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giovedì 3 ottobre 2019

RECENSIONE | "Company Parade" di Margaret Storm Jameson

Cari amici, esce oggi in libreria “Company Parade” di Margaret Storm Jameson (Fazi Editore), primo romanzo di un ciclo chiamato Lo specchio nel buio. Il romanzo descrive l’ambiente culturale del 1918, subito dopo l’armistizio, riportando la vivacità e il fermento del mondo editoriale e pubblicitario londinese. Numerose le incursioni nella vita quotidiana del tempo per trasmettere i problemi, la frustrazione dei reduci e dei giovani lavoratori. A tessere la trama degli eventi è una giovane donna coraggiosa che non vuol trascorrere la propria vita nel ruolo di “angelo del focolare.” Le sue scelte saranno dettate da quel desiderio di indipendenza che è alla base delle conquiste femminili artefici di un cambiamento radicale della vita delle donne.

STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
Company Parade
(Trilogia Lo specchio nel buio #1)
Margaret Storm Jameson (traduzione di V. Februari)

Editore: Fazi
Pagine: 404
Prezzo: € 18,00
Sinossi
Nel 1918, all’indomani dell’armistizio che pone fine alla grande guerra, la giovane Hervey Russell racchiude tutta la sua vita in un baule e dallo Yorkshire si trasferisce a Londra, lasciandosi alle spalle il marito e il figlio piccolo. Non ha denaro né esperienza, ma ha la forza di volontà della nonna imprenditrice e i sogni della gioventù; è forte e vulnerabile al tempo stesso, a muoverla sono la voglia di affermarsi e il desiderio di assicurare al figlio un futuro migliore. Mentre tenta di sfondare come scrittrice, di giorno lavora in un’agenzia pubblicitaria e la sera vaga per le strade della città, sola ma libera, lasciandosi deliziare da ogni particolare. Nemmeno la sofferenza al pensiero del figlio lontano riesce a oscurare l’euforia della novità e la consapevolezza di chi sta facendo la cosa giusta per sé. Hervey è una donna in un mondo di uomini: il capo David Renn, veterano solitario e disilluso; i due amici storici, ex soldati che hanno in mente di dare vita a un nuovo giornale; e poi scrittori presuntuosi, intellettuali salottieri e spregiudicati uomini d’affari. Anche il marito, ogni tanto, torna a fare capolino, mentre l’amante vuole portarla con sé in America.
Un meraviglioso affresco dell’ambiente culturale del tempo, con tutto il brio e l’effervescenza del mondo editoriale e pubblicitario londinese, si amalgama a un lucido spaccato della vita quotidiana dell’epoca, segnata dallo spaesamento e dalla frustrazione dei reduci e dei giovani lavoratori. In primo piano, però, ci sono la storia di una giovane protagonista coraggiosa e l’evoluzione delle conquiste femminili che hanno cambiato per sempre la vita delle donne.






Una giovane donna arriva a Londra nel mese immediatamente successivo all’armistizio. È inesperta, povera, ambiziosa e sfiduciata. Quella che segue è la sua storia.
Poco dopo l’armistizio del 1918, una giovane donna giunge a Londra per cercar fortuna. Si è lasciata alle spalle il figlio e il marito, non ha soldi né esperienza. Può contare solo sulla sua forza di volontà, unica eredità lasciatale dalla nonna imprenditrice, e sui sogni legati alla sua giovane età. Nel primo dopoguerra ovunque c’è un gran fermento. Noi seguiremo la protagonista nel mondo delle agenzie letterarie, delle case editoriali e dei giornali della Londra borghese di quegli anni. La giovane Hervey Russel è una protagonista forte e vulnerabile al tempo stesso. Ha una gran voglia di affermarsi e il desiderio di assicurare al figlio un futuro migliore. La strada per il successo si presenterà come una ripida salita. Mentre tenta di sfondare come scrittrice, Hervey di giorno lavora in un’agenzia pubblicitaria dove le viene chiesto d’ingannare il pubblico con le parole. La sera, nella sua umile stanza, la donna ridona valore e forza alle parole lavorando al suo romanzo. In alcuni momenti la sofferenza, al pensiero del figlio lontano, si fa acuta e profonda ma Hervey non cede ai sensi di colpa. È convinta di far la cosa giusta per sé cercando di non soccombere in un mondo di uomini.

“Company Parade” è un romanzo particolare paragonabile a una parata di personaggi che si presentano ai lettori. C’è il capo di Hervey, David Renn, veterano solitario e disilluso; ci sono i due amici storici della ragazza, ex soldati che vogliono dar vita a un nuovo giornale; c’è il marito di Hervey, arruolato nell’Air Force, dalla condotta non proprio cristallina e poi scrittori presuntuosi, intellettuali salottieri e spregiudicati uomini d’affari.

Io ho letto questo romanzo, pubblicato nel 1934, con molta attenzione cogliendo i molteplici spunti di riflessione in esso contenuti. È stata una lettura stimolante per il pensiero che mi ha mostrato un momento storico riletto nella sua quotidianità. Il trauma violento della guerra, i reduci che si ritrovano a dover far parte di una nuova società, il ruolo della donna, la realizzazione personale, sono solo alcuni dei temi trattati. I tanti personaggi si mostrano senza timore con i loro fardelli di ricordi e desideri.

A guidare questa parata è lei, Hervey. Personaggio complesso mostra di voler vivere assaporando i cambiamenti, sussultando per le incertezze, seppellendo le abitudini e la routine quotidiana. Non avrebbe potuto sopportare una vita anonima e tranquilla. Lei era una creatura appassionata, trasgressiva, inaffidabile e cinica anche se tutto ciò covava sotto la cenere della tradizionalità. La Hervey avveduta teneva prigioniera la Hervey trasgressiva che ogni tanto riusciva a far sentire con ironia la propria presenza.

Altra grande protagonista è la guerra a cui un trattato di pace ha posto fine per far posto a una pace transitoria perché le radici della guerra sono presenti nell’uomo.
La guerra nobilita i pochi che non uccide.
È ormai cosa nota: ci sono uomini che hanno bisogno della guerra per vivere e arricchirsi. I nobili sentimenti svaniscono al cospetto del profitto. Vendere armi, controllare la produzione e il mercato del petrolio, tutto diventa un accordo vantaggioso e pazienza se ciò significa uccidere milioni di persone. Effetti collaterali, diremmo oggi. Ci sono tanti modi per uccidere: togliere il pane dalla bocca dei bambini, non assicurare le medicine a tutti, non assicurare il lavoro a tutti o massacrarli di lavoro. La guerra, come la Morte, non guarda in faccia a nessuno. Dopo il primo conflitto mondiale, una moltitudine di lapidi di guerra sui cadaveri ornavano la fredda terra. I padri costretti a seppellire i figli non calano nella fossa solo un corpo martoriato ma vi calano anche la loro vita. Il passato diventa tagliente come scogli che emergono dal mare e non c’è futuro perché, lo sanno bene i padri, la pace nasconde i semi della prossima tragedia che incendierà il mondo.

“Company Parade”è un romanzo raffinato considerato un manifesto dell’emancipazione femminile. È il racconto di una società che rinasce dalle macerie di una guerra devastante. Tra le pagine troverete l’amore declinato in tanti modi: l’amore perduto, l’amore illecito, l’amore familiare, l’amore non corrisposto. Ed è proprio l’amore a sostenere il mondo nel suo nuovo cammino di pace. Molti uomini porteranno, nel fisico e nell’animo, i segni indelebili della guerra. La rinascita offrirà a ognuno di loro la possibilità di guardarsi dentro, sarà lo specchio dei pensieri profondi e rifletterà la luce della speranza che rischiarerà il grande buio generato dalla violenza e dalla morte. I destini di molti s’intrecceranno, saranno intrisi di cinismo, arroganza, vanità ma anche d’amore, impegno, coraggio e determinazione.

Con una scrittura elegante, l’autrice ci propone un romanzo corale fatto di persone e delle loro aspettative, dei loro progetti per il futuro ma anche delle loro reazioni alle avversità. Ognuno con il proprio stile di vita, con il proprio bagaglio di paure, emozioni e incertezze. Uomini e donne travolti dalla Storia, uomini e donne con il cuore sempre in trepidante attesa di un futuro migliore.

lunedì 20 novembre 2017

BLOGTOUR "Dark Harlem" di Rudolph Fisher | 5 motivi per leggere il romanzo

Cari lettori, oggi si conclude il blogtour che vede sotto i riflettori un classico romanzo poliziesco “Dark Harlem” di Rudolph Fisher, nella collana Darkside, per Fazi Editore.




Dark Harlem
Rudolph Fisher (traduzione di P. Meneghelli)

Editore: Fazi
Pagine: 314
Prezzo: € 16,00
Sinossi
Frimbo, il più famoso medium di Harlem, è stato ucciso nel suo studio. Quando il dottor Archer e l'investigatore Perry Dart arrivano sulla scena del delitto, nella sala d'aspetto trovano sette clienti, tutti potenziali colpevoli. Durante le prime indagini i sospetti cadono su Jinx Jenkins: era lui l'unica persona presente nello studio al momento dell'omicidio, è suo il fazzoletto trovato nella gola del morto e una sua impronta digitale viene scoperta sul manico della mazza usata per stordire la vittima. Ma mentre le indagini procedono, il corpo scompare e i moventi si moltiplicano: forse è stato ucciso per vendicare il fratello di Hicks, che si è ammalato gravemente in seguito a una maledizione che Frimbo gli ha lanciato, o forse il suo omicidio è da imputare alla malavita di Harlem, che non vedeva di buon occhio le continue vincite di Frimbo alla lotteria clandestina. Chiunque quella sera sia entrato in contatto con la vittima potrebbe ragionevolmente essere l'assassino. E proprio a questo punto arriva, immancabilmente, il colpo di scena. 



5 motivi per leggere il romanzo.

Giusto per stuzzicare la vostra curiosità vi scrivo brevemente la trama:
Frimbo, famoso medium di Harlem, viene ucciso nel suo studio. Il dottor Archer e l’investigatore Perry Dart, indagano. Il colpevole è da ricercare tra i clienti presenti nella sala d’aspetto al momento dell’omicidio. Tutti sono potenziali colpevoli. Durante le indagini, però, il cadavere scompare. Le indagini si complicano,  i moventi per uccidere il medium sono numerosi. Quando Dart crede di aver trovato il colpevole, arriva il colpo di scena che rimescolerà le carte.

E adesso, passiamo ai cinque motivi che mi hanno fatto amare questo giallo.

1. L’autore
Rudolph Fisher nasce a Washington nel 1897, nella famiglia di un pastore battista. Dopo la laurea in Medicina si trasferisce a New York. Oltre ai suoi studi in campo medico, Fisher coltiva una passione per la musica e ha varie amicizie tra i musicisti di colore.  Inizia a scrivere dei racconti in cui mette a fuoco le divisioni tra la gente di colore e nel 1927 esercita la sua professione di medico a Harlem. Fisher è convinto della necessità di superare i confini tra le varie classi della comunità nera. “Dark Harlem”, pubblicato nel 1923, è il primo poliziesco di un autore afroamericano. La storia vede personaggi neri delle classi inferiori che si esprimono nel loro tipico dialetto. Lo scrittore faceva parte degli intellettuali della Harlem Renaissance degli anni Venti e primi anni Trenta. Ha dato voce nei suoi romanzi alle comunità di colore negli Stati americani del Nord. Fisher muore nel 1934 a causa di un amale probabilmente dovuto alle esposizioni ai raggi x.

2. L’ambientazione
Il titolo anticipa i luoghi in cui la storia si evolverà: Harlem, parte dell’isola di Manhattan nata come colonia olandese nel Diciassettesimo secolo. Inizialmente Harlem accoglieva bianchi benestanti poi, con la crisi del 1905, si ebbe un radicale cambiamento. Le case persero il loro valore e giunsero nel quartiere le prime famiglie afroamericane. Il numero di abitanti neri cresceva sempre più tanto che, alla fine degli anni Venti, Harlem era diventata la capitale dell’America dalla pelle nera. Questo legame tra ambientazione e storia mi ha coinvolta positivamente dandomi la possibilità di effettuare un viaggio virtuale attraverso i teatri , le sale da biliardo e i salottini dei chiromanti della Harlem dell’epoca.

3. Metodo deduttivo
Come in ogni giallo che si rispetti il colpevole è presente fin dall’inizio ma ben celato dalla nebbia scaturita da indizi più o meno nascosti e spesso fuorvianti che danno vita a ribaltanti colpi di scena. Il dottor Archer e l’investigatore Perry Dart usano tecniche investigative basate sull’osservazione e sulla deduzione. Partendo dalle informazioni già in loro possesso, ne ottengono di nuove e iniziano a formulare delle ipotesi. È affascinante osservare il metodo deduttivo dar forma a sospetti raccogliendo prove sulla scena del crimine. Un ruolo importante nell’indagine è svolto dagli interrogatori per studiare i sospettati, cogliere eventuali contraddizioni, comprendere la radice dei moventi e osservare i comportamenti dei possibili colpevoli. L’indagine sull’uccisione di Frimbo si svolge all’interno di una ristretta cerchia di personaggi. Potrete analizzare gli stessi indizi a disposizione della polizia e quindi fare le vostre deduzioni. Scoprirete il colpevole prima dell’investigatore?

4. I personaggi
Oltre ai già citati dottor Archer e il detective Dart, in “Dark Harlem” si muovono vari personaggi che si esprimono nel loro dialetto usando termini spregiativi come boogie, figge ecc. Tutto ciò dona un valore aggiunto alla storia. La parlata dei quartieri bassi caratterizza i personaggi, specialmente Bubber Brown e Jinx, e rivela un’ironia sempre presente nei dialoghi.

5. Immaginazione
Leggendo questo romanzo ogni lettore non potrà che immaginare l’Harlem negli anni Venti. “L’allegro sfolgorio di luci della Settima Avenue, i ritmi musicali e le risate, ovunque c’erano vitalità e gioia di vivere. Ma non tutta la Harlem di colore era altrettanto gaia e piena di luci.” Mi piace il contrasto tra lo scintillio della vitalità e il buio dell’inquietudine che si nasconde in alcune case. La figura affascinante di Frimbo, l’ironia di Bubber, le osservazione del dottor Archer, le deduzioni del detective Dart creano un mosaico che coinvolge il lettore. Il pensiero vola veloce nello studio di Frimbo, cerca di catturare indizi e prove, scruta l’animo dei possibili colpevoli senza perdere mai di vista Harlem, l’anima nera del romanzo. Ho letto il giallo di Fisher tutto d’un fiato perché non vedevo l’ora di scoprire il colpevole. Ho immaginato Frimbo nel suo studio immerso nel buio con un’unica luce a illuminare il volto del cliente. Studiando il volto di una persona, egli può dirne il passato, il presente e il futuro. Intreccia problemi di cuore e problemi esistenziali. Il lavoro, la riuscita nella propria attività, la fedeltà di una donna, la superstizione, la ricerca dell’amore.

Questi sono i cinque motivi per cui dovreste leggere “Dark Harlem”. Prima di salutarvi volevo informarvi che alla fine del libro troverete alcune pagine molto interessanti scritte dal traduttore Pietro Meneghelli che ci offrono una visione completa dell’atmosfera del racconto. Molte delle notizie che ho riportato nei 5 punti, le ho attinte da queste pagine che mi hanno permesso di comprendere le mille sfaccettature presenti in questo classico romanzo poliziesco.  




Buona lettura.

sabato 28 ottobre 2017

BLOGTOUR "L'undicesima ora" di Giovanni Ricciardi | Il commissario Ponzetti

Carissimi lettori, è un piacere ospitare la quinta tappa del blogtour dedicato al romanzo "L'undicesima ora" di Giovanni Ricciardi.

Questo romanzo mi ha permesso di ritrovare il Commissario Ponzetti, creato con maestria da Ricciardi, alle prese con una vicenda complessa ambientata nell’amata Roma. Del giallo vi parlerò in seguito, ora vorrei presentarvi il Commissario Capo dei Parioli Ottavio Ponzetti. 

 


L'undicesima ora
(Le indagini del Commissario Ponzetti #8)
Giovanni Ricciardi

Editore: Fazi
Pagine: 252
Prezzo: € 16,00
Sinossi
Il corpo senza vita di un noto architetto romano viene ritrovato nel suo loft una settimana dopo il decesso. L’autopsia non ha ancora dato risposte certe sulle cause, ma sembra escludere l’ipotesi della morte violenta. Quasi contemporaneamente, una villetta dove l’architetto abitava fino a poco tempo prima viene distrutta da un incendio doloso. I due eventi sono in relazione tra loro? Qualcuno voleva la morte dell’uomo? Il commissario Ottavio Ponzetti – giunto alla sua ottava avventura – non sa opporre resistenza alla seduzione delle coincidenze e si appassiona al caso nonostante non sia di sua diretta competenza.

Oltre al fidato ispettore Iannotta, Ponzetti coinvolge nell’inchiesta amici e parenti, mettendosi insieme a loro sulle tracce di una misteriosa donna spagnola e incrociando, nel corso dell’indagine, la biografia e le opere di importanti personaggi del Novecento, tra cui l’architetto Antoni Gaudí: proprio a Barcellona – come già era avvenuto nelle ultime indagini, che lo avevano portato prima in Sicilia, poi addirittura in Patagonia – il commissario trascorrerà una movimentata e intrigante vacanza di lavoro.

Ma le strade battute da Ponzetti tornano sempre a Roma, dove le numerose ipotesi, i dubbi e le incertezze svaniscono portando alla luce una sola, sorprendente verità.



Il commissario Ponzetti

Ponzetti è protagonista di una fortunata serie di romanzi tra cui “I gatti lo sapranno”, vincitore del premio Belgioioso Giallo 2008; “Il silenzio degli occhi”, finalista al premio Fenice Europa 2012; “Il dono delle lacrime” candidato al premio Scerbanenco 2014. Io ho conosciuto il commissario leggendo “Gli occhi di Borges” (recensione) e ho provato un’immediata simpatia per lui e per la sua squadra investigativa.

Il Commissario è un uomo colto, numerose le citazioni che arricchiscono i suoi racconti, e un po’ all’antica. “Passo stanco e pensiero veloce”,  non mostra mai indifferenza per il dolore altrui.  Non ama le armi e non segue le nuove tecnologie ma si lascia guidare dal suo fiuto e dalla sua intelligenza. Presta sempre molta attenzione ai particolari, osserva la realtà e agisce con buon senso. Di natura mite e affabile, è uno sbirro vecchia maniera che si aggira per la capitale mostrandoci a ogni avventura la bellezza di Roma, il suo fascino.
Chiamatemi pure sbirro. Sono vecchio del mestiere, per queste cose non mi offendo più.
Ottavio Ponzetti mi ha ricordato un altro Commissario: Maigret, personaggio letterario creato da Georges Simenon. Entrambi sono uomini riflessivi, hanno una famiglia, amano camminare, fantasticare e rimurginare.

Ponzetti vive ogni angolo della città di Roma che diventa, con le sue molteplici identità, parte integrante di ogni storia. Egli s’immerge nelle atmosfere dei luoghi in cui i delitti avvengono, cerca di comprendere la personalità e l’umanità dei diversi personaggi coinvolti nel caso criminale.

Il Commissario, affiancato come sempre dal fido Iannotta, ha un parlare colto che ben si integra con il registro del parlato romanesco usato dal suo collaboratore a cui si aggiunge un registro spagnolo-italiano, simpaticissimo, con cui si esprime Jorge, fidanzato catalano di una delle figlie di Ottavio.

Nei suoi romanzi, Giovanni Ricciardi, non crea storie intrise di sangue, la violenza è ridotta ai minimi termini e i personaggi si muovono in una dimensione a misura d’uomo. C’è un desiderio di conoscere il perché degli eventi, si vuol far emergere il contesto in cui il crimine è maturato, le scelte fatte anche lasciandosi guidare dai sentimenti. Il colpevole viene sempre assicurato alla giustizia ma senza grandi peripezie.

Nelle sue storie, Ricciardi, assegna un ruolo importante alle persone amate dal suo personaggio principale.

Ponzetti ama la sua famiglia, ha due figlie e la moglie rappresenta il suo “porto sicuro”. È un adorabile nonno a cui piace il gioco del biliardo e mostra spesso il suo affetto per la sigaretta. Nell’ultimo romanzo, “L’undicesima ora”, la famiglia svolgerà un ruolo importante nella soluzione dell’indagine.

Nei romanzi che ho letto, la narrazione segue sempre il pensiero del commissario, qualche volta amaro ma sempre umano con una vena di ironia con cui guarda la realtà che lo circonda, se stesso e la sua vita.

In conclusione vorrei condividere con voi le parole di Antonia Arslan (Famiglia Cristiana) :
“Personaggio scontroso ma amabile quello di Ponzetti, con un tratto di deliziosa, poetica fantasia, in indagini condotte per allusive mezze parole, usci e memorie opportunamente dischiusi.”

Ora non vi resta che diventare amici del commissario per seguirlo nelle sue avventure e godere di ore piacevoli di lettura.




Buon proseguimento :)

mercoledì 25 ottobre 2017

RECENSIONE | “Il Castello Rackrent” di Maria Edgeworth

Buon mercoledì a tutti. Oggi vorrei solleticare la vostra curiosità proponendovi una storia irlandese ricavata da fatti realmente accaduti e dalle usanze dei gentiluomini di campagna irlandesi prima dell’anno 1783. Si tratta de “Il Castello Rackrent” di Maria Edgeworth, traduzione dall’inglese di Pietro Meneghelli, Fazi Editore.

STILE: 7 | STORIA: 9 | COVER: 8
Il Castello Rackrent
Maria Edgeworth (traduzione di P. Meneghelli)

Editore: Fazi
Pagine: 133
Prezzo: € 15,00
Sinossi
Thady Quirk è il vecchio servitore di un'antica famiglia anglo-irlandese. Nel corso della sua lunga vita trascorsa al castello Rackrent (letteralmente il castello "arraffa-affitti") ha assistito alla progressiva decadenza dei suoi aristocratici padroni: Sir Patrick, che riempie la casa di ospiti e si ubriaca fino alla morte; Sir Murtagh, il suo erede, un "grande avvocato" che rifiuta di pagare i debiti di Sir Patrick "per una questione d'onore"; e Sir Kit, giocatore d'azzardo che alla fine vende la proprietà al figlio di Thady. Generazione dopo generazione, il graduale declino della famiglia diventa la simbolica premonizione dei profondi cambiamenti che investiranno la società irlandese e dei problemi che, a oltre duecento anni di distanza, sono ancora ben lontani dall'essere risolti.




Lunedì mattina

Avendo deciso di mia volontà, per amicizia verso la famiglia sulle cui proprietà (sia lodato il cielo!) io e i miei viviamo senza pagare canoni d’affitto da tempo immemorabile, di pubblicare questo Memoriale della Famiglia Rackrent, credo sia mio dovere dire qualche parola, in primo luogo, su me stesso.

Il mio vero nome è Thady Quirk, anche se presso la famiglia sono sempre stato chiamato semplicemente  «l’onesto Thady » ; più avanti, al tempo del defunto Sir Murtagh, ricordo di averli sentiti dire «il vecchio Thady », e adesso siamo arrivati a «il povero Thady ».
La voce narrante di questo memoriale è Thady  Quirk, vecchio servitore dell’antica famiglia anglo-irlandese dei Rackrent. Egli, nella sua lunga vita, assiste alla progressiva decadenza dei suoi padroni.

Sir Patrick ama ricevere al castello molti ospiti. Il gran bere lo porterà alla morte.

Sir Murtagh, grande avvocato, si rifiuta di pagare i debiti di Sir Patrick “per una questione d’onore”.

Sir Kit ha l’unica colpa di amare troppo il gioco d’azzardo ed è costretto, per debiti, a vendere la proprietà al figlio di Thady.

Sir Connolly, il prediletto da Thady, è impossibilitato a disporre della rendita dei suoi terreni. Non porta alcuna contabilità. Ama i ricevimenti. Tutto ciò è all’origine delle sue disgrazie.
Apparso all’inizio del 1800 “Il Castello Rackrent”, letteralmente il “castello arraffa-affitti”, è un capolavoro della narrativa irlandese. Da molti è considerato il primo romanzo storico. Attraverso il lento ma costante declino della nobile famiglia,vengono mostrati i semi dei profondi cambiamenti che travolgeranno la società irlandese.

Io ho trovato questo romanzo piacevolissimo da leggere. Thady mi ha mostrato le stanze del Castello, con ironia ha svelato pregi e virtù dei suoi padroni e delle loro spose. Il suo narrare pacato e preciso, mette in luce l’abitudine, dei gentiluomini, di spendere oltre le proprie possibilità trovandosi poi sommersi dai debiti e abbandonati dai presunti amici. La psicologia dei personaggi si rivela nei loro comportamenti. Le fasi di buona e cattiva sorte segnano l’agire di amici e parenti. Nell’apice degli eventi tanti amici, bei ricevimenti, bevute e splendide serate. Nella sorte avversa solitudine e porte chiuse.

Questo romanzo mi ha dato l’opportunità di conoscere usi e tradizioni del popolo irlandese. Molto interessante il Glossario che mi ha aiutato nel comprendere il significato di molti termini dell’epoca. Una curiosità: Thady inizia il memoriale datandolo “lunedì mattina” perché, in Irlanda, nessuna grande impresa può essere iniziata sotto buoni auspici se non nella mattina del lunedì.

Se non l’avete letto vi esorto a farlo. È una storia di altri tempi. La famiglia Rackrent è ormai estinta e non è più possibile incontrare, nell’Irlanda di oggi, personaggi come “quell’ubriacone di Sir Patrick, quel litigioso di Sir Murtagh, quell’attaccabrighe di Sir Kit e quel trasandato di Sir Condy.”

Lasciatevi guidare dal flusso di ricordi del vecchio Thady, vi ritroverete in un’altra epoca al cospetto di un Castello emblema degli eventi. La rovina della famiglia Rackrent si rispecchia nella decadenza del castello. I pochi pregi e i tanti difetti dei personaggi, rendono la storia suggestiva e coinvolgente. Io l’ho letta tutta d’un fiato riscoprendo un classico che merita di essere più conosciuto dalla platea dei lettori. Una nuova edizione, curata da Fazi Editore, vi attende. Buona lettura a tutti.

lunedì 9 ottobre 2017

RECENSIONE | "L'ultima estate e altri scritti" di Cesarina Vighy

Carissimi lettori, oggi vorrei attirare la vostra attenzione su un romanzo denso di emozioni e riflessioni. Un potente antidoto alla sofferenza, una liberazione che nasce da una tremenda malattia che imprigiona il corpo ma nulla può contro la libertà di mente e cuore. Una condanna a morte che svela la gioia di vivere e il coraggio di percorrere la propria esistenza fino alla fine. Sto parlando de “L’ultima estate e altri scritti” di Cesarina Vighy, Fazi Editore.

STILE: 9 | STORIA: 8 | COVER: 7
L'ultima estate e altri scritti
Cesarina Vighy

Editore: Fazi
Pagine: 318
Prezzo: € 18,50
Sinossi
Z. è malata. Gravemente. Dallo spazio ristretto da cui guarda il mondo, osserva il tenace manifestarsi della vita: l’andirivieni dei vicini, un merlo che fa il nido, i piccioni in cerca di cibo. Per lei, ogni gesto è enorme, difficilissima la quotidianità, in equilibrio sui nervi e sugli orari delle medicine. La notte però, con la gatta a farle compagnia, i sogni intervengono ad alleviare il fastidio di resistere a se stessi e sulla pagina, così, il resoconto di un’esistenza vicina alla fine diventa il ricordo di una vita che finalmente appare bella.

«Eccoci qua dopo anni di quiete che si potrebbero chiamare anni felici se solo sapessimo, mentre la si vive, che quella è la felicità».

Con una lingua nitida, a tratti feroce, mai retorica, Cesarina Vighy ha affrontato il più evitato degli argomenti: la sofferenza. Definito «un De Senectute intriso di dolorosa saggezza», L’ultima estate ha messo al centro una donna giunta alla fine del suo ciclo vitale ma non per questo priva di un’arma potentissima, specie se innata: lo spirito dell’umorismo

La cosa più stupida da dire a un malato è che lo si trova molto bene, che è una fissazione, che tutti stanno un po’ giù ecc. 

La cosa più triste, invece, è quando non te lo dicono più, anzi non sanno bene che dire.
Cesarina Vichy, nel 2009, all’età di 72 anni è già molto malata. È affetta da Sclerosi Laterale Primaria. La sua opera  è “L’ultima Estate”, un romanzo dai forti tratti autobiografici che vinse il Premio Campiello Opera Prima e si qualificò nella cinquina del Premio Strega.
Veramente, quando si annunciò la mia rara malattia, mi lascia scappare di bocca che avrei preferito essere appunto un caso letterario piuttosto di un caso clinico. Passò l’Angelo e disse Amen. Invano lo rincorsi: «Ehi, signor Angelo…». «Ho fretta ». «Ma io volevo spiegare…». «Ma io…».
È stato così che sono diventata un caso in entrambe le categorie.
Z. è gravemente malata. I medici hanno emesso l’infausta diagnosi: SLA. Dalla sua casa Z. guarda il mondo e il continuo, inarrestabile, manifestarsi della vita. L’andirivieni dei vicini, un merlo che fa il nido, i piccioni in cerca di cibo. Per lei la quotidianità è scandita sugli orari delle medicine e sulla difficoltà di ogni gesto. Solo di notte Z. trova un po’ di quiete. I sogni alleviano il fastidio di resistere a se stessi e il computer diventa una pagina su cui scrivere i ricordi, belli e brutti, di un’esistenza prossima alla fine.
Eccoci qua dopo anni di quiete che si potrebbero chiamare anni felici se solo sapessimo, mentre la si vive, che quella è la felicità.
Così Z., “la bambina più amata del mondo”, rievoca l’infanzia in tempo di guerra, Venezia con le sue luci e ombre, le prime esperienze sentimentali, il trasferimento a Roma, il periodo in psicanalisi, il femminismo, l’inizio della malattia. La scritture diventa per Z. un unguento da spalmare sull’anima per lenire i dolori, per avere ancora una voce, per amare, per non arrendersi.
Camminare eretti e parlare, due facoltà che hanno fatto della scimmia un uomo: io le sto perdendo entrambe. Restano l’inutile pollice sovrapponibile e l’insopportabile coscienza di me.
Con ostinazione Z. difende la propria individualità, non cede ai medici che la vorrebbero in clinica. La sua ironia le permette di rendere quasi impalpabile la sofferenza, la malattia la libera dal pudore e la rende testimone di coraggio e dignità. Mai un lamento davanti alla morte.
Dicono che si nasca incendiari e si muoia pompieri. A me è successo il contrario: brucerei tutto, adesso.
Il romanzo comprende anche dei brani tratti da “Scendo. Buon proseguimento”. È uno scambio di mail, realmente avvenuto tra il 2007 e il 2010, tra l’autrice e diversi corrispondenti come la figlia e le amiche. Queste lettere mostrano un linguaggio affettuoso, premuroso e tenero di una madre che scrive alla figlia. Questo carteggio si può considerare un testamento spirituale con cui l’autrice, pochi giorni prima di morire, si congeda dal mondo.
Come diceva Charlot, la vita in primo piano è una tragedia, in campo lungo una commedia.
“L’ultima estate” è un libro duro che ha il pregio di non trasmettere tristezza. Con ironia, mai celata, Cesarina Vichy narra la sua vita e risveglia i fantasmi del passato. Con fermezza e voce limpida affronta argomenti difficili. Lei, una donna giunta alla fine della sua vita, usa lo spirito dell’umorismo come arma potentissima contro la sofferenza. Per impugnare quest’arma la scrittrice abbandona il suo martoriato corpo e sale sulle ali della scrittura che la rendono libera e irraggiungibile. Cesarina Vichy scrive un inno alla vita, mai facile ma sempre preziosa.

“L’ultima Estate” è un romanzo che induce a riflettere sul senso della vita. Nessun pietismo, nessuna emozione superficiale ma un profondo coinvolgimento che non può lasciare indifferenti.

Proverete mille emozioni ma avrete il sorriso sulle labbra. L’autrice riporta una poesia in una mail alla figlia: “C’è un’ape che si posa su un bottone di rosa: lo succhia e se ne va. Tutto sommato la felicità è una piccola cosa."  (Trilussa)

Quindi, se potete, leggete questo libro senza alcun timore. Non sarà una lettura facile ma, nella vita, cosa è facile?

Patti chiari: non sarà un acquarello, piuttosto un’autopsia. Forse vi farò male. Ne farò anche a me.

lunedì 11 settembre 2017

RECENSIONE | "Otto mesi a Ghazzah Street" di Hilary Mantel

Buon inizio settimana, miei cari lettori :)
“Otto mesi a Ghazzah Street” è il nuovo romanzo  nato dalla penna di Hilary Mantel. La scrittrice inglese ha vinto per ben due volte il Man Booker Prize rendendo popolare il romanzo storico. I suoi libri sono frutto di attente e profonde ricerche storiche che mettono in luce anche la psicologia dei personaggi. “Otto mesi a Ghazzah Street è un romanzo che si insinua nelle irrequietudini di due società che si fronteggiano senza avvicinarsi e integrarsi. La società araba, con le sue ferree regole, si scontra con la società occidentale. Da questo contrapposizione nascono i semi che si trasformeranno in atti terroristici facendo sanguinare il cuore del mondo europeo.

STILE: 7 | STORIA: 7 | COVER: 7
Otto mesi a Ghazzah Street
Hilary Mantel (traduzione di G. Oneto)

Editore: Fazi
Pagine: 334
Prezzo: € 19,00
Sinossi
Arabia Saudita, Gedda, Ghazzah Street. Uno strano posto. Un luogo senza passato, un luogo di passaggio dove nessuno si ferma per più di qualche anno e dove la gente, in casa, tiene le sue cose, negli scatoloni. Anche la terra e il mare, laggiù, sono in continuo mutamento: ci sono ville costruite da pochi anni con vista sul mare che oggi si allacciano su un muro. Frances Shore è una cartografa, ma quando il lavoro di suo marito la porta in Arabia Saudita si ritrova come una prigioniera sperduta, incapace di orientarsi nelle zone oscure del paese. Il regime che impera è corrotto e inflessibile, molti degli stranieri che incontra non sono che avidi faccendieri in cerca di denaro accompagnati dalle mogli e i vicini musulmani si muovono furtivi ma hanno occhi per ogni cosa. Le strade non sono il posto adatto per le donne, e Frances - il marito Andrew è spesso assente - si ritrova confinata nel suo appartamento cercando di dare un senso a tutto ciò. Ma la battaglia è ardua. Le giornate diventano un susseguirsi di vuoti e di silenzi, interrotti soltanto dagli inspiegabili rumori provenienti dal piano superiore, che però, a quanto le è stato detto, dovrebbe essere disabitato. Quello dell'appartamento al piano di sopra diventa un mistero tutto da sciogliere, che obbligherà la protagonista a scontrarsi con le mille contraddizioni di un mondo infernale: un mondo asfittico, fatto di sofferenze celate, silenzi strazianti, segreti inconfessabili. Un mondo di cui le donne sono vittime ma anche complici.





Ghazzah Street è una strada piccolina e stretta. Il quartiere non è lussuoso ma neppure squallido. I piccoli condomini, alti due o tre piani, sono chiusi da un muro che impedisce la visuale degli appartamenti. I vicini si conoscono di vista e nessuno si ferma mai a chiacchierare. Ghazzah Street ospita anche una moschea che al tramonto ha la cupola illuminata da una luce verde al neon.
Arabia Saudita, Gedda, Ghazzah Street. È un luogo senza un passato, un luogo di passaggio, un luogo dove nessuno mette radici. Frances Shore, cartografa, per lavoro segue il marito in Arabia Saudita. L’impatto con la società araba è duro. Un regime corrotto, avidi stranieri, la discriminazione verso le donne formano il comitato di accoglienza per Frances che, confinata nel proprio appartamento, cerca di dare un senso a giorni vuoti e silenziosi. Le cose si complicano quando dall’appartamento al piano superiore dell’abitazione della donna, giungono inspiegabili rumori. Inspiegabili perché l’abitazione dovrebbe essere disabitata. Cosa si nasconde tra quelle mura?

Ho letto con molta attenzione e interesse questo romanzo che alza il velo dal volto di una società, quella araba, complessa e con molti angoli bui.

Frances è diventata il mio sguardo su questa società riservata, che cela i propri difetti e non svela apertamente il modo in cui ragiona. La scrittrice, attraverso i personaggi del romanzo, ci propone un mondo lontano anni luce dal nostro modo di intendere la vita. Hillary Mantel narra il difficile mondo saudita, le sue contraddizioni, le sofferenze celate dietro lunghi silenzi e segreti inconfessabili. L’Arabia Saudita è uno stato arabo che noi poco conosciamo.

La società mette in pratica molte forme di discriminazione contro le donne. Le donne non possono guidare autovetture, non possono viaggiare senza un accompagnatore o senza un modulo di autorizzazione firmato da un tutore maschio. Non possono lavorare, sono ammessi solo alcuni tipi di lavoro, senza il permesso di un tutore maschio. La vita della donna è nelle mani degli uomini: padre, marito, figlio. E i diritti delle donne? Inesistenti. Per tutta la vita sono sottomesse a un tutore maschile che esercita su di loro la patria podestà.

Per non tralasciare nulla c’è poi la polizia religiosa, ente per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio, che impone agli abitanti il totale rispetto della Shariya islamica considerata al pari di una legge di Stato. La polizia controlla che le donne siano coperte dalla testa ai piedi, controlla che i negozi chiudano durante le cinque preghiere giornaliere, potendo arrestare, interrogare, trattenere le persone sospettate.

Tutto ciò è riportato con novizia di particolari nel romanzo che diventa una testimonianza, da parte di una donna straniera, di un codice di comportamento molto severo. Frances dovrà affrontare un mondo difficile, conoscerà alcune donne, sue vicine di casa, che riveleranno un duplice modo di essere: sono vittime ma anche complici. Danno vita a un universo femminile capace di ammaliare ma anche di intimorire. Nessuna democrazia potrà mai nascere senza “l’altra metà del cielo”. Ma proprio la complessità del mondo femminile può riservare delle sorprese.

“Otto mesi a Ghazzah Street” è un intenso romanzo che gode di un’armonia compositiva in grado di creare un inaspettato mosaico in cui si inseriscono le fragilità dei rapporti umani, la religione, le dipendenze, i gusti, le passioni. Un romanzo che esplora l’identità di una società complessa che deve ancora scoprire il potere del sorriso di una donna.