendo che odia la guerra ed esortandola a nutrire sempre il suo spirito di indipendenza; si sente amata e protetta da Dida, la balia “regina di tutti, servi e padroni, piante e animali, stanze e patii, stelle e pianeti.”

Nel romanzo noterete l’uso sapiente di lingue diverse (italiano, castigliano e maiorchino) che si intrecciano dando vita al linguaggio degli affetti familiari, della socialità e della complicità con gli amici e i servi. Spesso l’uso di termini diversi sottolinea stati d’animo differenti. Titita vive i suoi primi anni di vita come una continua voglia di esplorazione, è felice. Poi arriva il tempo del Collegio, deve sottostare a nuove regole. Le avventure appartengono ormai al passato e lasciano il posto a una bambina composta, educata, pronta per affrontare l’ultimo periodo della sua permanenza sull’isola. Titita e Carlito conoscono l’ex marinaio Malaquias, enigmatico e saggio, che con i suoi racconti  amplierà i loro orizzonti nell’accettazione di ciò che è diverso da se stessi e ad allontanarsi da ciò che si ha di più caro. Il romanzo si chiude con la fine della guerra, l’Italia è stata sconfitta e il console con la sua famiglia dovrà abbandonare l’isola e far ritorno in patria sbarcando al porto di Taranto. Per lei inizierà una nuova vita e nuove scoperte.

“Guerra di infanzia e di Spagna” è un intenso romanzo di ricordi, di radici, di dolori. È un romanzo di formazione, il racconto di ciò che è stato, testimone di una guerra personale che Titita affronta con tutto ciò che la circonda, a cominciare da se stessa. La curiosità per le parole, lo sfondo della Storia, il percorso di crescita individuale, a volte giocoso a volte difficile, sono tutti elementi che si intrecciano perfettamente. Il senso di libertà che lei percepisce nella natura è forte e spesso si scontra con l’incomprensibile severità dell’universo adulto. Titita dovrà scoprire la propria individualità e lo farà seguendo i suoi impulsi, le sue paure, i suoi desideri e affetti. Il romanzo racchiude citazioni, filastrocche, racconti popolari. Si apre e si chiude con un viaggio dalla navigazione inversa (Italia- Maiorca, Maiorca-Italia) e dal piacere della lettura nasce la curiosità di volerne sapere di più. Spazio e tempo sono tappe obbligate della crescita interiore della protagonista. Lo spazio, rappresentato dall’isola, dalla casa, dalla natura, dal cortile, fa da cornice alle esperienze della bambina. Il tempo indica i cambiamenti, le separazioni, la morte. La stagione dell’infanzia pare sospesa nell’attesa di un cambiamento, di una partenza. Il tutto è intrecciato con originalità e talento in un romanzo raffinato, un caleidoscopico mondo di esperienze, immagini, personaggi. Ne nascono pagine palpitanti che invito tutti a leggere per entrare nel microcosmo dell’infanzia per lasciarsi coinvolgere dal suo fascino indecifrabile.