mercoledì 30 ottobre 2019

BLOGTOUR | “Terminus Nord” di Jerome Leroy | I 5 motivi per leggere il romanzo

Nel 1943, in piena occupazione tedesca, Léo Malet pubblica “120, Rue de la Gare”, con cui esordisce il suo personaggio più celebre, l’investigatore privato Nestor Burma, che sarà protagonista di molteplici avventure ambientate a Parigi. La Fazi, dopo aver pubblicato vari romanzi di Malet nella collana Darkside, propone al suo pubblico di lettori “Terminus Nord” di Jerome Leroy primo romanzo della serie ispirata a Nestor Burma, in uscita domani 31 ottobre. In questo blogtour il mio ruolo sarà quello di proporvi cinque motivi per leggere “Terminus Nord”. Quindi senza altri indugi, iniziamo subito.



Terminus Nord
Jerome Leroy (traduzione di F. Angelini) 

Editore: Fazi
Pagine: 240
Prezzo: € 15,00
Sinossi
All'interno della polizia c'è una corrente passata al lato oscuro, al comando di un anziano uomo di Stato con simpatie fasciste che sogna di instaurare un nuovo ordine antidemocratico in Francia. Insieme a un gruppo di malviventi, di cui fa parte il rumeno Moscovici, questi poliziotti corrotti sono coinvolti nella tratta di bambini stranieri, prevalentemente afgani, di cui si perdono le tracce a Parigi. La stessa sorte toccherà anche alla misteriosa fanciulla bionda che un vecchio amico di Nestor ha incontrato e aiutato innamorandosene perdutamente. Collaborando strettamente con la commissaria di polizia Faroux, Nestor Burma risolverà anche questo mistero.



I 5 motivi per leggere il romanzo
Non mi facevo di coca né di anfetamine, ma ero un po’ drogato di adrenalina. Siamo onesti, una vita senza pedinamenti, risse, senza dar noia ai poco di buono di ogni specie che credevano di poter agire impunemente perché avevano “conoscenze in polizia” o perché avevano denaro o potere o tutte e tre le cose insieme, per me non sarebbe stata vita.
1. Per ritrovare un vecchio amico
Gli appassionati di noir sicuramente conosceranno il personaggio di Nestor Burma. Nato come contraltare francese del belga Maigret, Nestor Burma è un famoso detective creato dalla penna di Lèo Malet. Burma è anarchico e ironico, veste perfettamente i panni dell’antieroe. Sbuffa, sbraita, beve, ma non sbaglia un colpo. Nonostante la lettura in chiave moderna che questo romanzo da della figura del detective, Burma conserva il suo fascino di personaggio fuori dagli schemi, allergico alle regole ma determinato, intraprendente e ostinato. È bello ritrovare un “vecchio amico” ed è interessante vedere come gestirà le sue indagini in epoca moderna.

2. Omaggio a Léo Malet
“Terminus Nord” inaugura una seria ispirata a Burma: un omaggio a Léo Malet da parte dei grandi autori del noir francese contemporaneo che riscrivono le avventure del famoso detective in chiave moderna. Nestor Burma è diventato un detective famoso, un detective d’assalto, ha al suo attivo molti casi risolti e collabora spesso con la polizia. È competente e aggiornato in materia tecnologica. È un quarantenne nella Parigi di oggi: mangia sushi e detesta i social, legge poesie di Biga e non rinnega il suo passato da giovane sempre pronto a combattere per i propri ideali opponendosi, anche con la violenza, ai ricchi, alla polizia, ai nazisti e ai politici. La sua agenzia si chiama Fiatlux.com  ma ha ancora sede in rue des Petits-Champs, dove l’uomo vive. Mantiene le sue caratteristiche salienti: è mosso dalla stessa pulsione etica di una giustizia che spesso non coincide con quella della legge e dei tribunali. Antirazzista, mantiene la sua inconfondibile vena anarchica.
Sul serio, mi dici a cosa servono Facebook, Twitter, Instagram, Snapchat, Pinterest, Tumblr? Sembrano tutti nomi di farmaci o bevande gassate troppo zuccherate.
3. Lettura coinvolgente
“Terminus Nord” è un noir dall’intrigo complesso ma avvincente, con diversi morti ammazzati e con la sconfitta del male nei capitoli finali. La storia si apre narrando la corruzione di alcuni poliziotti passati al lato oscuro. A guidare questo mondo di tenebre è un non più giovane uomo politico con simpatie fasciste che sogna di instaurare un nuovo ordine antidemocratico in Francia. Per realizzare il suo sogno si avvale dell’aiuto di un gruppo di malviventi senza scrupoli. Poliziotti e criminali rumeni sono coinvolti nella tratta di bambini stranieri, prevalentemente afgani, di cui si perdono le tracce a Parigi. Si scoprirà un traffico di esseri umani per realizzare snuff movies. Collaborando con la commissaria Faroux, Nestor Burma risolverà il caso.
È una guerra, Burma. E la guerra è sporca.
4. Il vecchio e il nuovo
In questa nuova visione moderna di Burna alcuni aspetti della sua vita sono rimasti immutati, altri hanno subito delle inevitabili trasformazioni. Alla Parigi del secondo dopoguerra, sconvolta dai nazisti e indaffarata a dimenticare la guerra, si sostituisce una Parigi dall’anima multietnica capace di trasformarsi continuamente. La capitale francese alterna momenti di infinita bellezza a momenti di vero e proprio squallore. Turisti distratti, zone in mano alla criminalità. Droga, prostituzione, clandestini che offrono manodopera a basso prezzo, immigrati in mano a uomini senza scrupoli. Questa è l’ambientazione che vede il moderno Burma lottare contro mali moderni che affondano le radici nel passato. Anche l’agenzia Fiatlux.com ha visto dei cambiamenti. La fedelissima e innamorata Hélène Chatelain ha ceduto il posto di segretaria e collaboratrice a Kardiatou, giovane donna plurilaureata. New entry è anche il personaggio di Mansour, genietto dell’informatica, sempre sorridente perché sorretto da un ottimismo d’acciaio.

5. Noir con inserti di indagine sociale
Il noir diventa un bisturi affilato d’indagine e di analisi sociale. Con abilità narrativa, le indagini per un crimine si intrecciano con drammi e problemi sociali. Le indagini diventano il tramite per fare i conti con il lato oscuro della città, con la malavita organizzata, con i poliziotti e i politici corrotti. Ciò che coinvolge in questo romanzo non è solo l’intrigante ricerca dei colpevoli ma anche la possibilità di riflettere su temi importanti come gli intrighi politici, la collusione tra malavita e polizia che nasconde, al suo interno, tanto marciume. Parigi non fa solo da sfondo ma diventa protagonista della storia e l’autore ne racconta gli aspetti meno piacevoli come se fosse un’inchiesta giornalistica che denuncia il male che ci circonda e ci spaventa. Basta pensare a una certa politica che trasmette la paura verso l’immigrato, riempendo la nostra vita di odio verso i più deboli. Anche la paura degli islamici, in nome di una protezione doveroso dagli attentati, è un modo per tentare di installare un potere forte.

“Terminus Nord” è la storia di un’indagine molto pericolosa che vedrà Burma fare da carta moschicida. Attirerà i mostri che si aggirano nel decimo arrondissement a caccia di piccoli profughi da avviare alla prostituzione e in altre indicibili  pratiche sessuali. Inalterata ritroverete l’attenzione di Burma verso i più deboli. Nessun giudizio verrà emesso, ma noterete un’azione decisa, spesso violenta, verso coloro che vogliono approfittare delle debolezze altrui. Umanità ma anche senso di ribellione continuano a convivere in Burma che si muove veloce, senza paura e con tanta determinazione.

Nell’attesa delle prossime nuove inchieste di Nestor Burma, dichiaro ufficialmente promosso Jerome Leroy. Malet sarebbe stato orgoglioso di questo romanzo e del suo autore.

lunedì 28 ottobre 2019

RECENSIONE | “Resina” di Ane Riel

Pubblicato da Guanda Editore, nella collana Narratori della Fenice, “Resina” di Ane Riel è un romanzo che racconta una storia di ossessioni, paura e istinto di protezione che costringeranno una famiglia a isolarsi dal resto del mondo. Dall’isolamento nasce un terribile incubo in cui potrete intravedere una macabra fiaba nera, una sconvolgente testimonianza di amore possessivo capace di trasformare la vita in follia.

STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 8
Resina
Ane Riel (traduzione di I. Basso)

Editore: Guanda
Pagine: 304
Prezzo: € 18,00
Sinossi
Liv è morta a sei anni. Si è allontanata in mare durante la notte e al mattino è stata ritrovata solo la barca vuota. O almeno, questa è la storia che i suoi genitori hanno raccontato alle autorità. Ma la realtà è ben diversa. Liv è viva, si nasconde dietro un impenetrabile muro di oggetti rubati qua e là e accumulati da Jens, suo padre, nel corso degli anni: infatti, ciò che gli altri considerano superfluo, un rifiuto da buttare, per Jens è importante, degno di una seconda vita. Impossibile, anche volendo, scovare la bambina in quel fortino; impossibile, una volta oltrepassato il cancello, uscire indenni dalle trappole seminate in cortile, lungo il percorso che porta alla casa e all'officina, alla stalla e al piccolo container che racchiude tanti segreti. Qui, lontano dagli altri abitanti dell'isola, la vita della famiglia scorre imperturbabile, cristallizzata per l'eternità come una formica nella resina. Soltanto Maria, la madre di Liv, potrebbe rompere l'incantesimo. Ma anche lei, a modo suo, ha deciso di nascondersi dal resto del mondo dentro un corpo mostruosamente grasso...


Era buio nella stanzetta bianca, quando mio padre ammazzò mia nonna. Io ero là. C’era anche Carl, ma loro non se ne accorsero. Era il mattino della vigilia di Natale e nevischiava, anche se quell’anno non fu esattamente un bianco Natale. Tutto era diverso allora. Era prima che le cose di mio padre si accumulassero tanto da non lasciarci più entrare in soggiorno. E prima che mia madre diventasse così grossa da non poter più uscire dalla camera da letto.
Liv è morta quando aveva solo sei anni. O almeno questo è ciò che credono le autorità. Jens e Maria, i genitori, hanno dichiarato alla polizia che la bambina è scappata di notte, allontanandosi in mare, e che al mattino tutto ciò che restava di lei era una barca vuota. Ma i fatti non sono andati come loro raccontano. Maria e Jens vivono in una piccola casa in mezzo al bosco, lontani da tutti gli altri abitanti dell’isola. La loro casa è diventata un regno in cui accumulare svariati oggetti, custoditi come se fossero talismani.
Quando Jens guardava il suo panorama di oggetti, non vedeva né disordine né schifezze. Vedeva un tutto indivisibile. Se avesse spostato qualcosa, avrebbe distrutto quell’immagine.
Dietro quel muro di cianfrusaglie si nasconde la loro piccola, lontana dal mondo e dal dolore, protetta come una perla. Liv crescerà in solitudine, protetta dai pericoli del mondo esterno. Loro tre, da soli, potranno essere sicuri per sempre, cristallizzati e protetti come una formica nella resina.

“Resina” è un romanzo travolgente su come il troppo amore finisca per stritolare nel suo abbraccio le persone che vorrebbe proteggere. La solitudine però, sotto la lucida superficie dell’ambra, odora di morte.

Tutti noi conosciamo le conseguenze della mancanza d’amore ma vi siete mai chiesti cosa può succedere se l’amore viene elargito in modo eccessivo?

Ronald David Laing scriveva:
“La famiglia si può immaginare come una ragnatela, un fiore, una tomba, una prigione, un castello.”

La resina, lacrima degli alberi, è un nido in cui cristallizziamo i nostri ricordi. La vita non è sempre giusta, ci ferisce senza pietà e dal nostro cuore sgorgano lacrime di resina che resteranno per sempre con noi. Un perpetuo ricordo di ciò che poteva essere e non è stato.

La vita di Jean non è stata facile. Prima la prematura morte del padre, poi l’abbandono del fratello hanno fatto di Jean un uomo chiuso e di poche parole. Garbato e servizievole, egli vede il mondo, al di fuori di Hovedet, come un luogo ingestibile e pericoloso, una minaccia indefinibile. Quando sposa Maria l’isolamento, pian piano, fagocita la famiglia e la nascita di Liv aumenta ancor di più questo disagio. La casa perde il suo ruolo di luogo sicuro, il legame di sangue si trasforma a causa di cose non dette, rancori, sensi di colpa e paure. La voce del cuore tace e inizia un lungo silenzioso canto di follia. Cosa potrà mai generare tutto ciò? Questo lascio a voi scoprirlo ma sappiate che leggendo “Resina” entrerete in un mondo malato in cui regna il caos. Vedrete ombre inquietanti infrangersi sugli scogli dell’esistenza. Assisterete alla trasformazione fisica e psicologica dei personaggi.

Jens, sempre più chiuso in se stesso, raccoglie gli oggetti buttati dagli altri. Egli prova un legame sentimentale con quegli oggetti e non può liberarsi di qualcosa. La sola idea lo distrugge. Un legame è per sempre, non importa se si tratti di persone o oggetti. Bisogna difendersi dal mondo che tende a portarti via le persone che ami. Nascondere, isolarsi, interrompere ogni rapporto con gli altri è un modo per difendere la propria famiglia. Creare un’oasi di oggetti che nessuno vuole più è  erigere un muro per difendersi ma diventa anche un modo per cristallizzare il tempo, per mantenere vivo il passato, per non perdere il ricordo della persona a cui gli oggetti sono appartenuti. È un modo per far sì che nessuno vada via. Nessuna separazione, nessun allontanamento, nessun ripetersi di eventi traumatici di tipo affettivi da dover nuovamente affrontare. Non ci troviamo davanti a un caso di semplice confusione. Il vuoto, la mancanza di dialogo con la propria moglie, la paura di “perdere” qualcosa o qualcuno fanno di Jean una persona insicura e fragile che a modo suo mette la famiglia a sicuro dal male del mondo.

Maria, sua moglie, accetta passivamente questa situazione e silenziosamente decide di uccidersi con il cibo. Ingrassa sempre più e perde l’uso della parola.
Col tempo la mia gola si riempì di un ammasso di frasi non dette. Parole che erano andate in pezzi e non avevano niente a che fare l’una con l’altra, inizi abortiti, frasi interrotte, righe senz’aria in mezzo, costruzioni spezzate, gutturali ammazzate. Era il mio dolore ad essere bloccato là, e non volevo passartelo. Non volevo passarlo nemmeno a tuo padre, perché lui aveva già il suo. Così l’ho tenuto dentro di me, era il mio modo per proteggerti. Tuo padre ne ha scelto un altro.
In tutto questo dolore e inquietudine cresce la piccola Liv convinta che il mondo sia tutto lì, tra le pareti della sua casa. La bambina vive nascosta in una prigione fatta di silenzi e di ossessioni. Le paure di Liv prendono vita nel suo amico immaginario. Lei ha paura della gente, ha paura di non poter soddisfare le esigenze dei genitori, ha paura di ciò che si può nascondere nell’oscurità.
L’intera famiglia si nasconde: Jean dietro a montagne di oggetti, Maria dietro a cuscinetti di grasso, Liv dietro la solitudine e il buio. Jean però ha un rimedio per tanto dolore. È la resina, il balsamo dorato degli alberi. È la resina che guarisce, uccide e conserva.

“Resina” è la storia di un distacco doloroso e definitivo che porta con sé, nel buio della morte, la comprensione, la confidenza, la sicurezza.

Con una scrittura fluida, a tratti poetica e commovente, Ane Riel ci svela un mondo in cui l’amore sconfina nella follia. La paura di perdere chi si ama, il terrore di veder svanire il ricordo di chi non c’è più, è intollerabile. Allora ci si rifugia nell’accumulo compulsivo di oggetti, nel cibo e nell’isolamento. Si diventa fantasmi vivendo nelle tenebre di un’esistenza che scorre sul labile confine tra ragione e follia.

“Resina” è una storia originale in cui l’eccessivo amore è inquietudine, ossessione e disordine. La sofferenza manda in frantumi la vita, la travolge come un mare in tempesta, la cristallizza nell’abbraccio rassicurante della resina. L’eternità consola ma non è per noi uomini, dopo i suoni della vita ecco giungere il silenzio della morte. Per sempre.

giovedì 24 ottobre 2019

RECENSIONE | "The Irishman" di Charles Brandt

Esce oggi, per Fazi Editore, il libro “The Irishman” di Charles Brandt, da cui è stato tratto uno dei film più attesi degli ultimi anni. Nel film, regia di Martin Scorsese, vedremo attori del calibro di Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci che porteranno sul grande schermo i tre protagonisti dell’epico racconto di Brand. L’adattamento dal libro è firmato dal grande Steven Zaillian di “Schindler’s List”. Per metà del film Pacino e De Niro appariranno ringiovaniti di 30 anni, grazie alle più sofisticate tecnologie digitali. Il film arriverà nelle sale italiane dal 4 al 6 novembre e dal 27 novembre su Netflix.

Il libro è una storia di amicizia e tradimento, una saga sulla mafia che sfiora eventi ancora avvolti nel mistero. Sull’omicidio del presidente Kennedy, l’ombra della mafia diventa qualcosa di più tangibile grazie alle rivelazioni dei mafiosi.

“The Irishman” è un lungo e avvincente viaggio nel labirinto del crimine organizzato, tra le sue dinamiche interne, le rivalità e le connessioni con il mondo della politica. Ad aprire le porte di questo mondo di “uomini d’onore” sarà Frank Sheeran, detto l’Irlandese, esponente della mafia italoamericana.

STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 8
The Irishman
Charles Brandt (traduzione di Bottali e Levantini)

Editore: Fazi
Pagine: 470
Prezzo: € 18,00
Sinossi
La scomparsa di Jimmy Hoffa, leggendario leader sindacale, definito «l’uomo più potente degli Stati Uniti dopo il presidente» dal suo oppositore Robert Kennedy, è uno dei più grandi misteri della storia americana e ha ossessionato l’opinione pubblica del paese per decenni. Arrivato talmente in alto da intrattenere rapporti con la mafia e con le più importanti cariche dello Stato, Hoffa era un personaggio scomodo a molti uomini, politici e criminali. Fu visto l’ultima volta il 30 luglio 1975 e il suo corpo non fu mai ritrovato. Frank Sheeran, detto l’Irlandese – uno degli unici due non italiani nella lista dei ventisei personaggi di maggior spicco della criminalità organizzata americana stilata da Rudy Giuliani –, prima di morire chiede di confessare tutti i suoi crimini. Nel corso di svariati anni di interviste rilasciate a Charles Brandt, noto procuratore che ha condotto innumerevoli inchieste sulla malavita americana, l’Irlandese rivela il suo coinvolgimento in più di venticinque omicidi, tra cui quello di Jimmy Hoffa. Racconta anche la storia della sua vita: figlio della Grande Depressione, fu soldato in Italia durante la seconda guerra mondiale e, una volta tornato in patria, divenne uno dei più fidati sicari della Cupola di Cosa Nostra. Basandosi sulle sue parole, la penna di Brandt dà vita a un racconto epico, che si conclude con delle scottanti rivelazioni inedite sul coinvolgimento della mafia nell’assassinio dei Kennedy.

 

Lasciate scorrere le parole e la verità troverà il modo per mostrare il suo volto.
Frank  Sheeran è un sicario della mafia e veterano della seconda guerra mondiale che sviluppa le sue abilità da esecutore criminale durante il suo servizio in Italia. Ormai ultraottantenne, Sheeran riflette sugli eventi   che hanno definito la sua carriera di sicario, in particolare il suo ruolo nella scomparsa del leader sindacalista Jimmy Hoffa, suo amico di vecchia data, e del suo coinvolgimento con la famiglia criminale Bufalino.

La sparizione di Hoffa è la più famosa della storia americana e per risolvere il caso si sperava nella cosiddetta “confessione in punto di morte” di coloro che conoscevano la verità. I riflettori erano puntati su Frank Sheeran l’Irlandese, uno dei pochi di cui Hoffa si fidasse.

“The Irishman” è una caccia all’assassino. È una storia basata sulle interviste fatte all’Irlandese, sulla ricostruzione della scomparsa di Hoffa. Per raccogliere il materiale per questo libro, il procuratore Brandt ha trascorso molte ore a parlare al telefono o di persona con Sheeran. Il libro, letto e approvato da Sheeran, rappresenta il capitolo finale della tragedia di Hoffa. Un delitto che si è trasformato in ossessione per chi l’ha commesso e per la famiglia di Hoffa, soprattutto per i suoi figli che hanno tentato di comprendere il destino del padre.
 Nessuno è intoccabile.
Sheeran racconta la sua vita avventurosa affermando che “qualsiasi cosa si possa dire della mia infanzia, devo ammettere che mi ha insegnato a difendermi. Mi ha insegnato a sopravvivere.”

Nell’agosto del 1941 si era arruolato e nel 1943 finì in Sicilia. Nel 1944 prese parte all’Operation Dragon per invadere la Francia meridionale. Partecipò alla liberazione dei prigionieri del campo di concentramento di Dachau e nell’ottobre del 1945 venne congedato.

411 giorni di combattimenti lo avevano indurito. Si era abituato alla morte. Si era abituato a uccidere. “Sarà quel che sarà” diventa il suo motto. Dopo esser sopravvissuto alla guerra, cos’altro poteva  accadergli. In lui, retaggio della guerra, c’erano reazioni impulsive e avventate. Il suo ritorno alla vita normale lo vede marito e padre impegnato in lavori da cui traeva il massimo guadagno agendo illegalmente.
Prima della guerra mi ero guadagnato tutto ciò che avevo avuto. Durante la guerra avevo imparato a prendermi ciò che volevo. Dopo la guerra, mi sembrava naturale prendermi tutto ciò che potevo ogni volta che potevo.
Sheeran diventa camionista e iniziano i primi furti di carne a beneficio di un ristorante mafioso. L’incontro con Bufalino e poi con Hoffa, lo vedrà diventare sicario della mafia e braccio destro di Hoffa.

Russel Bufalino era nato in Sicilia nel 1903. Tra tutti i presunti boss del crimine, egli, come maniere e comportamento, ricordava il personaggio di don Vito Corleone interpretato da Marlon Brando nel film “Il Padrino”. Con lui la mafia statunitense venne allo scoperto e l’organizzazione fu ribattezzata “Cosa Nostra”. Dall’omicidio alla prostituzione, dagli stupefacenti alle rapine, dall’usura al gioco d’azzardo. Tutto era un gran giro d’affari.

Jimmy  Hoffa, nel ventennio a cavallo tra la metà degli anni Cinquanta e Settanta, era all’apice della sua popolarità. Era il più potente leader sindacale del paese e da tempo si sussurrava della sua alleanza con i malavitosi di tutta la nazione. Robert Kennedy lo definì come “l’uomo più potente degli Stati Uniti dopo il presidente.”

Il sindacato dei Teamsters (che rappresentava la categoria dei trasportatori) si batteva, con la sola arma dello sciopero, per ottenere salari migliori, diritto alle ferie, alla pensione, all’assistenza sanitaria e sociale. Tuttavia per i malavitosi  i sindacati erano solo uno strumento per perpetuare altri crimini e per accumulare potere e ricchezze. Naturalmente Hoffa negava tutto.

Hoffa era quindi un personaggio scomodo a molti uomini, politici e criminali. Fu visto l’ultima volta il 30 luglio 1975 e il suo corpo non fu mai ritrovato.

Bufalino, Hoffa e Sheeran, tre uomini legati da sangue e da amicizia. Com’è riuscito Sheeran, gigante dai capelli rossi e dal pugno di ferro, a diventare il braccio armato del padrino Bufalino e insieme la spalla del sindacalista più potente degli Stati Uniti? Nel libro, l’Irlandese risponde a questa e a molte altre domande.

Sheeran prima di morire chiede di confessare i suoi crimini e il suo coinvolgimento in più di venticinque omicidi. Rilascia numerose interviste al procuratore Brandt che le raccoglie e le trasforma in un racconto epico che si conclude con delle scottanti rivelazioni inedite sul coinvolgimento della mafia nell’assassinio dei Kennedy.

Ora sorge spontanea una domanda: “Perché Sheeran ha scelto di parlare a trent’anni dai fatti, fuori da un’aula di tribunale?”

Costretto su una sedia a rotelle, Sheeran sente lo spettro della morte avvicinarsi sempre più. Convivere con i sensi di colpa porteranno Sheeran a bere sempre più. Sentedosi ormai prossimo alla morte, Sheeran prova un desiderio di redenzione spirituale e di salvezza finale tramite la confessione.
Frank portava al dito l’anello con la moneta d’oro che gli aveva regalato Russel e al polso l’orologio d’oro di Jimmy. Li portava entrambi a rammentargli la sua lealtà. Quei gioielli erano un simbolo dei conflitti emotivi e morali che lo torturavano.
“The Irishman” è un libro che scoperchia il vaso di Pandora di Cosa Nostra. È una lettura coinvolgente che incuriosisce entrando nell’organizzazione della criminalità americana. tuttavia il cammino, lastricato di omicidi, non è scevro da dolore e sofferenza anche se narrato con il timbro di voce fredda di un sicario. Decenni di storia vi trasmetteranno tensioni e paure ma anche debolezze di quel lungo periodo. Vedrete davanti ai vostri occhi lo scorrere della vita, l’amore, il tradimento, il rimpianto e la mortalità.

È un mix di storia, violenza e una goccia di umorismo ma è anche un calare di un velo di tristezza quando le luci della ribalta mafiosa si spengono. È il racconto della fragilità umana e della mortalità umana. Questi uomini duri, che non hanno mai avuto pietà per nessuno, una volta  deposte le armi devono fare i conti con se stessi, con la propria coscienza. Hanno seminato dolore a piene mani ora lo ricevono nel declino delle loro esistenze. Nulla è eterno, il tempo scorre per tutti e porta con sé le paure più umane. Se vivere non è facile, morire in pace con se stessi è arduo soprattutto se si hanno pesanti responsabilità da farsi perdonare. Essere uomini di mafia vuol dire, al di là dell’essere violenti e senza pietà, vivere in solitudine e guardare la morte in faccia da soli non è il massimo. Quando si è vecchi, si ha dinanzi a sé solo la morte e per un sicario dev’essere tremendo sapere che non mancherà a nessuno.

Scriveva Oscar Wilde: “Tutti ti amano quando sei due metri sotto terra.” Per Sheeran non sarà così, la sua famiglia l’aveva già seppellito in vita. L’Irlandese, gigante dai piede d’argilla, è destinato a crollare davanti alla morte. La caducità dei valori su cui ha fondato la sua vita crolla davanti a Dio. Il suo piedistallo, fatto di omicidi e violenza, crolla. Il rimorso apre una crepa e la sua educazione cattolica lo ha portato a vivere in costante conflitto con la sua “professione”. Le persone che lui ha amato e deluso sono ormai lontane. Le pistole non sparano più, il sangue non macchia più i vestiti, i complotti tacciono. Il silenzio e il vuoto accompagnano Sheeran verso la morte. Alla fine anche lui è sconfitto, solo e abbandonato da tutti.