Recuperati i tovaglioli buoni, Charlotte si apprestava a chiamare Ida, quando
fu colta dal presentimento di qualcosa di brutto.
La bambina, fu il suo primo pensiero. Si rialzò di furia,
lasciando cadere i tovaglioli sul tappeto, e corse fuori in veranda.
Ma Harriet stava bene. Era ancora sul dondolo e guardò la
madre con i grandi occhi gravi. Allison sedeva sul vialetto con il pollice in
bocca. Si dondolava avanti e indietro e mugolava, in apparenza non aveva
niente, ma Charlotte si accorse che aveva pianto […]
Con la coda dell’occhio Charlotte colse un movimento in
fondo al giardino: Robin? Ma, voltatasi a guardare, non scorse nessuno [...]
Mrs Fountain lo vide per prima. Il suo urlo piombò su
Charlotte, inchiodandola. Cominciò a correre, a correre, e le pareva di non
arrivare mai […]
Era appeso per il collo a un pezzo di corda, legato a un
ramo basso del nero albero di tupelo, accanto alla siepe di ligustro che
separava la casa di Charlotte da quella della vedova. Ed era morto. Le punte
delle sue scarpe da tennis dondolavano a quasi due metri da terra.
La famiglia Cleve era riunita per il pranzo: era la Festa
della Mamma. I bambini giocavano in giardino, gli adulti discorrevano e
ridevano fra loro. Poi all’improvviso la tragedia, assurda e devastante. Robin,
il piccolo Robin, viene trovato impiccato a un albero. A poca distanza da lui
ci sono le sue sorelline: Allison, 4 anni, e Harriet di pochi mesi. Nessuno ha
visto o sentito nulla. E’ stato un incidente o un omicidio? Le indagini non
porteranno a nulla, nessun indizio, tante supposizioni, nessun colpevole.
Dodici anni più tardi, Harriet decide di scoprire la verità: vuole dare un nome
a colui che ha assassinato Robin, il suo fratellino, il suo “piccolo amico”.
Inizia così un viaggio a ritroso nei ricordi della famiglia che, da quel
drammatico giorno, è implosa nel dolore dei suoi componenti. Attraverso vecchie
fotografie, racconti, cose “dette e non dette”, Harriet crede di aver individuato l’assassino. Sarà vero?
Con la morte di Robin molte cose erano cambiate nella
famiglia Cleve Dufresnes.
Charlotte, la mamma, era precipitata in un’indifferenza “che
velava e sbiadiva ogni aspetto della sua vita”. Dixon, il padre, era un uomo a
cui il matrimonio andava stretto, dopo la morte del figlio non sopportava
l’atmosfera di abbandono che si respirava in casa. L’inerzia e la tristezza che
si erano impadroniti della sua famiglia, lui, non le accettava più. Scappa via
e va a vivere lontano, a Nashville, “senza il minimo senso di colpa”. Nonna
Edie ha il cuore indurito dalla tragedia, Robin era la luce dei suoi occhi.
Dodici anni dopo la situazione è immutata, specchio fedele
della tragedia. Allison ed Harriet sono cresciute nella solitudine con una
madre perennemente depressa e un padre assente.
Allison è una
fanciulla dolce e carina, fragile ma paziente, non particolarmente brava a
scuola, con un bisogno costante di dormire. Non ricordava nulla di quel funesto
giorno.
Harriet, la sorella minore, ora ha 12 anni, è intelligente,indipendente,
arrogante, irritante. E’ altera e diretta, non è molto amata. Adora guardare
vecchie fotografie che ritraggono la famiglia al completo nella vecchia dimora.
E’ ossessionata dalla scomparsa prematura del fratello, vuole scoprire il
colpevole, sciogliere il mistero e fare giustizia.
A volte, le capita, aggirandosi per la sua tetra casa, di
sentire la presenza del “piccolo amico”:
Ne udiva il passo nello scricchiolio dell’impiantito,
avvertiva la sua presenza nel gonfiarsi di una tenda o nell’angolo di una porta
che si spalancava da sola. Le faceva i dispetti, di quando in quando,
nascondendole il libro o la barretta di cioccolato, per rimetterli sulla sedia
quando lei non guardava. Harriet amava la sua compagnia.
Così la ragazzina si improvvisa detective, svolge
improbabili indagini, mette insieme dichiarazioni che nulla hanno a che vedere
con l’omicidio, trae le sue conclusioni e decide di sostituirsi alla giustizia,
incapace e miope, per punire il colpevole.
Per quasi 700 pagine ho rincorso Harriet
e il suo mondo che si mostra abitato da uomini violenti, spacciatori, ladri,
drogati. L’autrice meticolosamente descrive i tantissimi personaggi, le loro
vite, le gesta, creando un’esistenza sospesa tra sogno e realtà. Spesso è
impossibile distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è, i confini
svaniscono, il tempo si dilata all’infinito bloccato in un presente, ancorato
al passato, senza un futuro. Nella terra del Mississippi, bianchi e neri mal si
sopportano, sospetti e diffidenze alimentano incomprensione e odio. Le due
ragazzine sono cresciute senza la guida e il conforto dei genitori. Allison è
troppo debole per badare a se stessa. Harriet è un cucciolo di tigre dallo
sguardo penetrante. Entrambe sopravvivono come meglio possono, prigioniere di
una famiglia con molte ombre e poche luci.
“Il Piccolo Amico” è un romanzo complesso, con descrizioni
particolareggiate, una miriade di personaggi e un finale che lascia l’amaro in
bocca. Fin dalle prime pagine mi sono chiesta: “Chi ha ucciso Robin?”
---SPOILER---
Purtroppo non lo saprò mai, il “colpevole” svanisce nelle
atmosfere raffinate ed eteree che la scrittrice realizza con la sua scrittura.
Forse il mio errore è stato proprio quello di voler sapere, a tutti i costi,
chi ha stretto la corda intorno al collo del piccolo Robin. Negli avvenimenti,
tragici e imprevisti, non sempre c’è una conclusione. Anche nella vita vera non
c’è sempre una soluzione, alcuni fatti rimangono sospesi nella realtà dei
nostri ricordi. Nulla possiamo fare. Nulla è dato sapere.
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Ho letto questo libro con interesse, coinvolta da un inizio
promettente e avvincente. Credevo di aver tra le mani un bel giallo, intrigante
e appassionante. Mi sbagliavo.
Ormai credo di aver capito che per la scrittrice non sia
importante la storia fine a se stessa. L’importante è la narrazione, il gusto
delle descrizioni, la ricchezza dei particolari, la voglia di creare un mondo
che conservi profumi, suoni, voci, della nostra esistenza. Devo dire che la
lettura di questo romanzo è stata più fluida rispetto a “Il Cardellino” e l’ho
apprezzato di più anche se in alcuni momenti le vicende sembravano ripiegarsi
su se stesse, senza trovare uno sviluppo adeguato. Sicuramente Donna Tartt ha
uno stile raffinato, sinuoso ed elegante. La storia trae giovamento da tale
bravura ma si perde nei meandri delle tante vicende collaterali che accerchiano
Harriet ed Allison. Alcuni passaggi sembrano dilatarsi nel tempo ( la cattura
dei serpenti velenosi ne è un esempio), altri sono meteore che bruciano
nell’atmosfera della narrazione senza lasciare traccia.
Mi chiedo se con “Dio Di Illusioni” avrò più fortuna.
Speriamo. Un’ultima riflessione: devo smetterla di lasciarmi forviare dalle
copertine. Cover inquietante non vuol dire, necessariamente, romanzo
inquietante!