Buon inizio settimana, cari lettori. “Il racconto
dell’ancella” è un romanzo distopico di Margaret Atwood del 1985, prima
edizione Ponte alle Grazie 2004. Vi dico subito che non è un romanzo facile da
leggere. Presenta momenti duri, a tratti feroci, senza l’ombra di moralità e
con una giustificazione, agli odiosi eventi, di carattere religioso. I
sentimenti si presenteranno come un groviglio inestricabile di ambiguità ed
emozioni non espresse. Ambientato in un futuro dominato dalla teocrazia
totalitaria, che ha rovesciato il governo degli Stati Uniti, il racconto
richiama l’attenzione del lettore sui temi della sottomissione della donna,
sull’asservimento del corpo femminile come “mezzo riproduttivo” al servizio
della politica. Il romanzo ha vinto molti premi, è stato tradotto in tantissime
lingue scatenando polemiche per i temi trattati. La frase “Nolite te bastardes carborundorum”
(che i bastardi non ti schiaccino), ricorrente nell’opera, è stata usata come
slogan per l’emancipazione femminile.
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STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 8
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Margaret Atwood (Traduzione di C. Pennati)
Editore: Ponte alle Grazie
Editore: Ponte alle Grazie
Pagine: 398
Prezzo: € 16,80
Prezzo: € 16,80
Sinossi
In un mondo devastato dalle radiazioni atomiche, gli Stati Uniti sono divenuti uno Stato totalitario, basato sul controllo del corpo femminile. Difred, la donna che appartiene a Fred, ha solo un compito nella neonata Repubblica di Galaad: garantire una discendenza alla élite dominante. Il regime monoteocratico di questa società del futuro, infatti, è fondato sullo sfruttamento delle cosiddette ancelle, le uniche donne che dopo la catastrofe sono ancora in grado di procreare. Ma anche lo Stato più repressivo non riesce a schiacciare i desideri e da questo dipenderà la possibilità e, forse, il successo di una ribellione. Mito, metafora e storia si fondono per sferrare una satira energica contro i regimi totalitari. Ma non solo: c'è anche la volontà di colpire, con tagliente ironia, il cuore di una società meschinamente puritana che, dietro il paravento di tabù istituzionali, fonda la sua legge brutale sull'intreccio tra sessualità e politica. Quello che l'ancella racconta sta in un tempo di là da venire, ma interpella fortemente il presente.

Esiste più di un genere di libertà, diceva Zia Lydia. La libertà di e la libertà da. Nei tempi dell’anarchia, c’era la libertà di. Adesso vi viene data la libertà da. Non sottovalutatelo.
In un mondo devastato dalle radiazioni atomiche, gli Stati
Uniti sono diventati uno stato totalitario, basato sul controllo del corpo
femminile. Le Ancelle, donne ancora in grado di concepire, sono costrette alla
procreazione coatta. A loro viene tolto tutto, ogni bene, ogni diritto, ogni
libertà, anche il nome di battesimo è cancellato. La voce narrante è
un’ancella, il suo nuovo nome è Difred ( cioè “di Fred”, il suo padrone),
assegnata a un Comandante sposato con una Moglie sterile. Difred vive con loro,
è costretta ad indossare un lungo vestito rosso e un copricapo bianco con alette
che la/le nasconde al/il mondo. Può allontanarsi dalla casa solo per andare al
mercato. Ogni mese, durante il suo periodo fertile, Difred e il Comandante
consumano l’atto sessuale in presenza della Moglie sempre vestita di azzurro
cielo. Per non soccombere alla follia, l’ancella rifiuta ogni coinvolgimento
emotivo e cerca di dimenticare il suo passato e la società precedente. Appare
rassegnata al suo destino, prega di restare incinta, unica speranza di
salvezza. Ma le emozioni non si possono sopprimere, la trasgressione amplifica
le crepe del sistema mostrando la fragilità non solo delle donne ma anche degli
uomini.
Ora Rachele vide che non poteva partorire figli a Giacobbe, perciò Rachele divenne gelosa di sua sorella e disse a Giacobbe: “Dammi dei figli, altrimenti muoio.” Giacobbe si adirò contro Rachele e rispose: “Tengo io forse il posto di Dio che ti ha negato il frutto del grembo?”
Allora ella disse: “Ecco la mia serva Bilha. Entra da lei e lei partorirà sulle mie ginocchia; così anch’io potrò avere figli per suo mezzo.
Ho letto “Il racconto dell’ancella” con paura e angoscia,
inorridita e commossa dalla storia che si dipanava davanti ai miei occhi.
Inizialmente ho provato un leggero senso di confusione, la scrittrice ci porta
nel cuore degli eventi senza specificare come si è giunti al regime
totalitario, il “prima” viene cancellato a favore di un presente davvero da
paura. Non è sicuramente quella paura che ti fa strabuzzare gli occhi e battere
a mille il cuore, è un’emozione più sottile che nasce dalla percezione che la
storia letta non sia tanto lontana dalla nostra realtà. Nulla è più prezioso
del grembo riproduttivo. La donna non è mente ma solo corpo. È sottomessa
all’autorità maschile per religiosa volontà.
Allo sgomento si è poi unita l’angoscia nel leggere la
piramide sociale imperante nel romanzo. In cima ci sono i Comandanti,
depositari del potere; le Ancelle, incubatrici viventi; seguono, in ordine
sparso. I Fedeli, le Nondonne (destinate a disumane colonie), le Marte (serve),
gli Occhi (membri dei servizi segreti), le Zie (guardiane della moralità delle
Ancelle) e le prostitute, la cui esistenza non è difficilmente riconosciuta. L’Occhio
che tutto vede e controlla mi angoscia in comunione con la figura delle Zie,
donne alle quali veniva insegnato come punire le Ancelle e come reagire alle
ribellioni.
Tutto ciò ha catturato la mia attenzione e ho continuato
a leggere il romanzo inseguendo una ribellione che non ci sarà, almeno non del tutto.
Difred osserva ciò che le succede, non è mai partecipe degli eventi, gli altri
decidono per lei. Il suo è un viaggio senza ritorno, un viaggio che ha come
compagnia l’abitudine a una condizione di schiavitù. Questa passività è un modo
per sopravvivere.
Un filino di speranza, però, l’ho trovato. Doveva esserci! Il
finale non presenta soluzioni ma semina il dubbio e regala una possibilità. La
pacatezza con cui l’autrice narra la storia è quasi un tentativo di
congelamento dei sentimenti. Passività, trasgressione, tentativi di
disobbedienza (rari esempi di ritrovata voglia di vivere), nascono e muoiono
nel volgere di una pagina. Bisogna entrare nell’ottica del mondo narrato. Non
ci sono protagonisti e tantomeno eroi. Tutti sono perdenti, tutti fragili copie
perfette di uomini imperfetti. Cosa ci rende imperfetti e quindi umani?
L’amore, amici miei, l’amore. Non troverete nessuna storia d’amore nel racconto
ma questo sentimento è presente anche nella sua assenza. È l’alito di vita che
noi riduciamo a gameti maschili e gameti femminili ma è ciò che rende l’uomo
un’anima vivente.

