giovedì 11 dicembre 2025

RECENSIONE | "La morte della Pizia" di Friedrich Durrenmatt

 "La morte della Pizia" (Adelphi, traduzione di Renata Colorni) è un breve romanzo dello scrittore svizzero Friedrich Durrenmatt. Fu pubblicato nel 1976 all'interno della raccolta di racconti "Mitmacher".


STILE: 7 | STORIA: 8 | COVER: 7
La morte della Pizia
Friedrich Durrenmatt

Editore: Adelphi 
Pagine: 68
Prezzo: € 10,00
Sinossi

«Stizzita per la scemenza dei suoi stessi oracoli e per l’ingenua credulità dei Greci, la sacerdotessa di Delfi Pannychis XI, lunga e secca come quasi tutte le Pizie che l’avevano preceduta, ascoltò le domande del giovane Edipo, un altro che voleva sapere se i suoi genitori erano davvero i suoi genitori, come se fosse facile stabilire una cosa del genere nei circoli aristocratici, dove, senza scherzi, donne maritate davano a intendere ai loro consorti, i quali peraltro finivano per crederci, come qualmente Zeus in persona si fosse giaciuto con loro». Con queste parole spigolose e beffarde ha inizio La morte della Pizia e subito il racconto investe alcuni dei più augusti miti greci, senza risparmiarsi irriverenze e furia grottesca.





Stizzita per la scemenza dei suoi stessi oracoli e per l'ingenua credulità dei Greci, la sacerdotessa di Delfi, Pannychis XI, lunga e secca come quasi tutte le Pizie che l'avevano preceduta, ascoltò le domande del giovane Edipo, un altro che voleva sapere se i suoi genitori erano davvero i suoi genitori, come se fosse facile stabilire una cosa del genere nei circoli aristocratici, dove, senza scherzi, donne maritate davano a intendere ai loro consorti, i quali peraltro finivano per crederci, come qualmente Zeus in persona si fosse giaciuto con loro. 

Con queste parole beffarde ha inizio "La morte della Pizia" che riserverà irriverenza ai più augusti miti greci. 

La Pizia Pannychis XI ha sempre trovato insopportabile la credulità dei suoi contemporanei. Per divertirsi alle loro spalle, indifferente alle fragilità umane, pronuncia gli oracoli più improbabili che le passano per la testa. Un giorno, volendo fare uno scherzo crudele all'ennesimo visitatore del santuario di Delfi, vaticina ad un giovane zoppo che avrebbe ucciso il suo stesso padre per poi giacere con la sua stessa madre. Il giovane era Edipo e la Pizia mai avrebbe immaginato l'avverarsi della sua profezia. 

...una profezia che più insensata e inverosimile non avrebbe potuto essere, la quale, pensò, non si sarebbe certamente mai avverata, perché nessuno al mondo può ammazzare il proprio padre e andare a letto con la propria madre, senza contare che per lei tutte quelle storie di accoppiamenti incestuosi fra dèi e semidei altro non erano che insulse leggende. 

Anni dopo, ignorando la verità, Edipo, figlio di Laio, uccide accidentalmente il padre e sposa la madre Giocasta; quando la verità viene a galla, lei si impicca e lui si acceca. 

Ormai in fin di vita, la Pizia deve fare i conti con gli spiriti di Laio, assediato dai dubbi di paternità, e di Giocasta, che rivela chi è il vero padre di Edipo. Anche Edipo e la bellissima Sfinge si presentano al cospetto della Pizia. 

Gli spiriti le fanno visita nella sua umida grotta e raccontano la propria versione di quella tragedia, in un crescendo di dubbi, contraddizioni e mezze verità. Quale delle quattro storie corrisponde a verità? 

"La morte della Pizia" è un racconto che ci apre le porte del mondo mitologico. Siamo nella Grecia antica, nel santuario di Delfi, dove la Pizia, seduta sul tripode posto in una rupe caverna davanti al Tempio di Apollo, affascina con i suoi vaticini. 

Per intrigare ancor di più gli eventi, alla Pizia, che rappresenta il caos, si presenta un'ombra con le sembianze dell'assennato Tiresia, il famoso veggente cieco, che rappresenta l'ordine. Queste sono le sue parole: 

Pannychis, anch'io come te sono una persona sensata, come te non ho fede negli dèi e credo invece nella ragione, e proprio perché credo nella ragione sono persuaso che l'insensata fede negli dèi debba essere sfruttata in maniera ragionevole.

Il destino di Edipo è il mezzo per raccontare il conflitto tra ordine e caos. 

A guidare l'uomo deve essere la razionalità e non la mitologia. Tuttavia, qui emerge il pessimismo dell'autore, gli uomini sono opportunisti, spesso incompetenti e arroganti. Il proprio tornaconto è il dio in cui tutti credono. La verità è l'unica base possibile per una società imparziale e libera. 

La verità è il mezzo per cercare la giustizia. 

Pizia e Tiresia espongono i loro dubbi mentre cercano di far luce sulla capacità dell'uomo di scegliere il proprio destino. L'uomo ha il diritto di poter pensare liberamente senza le catene del soprannaturale e dei miti. A complicare le cose per la ragione, c'è l'esistenza della casualità che lascia il mondo in balia del caos. Si crea, così, un groviglio di coincidenze e intricatissime connessioni che portano l'uomo a brancolare nel buio. L'enigma regna nelle nostre vite e a nulla valgono i tentativi per influenzare gli eventi. 

"La morte della Pizia" è un libro sorprendente che regala una lettura intrigante e ironica. L'attività dell'oracolo di Delfi appare fuori dal tempo, perfettamente aderente ai nostri giorni. Pensate ai vari aspetti politici, economici, morali, che caratterizzano la nostra società e immaginate "un gran burattinaio" che dispone, a suo piacimento, delle nostre vite. Ognuno ha la sua verità, come gli spiriti che si presentano alla Pizia. Una verità viva nel limbo delle nostre certezze che non va confusa con la Verità, enigma che si nasconde dietro le apparenze. Alcuni uomini comprendono che i tentativi per cambiare il mondo sono tutti inutili e lo accettano così com'è. Altri non si arrendono e provano a realizzare i propri sogni. Chi ha ragione, chi ha torto? Durrenmatt lascia la risposta a Tiresia. Una risposta che potrebbe non essere definitiva: 

Pannychis, disse il veggente in tono paterno, solo la non conoscenza del futuro ci rende sopportabile il presente. Mi sono sempre stupito e continuo a stupirmi immensamente che gli uomini siano tanto smaniosi di conoscere il futuro. Sembra quasi che preferiscano l'infelicità alla felicità. 

La razionalità riuscirà a riportare l'ordine nel caos? 

"La morte della Pizia" è un gioiellino letterario, dallo stile travolgente e irriverente, che vi esorto a leggere per riflettere sui pericoli che si corrono quando ci si mette nelle mani degli altri (dèi inclusi) rinunciando a costruirci un nostro pensiero critico su ciò che accade. Cedere la propria libertà in cambio di un illusorio senso di protezione è un grave errore. Lasciatevi conquistare dalla magica seduzione della parola e dal fascino del partecipare alla vita della collettività. Ricordando che è bene guardare la realtà con occhio critico, accettandone l'irrazionalità e la complessità ed è auspicabile riflettere sul ruolo dell'individuo in un mondo in cui il caos e il paradosso sembrano avere il sopravvento. Quindi buona lettura e non date mai ascolto alla Pizia che è in voi.

giovedì 27 novembre 2025

RECENSIONE | "Il Grane Bob" di Georges Simenon

 "Il Grande Bob" (Adelphi, traduzione di Simona Mambrini) è un romanzo del 1954, un capolavoro di uno degli scrittori di lingua francese più amati di tutti i tempi, il belga Georges Simenon. 

Simenon scrisse questo romanzo quand'era in Connecticut nel 1954. É una storia che indaga i lati oscuri di un uomo che a tutti sembrava l'immagine della gioia di vivere.


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
Il Grande Bob
Georges Simenon

Editore: Adelphi 
Pagine: 166
Prezzo: € 19,00
Sinossi

«Negli ultimi tempi aveva un modo particolare di guardarsi allo specchio dietro le bottiglie. Quando un uomo come lui comincia a scrutarsi negli specchi, mi creda, non è un buon segno». Una riflessione, questa del padrone del bistrot dove il suo amico Bob, morto da pochi giorni, andava a giocare a carte, che colpisce profondamente il dottor Charles Coindreau. Non appena ha saputo che quella di Bob non è stata una morte accidentale, come sulle prime si credeva, bensì un suicidio, ha deciso di condurre una sorta di indagine, e di interrogare chiunque l’abbia conosciuto, a cominciare dalla moglie e dall’ultima delle numerose amanti. Perché lui, come tutti, ma più di tutti gli altri, si arrovella sul motivo che ha indotto a togliersi la vita uno come Bob: sempre allegro, e allegramente sfaccendato, sempre pronto alla battuta, gran giocatore di belote e gran consumatore di «bianchini» a qualunque ora del giorno – non per caso lo avevano soprannominato il Grande Bob. Nella casa di Montmartre dove abitava insieme alla sua polposa, esuberante, forse un po’ volgare ma radiosa moglie Lulu, la porta era sempre aperta, e vi si potevano incontrare persone di ogni estrazione sociale, e «ognuno era libero di comportarsi o di parlare a suo piacimento, con la certezza di non scandalizzare nessuno». Così come nessuno si scandalizzava del fatto che Lulu accettasse i tradimenti di Bob: le bastava che lui fosse felice. Scavando nel passato dell’amico, immergendosi nei lati oscuri di un uomo che a tutti sembrava l’immagine stessa della gioia di vivere, e persino, a volte, sovrapponendosi a lui, Coindreau finirà per scoprire la verità sulla morte di Bob – ma soprattutto qualcosa su sé stesso.





Bob è morto 

Il Beau Dimanche è una popolare locanda sulla Senna, poco lontano da Parigi, molto frequentata soprattutto d'estate nei fine settimana. Qui viene praticata anche la pesca del luccio. 

Tra i frequentatori ci sono anche Bob e Lulu. 

Bob, nato a Poitier, è un uomo alto e forte, sempre con un bicchiere di vino bianco tra le mani, amante della vita e delle belle donne, sempre allegro e giocoso, allegramente sfaccendato passa da un mestiere all'altro senza angosce, non si prende mai troppo sul serio. 

Lulu, moglie di Bob, è piccola, di modestissima origine, ha il corpo sformato dai numerosi aborti, dirige una modisteria che le ha donato Bob. 

La sera prima tutto procedeva come al solito. È sabato, sono nella loro camera alla locanda, disfano i bagagli. Lui inizia a bere e a giocare a carte. All'alba, mezzo sbronzo, Bob esce per andare a pesca di lucci. Nella camera Lulu si sveglia e accanto a lei c'è il letto vuoto. Non si preoccupa, non è certo la prima volta che, aprendo gli occhi, non trova il marito accanto a sè. Qui inizia il dramma. 

La piccola barca di Bob è incagliata oltre la diga, lui ha una gomena girata due volte intorno alla caviglia. All'altro capo della corda c'è un peso. Dall'acqua spunta un braccio, quello di un morto, quello di Bob. Incidente o suicidio? Non ci sono testimoni. 

Il dottor Coindreau medico di base, amico della coppia, sposato, padre di due figli, resta sbalordito nell'apprendere la ferale notizia. 

Perché il grande Bob avrebbe dovuto suicidarsi? Lui era la gioia di vivere fatta persona, voleva far felice tutti, non aveva una preoccupazione al mondo, non mostrava mai ansia e non dava fastidio agli altri. La sua morte sconvolge tutti. 

Nella casa di Montmartre dove abitava con la moglie, la porta era sempre aperta, e vi si potevano incontrare persone di ogni estrazione sociale, e "ognuno era libero di comportarsi o di parlare a suo piacimento, con la certezza di non scandalizzare nessuno". 

Così come nessuno si scandalizzava del fatto che Lulu accettasse i tradimenti di Bob: le bastava che lui fosse felice. 

Ma chi è dunque il Grande Bob? Un uomo originale, uno scontento, un sognatore? 

Coindreau parla con Lulu, con la sorella e con il cognato di Bob. Fa scoperte inaspettate sull'amico. E anche su sé stesso. 

Come sempre Simenon mette in scena una doppia verità: quella sotto gli occhi di tutti e quella legata al passato di Bob. 

 Robert, Bob è un soprannome, era figlio di un importante giurista, rettore della facoltà di Giurisprudenza a Poitiers. Uomo integerrimo approva la decisione del figlio di volere continuare gli studi a Parigi. Le cose però non vanno come previsto. Robert non si presenta in facoltà per sostenere l'ultimo esame. Il padre lo trova, in una stanza, in compagnia di una ragazza. 

Robert ha deciso di non volersi più laureare, si ribella all'autorità paterna e vuol essere libero di scegliere. Il padre prende atto di questa decisione e senza dir nulla va via. 

Bob aveva sposato Lulu e aveva fatto di tutto per renderla felice. 

In fondo, se ciascuno di noi s'incaricasse di rendere felice una sola persona, il mondo intero sarebbe felice.

Ora che il Grande Bob è morto non c'è più nulla da scoprire. È chiaro, esplicitato fin dalle prime pagine, Bob si è suicidato. Ed è qui che si manifesta la vera magia di Simenon. Le indagini del dottor Coindreau scivolano in un'altra direzione e mettono sotto esame non la vita di Bob ma quella dello stesso dottore. 

Coindreau diventa il soggetto delle sue stesse indagini psicologiche. Sotto la lente dell'analisi pone se stesso, il suo matrimonio infelice, i suoi desideri, il vuoto. Un altro essere umano disperato che nasconde un'amara verità. 

Con grande talento Simenon narra i mali dell'esistenza umana. I suoi romanzi non sono rassicuranti e l'umanità mostra sempre il suo volto peggiore. I personaggi sono sempre alle prese con tormenti e sensi di colpa. Simenon racconta le paure, le ossessioni e le atmosfere del Secolo breve. Ogni uomo rappresenta un mistero che nessuno ha svelato. 

"Il Grande Bob" è un romanzo dalla costruzione serrata, dall'eleganza delle osservazioni psicologiche, dalla limpidezza del narrare. Tra le righe aleggia lo spettro di una domanda sempre valida in ogni tempo: "Che cosa sappiamo degli altri, in definitiva, quando neanche di noi stessi sappiamo granché?" 

La ricerca "dell'uomo nudo", senza maschere, continua.

lunedì 10 novembre 2025

RECENSIONE | "L'erede" di Camilla Sten

 "L'erede" (Fazi, Collana Darkside, traduzione di Renato Zatti) è un romanzo di Camilla Sten, figlia della scrittrice di gialli Viveca Sten. Nel nuovo romanzo, "L'erede", troverete verità inconfessabili sepolte nel tempo, una storia familiare disseminata di segreti e una casa che non li lascerà mai andare.

STILE: 7 | STORIA: 8 | COVER: 6
L'erede
Camilla Sten

Editore: Fazi
Pagine: 360
Prezzo: € 19,50
Sinossi

Eleanor convive con la prosopagnosia, l’incapacità di riconoscere i volti delle persone. Un disturbo che causa stress, ansia acuta, e può farti dubitare di ciò che pensi di sapere. Una sera la ragazza si reca a casa della nonna Vivianne per la consueta cena domenicale. Ad accoglierla sull’uscio non trova però la nonna, ma una persona cui non riesce a dare un nome, che scappa via per le scale. Dentro casa, la nonna è distesa sul tappeto accanto a un paio di forbici con le lame spalancate. Nella stanza, odore di ferro e carne. La nonna, quella nonna che l’ha cresciuta come una madre, è stata uccisa. Passano i giorni, e l’orrore di essersi avvicinata così tanto a un assassino – e di non sapere se tornerà – inizia a prendere il sopravvento su Eleanor, ostacolando la sua percezione della realtà. Finché non arriva la telefonata di un avvocato: Vivianne le ha lasciato in eredità una tenuta imponente nascosta tra i boschi svedesi. È la casa in cui suo nonno è morto all’improvviso; un posto remoto, che da oltre cinquant’anni custodisce un passato oscuro. Eleanor, il mite fidanzato Sebastian, la sfrontata zia Veronika e l’avvocato vi si recano in cerca di risposte. Tuttavia, man mano che si avvicinano alla scoperta della verità, inizieranno a desiderare di non aver mai disturbato la quiete di quel luogo. Chi era davvero Vivianne? Quali segreti si è portata nella tomba?





Eleanor, una giovane donna che soffre di prosopagnosia, un deficit percettivo che non permette di riconoscere i volti delle persone, assiste all'omicidio di sua nonna: vede una persona che scappa via per le scale, ma non riesce a ricordare il suo viso. Dentro casa la nonna è distesa sul tappeto accanto a un paio di forbici con le lame spalancate. Passano i giorni e l'orrore di essersi avvicinata così tanto a un assassino, inizia a prendere il sopravvento. Eleanor (che solo la nonna chiamava Victoria) non sa se quell'uomo tornerà e la sua vita viene invasa da stress e ansia acuta. Un giorno arriva la telefonata di un avvocato: la nonna Vivianne le ha lasciato in eredità una tenuta imponente nascosta tra i boschi svedesi. Il suo nome è Solhoga, "sole alto". 

Una dimora signorile di due piani in ottime condizioni, imponente e intonacata di bianco, con file di finestre scure che ci fissano senza vederci. Dietro la casa scorgono altre costruzioni più piccole e un laghetto circondato da giunchi ghiacciati. 

È la casa in cui suo nonno è morto all'improvviso, un posto remoto che da oltre cinquant'anni custodisce un passato oscuro. Eleanor, il mite fidanzato Sebastian, la sfrontata zia Veronika e l'ambiguo avvocato vi si recano in cerca di risposte. Quindi l'azione si sposta nella grande casa isolata dove si incroceranno due linee narrative nel segno del mistero: il presente, con Eleanor che esplora la tenuta; e il passato, quando qualcosa di terribile è accaduto. Rivivremo gli eventi accaduti nella casa nel 1965 grazie al diario della cameriera Annushka che rivelerà la crudeltà di Vivianne, la padrona della casa. 

Camilla Sten è maestra nel creare personaggi sinistri e atmosfere inquietanti. I suoi romanzi offrono storie capaci di far sussultare i lettori a ogni pagina. Il buio e le tormente di vento e neve sono il contesto da brividi di questo thriller. Non mancano l'atmosfera cupa e minacciosa, i segreti di famiglia e i personaggi misteriosi. Mentre la neve si accumula al di fuori della casa, dentro aumenta la paura e sale la tensione. 

È stato intrigante scoprire le ombre che si muovono nel buio di Solhoga, percepire le vibrazioni spettrali e seguire gli strani eventi che iniziano a verificarsi nella villa. La tempesta di neve blocca tutti nella villa e prelude a una serie di colpi di scena che rende difficile smettere di leggere questo romanzo. 

L'autrice semina varie false piste per depistare i lettori e ciò ha reso la lettura piena di tensione. Non è una storia veloce ma ciò ha fatto crescere in me l'ansia di conoscere l'evolversi degli eventi. Orrore e mistero si mescolano creando una miscela esplosiva che vi farà dubitare di ogni vostra intuizione. In questo thriller il depistaggio regna sovrano: quando ho creduto di aver indovinato il colpevole ecco che sopraggiunge un nuovo flashback che mi ribalta le deduzioni precedenti. 

Seppur l'inizio sia abbastanza classico (un assassino, un mistero irrisolto del passato e una casa sperduta nei boschi), la storia è molto più complessa di come sembra e diventa sempre più interessante. 

I personaggi sono ben delineati e complessi. Li conosceremo attraverso il racconto del passato e il diario di Annushka avrà un ruolo importante per poter svelare la verità. I rapporti tra i protagonisti sono ricchi di sfaccettature e intrecci psicologici. 

Lo stile dell'autrice è diretto, mai noioso. Segue una linea temporale non troppo intricata e intreccia abilmente elementi di thriller, mistero e approfondimento sociale dando rilievo alle dinamiche sociali e psicologiche. 

"L'erede" è un giallo matrioska: l'omicidio iniziale è il pretesto per iniziare una serie di indagini personali e misteri paralleli. Solhoga è il filo che lega passato e presente, è la lunga ombra del passato che lancia un guanto di sfida con un crescendo di false piste, lettere e documenti che spariscono, testimoni che svaniscono. La verità metterà in chiaro che non ci sono vincitori e vinti. Il lettore si troverà davanti a un vaso di Pandora che è stato aperto portando alla luce circostanze e situazioni nascoste, dannose, dolorose. 

In questo romanzo l'attenzione si concentra sui segreti di famiglia, sull'eredità e sull'identità personale. La "prosopagnosia" di Eleanor è una metafora per le difficoltà nel riconoscere le verità nascoste nella propria genealogia e nelle persone care. Anche la fiducia è un tema importante del romanzo che evidenzia come le apparenze possano ingannare. 

In questo ingranaggio di morte Solhoga infrange la sua promessa di essere custode del passato. La sua promessa è infranta, spezzata, tradita. La verità che custodiva verrà alla luce e racconterà una storia senza giustizia.